Novelle d'ambo i sessi

Part 4

Chapter 43,855 wordsPublic domain

— Parlare al dottor X*** di neurastenia? — disse la signora. — Per carità!

— Perchè?

— Perchè potete parlare di tutto al dottore, fuori che delle malattie....

— Non cura i suoi infermi? Non fa le sue visite?

— Quando si ricorda. Certe mattine arriva alla villa con due occhi infossati, una faccia livida. Io gli dico: _Ma dottore, cosa ha fatto stanotte?_ “_Volete sapere?_„ — dice lui. — “_No, no! non voglio saper niente. Piuttosto stia un po' qui lei, c'è questo da fare, da provvedere._„ — “_Ah sì? Economia, economia, faccia economia_„ — risponde lui. — “_Ci sono i malati che la vogliono._„ — “_Ma cara_, — risponde lui, — _non voglio mica diventar matto anch'io!_„

— Interessante il dottor X***, — diss'io. — Dunque non conduce affatto una vita ordinata?

— Giuoca, — disse la signora, — tutta la notte. — E, — abbassando pudicamente la voce, — donne!

— Quello che dicevo io: Il dottor X*** è uno che non vuole ammalare, che non vuol perdere il suo _periostio psichico_. Egli abbraccia le carte e le donne per avere la sensazione di una realtà qualsiasi. Veda: ognuno di noi, per vivere, ha bisogno di abbracciare qualche cosa. Mi guarda con stupore, signora? Il dottore abbraccia le carte e le donnine, il filosofo abbraccia le nuvole, lo strozzino abbraccia i suoi titoli, il Kaiser abbraccia i suoi cadaveri, i proletari abbracciano il sol dell'avvenire: ognuno, per vivere, abbraccia una sua follia; e il neurastenico è precisamente colui che non ha più niente da abbracciare: vive nella morte!

La signora mi guardò con smarrimento profondo:

— E io cosa abbraccio? — mi domandò.

(Mi venne quasi da ridere pensando che suo marito, che ella molto amava, la ha abbandonata con due figli, dopo averle mangiato quel po' di dote che aveva.)

— Lei abbraccia quella lì.

Indicai la crocetta d'oro con Cristo.

— Sa che è un bell'originale, lei?

— Zitta per carità, signora: lei mi vuol far destituire dal mio ufficio di maestro di scuola. Essere originali _ist verboten_ anche in Italia. Mi dica del dottore: mi interessa.

— Un bell'originale, anche lui, il dottore! — disse la signora. — “Ma se lei avesse giudizio, gli dico, con quello che guadagna potrebbe vivere da principe, farsi la sua bella famiglia„. _Ma da farne?_ dice lui. Io dico che tutto il giudizio che ha, lo dà ai matti....

— Li cura bene?

— Bene? Basta che lui si presenti e con il solo sguardo li calma. Come fa? Non so. È un fascino. Non parla mica, non ragiona mica! Ma, così! Certe volte mi pare un commediante. Glielo ho detto, sa? _Ma lei è un gran commediante, un grande impostore. Ah sì?_ risponde. Ma non capisce mica.

— È bello?

— Pare un nazzareno: ha due grandi occhi, socchiusi, velati. Ma quando li apre, pare che ci sia dentro una fiamma; e quando impone le mani, pare che abbia come una forza per calmare quel tremore, quell'ansia, quell'angoscia che loro, poverini, hanno di dentro. Io gli dico: _Perchè quando lei perde tutti quei soldi al gioco, non è buono di stregare le carte?_ Ride. Le donne ammalate, poi, gli vanno sotto come cervi alla fontana. Ma dopo un po' che è stato con gli ammalati, vien da me e mi dice: — _Vada, vada lei; non voglio mica diventar matto io._

“Dottore, dottoraccio, quel dottoraccio maledetto, quando viene? Oh, se venisse!„ e stan lì ad aspettarlo. Aspetta bene! Io credo che non si ricordi nemmeno, in certi giorni, di avere lassù degli ammalati. Chi deve rappezzare poi tutto, sono io, con tante storie, con tante invenzioni. Appena viene glielo dico: _O lei fa quello che deve fare, o io me ne vado. Si ricordi che la responsabilità è sua: questa casa è sua, sa? Mettere una povera donna come me in mezzo a tante responsabilità. E poi tutte le bugie che mi fa dire.... Una vergogna!_ Be'. Se ne ha per male lei? Così se ne ha per male lui.

Domandai che cosa dicesse quel dottore agli infermi.

— Mah? Delle volte dice anche cose da galera.

— Per esempio?

— Per esempio è capace di dire con quelli che stanno meglio: _Ma ci crede lei alla cura? Lei è guarito perchè non era ammalato._ Capace di dire, lì in sala, quando ne viene uno nuovo: _Ecco un altro merlo!_ Ne vuol sentire una? Nelle finestre alte ci devono essere le inferriate per evitare le disgrazie. Erano due o tre mesi che glielo dicevo: _Dottore, faccia mettere le inferriate: può capitare una disgrazia. Badi che ci può andar di mezzo lei._ Macchè! C'era allora ricoverata nella villa una povera signora, dico povera benchè avesse non so quanti milioni. Era lei e suo figlio. Non so quante case di salute avessero girato. Lui, il figlio, stava all'_hôtel_ e veniva tutte le mattine: “_Come sta la mamma?_„. “_Eh, lo stesso._„ Faceva un giro sui tacchi, lui e il suo avana. E il giorno dopo era ancora su, in automobile: _Come sta la mamma?_ E dietro-front. Un giovanottone grosso, sempre inappuntabile nel vestito, che non rideva mai, che parlava mezzo forastiero. Impossibile capire cosa avesse di dentro.

— Ma non si vedevano madre e figlio? — domandai.

— Qualche volta, ma di rado. Lei, intanto, era oramai impassibile a tutto; e lui, lui forse aveva finito coll'abituarsi. Tirava fuori dei gran _chèques_, come niente fosse. Pareva un po' stupido: ma oramai aveva cominciato a capire l'andamento della casa, e brontolava contro il dottore. Io avevo un bel dire, io, in difesa del dottore. Faceva certi _Uhm!_ di cattivo augurio. Ma magari me la avessero portata via quella donna.... Ci volevano altro che _chèques_! Ci volevano i santi. Non c'ero che io capace di resistere con lei.

— Perchè?

— Perchè era una disperazione.

— Cioè?

— Aveva la paura di morire.

*

Ed allora sentii, nel silenzio che seguì a quelle parole della signora, la voce allegra di uno dei due giovanotti che inavvertitamente si era accostato a noi, dire:

— Oh, che matta!

Io lo guardai stranamente.

Egli mi guardò alla sua volta meravigliando del mio sguardo e disse:

— Vorrei io avere i suoi milioni!

Guardai ancora quel giovane, e mi venne a mente Leonardo da Vinci quando paragona gli uomini volgari _a un sacco dove si riceva cibo e donde esca_.

— Ragazzo mio, — disse la signora, — tutti i milioni non contano niente in certi casi.

— Li vorrei aver io, — disse lui.

— Perchè tu non sei ammalato, — disse la signora.

(Io guardai quel giovane che agli occhi di tutti era sano. Pensai al Kaiser che è sano e spinge milioni di uomini alla morte.)

La signora disse a me:

— Tutto il giorno, tutta la notte era questa solfa: _domani muoio, domani sono morta. Voglio la luce, voglio la luce, voglio il sole, il sole._ Abbiamo fatto mettere delle lampade ad arco. Macchè! Voleva il sole. _Quando si alza questo sole?_ Come fare a far alzar il sole? _Voglio la primavera, i fiori._ I soldi che abbiamo speso in fiori! Ma appena li vedeva, diceva che erano per farle il mortorio. E fuggiva con orrore. Sa che a volte io piangevo dalla disperazione? E dirle: _ma riposi un po', signora. Si metta un po' quieta. Così non capisce che si rovina la salute sul serio?_ Macchè! Macchè! Sempre quel ragionamento: _domani sarò morta. Tutti, signora_, — le dicevo, — _domani possiamo essere morti, io come lei, eppure io dormo, io mangio, io penso a tante altre cose._ “_Perchè lei è pazza!_„ mi rispondeva lei.

— E il dottore? — domandai.

— Niente. _Le dia delle pillole di morfina._ Pensi che lei stava attenta, che sentiva attraverso i muri. _Voi, lo so: mi volete avvelenare._ Ma no, signora! _Ma se ho inteso io!_ Una disperazione! Farle fare un bagno, farle mutare di biancheria era una battaglia. Perchè? _Ah, mi volete lavare perchè domani mi volete seppellire. Lo so. Ho inteso._ Veniva il domani. _Vede che non è morta, signora?_ Imperterrita: _Domani!_ Un giorno, per nostro consiglio, lui, il figlio, condusse su una sarta per farle prendere la misura di una “toilette„ per quando sarebbe guarita. Cominciò a dare in ismanie. Era la veste per la bara. La sarta scappò via. Appena andata via, _Vedete_, — diceva, — _che facevate apposta? che sapete anche voi che domani devo morire._ Telefonata di urgenza. Torna su la sarta. Prende la misura. Dopo due giorni, porta una magnifica “toilette„. Ma poi, invece di vederla vestita, la vedo tutta occupata a tagliare a pezzettini il vestito.

Una mattina non la trovo nella sua camera. Mi viene un convulso anche a me: come un presentimento. Cerco, domando. Nessuno l'ha vista. Corro, giro tutta la casa: niente! Mi viene un pensiero: vado e vedo la porta della scaletta, che mena agli abbaini, aperta. Chi ha lasciata la porta aperta? Dopo un po' che sono lì su la scala, che mi treman le gambe, sento qualche cosa come un _ciac!_ enorme. Poi più nulla. Qualcosa è caduto dall'alto. Quel _ciac_ mi si fa grande, grande: lo sento ancora. Sento grida. Vengono a chiamarmi: _Mio Dio! ah, Madonna! la matta si è precipitata dall'ultimo piano._ L'inferriata! Ma è da un anno, da un anno che io dico al dottore, voi potete testimoniare: _alle finestre alte bisognava mettere le inferriate._ Vedo la signora distesa sul pavimento di marmo davanti alla villa. Qualche ultimo tremito, qualche goccia di sangue qua e là. _Presto, presto_, — dico, — _avvenga quel che vuole avvenire. Ma via quel corpo di lì._ Per gli altri ammalati, capisce? per la gente che arriva. Vado al telefono: _Presto, presto, dottore._ Non posso spiegare. Mando un infermiere giù in bicicletta. Lascio appena il telefono, che sento un'automobile che arriva. È lui, il figlio. Lo trovo lì, come di solito, davanti alla villa, col suo sigaro in bocca, che andava tranquillo su e giù. “_Come sta la mamma?_„ Io non so più cosa è nato, cosa ho detto, quanto tempo è passato. Ho provato a mentire: “_Dorme._„ “_Non è vero_, — mi risponde, — _la voglio vedere._„ Noti che non diceva mai così. “_Non si può_„ dico io. “_Allora_, — dice lui, — _è successa una disgrazia._„ Pareva che lo sapesse. Quella figura di imbecille mi faceva pietà. Ad un tratto si scaricò come un automa che ha dentro una molla serrata che si disserra: “_La mamma, la mamma, la voglio vedere, voglio vederla. Voglio condurla via. Farabutti, farabutti tutti. Anche lei! È tutto un imbroglio qui, lei, il dottore. Verrò su coi giudici. Vi farò mettere in galera._„ “_Farà quello che vuole! Ma adesso venga via di qui_„ ho gridato. Soffocavo, capisce? “_Ma non cammini qui, ma non vede?_„ E lo portai via di lì, dove camminava. Allora guardò: divenne pallido. Lui camminava sul sangue di sua madre. Poi istintivamente guardò lassù dove c'era l'occhio nero spalancato della finestra. Io non ebbi la forza di guardare e chinai la testa: sì. Rimanemmo tutti e due così.

In quel punto, di corsa, su per la scalinata, veniva il dottore. Ecco, ecco! vedevo delinearsi una scena terribile fra quei due uomini. Stetti un momento immobile. Attesi. Macchè! Il dottore X***, appena messo il piede su la terrazza, si fermò. Aprì le pupille, ravvolse il giovine d'uno sguardo che non dimenticherò mai: poi mandò un grido: _Ah! povero ragazzo! Ah! figlio, figlio mio! Accusami, colpiscimi, puniscimi!_ E si precipitò fra le sue braccia. “Le inferriate?„ _No, ragazzo. Ma anche con la inferriata doveva succedere così. Tua madre non poteva più uccidere il tempo; e quando noi non possiamo più uccidere il tempo, allora è il tempo che uccide...._

— Disse così, il dottore? — interruppi.

— Sì, mi pare che dicesse così.

— Quello che dicevo io presso a poco, signora, — dissi.

La signora mi guardò con stupore.

*

— E come è andata a finire? — domandai.

— In niente! Il dottore ha donne per ogni cantone. Gliene ha ceduta una, due, chi sa? perchè colui con tutti i suoi milioni era un timido. Poi credo che l'abbia condotto a giocare.

*

Ripensavo ancora al libro del Bülow: si tratta di balocchi, di costellazioni, di dar della morfina, come dice il dottore; di dar dell'etere ai popoli....

VERBI TRANSITIVI E VERBI INTRANSITIVI.

— Teodoro Ravelli, anzi Ravelli Teodoro, in piedi! Io non so, io mi domando che cosa volete far voi nella vita! Voi ignorate chi furono gli Atridi. Voi confondete il nominativo con l'accusativo. Voi non arriverete mai a capire che il verbo transitivo è quel verbo che passa mentre, viceversa, l'intransitivo non passa. Ah, Ravelli! E nelle altre materie siete un ignorante come nella mia. La signora professoressa di francese si metterebbe le mani nei capelli (se li avesse), il professore di geografia all'udire il vostro nome, scappa a braccia levate (che pare una figura di giornale umoristico). Ma come si fa a vivere, come si fa ad essere giunti sino alla vostra età, grande e grosso come un tulipano, e non essere capace di contraddistinguere un verbo transitivo da un verbo intransitivo? E non fare mai niente! Ah, lo so! Lei, Ravelli, non ha mai fatto niente, fuor che giacere nel voluttabro dell'ozio; ed è questa appunto la cosa grave. Mi dica, che cosa è capace di fare lei? Niente!

Ed allora Teodoro Ravelli, quell'impertinente scolaro, presentava un pochino anche lui, ad imitazione del professore, le palme delle mani, allungava il labbro come a ripetere: “Niente! Che cosa sono capace io di fare? Niente!„.

Capite anche che sfrontatezza? Ma è prudente non rilevare codesta cosa. E il professore ripigliava il sentiero della cattedra, fra i banchi: ed ecco un _plaf!_ dietro le sue spalle.

Che cosa era stato? Era stato quell'idiota di Ravelli che aveva applicato clamorosamente un _àlapa_, per dirla in latino, un _lattone_, per dirla in toscano; uno scappellotto, insomma, sul capo del suo compagno vicino.

— Ravelli, Ravelli, vi ho visto. Foste voi!

— Sì, fui io, quel desso. Ho dato uno _scuffiotto_ a questo qui ma ero nel mio diritto. Ma _comè_? Mi chiama Ravanelli, e non devo rispondere con uno scuffiotto?

— Il _diritto_ il _diritto_! Ma sa lei che se io volessi applicare tutto il mio diritto, dovrei convocare contro di lei il consiglio dei professori?

La scolaresca rideva, con grave scandalo, alle parole _scuffiotto_ e _Ravanelli_, e quetate le risa, si sentiva il borbottare iroso dello scolaro Ravelli che diceva al compagno:

— _Scuffiotto o scappellotto per mì l'è istess, basta che te l'abbia daa!_

— Non ha, non ha il concetto, quel povero ragazzo, di quel che è la scuola! — concludeva il professore con abbondevole compatimento.

*

Ora avvenne che un po' per volta Ravelli non rispose più alla chiama. Lodato sia il cielo!

Venne un po' ad intervalli. Poi scomparve del tutto.

Ah, quale beneficio!

— Che ne è di quello sciagurato? — domandava il professore. — Ne sapete voi, ragazzi, qualche cosa?

— Dicono che gli è morto il babbo, che non seguita più gli studi, che è andato in Isvizzera.

“Ma poveri figliuoli — pensava il buon professore dei verbi transitivi e dei verbi intransitivi — , ridono, scherzano: ed anche per loro la morte scende con le sue unghie adunche. Illacrimabile Pluto!„

*

Se non che quando venne l'autunno, il buon professore si trovò nella necessità di andare al gran mercato dell'uva: faccenda del tutto nuova per lui. Ma è che la signora del professore soffriva di bruciori allo stomaco. Tutta colpa di quei vinacci affatturati, che si comprano da' vinai. E senza un goccio di vino non pare nemmeno di mangiare! Vi sono — è vero — i vini da bottiglia che sono più sinceri; ma hanno due difetti: intanto sono troppo liquorosi, e poi quando la bottiglia è sturata, invece di bastare tre dì, come basterebbe, non basta per una volta sola perchè, e un gocciolino e un goccettino, il professore va sino al fondo, e poi si lamenta: “Ma tutto questo vino chi lo beve?„.

— Ah, poter avere, — sospirava la signora, — quei vinelli leggeri, quei mezzi vini che usano dalle nostre parti, con quel frizzantino e quel saporino d'uva! E ti farebbe bene pure a te, chè a bere quei vinacci, ti vengono fuori le macchie sul volto; e poi l'arteriosclerosi. Ci pensi tu mai?

Ora avvenne che una mattina — in sui primi di ottobre — egli disse:

— Moglie mia, mi è venuta un'idea che ti parrà forse strana, ma è luminosa; facciamo noi un po' di vino in casa. I grappoli d'uva, che qui si vèndono, non saranno — vorrei credere — affatturati! Io (pensò) berrò il vino puro, _merum!_ e tu berrai il mezzo vino, ovvero vinello.

Eccellente idea!

Ma quando si trattò di metterla in pratica, molte difficoltà si presentarono. Il vino si fa con l'uva e su questo il professore non aveva dubbi. Anche trovare un tino, un bigoncio, una pèvera non fu difficile. Anche il pigiatore fu trovato nella persona del portinaio, che assicurò la più scrupolosa abluzione delle sue estremità inferiori. Ma e l'uva? Dove si compra all'ingrosso? Chi è il più onesto mercante? e quanto costa? e il peso? e la tara? e il trasporto?

Al professore parve più facile avere a fare con gli Atridi che con tutte queste cose.

I fruttaiuoli a cui ne richiese, lo guardavano di mal occhio, e, o non davano risposta o davano vaghe ambigue risposte, come se lui, comperando un po' d'uva all'ingrosso, volesse danneggiarli o rubar loro il mestiere.

— Vuol fare il vino con l'uva? — domandavano.

Andò anche da un vinaio suo conoscente. Oh, che gli saltava in mente di fare il vino in casa? Un impazzimento. E i vinai che ci stanno a fare?

Insomma il vinaio lo accolse come lui avrebbe accolto il vinaio se questi fosse venuto da lui a dirgli: “Io voglio far scuola e spiegare chi sono gli Atridi e chi sono i verbi transitivi„.

Questo trovare le porte chiuse alle sue oneste domande, gli infuse non poca malinconia; non tanto per il ritardo che veniva a subire il suo vino: il suo vino era deciso! a costo di comperare l'uva dai fruttaiuoli a cinquanta centesimi il chilo, volta per volta, e portarsela a casa, il vino ed il mezzo vino — ripeto — erano decisi! ma perchè, ben considerando, trovava che il mondo era dolorosamente chiuso. “Viviamo in democrazia, siamo tutti fratelli, siamo tutti federati, eppure ecco che siamo ancora divisi in caste! I fruttaiuoli non svelano che ai fruttaiuoli il loro mercantile segreto. Il salumaio confida i misteri delle sue manipolazioni ai salumieri soltanto. Il medico non confida la verità della sua ignoranza che al medico collega, il professore non isvela la inutilità della sua opera se non al professore; il prete vende indulgenze, ma lui non ne compra.

Oh, reo mondo, chiuso e crudele!„

*

Ebbe un'altra idea luminosa: “Ma esiste il bollettino dei prezzi dell'uva: io mi atterrò scrupolosamente al bollettino e così sarò a posto„.

— Faccia presto, — gli disse uno dei fruttaiuoli, meno brigante, al quale aveva confidato i suoi propositi igienici ed enologici, — le uve aumentano.

E il professore andò al mercato, dunque. Ed era una bella mattina di ottobre.

*

Non c'era mai stato al mercato. Una cosa sbalorditiva, enorme: tettoie, botteghe, magazzini, folla, urti, carri, carretti, furia, bestemmie. Un macchinario enorme formato di umanità in movimento. Povero professore! Oh, come era più tranquilla la più tumultuosa delle scuole!

Gli parve di essere come una festuca che si accosti ad una spaventosa motrice in gran movimento: soffia e butta via la festuca.

Anche lui fu soffiato via dalla folla.

E poi quel dialetto! Tutti parlavano in dialetto. E poi macchè dialetto! Gergo!

“A che valgano le scuole, almeno di italiano?„ pensava il professore. E pensava anche: “Dove trovare una faccia da cristiano a cui fare questo discorso: Signore, io avrei intenzione di fare acquisto di una certa partita di uva, matura e sana, ancorchè non da tavola, la quale però fosse a convenevole prezzo, allo scopo, ecc. ecc.„.

Tutte facce convulse, congestionate, tutta gente che si intendeva ad urli, a mimica, ad improperi. Ed era tardi: le otto. Alle dieci — gli avevan detto — il mercato è finito.

Potè accostarsi ad una faccia un po' civile — che gli fu indicata come mercante di uve, — ma fu dialogo breve:

— Quanti vagoni....?

— A me veramente basterebbe una piccola partita....

— Non lavoro in piccole partite.

E il professore vide le spalle e non più la faccia di quel despota del mercato, dal parlare laconico.

Trovò un altro che lavorava in piccole partite. Si degnò di ascoltarlo; ma quando si venne alla merce, non permise nessun esame della merce. Garantiva lui e basta.

Egli voleva persuaderlo, con assennato discorso, che “garantiva lui e basta„ implicava un eccesso di fiducia che egli sarebbe stato ben lieto di concedere; ma che certamente lui stesso, il mercante, non avrebbe alla sua volta concesso. Ma colui non volle nemmeno udire il principio di questo assennato e logico ragionamento, perchè disse: — Non ho tempo di sentire le sue chiacchiere.

Villano! Ma un pensiero più increscioso gli si insinuò: “i suoi logici e assennati ragionamenti, classificati sotto il titolo commerciale di chiacchiere!„.

In quel momento il buon professore provò per la prima volta uno struggimento quasi affettuoso, per il Governo o Stato o Nazione o Italia o comunque si nomini quell'Ente provvidenziale che lo pagava per i suoi logici e assennati ragionamenti di tre ore al giorno: senza contare le classi aggiunte.

Con un altro venditore che aveva una distesa magnifica di bellissima uva, grossa, ambrata, disposta in cestelli ornatissimi, che pareva dipinta, quasi attaccò lite.

Lui s'era accostato e, pian pianino, aveva spiccato un acino per assaggiarlo...

— Giù quella mano!

— Ma un chicco!

— Macchè chicco o checca! Giù le mani, dico! Tutto il paniere mi ha guastato quello lì.

E tutti lo guardavano bieco come fosse stato un ladrùncolo. Si fece piccino piccino e sgattaiolò dalla folla.

Lui, professore, e quasi cavaliere, essere chiamato “quello lì„.

Da un altro con cui era venuto a mezzo contratto, per ciò che concerne la merce, quando si venne al prezzo, e lui il professore tirò fuori il bollettino, si sentì rispondere con un tono che non ammetteva repliche: — Il bollettino me lo faccio io!

*

Che camorra, che gente, che mondo! Oh molto meglio avere a che fare con gli Atridi.

“Uva non se ne compera„ gli diceva una voce interiore.

Ma c'era una voce anche più interna che diceva: “Professore esimio, tu che tanto improperasti il Governo, dimmi dimmi, di grazia, come ti guadagneresti la vita, se non ci fosse il Governo?„.

*

— Professore, cosa fa lei qui?

Il professore che si era sprofondato in quel molto spaventoso pensiero, quando si udì chiamare così fra quella folla nemica e sconosciuta, trasalì.

Un giovanetto con una bella faccia rosea, allegra, capellatura bionda, sigaretta in bocca, vestito a lutto, era davanti a lui.

— Lei è? lei è....?

— Ravelli.

— Ah, bravo, Ravelli. Ora mi ricordo. Cosa fa lei qui?

— Il mio mestiere, — rispose Ravelli, che era quel desso, — e lei?

— Così, passeggio un poco, mi diverto.

— Bel mercato, eh? — esclamò Ravelli.

— Oh, bello. E lei quale mestiere fa, giovanotto mio?

Ravelli spiegò. Suo babbo era mercante in agrumi e in salse di pomodoro. Era morto da un anno e lui continuava l'azienda. Parlò di agrumi, di salse. Piramidi di salse; treni di agrumi; Germania, Svizzera, Palermo, Parma; qualità degli agrumi; difetti dei limoni; limoni senza pidocchi che vanno all'estero, limoni coi pidocchi che restano in Italia; prezzi, contratti, pagamenti a tratta, a pronta, e prontissima cassa. Tutta questa erudizione Ravelli collocò davanti al professore, con grande eloquenza. Un'erudizione che sbalordì il professore.

— E lei, — azzardò a dire l'esimio professore, — non si intende che di limoni e di pomodori? E dell'uva non se ne intende?

Ma si intendeva anche dell'uva!

E allora il professore spiegò:

— Ecco, veda, mio caro; mia moglie soffre di piròsi, ecc.: qui il vino è tutto fatturato, ecc., ecc., io vorrei, ecc.

Quell'asino di Ravelli capì a volo, senza che lui nemmeno terminasse.

— Lei vuol fare il vino in casa.

— Sì, così, un pochino per prova, per isvago.

“È intuitivo questo ragazzo!„ pensò il professore.

— Venga con me — disse Ravelli.

— Non che io, badi Ravelli, — dicea seguendolo tra la folla, — mi sia messo a fare il mercante di vino, sa! Ma la mia signora, ecc.; i vinai, ecc.