Part 5
Tic, tac! Bisognava vederlo quel ragazzo, che sicurezza! Rompeva la folla, parlava in gergo, in dialetto, a mimica; insolentiva senza paura.
Ma quando il professore s'accorse che Ravelli era da tutti conosciuto, e a lui si rispondeva bene, e con lui si trattava alla pari, disse:
— Mi rimetto a lei, caro Ravelli.
— Quanti quintali? Cinque? sei?...
— Sei! Cinque! quello che vuole lei.
In mezz'ora cinque quintali d'uva della più bella, della più matura, e bianca e nera, disposta in bei cestelli, erano già controllati, pesati, messi sur un carro: coperti di tela cerata fissata con buona corda: _se no ghe la porten via, professor!_ Una frustata al cavallo, quattro frasi secche al conduttore, indirizzo, presto e via.
*
Non rimaneva che pagare. Oh, come volentieri pagò! Un convenientissimo prezzo. E tutta uva perfetta, tanto sopra come in fondo ai cestelli.
Ah, miracoloso Ravelli....
Pare impossibile! Così cretino, e tanto ingegno!
— Professore, — disse Ravelli, sottraendosi ai ringraziamenti, con cara cortesia, — mi cavi una curiosità.
— Ma subito.
— I verbi transitivi sono quelli che passano o che non passano?
NAVIGARE!
Era la settimana di Pasqua, ed io camminavo lungo la riva del mare per ubbidire ai consigli dei medici, i quali mi avevano detto di vivere in solitudine e di non leggere più libri e giornali che parlassero della guerra, se volevo evitare irrimediabili perturbazioni. “La guerra per cui i padri seppelliscono i figli!„ — dicevo io agli uomini dotti della città.
Ma essi rispondèvano alle mie parole, placidamente così: “Il dolore è un benefico nume, e da questa incommensurabile morte nascerà la incommensurabile resurrezione„.
Le mie parole, infatti, erano antiche: le aveva proferite inutilmente Erodoto ventitrè secoli fa; e gli insensati non ricordano più!
Perciò abbandonai la città e cercai rifugio presso la riva del mare.
Senonchè la mia infermità popolava la stessa solitùdine del mare, perchè lentamente, su lo sfondo azzurro del mare, io vedevo svolgersi una cavalcata tetra e senza fine. Erano i potenti del mondo; e la diversità del vestito per cui noi distinguiamo le età, non era più percepita dagli infermi miei sensi. V'era il bell'Alessandro con la corazza d'oro. Si pavoneggiava levando alta la spada da cui pendeva il da lui reciso nodo gordiano. Aristotele, il gran precettore, additava con fine sorriso quel giovinetto re al filosofo Hegel in _redingote_. Costui ammiccava: _Sehr gut!_ V'era il Kaiser teutonico che profilava lo stile del cappotto prussiano sopra l'ispido cavallo di Attila. San Domenico spiccava nella maestà bianco-nera sopra le tiare gemmate dei sacerdoti di Moloc; il generale dei gesuiti disegnava il profilo suo lugubre e la sua bianca chinea sopra il serpente verde.
Sopra quelle teste coronate si snodava la nudità di Elena, dalla gran chioma.
I dottori della legge incedevano in toga; i re dell'oro, dell'acciaio, delle carni suine, incedèvano in frac. Voltaire si trascinava al guinzàglio un cagnolino: Càndido. V'era il cavallo di Caligola; e v'era l'asino del re Demos, dopo il quale seguivano i rappresentanti del popolo: cravatte rosse.
Le grandi belve che sono sìmboli dei re, marciavano al passo coi re. Zìvio! Hoch! Hurrà! “Come sta vostra maestà? Permette che mangi un po' di vostra maestà consubrina?„ V'erano i druidi sacrificatori; v'erano i filòsofi sacrificatori. “Noi sacrifichiamo a Giove, noi sacrifichiamo a Votan, noi sacrifichiamo alla Civiltà: la strage è l'igiene del mondo!„ Mercurio, il progresso, marciava nudo avanti. Clio, la storia, marciava col peplo, in coda: in coda alla Storia gran treno di cancellieri, di notari; e il coro dei poeti. La figura della Storia era tragica; l'ombra che proiettava, era còmica. La Follia veniva in fine alla gran cavalcata. Ma essa puntava il dito contro di me. Figgeva i bianchi occhi contro di me.
Io ero solo su la riva del mare.
Camminavo lungo la riva del mare in cerca di pace. Era la settimana pasquale di pace. Domani era il giorno della resurrezione dell'Uomo che venne a dir pace e non disse: “Il mio Dio è una spada„. Ma Cristo era solo! Era il sabato di Pasqua. Ma anche Cristo proiettava la sua ombra irònica: _Ego sum agnus Dei qui tollit peccata mundi_, ed io sentivo il lamento degli agnelli sgozzati in quel giorno pel banchetto della domane.
*
Non troverò io qui una creatura umana con cui parlare e sentire una voce diversa dalla mia voce?
Finalmente, oh ecco un uomo!
Era un pescatore, il quale si stava con la schiena appoggiata ad una barca tirata a secco alla riva. Accomodava con un suo aspo, tranquillamente, le maglie di una gran sciàbica. Era una vecchia testa con la barba rigonfia di bioccoli ancor neri di fortitudine. Pareva la testa dei buoni re Melchiorre, Gasparre, Baldassarre, come li ricordavo nell'oro del mosàico di Sant'Apollinare.
— Vuole imparare a far la rete? — domandò colui, scosso all'ombra della mia persona. — Adesso che non si va più in mare a pescare, — riprese, — accomodiamo le reti per quando potremo andare in mare.
— Fortunati i pesci intanto, — dissi, — che vìvono in pace.
— Si mangiano tra loro, lo stesso.
— Come gli uomini, allora.
Non sorrise nè meravigliò della mia osservazione: la corresse soltanto dicendo placidamente:
— I pesci di una generazione però non mangiano i pesci della stessa generazione.
— Ad ogni modo, — dissi, — dopo la guerra, chi avrà salva la vita ritornerà a pescare, ed allora vi rifarete del danno.
— Ma il danno delle barche non lo conta lei?
— Ma le vostre barche intanto riposano. Beate le barche! Esse sono in pace. Di che danno parlate voi?
— Ma sono dòdici mesi, non sa lei, mio signore, — disse, — che le barche non navigano più....
— Sarà un male per i padroni delle barche, ne convengo, amico; ma per le barche è un bene. Esse stanno in pace nel porto.
Il pescatore crollò la testa e rispose:
— Le barche vecchie sono ormai tutte andate in malora, e le barche nuove bisognerà rimetterle in squero. Se basterà!
— Ma se stanno nel porto!
— Ben, perchè stanno nel porto! — disse. — Il sole le slama per di sopra, e l'acqua le guasta di sotto. Tutta la chìglia ha un'erba lunga come le biscie, e nel legno ci fanno il nido i vermini e lo bùcano come un crivello. Le navi non possono star ferme nel porto! La nave quando è fatta deve navigare!
— Tiratela a secco, — dissi tuttavia.
— Lei ci faccia allora una campana di vetro.
— Portate le barche nell'acqua dolce.
— È ben l'acqua dolce del porto che fa crescere i vermini. La nave deve navigare nel mare. È il suo destino così.
Così disse il pescatore.
— Volete voi dire, — dissi, — che così avviene anche all'uomo?
*
Varato dall'ùtero della donna, è necessario all'uomo come alla nave navigare? Per tempesta o per sereno, è necessario all'uomo navigare per l'amaro mare. Questa forse è la legge; e tutti noi ubbidiamo all'inesorabile necessità della nostra natura. Pensavo a Cristo.
Egli innalzò il trionfal vessillo sopra la inesorabile natura, e perciò vinse la morte; ma gli uomini lo hanno trafitto ed ucciso. E vedevo, nella visione sul mare, i preti che lo seguivano salmodiando.
IL TELEGRAMMA.
Appena aperto il giornale, mi saltò agli occhi questo annunzio: _morte del ragioniere Eliodoro Marcoleni._
Eh?
Non era un'omonimia. Era proprio Eliodoro Marcoleni; o, come scriveva lui, _Marcoleni ragionier Eliodoro_, di anni quaranta, _uno dei più stimati professionisti_, come diceva il giornale, _benvoluto da tutti, cittadino egregio, marito esemplare_, ecc., ecc., e _condoglianze profonde alla vedova_.
“In tale caso, — esclamai, — non è più vivo, ma è morto;„ e questa esclamazione era motivata perchè, da qualche tempo, non riesco più a stabilire una esatta linea di separazione tra uomini vivi e uomini morti: “Uomini vivi — voi tutto mi insegnate — sono quelli che si alzano, si vestono, mangiano, ridono, piangono, fanno affari, si spogliano, vanno a letto, ecc., uomini morti quelli che non compiono più nessuna di queste operazioni„. Lo so: ma non mi basta: “Vivi sono quelli che esprimono con energia la loro vita, che fanno sentire che sono vivi„. Lo so; come mia moglie, ad esempio: ma non basta.
— Tuttavia, — dissi con fronte bassa, — povero Eliodoro! uomo quasi felice, con tutte le sue carte in ordine, il suo stomaco in ordine, la moglie in ordine: un buon uomo amabilmente gravacciuolo, che sorrideva coi denti bianchi, sotto i suoi baffetti biondi: un uomo prudentemente bilanciato nelle opinioni, e che se poteva farvi un piacere, non diceva di no.
Deve essere morto d'improvviso, forse senza accorgersene; forse per _visitationem Dei_. Ma le sue carte, ad ogni modo erano in ordine.
*
Noi eravamo stati in una certa dimestichezza, o anche amicizia, molti, molti anni addietro.
Però quando lui si innamorò, come si innamorò, della bella donna che poi sposò; quando con aria di superiorità mise in non cale il mio disinteressato consiglio di non prendere moglie; quando dopo avere sposata quella pupàttola, fu più innamorato di prima; quando lo vidi occupato dietro quella moglie, “Rosina, lo sciallettino, Rosina, hai dimenticato il _crayon_ per l'emicrania....„ (quella moglie che si lasciava servire come dicesse: “Che cosa è un marito? È un cameriere che non si paga„); quando poi mia moglie — (perchè io ho preceduto Eliodoro Marcoleni in questa operazione del matrimonio) — mi diceva: “Marcoleni! quello, sì, è un perfetto gentiluomo, un vero marito„, ebbene, da quel tempo le mie relazioni col ragionier Eliodoro Marcoleni furono ridotte a semplici relazioni di buon vicinato.
*
Spesso però ci venivano a trovare. Ma non per me: per mia moglie.
Lei, la signora Marcoleni, avanti, lui dietro, con i servizi logistici: ombrello, fiori, scialletto, cagnolino! Lei, ogni anno, più pomposa, più voluminosa, più pàpera: lui ogni anno più innamorato, più felice, più lacchè.
La signora Marcoleni parlava anche: anzi aveva una sua signorilità matronale di loquela. Di che parlasse non so, perchè io avevo l'abitudine di ritirarmi appena potevo farlo decentemente, ma ricordo molto bene che parlava.
Parlava delle sue carni bianche, delle paste per i suoi denti bianchi, dei condimenti per i suoi capelli neri, della sarta, delle stoffe, della modista, delle amiche, degli amici delle amiche, ecc.
Poi parlava del suo Eliodoro. “Sempre senza figli?„ “Sì, sempre senza figli!„ ma, povero Eliodoro!, in educazione fisica era degno di promozione, quando si fa tutto il proprio dovere. In condotta, poi, dieci con lode; e nelle altre materie, molto bene: tutti otto e nove. “Per il mio onomàstico mi ha comperato questo _salta in petto di perle_; per Pasqua siamo andati a Firenze (e la signora Marcoleni osa imperterrita descrivere la galleria degli Uffizi). Quest'inverno il mio Eliodoro mi ha messo il _thermosiphon_! Eliodoro mi ha messo il gabinetto di _toilette_. (Descrizione del gabinetto.) Ah sì, non mi posso lamentare.„
“Felice lei!„ esclama con voce patetica mia moglie.
Eliodoro Marcoleni sorrideva beato. Promozione ogni anno con lode.
*
Ma io so che cosa vogliono dire le visite della signora Marcoleni con la esposizione dello specchietto dei punti del ragionier Marcoleni; io so quale procella si forma, poi, ogni volta che mia moglie fa la voce patetica!
E perciò io taccio. La lunga esperienza mi ha provato che il tacere o per lo meno il ridurre le parole al numero delle parole indispensabili, è il sistema migliore per abbreviare il periodo ciclonico.
Povera moglie mia! È buona, ma è ciclònica. Inoltre mia moglie odia la filosofia, o almeno la mia filosofia. La mia filosofia si va sempre più accentuando in questo senso: _semplificare la vita_. La filosofia di mia moglie, invece è un'altra: _complicare la vita_.
Mia moglie, quando usa espressioni gentili a mio riguardo, dice: _imbecille_, _stupido_, _cretino_. È un omaggio reso alla mia intelligenza. E siccome i fatti si incaricano di darmi ragione, così io dico sempre, quando converso con altri: _imbecille, stupido, cretino, come dice mia moglie_. Questa cosa la esaspera in modo atroce, e a me fa piacere. Dice: _lo dico a te, ma non mica perchè tu lo deva andare a dire._ Ed io dico: _stupido, imbecille, cretino, come dice mia moglie, che non vorrebbe che lo dicessi._ Ma se è la verità, — dico a mia moglie, — perchè devo nascondere la verità? Perchè devo temere il ridicolo?
E benchè — dopo aver letto l'annunzio funebre — provassi una certa tristezza nel ripetere _Marcoleni era_, _Marcoleni sorrideva_, invece di _Marcoleni è_, _Marcoleni sorride_, tacqui. Non dissi: “Sai, moglie mia, quel povero Marcoleni è morto. Forse, morto per uno sforzo di educazione fisica„. Tacqui.
*
Ma quando fu sera — e io ero nel mio studio — ecco la porta si spalanca: entra mia moglie atterrita, col giornale in mano ed esclama:
— Hai letto?
— Cosa?
— Eliodoro Marcoleni è morto.
— Be'? E se è morto?
Un uomo che è morto, è come un uomo che ha fatto colazione, che ha dormito, che ha fatto una passeggiata, insomma come uno che ha adempiuto una delle sue funzioni organiche: probabilmente l'ultima. Anche la Chiesa è della mia opinione: battesimo, cresima, eucaristia, ordine sacro, matrimonio, olio santo.
Mi guardai bene dall'esporre queste successioni logiche a mia moglie, e mi limitai a dire: — Be'? E se è morto?
Mia moglie non ha paura di me: bensì ha paura della morte.
Anche in questo, quasi il contrario fra me e lei.
Ella rimaneva lì nel mio studio col giornale in mano.
— Desiderate altro, signora?
— Ma è morto!
— È colpa mia forse se Eliodoro Marcoleni è morto?
— Ma non aveva ancora quaranta anni....
“Vorreste forse dire, signora, che voi dovreste essere morta da anni?„ Questa osservazione venne al sommo della lingua; ma la rimandai giù, sempre per quella specie di veglianza che esèrcito su me stesso, quando devo conferire con mia moglie.
Lei disse infine:
— Bisognerà che mandiamo insieme un telegramma di condoglianze.
— Ma perchè un telegramma? — dissi. — Manderemo una lettera.
— Le lettere, — dice la mia signora, — non usano più. Adesso nelle condoglianze usa il telegramma.
— Bene, signora, voi mandate il telegramma ed io mando una lettera.
— Voi lo fate per quella grettezza e tirchieria che vi si aumenta con gli anni.
— No, signora, — risposi con la calma abituale, — non è per grettezza, e la vostra deduzione è erronea. È perchè in una lettera si possono dire alcune cose più sentite e profonde che non nelle quattro convenzionali parole del dispaccio. Io odio la convenzionalità.
— Io vi dico, — insistette ella, — che adesso nelle condoglianze tutti usano il telegramma.
Risposi con soavità, ma con fermezza:
— Signora, vi prego di non insistere davvantaggio: io mando una lettera e voi fate quello che più vi talenta.
Anche in queste cose della morte la mia signora ed io non andiamo d'accordo.
La signora si allontanò col foglio del giornale in mano: io mi riebbi un po', presi un foglio intestato, una busta intestata, e scrissi la lettera.
*
Senonchè dopo quattro giorni, con mia somma sorpresa, rivedo la mia lettera. _Respinta al mittente_, come diceva una nota dell'ufficio postale.
Apro e leggo.
“Mio caro e buon Marcoleni, oggi ho veduto nel giornale che tu, con un atto energico, ti sei liberato dal vincolo matrimoniale. Tu, comunque siano le cose, certamente ti devi trovare in luogo dove la tua signora non c'è! e ciò dà a credere all'esistenza di una provvidenza riparatrice. Felicitiamo i morti! come dicevano i greci antichi con tanta saggezza. E perciò accogli con le mie condoglianze anche le mie più vive felicitazioni.„
*
Io avevo scritto al morto. Il postino non aveva potuto recapitare la lettera, ed essa era stata respinta al mittente.
SOTTO ZERO.
— Ing. Enrico Castel?
— Primo piano nobile, a destra.
Perchè io andassi dall'ing. Castel, è inutile sapere. Basterà dire che era il 28 gennaio dell'anno 1917, e la temperatura era di dodici gradi sotto zero.
Primo piano nòbile! Ma tutto in quella casa era nòbile! Le scale erano di nòbile marmo; la balaustra di nòbile metallo.
La nòbile casa era degna dell'ing. Enrico Castel, perchè egli è fra gli uomini che maggiormente onorino le scienze esatte fra noi. Anche nell'abito esterno mai un'inesattezza, e il sorriso signorile che ornava le sue labbra era indìzio della esattezza interiore. Io non ricordo che una sola disparizione del suo sorriso, anzi direi la sostituzione di una certa qual contenuta indignazione invece del sorriso; e fu, se non isbàglio, nel 1916 quando dopo due anni della guerra orrenda potè dire:
— Questo non lo avrei mai creduto!
Si parlava della Germania.
*
Al contrario di certi uomini di scienza che trattano gli uomini di lèttere come una zoologia inferiore, egli era urbanissimo; anzi se mi vedeva un libro in mano, appariva festevole e mi chiedeva: “Che libro ha?„. E si compiaceva nell'aprire il libro e rinnovare la conoscenza con Dante, Machiavelli, Leopardi che egli onorava moltissimo, benchè.... benchè questi studi non fossero esenti dal perìcolo di privare l'uomo di quella esattezza, di quella normalità di cui il suo sorriso era indizio.
Questo _benchè_ lo dico io.
Non egli disse, nè io osai insinuare per domanda.
Egli, pur conversando dottamente di Dante, del Machiavelli, del Leopardi, pur signorilmente sorrideva; e quel sorriso mi pareva come la lastrina di cristallo delle preparazioni scientifiche, che concede di vedere, ma impedisce il contatto. Egli vedeva l'umanità attraverso una lastrina di puro cristallo.
Ma quel giorno, 28 gennaio 1917, quando la porta si aprì e si presentò l'ing. Enrico Castel, non soltanto notai che il sorriso era sparito, come l'altra volta nel 1916, ma c'era di più: anche l'esattezza esteriore era scomparsa.
— Bisogna che venga io ad aprire, — disse, — perchè sono successe cose gravi.
Cose gravi? Ma sono quattro anni che nel mondo succedono cose gravi: il volto di molti uomini da quattro anni è deformato nel dolore, ma soltanto quella mattina vidi il volto dell'ing. Enrico Castel deformato. Il suo volto, come un delicato cartoncino bristol, pareva anzi spiegazzato.
— Venga, venga avanti, — disse, — e tenga il cappello in capo. Veda come sto io.
Egli era infatti irregolarmente avvolto in una pelliccia, e una specie di passamontagne imbacuccava la sua testa.
— Siamo a tre gradi sotto zero in casa, — disse: — i caloriferi sono spenti, irrimediabilmente spenti. Potrò anche intentare causa al proprietario per inadempimento di contratto, ma con questo non aumento la temperatura. Le pare?
— Accenda il camino.
— Ma la casa è di costruzione moderna, e non ho camino. Chi avrebbe preveduto?
— Prenda una stufa a legna.
— Così ho fatto. Ma vede? (Infatti il magnifico appartamento era un po' avvolto nel fumo.) — La legna è verde e non arde.
— Perchè non va in Riviera?
— Ah, mio caro! Ma non sa?
— Ma che cosa?
Disse:
— La nostra domestica si è ammalata di influenza, e grave; l'abbiamo subito fatta ricoverare, ma ciò non ostante, la mia signora si è ammalata di influenza lo stesso.
— Questo è grave!
— Altro che grave! Ed ora sento che sono febbricitante anch'io. Veda se in queste condizioni si può parlare di andare in Riviera. Stamane ho dovuto fare il caffè io.
Involontariamente ho sorriso io questa volta, perchè si capiva che se lui pur conosceva le leggi sul calore, non doveva essere riuscito a fare il caffè. Forse si era scottato.
— Ma il domestico?
— Il domestico è stato richiamato sotto le armi, e non se ne tròvano! Questa guerra è un disastro.
— Ma e la portinaia?
— Non me ne parli! Una donna di un egoismo inverecondo. Devo spedire queste ricette, ma giammai mi rivolgerò a lei.
— Se permette vado io.
Il suo volto espresse una sincera emozione.
— Ha bisogno d'altro? — domandai.
— Allora, già che lei è tanto gentile, vuol prendere anche qualche cosina da fare un po' di brodo? Aspetti! assolutamente aspetti!
E mi volle porgere un lùcido biglietto da cinquanta lire.
— Le scienze delle finanze — avvertì — , specificano che il denaro non è che una convenzione, la stessa valuta aurea è convenzionale come la valuta cartacea. Eppure questa verità non è percepìbile se non quando manca il vero valore, che è la cosa. Io sono meravigliato del servizio che rendono questi cosini di carta.
*
Sono tornato con le medicine, con un pollo di squisita anatomia giovine.
Egli lo ammirò, lo sollevò con la bianca mano, dove spiccava un grande smeraldo.
— E queste qui, — dissi.
— Oh, le ovine!
— E un cartoccino di zucchero! — aggiunsi.
— Ha trovato anche lo zucchero! Oh! Oh!
Ebbe un sorriso di tenue felicità.
— Per me, veda, il caffè anche senza zucchero, è indifferente; ma per la mia signora è un sacrificio.
Passò ancora con lo sguardo dal pollastrino alla mia persona: due cose che forse mai egli aveva veduto in quello stato di nudità.
— Questo io non credevo — disse come nel 1916.
Che cosa non credeva? Forse che uno che adopera Dante, Machiavelli, Leopardi avesse attitudini a comperare anche un pollo? O piuttosto non credeva, era sorpreso che la lastrina di cristallo, che era fra lui e il genere umano, si fosse spezzata? Perchè egli mi disse con troppo anormale effusione:
— Grazie! grazie! Grazie, caro!
Grazie di che?
Mi pareva che egli sarebbe stato felice se avesse potuto darmi tutto il resto di quel valore cartàceo e così saldar la partita, perchè in un caso idèntico ma opposto, Enrico Castel forse sentiva che mi avrebbe ben donato le cinquanta lire, se ne avessi avuto bisogno, ma andar lui a comperare per me.... Egli, quindi, mi avrebbe dovuto sempre dire: Grazie! Grazie!
*
Non so perchè andandomene e cogitando a tante cose, fuori dell'Ing. Enrico Castel, dicevo fra me: “Se leggessimo meno pagine della scienza e qualche pagina dell'Evangelo!...„.
LA MARTINGALA.
Nel tempo in cui mi trovavo a X..., facevo i miei pasti all'osteria detta del Togo.
Ci si stava bene.
Vino buono, cucina in vista, prezzi da ridere per la mia borsa: la quale con venti centesimi _extra_ otteneva che su la _pardàlide_ della tovaglia venisse disteso un tovagliolo senza _pardàlidi_. Forse un po' di tanfo di molta gente e di fumanti vivande. V'era poi l'inconveniente disgustoso del dito pollice del cameriere, che simpatizzava per lasciare impronta di sè sull'orlo del piatto, quando portava le vivande. E non so perchè quel dito pollice sceglieva sempre la parte dell'orlo meno libera.
Il mio stomaco, nato delicato, ne soffriva un po': d'altra parte avevo in quella osteria il vantaggio della sensazione del popolo.
Sua Maestà il popolo frequentava molto quell'osterìa, e dopo avere mangiato bene, ruttava, poi parlava — di solito — di alta politica o di teologìa. Dio e sua madre, la Madonna, erano cucinati in tutta la varietà delle salse italiane, così che io avevo la sensazione di S. M. il popolo mediante l'odorato e l'udito, e qualche volta, oimè, anche mediante il contatto.
Ma io nacqui, oltre che delicato di stomaco, anche molto aristocratico; e nelle osterie di prima classe, dette _hôtels_ o _grands hôtels_, dove S. M. non rutta e non bestemmia, si provano nausee anche peggiori.
*
In quell'osteria mi sorprese, dopo l'ora del pranzo, quando i più degli avventori erano sfollati, un uomo a capo tavola, dalla gran barba mosaica; bianca in su le gote, quasi nera in mezzo. Costui parlava ieraticamente per dogmi e sentenze, a gran voce, ma con occhi assenti. Insolentiva e riceveva insolenze metodiche: ma queste interruzioni rimbalzavano su lo scudo della sua imperturbabilità.
— Chi è colui? — chiesi al cameriere.
— È uno, un po' sordo, ed anche un po' cieco, ed anche un po' matto.
Finchè colui fulminava contro re, papi, imperatori e loro contorno, andava bene; ma quando fulminava contro S. M. il popolo e sue delegazioni, andava male.
S. M. il popolo insorgeva ruttando insolenze: — Transfuga! vile borghese! bieco reazionario!... Ma l'uomo pazzo riceveva le insolenze, anzi pareva che le assaporasse per filosofia.
E come le ingiurie cessavano, diceva: