Novelle d'ambo i sessi

Part 7

Chapter 73,804 wordsPublic domain

E s'era messo in traccia della lepre. E in fatti gli si era parata lì, che l'avrebbe potuta quasi prendere con le mani.

Evidentemente la lepre voleva dirgli: “Buon giorno, signor colonnello!„. Pim! pam! la nuvoletta pirica della sua doppietta si era sollevata sopra la bianca neve, si era dispersa nella chiara trasparenza del giorno invernale, e su la neve c'era la lepre ammazzata.

Il signor colonnello la sollevò per le orecchie, la mirò, e festante se la trascinò a casa. Su la neve erano disegnate lettere rosse: sangue di lepre.

Anche la dolce Camomilla volle prender la lepre. Ella, buona massaia, aveva la bilancia in cucina e la bilancia in testa; e disse:

— Sono quindici libbre.

La gioia di avere uccisa la lepre impedì al signor colonnello di continuare in quel giorno la lettura del romanzo, la _Guerra dei Mondi_, del signor Wells, insieme con la geografia del cielo; ma corse dal suo amico capostazione. Lo trovò nella solitaria stazione, che meditava con volto atroce sul _Riscatto ferroviario_.

Gli annunziò che aveva ammazzata la lepre:

— Mangiàmola insieme, così ci sembrerà più saporita.

Il volto del signor Capo si spianò.

— Arrosto? su lo spiedo? in umido?

— Ma no! in salmì con la polenta!

— Il salmì, il salmì! Crede lei, colonnello, che sia facile preparare bene il salmì? Il salmì vero, intendiàmoci!

— La mia signora, — rispondeva il signor colonnello, — è una specialista del salmì.

— Pestando ben bene fegato, cuore, sangue per fare la salsa?

— Pestando ben bene.

— Sia per non detto, allora. Ma io vengo a desinare da lei ad un patto, che io porterò un zampetto di Modena. Io farò onore alla sua lepre, e lei farà onore alla mia patria.

Così dicendo il signor Capostazione andò a una cassetta, e fra fini truccioli, sollevò, ornati di bende rosse, come antiche vittime all'ara, tre zamponi, di quelli che si mangiavano al tempo della _Secchia rapita_.

— Mi balena un'idea, — disse il signor Capo. — Andiamo ad invitare il dottore.

— Eccellente idea!

In fatti era una diplomàtica idea. Vivendo in campagna, era bene, era saggia cosa vivere in cordiali rapporti col signor dottore, non tanto per la salute del corpo, quanto per la pace dello spirito e la incolumità della villetta, civettuola anzi che no. Il giovane dottore curava specialmente l'evoluzione spirituale di quel proletariato agricolo; e questo avrebbe potuto dire: “Dottore, quella villetta civettuola non è un oltraggio alla nostra virtù?„.

E andarono, chè il dottore abitava lì presso.

— La lepre in salmì, il zampone coi crauti? — disse il dottore. — Fidatino! — chiamò con voce stentorea.

Fidatino, il garzone del dottore, apparve sul limitare.

— Stacca di lassù quei due fiaschi di nèttare.

Fidatino entrò.

— E lèvati il berretto, ignorante!

Così esclamò il dottore perchè il garzone si era avanzato nel salottino col berretto in testa, e nel salottino del dottore c'era il ritratto di Carlo Marx.

— Di', ignorante, quello che devi dire quando passi davanti a quell'imagìne.

— Salve, argonauta della libertà! — disse il garzone.

— Ora ti è lècito entrare. Ma ricòrdati di non silurare i fiaschi.

*

La villetta del signor colonnello era sperduta nella neve, al buio della sera. Ma dentro, oh dentro era tutta festa e luce, quando i due ospiti entrarono.

La dolce Camomilla aveva fatto un degno contorno al salmì; lasagne col sugo di salmì, caminetto acceso, lampade accese e i fiaschi sul caminetto.

— Tutto bene, tutto bene, — diceva il dottore ispezionando le pareti. — Ma lì vedo imagini borghesi, quadretti bellicosi, ricordi quarantotteschi, un Cavour, un Garibaldi, e che so io. Rinnovarsi, rinnovarsi, egregio colonnello.

— Egregio dottore, — diceva il signor colonnello, — lei mi sottrae quaranta anni, e io mi rinnovo.

La dolce Camomilla assicurava il dottore che suo marito era essenzialmente uomo d'ordine, niente bellicoso. La sola cosa che studiava era la guerra dei mondi nei romanzi del signor Wells, e la geografia del pianeta Marte.

— Non parliamo di politica, — disse il signor Capo. — E il salmì, signora Camomilla?

— Giudicherà alla stregua dei fatti.

— Chiedo scusa; e il mio zampone?

— Il suo zampone è venuto benissimo, con tutte le regole: bolle dalle quattro, e ora riposa.

— Benissimo! — disse il Capo, — perchè, veda, pare una cosa facile, ma anche cuocere uno zampone, non è da tutti: ci vogliono quattro ore buone, e se crepa la pelle è un disastro.

*

Dunque l'orologio segnava le sette e trentacinque di quella sera, e possiamo accertare che erano le undici allorchè due violenti colpi rintronarono nel silenzio.

Ma forse erano due colpi delicati. La colpa è del silenzio della notte che aumenta i rumori.

Era Fidatino che veniva con la lanterna per prendere il dottore.

— Fuori è buio come in bocca al lupo.

— Ma c'è la luna, — disse il signor Capo.

— La settimana scorsa c'era la luna, — osservò il signor colonnello, che era dotto nella geografia celeste.

— Lei, caro colonnello, ha tempo di occuparsi della Luna e di Marte; noi è molto se possiamo tener dietro agli orari.... A proposito: che ora è?

— Sono le undici.

— Inverosimile! Anche il mio orologio fa le undici. Devo presenziare il diretto.

— Ha fatto lo scambio? — disse il dottore.

— Sì.

— Ha messo la lanterna?

— Sì.

— E allora che bisogno ha di presenziare?

— Ce sempre qualche ispettore.

— Abbasso le spie, — grugnì Fidatino.

— Bravo, Fidatino, bevi! — disse il dottore.

— Guarda, Camomilla, guarda, — diceva il colonnello, — se avanza un po' di salmì pel nostro caro Fidatino.

— Una cosa che fa senso, — spiegava il signor Capo. — È un diretto che passa sempre vuoto e dobbiamo stare alzati sino a mezzanotte. Perchè hanno messo quel diretto?

— Per comodo di Sua Eccellenza quando viene da Roma, — disse il dottore.

— Viva la Narchia! — gridò Fidatino.

— Fidatino, Fidatino, — disse il dottore, — questo grido non va bene. Quale è il grido che devi, invece, innalzare?

— Viva la solidarietà dei popoli.

— È sviluppato quel giovanotto, — disse il colonnello.

— Non c'è male, — disse il dottore. — Si va formando.

*

Il colonnello volle accompagnare gli ospiti. Fidatino precedeva con la lanterna. Salmì, zampone, erano le parole che si udivano, mescolate con Sua Eccellenza.

— Pare una notte di primavera! — esclamò il colonnello, e guardando il gran stellato, diceva: — Pace in cielo, pace in terra, pace in ogni luogo.

In quel punto la notte tremò: il diretto passò: una serie di sofà rossi si inchinava su altra serie di sofà rossi.

— Riverisco, — fece il Capo.

— Vuoto! vuoto! vuoto! — contava il colonnello.

— Vede lei come si spende il sangue del popolo? — esclamò il dottore, — e lei mi canta “pace„.

— Ma non è anche lei argonauta della pace? — domandò il colonnello al dottore.

— Fidatino, — disse il dottore, — insegna tu come si deve dire!

— Guerra ai palazzi e pace alle capanne! — disse Fidatino.

*

Al lume delle fiammeggianti stelle, il signor colonnello poi che ebbe preso commiato dai suoi ospiti, era in contemplazione della facciata della sua villetta.

Non era una capanna, ma non si poteva nemmeno accusare di essere un palazzo.

Forse lui, uomo d'ordine, e la dolce Camomilla, moglie di ordine e di economia, tenevano troppo pulito, troppo ordinato, e troppi vasi in vista, troppi fiori in primavera.

Pare una notte di primavera.

E il signor colonnello rientrò.

Ma non riposò.

*

Un velocissimo treno, per i siderei geli lucentissimi, trasportò in meravigliosi vagoni riscaldatissimi il signor colonnello alla capitale dei Marziani di cui parla il signor Wells.

Quivi non erano nè capanne nè palazzi, ma enormi edifici ugualissimi e lucentissimi assirobabilonesi. Tutto vi era ordinatissimo; ma bianco e gelo da rabbrividire. Perciò i Marziani camminavano impellicciatissimi e tutti erano pasciutissimi. I Marziani avevano sembianza tutti di lepri mostruosissime. I negozi erano fornitissimi.

Dietro le lastre dei ristoranti immensi si vedevano i Marziani mangiare compostissimi. Civiltà perfettissima. Ma che mangiavano i felici Marziani?

Come da noi per il Santo Natale i negozi espongono festoni di saginate e nitide oche e tacchini, e le vetrine dei bei ristoranti hanno in vetrina la lepre, il capriolo, le quaglie e le coturnici, così quivi. Ma invece dell'oca, del cappone, delle quaglie, pendevano festoni di umani: e sotto in belle bacinelle colava il sangue. Delicatezze!

In una vetrina v'erano bimbi di umani, sgozzati e disposti con una certa festività, che recavano la gaia dichiarazione gastronomica, come da noi: “Domani andremo arrosto allo spiedo„.

V'era il grassoccio Capostazione che giaceva nella deforme nudità su di un talamo di felci; in bocca aveva una melarancia: in mano, invece del _Riscatto ferroviario_, la indicazione: “Quattr'ore di cottura. Non rompere la pelle!„. Le massaie marziane approvavano le sagge indicazioni.

— La mia dolce Camomilla in salmì! — urlò il colonnello.

E si destò.

*

La civiltà marziana dileguava un poco per volta, come dilegua un'imagine della lanterna magica se per avventura si apre la finestra e si fa entrare il sole.

— Dove sono? — urlò il colonnello.

— Sei vicino a me, — disse la dolce Camomilla. — Vedi, stanotte ti ha fatto male quel salmì, troppo ne hai mangiato! e anche troppo hai bevuto! non hai fatto altro che russare, sbuffare e voltarti tutta la notte. Va a prendere un po' d'aria.

E il signor colonnello, quando ebbe fatto la sua _toilette_ e preso il caffè, andò.

Il sole rideva su la neve chiara: tepido e senza vento era il bel giorno invernale.

Ecco lì dove la lepre gli era apparsa e avea detto: “Buon giorno, signor colonnello!„, e lui _pim pam!_ E su la neve c'era sangue di lepre.

LA CASA DELLE VECCHIE.

In quale casa siamo mai capitati? Nella dimora delle Parche? Certamente i bimbi ne avranno paura!

Ci avevano ben detto che era una casa tranquilla; ma questa casa è piena di vecchie. Ogni uscio contiene una vecchia. Siamo nel regno delle Parche. Se non che le Parche erano tre, queste vecchiarde sono certamente di più. Quante? Più di tre, certo. Quando portammo le masserizie, a pian terreno si schiuse una porticina: ne sporse un volto esangue sopra un lungo fantasma. Spiò che cosa turbasse l'antico silenzio: poi l'uscio si rinchiuse.

Sul pianerottolo, un'altra vecchia, ma questa piccola, spelata, scrignuta, corse come un topo sorpreso, a chiudersi nella sua stanza; quando ci sentimmo attratti da qualche cosa: erano due occhi bianchi, immobili sul pianerottolo di sopra: un'altra orribile vecchia. Ho guardato la tenera infanzia dei bambini ed ho pensato: “Questa casa non è igienica!„, ed ero turbato, quando la fantesca disse: “Padrone, ehi, dica: queste vecchie fanno il mal occhio!„. Il pensiero della scienza andava a braccetto con quello dell'ignoranza.

La fantesca dice ancora che quella piccola, scrignuta, la notte cavalca la scopa, e va alla tregenda insino a Benevento. Qui la scienza si rifiuta d'andar d'accordo. Ma l'altra osservazione, che quella diafana, a pian terreno, abbia la virtù di sdoppiarsi, non mi ha sorpreso. Pare anche a me di averla veduta in due luoghi nel tempo stesso.

Il mio bimbo, il più piccino, rosica delle caramelle.

“Chi te le ha date? Hai rubato un soldo dalle tasche? Così presto hai imparato il furto domestico?„ “No, le caramelle me le ha date la vecchia, quella giù.„ “Ti ha baciato?„ “No.„ “Cosa ha detto?„ “Bambin Gesù, — ha detto, — _fa miga bordell!_„

*

Ci siamo venuti abituando: la casa è veramente tranquilla; non pare neppure di essere a Milano; eppure siamo presso Sant'Ambrogio, nel cuore della vecchia Milano, che il piccone ancora non ha colpito. Le torri di Sant'Ambrogio hanno un _carillon_ che ricama i quarti e le ore con sì dolci note! ma prima cantano quattro note chiare: due note sembrano, come un compasso musicale, scendere giù nel tempo, e le altre due risalgono; poi lente, _tan, tan, tan_, dilatano le ore a cerchi tondi, come corolle del pauroso fiore del tempo. Canta anche un gallo, giù dai vecchi orti, che dà all'anima la nostalgia di spazi agresti, dove la vita scorra senza acerbità. Strano il canto del gallo a Milano! E non appena tra il ricamo dei plàtani scuri rischiara il mattino, ecco dalla caserma di fronte il rullo del tamburo. È una caserma del tempo di Napoleone: mi richiama i bivacchi e le diane di quella epopea: ma perchè hanno sostituito il tamburo alle trombe ora che anche nelle scuole dobbiamo parlare di pace?[1]

[1] Queste pagine furono scritte assai prima della Guerra, quando nel febbraio di ogni anno, lettere circolari dei ministri della P. I. prescrivevano ai maestri e professori di parlare ai giovani della Pace universale. La Germania doveva ben ridere allora! Ma i ministri d'Italia forse non videro che Germania rideva.

*

Abbiamo fatto il conto delle vecchie. Il mistero della vecchia diafana, che diventa due, è stato chiarito. Erano in fatti due che si assomigliavano. Ma ora sono.... una sola! Certo, perchè quella a piano terreno è morta. In grande silenzio è morta. Morta ella era silenziosamente, come silenziosamente era vissuta. Mi sovvenni in fatto di alcuni uomini e donnicciole che apparvero un giorno; e, frettolosi e sommessi, vuotarono le tre stanzette di ogni masserizia; accuratamente, interrogando le pareti e i pavimenti. Erano i congiunti di lei.

Questa era la diafana che aveva dato e promesso i confetti, se i bimbi non avessero fatto “bordell„ e aveva detto “Bambin Gesù!„. Dunque ora di diafane ce n'era rimasta una sola. Veniva poi quella che stava ad uscio ad uscio con noi, ed era fuggita al nostro arrivo come un topo sorpreso. Il biglietto di visita su la sua porta, portava un grazioso nome di rondinella: Emma T***, sarta.

Oimè, più nulla rimaneva; nè meno la sarta, giacchè, per la vista torbida, non poteva lavorare che con aghi di grossa cruna.

La signora Emma era anche discretamente deforme. Ma chi può negare che un mezzo secolo addietro non fosse stata anche lei così graziosa come il suo nome? Un mal di cuore la ha tutta enfiata; sono caduti i denti, sono nati i baffi: ma prima dei baffi, al tempo dei denti, chi vieta di imaginare che non dovesse essere gentile? Gaia doveva essere stata, certo, perchè gaia era ancora, e diceva: — _Sto ben! Ma l'è l'artrìtide!_

Essa si addomesticò con noi. Come venne la calda stagione, ci pregò di concederle di lasciare l'usciolo aperto in modo che si formasse un po' di corrente. L'asma la soffocava. Stava quindi sul pianerottolo, di fronte alla nostra porta, ad agucchiare presso un suo tavolinetto, ed adempiva all'ufficio di usciere, e così dava un po' di vita a quella solitudine di muri grigi ed afosi. Che ella fosse non ignara di filosofia, è provato da questa sentenza ricorrente: “Già, ridere o piangere, la sera viene lo stesso„; come la sua fiducia nell'avvenire resta documentata da questa opinione: “Io col mio mal di cuore camperò di più della signora Teresa, la mia amica, amica per modo di dire„.

*

Chi era la signora Teresa?

La signora Teresa (_sciora Teresin_) è una proprietaria: anche lei abita sul nostro stesso pianerottolo. Non l'abbiamo contata perchè non l'abbiamo mai vista. Ai primi d'aprile essa va nella “sua campagna„ a curare i suoi _cavalieri_ (i bachi) nella “sua villa„. Torna (salvo qualche rara apparizione) in città dopo San Carlo. “Non sarà una villa, sarà una casa sgangherata; ma intanto lei respira l'aria _vera_, vede i fiori _veri_, mangia la _vera_ insalata con le uova fresche...„ Così dice la signora Emma. Evidentemente nel suo pensiero (nata e vissuta sempre nella città), aria _vera_, insalata _vera_, è quella che si respira e si mangia in campagna. “Ma è già una bella fortuna poter vedere un po' di campagna da qui„ — diceva, accennando al giardino, dove le piante traevano dalla terra profonda l'umore di antichi morti (era un cimitero, una volta).

“Perchè, signora Emma, la signora Teresa non l'invita, almeno in agosto, a fare un po' di campagna con lei?„

Mi guardò, come per dire: “O, inesperto del mondo!„; poi disse: “Perchè l'è egoista, e la nipote che ha con lei, l'è una stria (strega). _La vœur andà in paradis, ma la ghe va no!_„.

La signora Emma ha assicurato che la signora Teresa è più brutta di lei: “E sporca, poi!„. Queste affermazioni ci parvero esagerate; però quando vedemmo questa signora Teresa, reduce dalla villa, fu necessario convenire che la signora Emma non aveva torto: uno strùfolo di seta nera con sopra una cuffia che dondolava. Entrò come un'istrice. Un'allampanata giovane antica seguiva con le valige. Furono rinserrati i chiavistelli. “Paura che portino via i tesori!„ La signora Emma assicura che se durante la nostra assenza, verranno i ladri al nostro uscio, darà l'avviso: ma se anche buttassero giù a spallate quello della signora Teresa, fingerà di dormire.

Ingratitudine umana! Risulta che quel poco di lavoro che agucchia, è tutta commissione della signora Teresa. Se avanza pane, minestra, gliela manda. Per Natale, l'invita. Anzi per quell'occasione, e trattandosi di rendere omaggio al divin Redentore, siamo stati invitati anche noi: non a pranzo; a vedere il presepio. Per mio conto ne sono rimasto soddisfatto. “Bello!„ ho dovuto spiegare all'orecchio sordo della signora Teresa. Siccome lo stanzone era semibuio (un lumino ad olio, un focherellino a legna), così fra i semiscuri delle folte masserizie ben spiccava la capannetta, dove alcuni invisibili lumini facevano chiarita la immobile scena. Abituato oramai agli odiosi scintillamenti dell'Albero di Natale, quel culto latino al simbolo oramai sperduto della famiglia, era pur commovente.

Sarei rimasto più a lungo, se il senso dell'olfatto non mi avesse suggerito di andarmene. Tuttavia la signora Emma criticò: “Mancava Gasparre e Baldassarre, e l'asino è senza coda! Io che sono povera, ho il gas in casa, lei che potrebbe avere la luce elettrica, non tiene nemmeno il petrolio„.

La signora Teresa è un pezzo grosso della parrocchia. Essa deve formare parte di quelle nere confraternite salmodianti che circondano in chiesa i feretri; che seguono arrembate il Sacramento per le vie. Spesso, nel gelido inverno, quando ancora il ricamo d'oro delle stelle non impallidiva, io le incontrai le vecchierelle che si avviavano al tempio. C'era anche _Madalenin_, Maddalena, l'altra diafana che abita di sopra. Le finestre del tempio lombardo, lucendo di lieve luce, le attraevano: la campanella diceva: “In fretta, in fretta!„. Rotolava in fretta la signora Teresa: ma _Madalenin_, la spiritata, era più svelta. La avessi veduta sollevarsi dalla terra e penetrare nel tempio attraverso le bifore, non mi sarei meravigliato: “Son qua, son qua, Signor!„.

*

Queste sono, a mia memoria, le vicende della strada in poco volger di ore: Avemaria; coppie di amanti che prediligono quella, rimasta quasi unica, fra le vie deserte e senza botteghe. Chi sono? Sartine che insegnano male lezioni agli scolari? Spose che preparano il peccato? Errabonde della notte? Di tutte un po'.

Mezzanotte: compagnie di ubriachi, che cantano sotto la caserma questo ritornello: “A fare il soldato è un brutto mestier, mangiar la pagnotta, dormire in quartier....„. Alba: le bifore della chiesa si illuminano, la campanella ha un suono puro: ricorda gli azzurri marini, la stella mattutina. Si direbbe che un lavacro di purità è passato sopra la terra. È la diana delle vecchie: precede la diana del tamburo. Spesso le porte della chiesa si spalancano: sotto l'ombrello giallo oro avanza un prete in cotta e stola: un diacono precede e scuote un campanello; dietro, una schiera di vecchie nere ròtolano col loro passo un rapido ritmo dietro quel campanello. È il pane ai morenti. Qualche operaio, già alzato, guarda con occhio torbido quella processione di vecchie e di un simbolo, accorrenti in fretta paurosa. Simbolo e rito che gli fu insegnato dover disprezzare. Ma il mattino è gelido, la visione è tetra, fuggitiva: egli è solo. Ore sette: i garzoni dei fornai portano nelle gerle il pane caldo ai vivi. Ore otto: giovanetti e bimbe vanno a scuola: rosei volti, nutriti di buon sonno e di caffè e latte: “Pirro e gli elefanti; teorema di Pitagora; leggi agrarie dei Gracchi: un fidanzato tra gli scolaretti del ginnasio?„. Vicenda delle ore!

*

Due volte tornò l'aprile: la signora Teresa tornò alla coltivazione dei bachi, e la signora Emma rimase a godere la primavera delle piante fiorite nel giardino. È già qualche cosa, tanto più se si pensa che in quel poco spazio verde si danno convegno molti merli. La cosa è spiegabile: le povere bestiole vedono l'oasi verde del giardino nel deserto di pietra della città sterminata. Qui vernano, qui cantano col far dell'aprile. Per chi ha mal di cuore è un bel conforto quella musica.

Anche a me è capitato troppo spesso, ahimè! di dover star sveglio a interpretare il canto dei merli: cominciano alle due, alle tre dopo mezzanotte, e il loro canto mi fa l'effetto di segreti avvisi: “Questa notte s'aprì il fiore dell'albicocco„, “I cavalli dell'aurora sono di fiamma„, “La stella Diana ha rinnovato in puro argento tutto il suo cocchio„; e altre notizie: una gran passione e un gran languore in quei getti di canto che, uditi dalla stanza buia, sembrano frecce di luce attraverso le tenebre, e sempre mi pare dicano un verso:

Amore, amore, amore, amore, amore,

poi il verso si ripiega su di sè con una melanconia che fa lagrimare.

La interpretazione della signora Emma riguarda invece la parte meteorologica. Se è nuvolo, se pioverà, se c'è sereno, lei lo indovina dalle parole dei merli: “Sono più sicuri del frate con la corda!„.

La guardai a lungo mentre ella così mi spiegava: “Non si ricorda, signora Emma, — volevo domandarle, — quando lei faceva all'amore?„. Ma Dio pietoso le ha tolto la memoria.

— _Te'l là el merlo!_

E mi additava con la mano deformata dall'artrite (oh, manine dei venti anni!) il merlo.

Il bestiolo nero, col becco giallo, passeggiava sicuro per un vialetto come un proprietario pel suo tenitorio.

Mistero della creazione! E quello stupido merlo che possiede quell'onda di poesia luminosa.

Ma un gatto nero balzò, e il merlo scomparve.

Mistero di Dio, anche più grande.

Ma la signora Emma mi avvertì che il gatto non li mangia i merli: si accontenta di succhiarne il sangue.

Accontentiamoci anche noi.

*

— Ho indovinato io! — disse la signora Emma.

— Che cosa?

— La signora Teresa è morta, ha lasciato tutto alla nipote, a quella “stria„, a patto di far dire tante messe, e per venti anni. Dunque si vede che sapeva anche lei di dover stare in purgatorio almeno vent'anni.

Questa notizia non ha alleggerito il mal di cuore alla signora Emma, anzi in agosto, quando noi ci partimmo, mi parve che di aria nei polmoni ce ne entrasse poca.

*

“Vecchia carampana, signore, che numero fa?„

Io ero in grado di porgere l'etimologia storica di _carampana_, ma ignoravo il numero della cabala. Questa domanda mi rivolse, penetrando nello studio, la domestica, la quale però possiede una deplorevole abitudine: di consumare la mesata nel lotto; e la domenica noi ci risentiamo del suo umor nero quando torna dalla spesa e vede i suoi numeri non riuniti, ma sparsi fra Venezia e Palermo. Modestia a parte, io godo la reputazione di essere una persona di molti studi, e questa mia rinomanza è giunta sino alla mia domestica: ella perciò crede che io sappia anche i numeri corrispondenti ai sogni.

— Perchè mi domandate il numero di _vecchia carampana_?

— Perchè la signora Emma è morta, e stanotte l'ho sognata.

*

La sua fine — secondo le informazioni ricevute — fu lugubre. Morta la signora Teresa, che le dava qualche aiuto, aumentato il mal di cuore, fu ricoverata per forza in un ospizio. Scappò due volte e battè alla sua porta. Voleva essere libera. Venne ripresa e dichiarata pazza. O di pazzia per amore alla libertà o di mal di cuore, questo era certo che era morta.

*