Novelle d'ambo i sessi

Part 6

Chapter 63,754 wordsPublic domain

— Pretendi che io, o popolo, parli come i tuoi maestri, soltanto il linguaggio della tua passione? Ciò non sarà mai detto!

— Ma sa lei, — gli dissi una sera, facendomi da presso, dopo che tutto l'uditorio se ne era andato, — sa lei, mio signore, che lei dice certe cose che non si leggono nemmeno nei giornali?

— Mo' senti bene che bella novità mi viene a raccontare questo individuo. Mi scaraventano addosso quintali di insolenze appunto perchè dico delle verità.

— Anch'io, signore, — dissi io, — sono piuttosto maldicente, ma vedo con piacere che lei mi supera. Lei deve aver fatto anche buoni studi.

Sorrise con disprezzo:

— Il mio nome è noto!

— Scusi, il suo nome sarebbe?

— Io? Io sono Prometeo....

— Prometeo? — esclamai al colmo dello stupore, — il fratello di Epimeteo? il figlio di Giapeto? Il Titano? Il gran nemico di Giove? Colui che rubò il fuoco, cioè la saggezza a Giove? e donò poi la saggezza agli uomini? e poi fu da Giove condannato sul Caucaso ad aver divorato il fegato dall'avvoltoio?

— Quel desso, — rispose, — ma parla forte.

Io ripetei forte:

— Prometeo, l'illustre Prometeo, il grande ribelle, il grande filantropo, colui che ha costretto Giove ad abdicare, che ha fatto l'uomo uguale a Dio....

— Andiamo adagio, — disse Prometeo, — quanto tu dici è poetico, ma non è esattissimo. Gli uomini, ai miei tempi, camminavano su quattro zampe e io ho detto semplicemente: “Cos'è questa vergogna? Mettiamoci la martingala come ai cavalli di lusso perchè tengano diritta la testa„. Io ho rapito realmente la martingala a Giove.

— E Giove allora, — dissi io, — ha fatto prendere lei e incatenare dal suo carabiniere di nome Briareo.

— Vedo che conosci la storia, — mi disse Prometeo.

— E lei allora, o saggio Prometeo, prima di partire per la sua relegazione del Caucaso, disse al fratello Epimeteo: “Sta attento, fratel mio, se Giove ti manderà qualche dono, e tu respìngilo. Non accettare nulla da Giove„.

*

Io avevo parlato forte così che il sordo Prometeo mi intese: il suo volto si colorò di profonda emozione e ripetè:

— Finalmente trovo un uomo che ne sa qualche cosa della storia del mondo. Ma naturale! Quando io portai via la martingala a Giove mi accorsi che il formicone rideva nella barba azzurra e diceva: “Ah, tu vuoi la martingala della dignità? Aspetta, caro, che in cambio ti manderò un bel regalo„.

— E lo preparò in un pacco speciale, confezionato a meraviglia, — dissi io.

— Sei un uomo di ingegno, — mi disse Prometeo. — Già! Fece costruire dal suo capo tecnico Vulcano la bella donna chiamata Pandora e mandolla in dono a Epimeteo. Pandora non aveva un càntaro, o un'olla, — come si vocifera — ma appena una fialetta tra le dita graziose. Era un tubetto quasi invisibile, ma con dentro le colture di tutte le malattie e di tutte le passioni: fa conto come i tubetti di microbi che adesso fabbricano i Tedeschi....

— Epimeteo non seppe resistere ed accolse la ridente Pandora, — dissi io.

— Avrebbe resistito benissimo, — rispose Prometeo, — ma è che Giove adoperò una furbizia di incalcolabile sottigliezza: quasi sottile come i microbi. Invece di mandare Pandora pudicamente nuda, come usava allora, la mandò vestita e con le calze di seta. Forse neppur io, che sono Prometeo, avrei resistito!

— La sua sincerità le fa onore, — dissi io.

— E da quel giorno, — disse l'illustre Prometeo, — cominciò il disastro della morale a causa delle donne vestite, perchè prima della morale non si conosceva neppure il nome.

— Perfettamente!

*

Dopo che ci fummo congratulati della reciproca nostra intelligenza, Prometeo ordinò un quinto di vino.

Questo non sarà mai detto che io faccia pagare all'illustre Prometeo un quinto di vino.

Bevemmo insieme e poi dissi:

— Illustre Prometeo, mi permetta una domanda.

— Anche due.

— Ecco: io non mi spiego come lei dopo essere stato tanto filantropo verso gli uomini, adesso li copra di vituperi. Capisco vituperare Giove, ma gli uomini....

— Questa volta, vedi, — mi disse con mansuetudine, — sei un po' imbecille.

Gli domandai, con altrettanta mansuetudine:

— Perchè?

— Anzitutto, — rispose, — perchè oggi sono tornato in buoni rapporti con Giove.

Stupii.

— Oh, che sento mai! Dopo che Giove le ha inflitto parecchi secoli di galera sul Caucaso, inaspriti dall'avvoltoio, lei è tornato in buoni rapporti con Giove?

Rispose:

— Non che Giove sia intelligente, sai? Basterebbe il fatto della creazione per dimostrarlo. Ma non è nemmeno un idiota, e dato l'errore iniziale della creazione, egli aveva provveduto bene col fare camminare gli uomini su quattro gambe. L'errore fu mio ed io fui ben punito. Ma cosa vuoi?, allora io ero giovane, rivoluzionario sul serio come sono tutti i giovani, e dicevo: “Perchè il privilegio della ragione soltanto a Giove?„. Facciamo ragionevole anche l'uomo, e ho rapito il fuoco, come dici tu, o la martingala come dico io.

— Questa è la sua gloria immortale, signor Prometeo.

— Questo è il mio rimorso, citrullo mio dolce! Gli ho castrati a metà con la ragione. Io volevo che con la martingala guardassero in su le cose sublimi, ma l'istinto li porta perpetuamente a guardarsi l'ombelico e oltre! Certo è innegabile che qualche cosa hanno fatto: ronzano coi loro motori a qualche metro dalla cima di Olimpo; scrivono libri; tengono registri; illuminano coi fari le tenebre. Ma non vedi che non sanno spingere un raggio nei loro cuori? La colpa è mia. Sostanzialmente Giove aveva creato gli uomini come gli altri placidi ruminanti. Sono stato io a voler fare delle iniezioni di intelligenza; la intelligenza si è combinata con la bestialità del buon ruminante, e ne è venuta fuori una sostanza esplosiva: per prima cosa Caino ha ammazzato Abele, e sèguitano! Sono capaci adesso questi montoni di Panùrgio di negare persino l'esistenza di Giove. L'uomo è un animale fornito del colletto.

*

Guardai Prometeo. Egli veramente non aveva colletto.

Io non sapevo che cosa rispondere.

— Vedi, — esclamò Prometeo, — Giove è un vecchio rimbambito oramai ed è incapace di sentire rimorso; ma io, io, Prometeo, ti assicuro che se non avessi il conforto di bere qualche quinto di vino, mi andrei a buttare sotto il primo treno che passa.

Così dicendo, Prometeo lagrimava veramente.

ANTONIO E CLEOPATRA.

L'elegante deputato Pier Luigi Petrucci non potè a meno di ricevere quella mattina i _coniugi Antonio e Cleopatra_, come diceva il biglietto. Erano già stati tre volte allo studio.

— L'onorevole è ancora a Roma, — aveva risposto la gentile dattilografa. — Se desiderano conferire col suo sostituto....

— No, proprio con lui personalmente.

Ora l'onorevole era tornato.

A dire il vero, l'on. Petrucci avrebbe volontieri fatto a meno di ricevere tanto Antonio e Cleopatra, quanto gli altri clienti.

Egli avrebbe avuto bisogno di due mesi di completa tranquillità per condurre a termine un suo lavoro su le rappresentanze proporzionali, compreso il voto anche alle donne.

Ma come si fa?

Era lo studio legale che, sino allora, almeno, aveva alimentato di olio e benzina il motore della sua vita politica, e non viceversa, come malignano gli ignoranti.

— Dunque, vengano i signori Antonio e Cleopatra.

*

Veramente non entrò che Cleopatra.

Il gabinetto particolare dell'onorevole era piccino, elegante, fine come lui.

Ma quella donna lo ingombrò.

Era una signora di inusitata mole: impennacchiata, frusciante di seta. Ma un omettino sudicetto, vestito di nero, si smascherò dietro Cleopatra.

Doveva essere Antonio.

— Voi siete proprio l'onorevole deputato Pier Luigi Petrucci? — domandò strisciando su gli _erre_ la signora e posando sul tavolo una tozza mano, carica di brillanteria.

— Io sono quel desso, — disse l'avvocato con una sua non illepida smorfia del volto, la quale corrispondeva ad un riso interiore.

— E loro, — domandò egli alla sua volta, — si chiamano realmente Antonio e Cleopatra?

— Legittimi coniugi, — disse l'omarino sudicio, del quale non si vedevano gli occhi, nascosti come erano dietro le lenti nere, ma si vedeva la bocca nera. — Legittimi coniugi, e abbiamo i documenti....

— Dicevo perchè Antonio e Cleopatra....

— Cleopatra, veramente, — disse l'omarino che parlava flautato e dolce, — _xe_ un antico nome di battaglia.

All'espressione _antico nome_, gli occhi di Cleopatra dardeggiarono Antonio.

— _Ciò!_ — esclamò Antonio. — All'_avocato se ghe dixe tuta la verità._

— Causa di separazione legale? — domandò l'avvocato.

— Niente, niente separazione legale, — disse l'omarino.

— Allora si accomodino.

Ma dove?

Antonio trovò un'esile sedia inglese, dove delicatamente si posò: ma Cleopatra....

Un intuitivo esame su la forza di resistenza delle sue sedie inglesi fece togliere in fretta all'onorevole alcuni incartamenti, posati su una poltrona, presso di lui.

— Qui, signora.

La signora calò e si calibrò un po' strettamente nella poltrona; ma l'avvocato si sentì a disagio: la di lui personcina elegante era sotto la irradiazione minacciosa di quella massa di adipe, trasudante profumi; vivificata da due occhi neri sfacciati.

— Ebbene, di che si tratta? — domandò l'onorevole.

— Parlo me, — disse Cleopatra.

— _Scusante, lassa far a mi, lassa parlar a mi_, — disse Antonio.

— Si decidano.

— Allora, — disse Cleopatra, — parlare mio marito; lui parlare bene italiano.

E Antonio cominciò allora:

— Ci ha mandati da lei l'avvocato Mastropaoli. Veramente l'avvocato Mastropaoli ha detto: “Cari amici, questa pratica non c'è che un onorevole che ve la possa disbrigare, perchè _la xe de caratere politico_. Io non ce ne posso„.

— Però, — interruppe Cleopatra, — ha ben potuto prendere mille franchi, di cui mancano esatte notizie.

— _Tasi ti, contrasta!_ — rimbeccò Antonio. — I denari _i va e i vien. I xe avocati: xe el so mestier! Allora mi go dito alla mia signora_: “Trovato!„ “Chi?„ L'avvocato Petrucci: _el xe onorevole, el xe giovane, el xe omo de slancio, el xe de idee moderne, el xe el nostro rappresentante. E semo vegnudi, ma l'onorevole el gera a Roma._

— Prego di spiegare.

— Ecco qui, onorevole: _queste le xe do tagiadele de mile lire l'una_, — e levò con cautela e posò con riguardo due biglietti da mille sul tavolo. — _Se no i basta, lu nol deve far altro che mandar un “papiè„ al nominato Antonio, che son po' mi._

— Sì, va bene, ma prego di spiegare.

— Ecco: la mia signora ed io, cioè tutti due solidariamente, _ma ela xe_ la titolare riconosciuta, _gavemo intenzion_ di aprire, in locale di nostra esclusiva proprietà, via Forni, numero civico 77, una casa di convegno, ma di primissimo ordine, ma del tutto rispettabile. _Capisselo_, vero?

— Una _maison da tè_, — disse Cleopatra con occhi imperturbabili.

— Diciamo allora, — disse Antonio, — una _tea-room_.

— Ma io che c'entro? — domandò l'avvocato, on. Petrucci.

— _Mi no so_ se lei, — rispose con insinuante soavità Antonio, — ci vorrà entrare. Ci entrano tanti: senatori, magistrati, procuratori. Casa seria per gli adulti! C'entrano anche reverendi sacerdoti. _Li conosso, li conosso tuti mi._ Ma ci vuole il permesso della Questura; e proprio adesso è venuto un questore che fa il zelante, il moralista, il puritano, il reazionario.

— Con la scusa, — disse Cleopatra, — che la nostra _maison_ è vicina a un quartiere aristocratico. Ma appunto, _comme ça_: anche la nostra casa è aristocratica.

— E poi, dico, onorevole, — esclamò Antonio, — non ci pare che sia ora di finirla coi privilegi dell'aristocrazia?

— Non facciamo della letteratura! — disse Cleopatra.

— Anzi facciamone, — disse Antonio, — perchè l'onorevole _el xe_ un _lider_ della politica, e la nostra _la xe_ una causa politica: l'avvocato Mastropaoli _el ga dito_: “_per mettere a posto un questore reazionario ci vuole una parolina all'orecchio da parte di un deputato; ma di uno di quei deputati che sanno parlare alla Camera_„. Perchè _ela_, onorevole, _el se_ rifiuta? — domandò l'omarino nero, dolorosamente, vedendo la mano dell'onorevole Petrucci che, con dolcezza, respingeva i due biglietti da mille. — _Nol pol? nol vol? Nol ga tempo? Xele poche do mila lire?_

— Non tratto questi affari, — disse l'onorevole Petrucci con semplicità; ma la sua faccia esprimeva una nausea così sincera che faceva veramente onore alla sua giovinezza politica.

— _Nol trata sti affari?_ — domandò Antonio calmissimo.

— Non tratto.

— Allora, _pardon_, onorevole! Ma una domanda: _Ciò! domando_, — disse rivolto alla signora Cleopatra che, udendo mutati i registri alla voce di Antonio, si era voltata verso di lui, — _domando, ciò!_ per iscarico di coscienza, perchè pare che _semo vegnudi_ per offendere l'onorevole....

— Lei non mi può offendere, — disse Petrucci.

— _E gnanca mi me offendo._ Ma domando: _questa xela o no xela_ una pratica consentita dalle vigenti leggi?

— Perfettamente.

— E allora, onorevole, _da basso xe scrito no xe scrito “Studio legale?„; questi i xe o no i xe biglietti da mille? Ela xe o no xe l'avocato Petrucci? Se parlo mal, el me insegna. E allora perchè nol vol trattar? Perchè no la ghe par una pratica morale? Ma allora da basso se mete: “studio legale per le pratiche morali soltanto„._

Gli occhi di Antonio non si vedevano dietro le lenti nere, ma la umiltà della sua voce era venata da sibili di insolente ironia.

— La morale non c'entra, — tagliò secco Petrucci. — C'entra la opportunità. Domani si viene a sapere che io ho patrocinato questa vostra causa, un giornale umoristico se ne impadronisce, mi mette in ballo con sotto scritto: _Avvocato delle case da tè_, ed io son bell'e fritto.

— Perfettamente esatto quello che _el dixe_, onorevole, — esclamò Antonio. — _Conosso anca mi la politica_; basta il morso _de una formiga_ a far cadere un gigante; ma qui _no_ se tratta di causa: basta una parolina eloquente e amichevole all'orecchio del _questor_ reazionario. Per conto mio, giuro su la testa della nostra Isidora, pargoletta di dodici anni ancora innocente (_xe_ vero, Cleopatra?) che nessuno _savarà_ mai niente.

Ma allora Cleopatra parlò ad Antonio, e disse:

— Asino, ritira nel borsino le due mila lire; — e all'avvocato disse: — Mio marito è cattivo psicologo. Voi non volete trattare l'affare, non per timore di pubblicità. Questo è un _fin de non recevoir_. Vi dirò io la ragione vera: voi credete che sia veramente cosa disonorevole trattare questo affare. Voi siete uomo pudico!

Allora parve all'avvocato di arrossire.

Ma in verità arrossì di avere arrossito.

— Ah onorevole, — esclamò Cleopatra, levandosi e levando verso l'avvocato Petrucci il dito con significazione, — se invece di condurre con me questo qui, _lassa far a mi, lassa parlar a mi_, avessi condotto _avec moi_ l'Irma....

— Ah, no, cara, — esclamò Petrucci. — In caso, le ragazze me le scelgo io.

— Non si resiste all'Irma, — disse Cleopatra in cui traspariva tutto il valore delle antiche battaglie: — francese come io.

E tacque.

Poi raccogliendo nella borsetta d'oro ella stessa i due biglietti da mille:

— Pensare, — disse, — che io avevo tanta simpatia per voi, quando voi facevate quei magnifici discorsi, con quelle idee elevate, altamente moderne. Ho fatto votare per voi tutti i miei clienti. Ho inviato alle urne anche questo macacco di mio marito. Sinceramente, voi mi avete disillusa, onorevole.

LA BORA.

Paron Mènego, quand'era a bordo ritto su la tartana nera era un personaggio! Conosceva le stelle e le acque; e quando a _pope_ reggeva la barra, dominava i venti e le onde. Ma se il mare era piano, paron Mènego fumava la pipa chioggiotta in cerchio coi compagni, o disponeva le schegge sotto il paiolo per la polenta dolce, o ammanniva su la tolda, entro gli schidioncelli di ròvere la triglia rossa, la seppia bianca, la sardella turchina; oleose, e ancor palpitanti.

Ma a terra paron Mènego faceva meno figura: sia che la terra gli mettesse soggezione, sia che in terra camminasse bordeggiando sui grossi zoccoli di legno, che pareva ebbro.

Ma soltanto la domenica era un po' ebbro.

La sua tartana con le altre tartane dalle vele rosse tornava a terra il sabato sera.

“Bettina son qua, xe arriva el to omo. Bora, bora! Caligo! Bonaccia! Vento de maestro, trenta coffe de pesce!„ diceva arrivando a casa il sabato.

Bettina, la sposina, scapigliata e sudicetta, sapeva quel che aveva da fare senza parlare, all'arrivo del suo uomo. Scapigliata e sudicetta, ma sotto panni le carni avea delicate e bianche come la seppia. Bettina, piccola Madonna con le ciglia abbassate, saliva allora docile la scaletta di legno che conduceva al tàlamo. Dietro rimbombavano gli zoccoli del gran màschio-marino.

Dopo mezz'ora costui diceva:

— Adesso sto ben!

Solo la domenica sera andava all'osteria, dove faceva accompagnamento: _Uhm, pà, pà, là!_ come una catuba, alle cantilene degli altri pescatori, in coro.

A mezzanotte della domenica era di nuovo a bordo: all'alba il vento trovava paron Mènego, calmo, alla barra.

Mai paron Mènego si era rivolto questa domanda: “Sei tu felice?„ forse perchè era felice, specie quando tornava a casa e diceva: “Bettina, son mi, el to omo!„.

*

Una notte la bora soffiava forte sul mare; non era il sabato e una voce rimbombò dalla strada:

— Bettina, verzi la porta: son mi, el to omo.

Ma la casetta era immersa nel sonno della notte autunnale.

A un tratto tremò tutta la casa. Mènego aveva urtato contro la porta.

— Seu vu? — domandò una voce da una spiraglio della finestra.

— Son mi, Bettina. Semo arrivati in porto a pericolo de vita. Bora, bora grande in mar.

Bettina venne ad aprire.

L'uomo faceva tremare tutta la piccola casa.

— Bettina, no te impizzi el lume?

— No se vede lo stesso per quel che gh'avè da far?

Ma quando fu sul limitare del tàlamo, l'uomo si arrestò. Annusava forte.

— Cossa xela sta spuzza?

— Me son lavada con l'acqua de bon. Vegnì a letto, Mènego, che xe freddo. Cosa feu, Mènego? Ma rispondeu, Mènego! Seu deventà matto, Mènego?

Dalla tonaca marinaresca Mènego levava la custodia di latta: soffregò, brillò la luce del fosforo: con calma, come in mare, quando v'è pericolo di vita, accese il bovoletto di cera vergine. Al diffondersi della luce chiara un rumore si udì.

— Bettina! — urlò Mènego.

La Bettina non c'era più.

D'un balzo levò il copertoio del tàlamo.

Una cosa bianca si ritrasse sotto il letto. Era un piede.

Mènego lo afferrò.

— Vien, — diceva. — Se te xe un vivo, te devi vegnir.

Venne tutto. Era un corpo di giovanetto.

Esso si inginocchiò, scoppiò in pianto, disse:

— Io non voleva venire. È stata la Bettina a dire: “Se no te vien, xe prova che no te me voi ben„.

Mènego lo guardava dalla gran faccia barbuta. Doveva essere di quei giovanetti che stanno al caffè, portano cravatte di seta e marciano con scarpette di pelle lùcida.

— Vien con mi! — e dicendo questo, lo prese per il polso, e lo trascinò giù per la scaletta pianamente.

Quando furono fuori della casetta, la bora soffiava forte: il buio era così denso che non si vedevano nemmeno le tartane ancorate nel canale.

Mènego se lo prese e, così come era, se lo caricò su le spalle, e perchè quegli springava forte, Mènego strinse con una mano un piede, con l'altra mano attanagliò l'altro piede insieme con l'una e l'altra mano di lui.

Mènego si mosse col suo passo dondolante e sicuro.

— No buttarme nel canale che me nego!

L'uomo andava in silenzio.

Prese la via, non del canale, ma della terra. Di mano in mano che si inoltrava verso terra, il fragore del mare cessava e la bora si sentiva meno.

Camminò per un'ora per la campagna. Intanto il giovane, riavutosi alquanto, spiegava fra il pianto, dall'alto, agli orecchi di Mènego, il perchè della sua mala ventura.

Mènego non rispondeva niente e andava.

Ad un tratto il giovanetto trasalì tutto: diè un guizzo enorme per iscappare, mandò un urlo di terrore.

Nella tenebra della notte aveva scorto qualcosa di più tenebroso: i cipressi del Camposanto. Le cime ondeggiavano, vive.

Mènego a quell'urlo si fermò alquanto: guardò, come se qualcosa di evanescente avesse dovuto farglisi incontro. Nulla! Allora riprese il cammino. Giunse al cancello dei morti.

Mènego lo sospinse. Poi avanzò sin dove il vialetto si apriva in croce in quattro vialetti, di cui si scorgeva il biancicore in fòggia di croce fra le siepi delle mortelle.

Il giovanetto su le sue spalle non si divincolava più; un tremito percorreva il suo corpo.

Arrivato in fondo di uno dei vialetti, Mènego si fermò, scrutò, assaggiò con il piede.

La mèta del suo viaggio era raggiunta.

— Ecco la busa, — disse.

(Era una delle fosse che i becchini preparano per gli ospiti del domani.)

— Adesso no mòverte, — disse, e lo scaricò.

Il miserabile, oramai paralizzato dal terrore, invece di fuggire stava aggrappato alle gambe di Mènego.

Questi trasse dall'astuccio un suo coltello a lama fissa e breve, ma puntuto e destro, di quelli che i pescatori usano per iscuoiar le cagnizze tenaci. Strinse fra i denti il coltelletto: poi afferrò la testa del giovanetto, palpando per sentire dove pulsava la carotide: — Di' con mi el _De Profundis_.

— Ah, la morte! Mamma! Mammina mia! cos'ho fatto! — disse con voce abbandonata il giovanetto.

Le mani di Mènego si rallentarono a quella parola inattesa, e gli occhi guardarono il campo dei morti.

— Gastu una mare anca ti? — domandò.

Allora sgorgarono le lagrime al giovanetto. La sua voce prese un'intonazione di bambino piccolo:

— Mia madre! mia madre! voglio prima mia madre!

Allora Mènego ributtò indietro il cappuccio. Un'idea penetrò nel cervello chiuso.

— Te giuri, — disse, — su l'anima de tua mare, de non parlar mai?

— Sii! — urlò l'infelice.

— Te giuri che quando te me vedi, te scamparè via, che mi no te veda mai e poi mai?

— Sii! — ripetè il giovanetto.

— Ben, scappa; ma fa presto, sbusa, va via, scòndete. No star lì, che te copo; ma no te capissi che se te vedo, te copo?

Il giovanetto era dileguato. E Mènego si trovò solo. E un proverbio gli si affacciò: “la nave non lascia traccia in mare; non l'uccello nell'aria; non l'uomo nella donna„.

Ripose il coltello. Egli non aveva ferito. Ma allora si accorse che era lui ferito.

Correva nella notte; urlava nella notte:

“Bettina, Bettina, te ga copà al to Mènego!„.

*

Gli domandavano i compagni:

— Perchè, paron Mènego, dormiu a bordo in vece che a cà vostra?

— Perchè xe più caldo a bordo.

— La vostra Bettina la patirà al fredo, paron Mènego!

— Va in malora ti e ela.

— Mènego, no vegnì a disnar stasera? — domandava la Bettina con voce molle ed umile più che la cera.

— No, vado all'osterìa.

*

All'osterìa Mènego acquistò gran nome in poco tempo. Egli vinse tutti i bevitori.

Paron Tita aveva bevuto un trenta bicchieri di vino greco. Paron Marco ne portava trentacinque senza cadere. Essi erano i bevitori più famosi. Ma paron Mènego arrivò sino a quaranta bicchieri, e vino nero come il sangue del delfino, e vino di Puglia. E con tutto ciò stava in piedi.

Però non faceva più _zum-zum_, o _uhm pà, pà, là_, come prima quando accompagnava bonariamente il coro dei bevitori.

*

Ma paron Mènego una mattina non fu trovato più a bordo. Era bora e il mare era livido. Lo ritrovarono a caso i pescatori di un'altra tartana, dopo che il mare si fu un poco abbonacciato.

Paron Mènego giaceva grande e resupino sul letto verde e diafano di una grande onda, tutto ravvolto nella sua tonaca di marinaro, filettata d'azzurro; e il suo gran corpo passava da un'onda ad un'altra placidamente.

— Come l'era bello, Bettina, il vostro omo, — le dissero i marinai. — Ma beveva troppo, beveva!

IN SALMÌ.

“No, signor colonnello, sia buono, non mi ammazzi; ho i piccini da allattare. Mi ammazzerà un altr'anno.„

Voleva quasi dire: “Un altr'anno, prometto che passerò per qui a sua disposizione„. Ma non ebbe tempo, perchè il signor colonnello spianò e sparò.

Perchè quella mattina c'era la neve. Scintillava tutta al sole di decembre, la neve: una gran pace bianca in terra, una gran pace azzurra in cielo, e il signor colonnello aveva detto con profonda strategìa:

— Mia dolce Camomilla, questa è la mattina che ammazzo la lepre.