Part 3
— Caro collega, — disse, — la nostra scienza terapèutica va poco più in là di un purgante e di un calmante. Bene io vorrei violentare certe leggi di natura; eppure anch'io, come il più modesto dei sanitari, non ho a mia disposizione che un calmante o un purgante. Ma nel suo caso speciale, abbiamo un rimedio a sua disposizione: visiti ogni tanto il suo coniglio. Già che l'amico dottore ha fatto il male di farlo innestare, faccia la penitenza di farglielo visitare.
— E lo troverò sempre in ottima salute?
— Matematicamente.
*
Andò a casa quasi saltellante, Fulai. Il dottore gli aveva levato la _bua_.
Come quando diceva: “Mamma, mamma, vieni!„. Ed egli vide la sua mamma, nel tempo lontano, quando lui era un bambino piccino; e la sua povera mamma gli voleva tanto bene, lo curava dei suoi mali, mali piccoli, mali dòcili. Li faceva andar via.
Così aveva fatto anche ii dottore canuto. La Bontà! Che strana parola! Una parola che le mamme dicono ai bimbi, e poi scompare.
— Sì, caro Battista: oggi sto realmente meglio e noto che questo brodino è un poco leggero.
— Allora posso fare, signore, una bistecchina _sautee_ o “saltata„, come vuol lei.
— Bravo, Battista: una piccola bistecca, o saltata o _sautee_ che poi è lo stesso; e un gocciolino di Barolo. Sapete, Battista, che questo Barolo è molto ben conservato? Voi siete un servo modello, Battista, un uomo buono, non è vero, Battista? Battista, assaggiate anche voi di questo eccellente Barolo.
“Professore, — disse una silografia di mastro Lorenzo Coster, che illustrava quel prezioso incunàbolo sull'_Ars Moriendi_ — vogliam fare qualche meditazione?„
“Al diavolo! — disse Fulai — io mi voglio dare alla pazza gioia.„
*
Al mattino Fulai si destò: aveva dormito molto, ma senza incubi.
La stipsi si era risolta un po', e Battista condivise al proposito la soddisfazione del signore, anzi si permise di osservare:
— Quando avrà il beneficio di prima, starà come prima.
*
— Sì, infatti la cupa cupola di piombo che era sul suo cervello, si veniva squarciando: appariva il sereno. Ma perdurava tuttavia una strana oscillazione nelle idee. Si provò a leggere, ma non poteva studiare, non poteva fissare. La sua testa era prima come un ordinatissimo, tranquillissimo schedario. Ora invece ogni scheda si era gravata della sua profonda significazione: accanto ad ogni scheda era un uomo vissuto già nel tempo; v'era la sua fatica, la sua opera: e tutte queste infinite opere formavano un enorme peso, e tutto questo peso formava una spaventosa leggerezza: _Vanitas!_
Ma il suo pensiero correva là, all'Istituto Antirabbico, dove c'era il coniglio.
Per star bene aveva bisogno di vedere il coniglio.
Il dottorino non c'era: c'era solo la donna dal camice bianco e dalle braccia nude.
Ella disse:
— Proprio abbiamo innestato un bel coniglio bianco. Vedrà come è vispo, come mangia!
— Ah, sì? è proprio vispo? proprio mangia?
Gli pareva, ecco, di tornare a star meglio ora che aveva udito questo.
Scesero giù in una specie di sotterraneo.
— Dio! cos'è quella cosa sanguinante, là? — chiese atterrito Fulai.
— La testa di un cane, signore. Oh, ne arrivano ogni giorno. Lei è troppo sensibile.
— Sì, io sono molto sensibile.
— Ecco qui, — disse la donna aprendo una porticina.
Era una stanza grigia, gelida, con tutte gabbie di ferro all'intorno: in ogni gabbia c'era un coniglio o una cavia; tutti, tutte, con quel crisma sanguinante sul cranio.
— Ecco, signore, questo qui comincia, disse la donna.
— Che cosa? Comincia che cosa?
— La paralisi. Vede? — Ed essa, con un bastoncello fra le sbarre, sollevava la bestiola giacente; ma questa non poteva star ritta e ricadeva pesantemente. — Quest'altra qui comincerà domani, — proseguiva colei metodicamente.
— Ma se mangia!
— Mangia, ma vede? Vede che non corre più? Oh, buttiamo via questo.
(C'era in una gabbia un coniglio stecchito, che faceva da pavimento ad un altro, sovra accovacciato.)
— No! no! — disse Fulai. — Quello vivo può uscire. Poi non temete voi che vi morda?
— Ci sono abituata, — disse la donna, e introdusse il braccio nella gabbia, e ne tolse quella cosa stecchita e arruffata, che buttò su di un mucchio di segature.
Quella donna gli parve più coraggiosa di Marfisa, di Camilla.
— E il mio coniglio?
— Ecco qui il suo coniglio.
— Ah, il mio coniglio, — disse Fulai distratto sino allora da tutti quegli istrumenti di vita e di morte. — Il mio coniglio! Dio! ma se è accoccolato là in fondo come gli altri! — esclamò rabbrividendo.
— Sì, ma vede che begli occhi, che bel pelo liscio? E poi guardi: Pipin! È il più bello della conigliera, e lo chiamiamo Pipin!
E toccatolo appena col bastoncello, il coniglietto si mosse, tutto vivacemente.
— Mangia! — esclamò Fulai pieno di ammirazione e di felicità.
— Guardi: non ha più crusca.
Fulai respirava benone. Vedeva il suo coniglio con le orecchie ritte, e invece tutti quegli altri conigli si stavano con le orecchie storte, mogie, tutti arruffati, orribili, immoti.
— Muoiono così?
— Così.
— Allora tranquilli.
— Oh, le cavie, — disse la donna, — si mordono, anche, fra loro. Guardi, guardi quelle due cavie che mordono le sbarre!
— E gli uomini fanno lo stesso? Voi ne avete visti?
— Ah sì! È brutto. Molte volte bisogna legarli. Dicono loro stessi: “Via! via! che adesso mordo„.
Fulai si sentiva come un laccio alla gola. Voleva fuggire e voleva sapere. Domandò:
— È vero che hanno paura dell'acqua?
La donna era dotta e tranquilla:
— Veda, signore, basta molte volte il solo rumore del rubinetto aperto, una corrente d'aria, per dare le convulsioni.
Fulai non si sarebbe mai staccato da quel lugubre luogo. Volle sapere tante cose.
— Tutti i cani che mandano qui sono arrabbiati?
— Ah, sì, quasi tutti. E poi guardi le cavie e i conigli: essi glielo dicono.
— Ma il mio no, eh? nevvero?
— Già, tutti, fuori del suo.
— Ah bene! Ma agli altri, a quegli uomini che fanno la cura, lo dite voi che il coniglio è morto o sta male?
— Non diciamo niente. Già i più sono contadini o bambini, che non lo sanno nemmeno.
— E se qualcuno lo sa? e se qualcuno vuol vedere?
— Non lo facciamo mica venire qui. Viene lei perchè ha il permesso del professore.
— E quelli realmente ammalati, guariscono con la cura Pasteur?
— Tranne quelli che muoiono, guariscono tutti.
Fulai diede una bellissima mancia alla donna.
Ma andandosene, disse:
— Sentite, la mia brava donna, voi non potreste collocare il mio coniglio in una stanza più bella, con un po' di sole? Capirete, in questo buio, in questa specie di cantina, potrebbe fare un'indisposizione di altro genere, e questa cosa mi darebbe disturbo. Io vi ricompenserò assai bene se tratterete il mio coniglio con tutti i riguardi.
*
Battista la mattina ebbe l'ordine di lasciar correre l'acqua per il rubinetto.
— Macchè, non mi fa nessuna impressione. Io sto benissimo!
E anche a bere Barolo nel cristallo lucido non gli faceva impressione.
“Benissimo! Ma è veramente vergognoso che un uomo che ha sempre avuto coraggio, deva ora avere tanta paura. Ma confronta il tuo caso, — diceva, — con quello di Dante! Tutti contro di lui, che se lo trovavano, te lo bruciavano vivo e senza remissione, e lui contro tutti; e te li scaraventa all'inferno i suoi nemici fra quelle fiamme cantanti, senza paura di nessuna querela per diffamazione; e poi va solo a cercare l'eterno, il nirvana, l'assoluto, Dio, lui, solo! e naviga l'oceano spiritale, con tutte le vele spiegate.„
O voi che siete in piccioletta barca, Tornate a riveder i vostri lidi!
E gli pareva che Dante mandasse indietro lui, e i suoi Leviathan.
“Allor va tu, che sei saggio e valente, — disse Fulai a Dante, — va tu a cercare Dio. Io ancora preferisco stare qui.„
Oh, andava meglio, molto meglio il professor Fulai; e più il tempo passava, più andava meglio. Quando poi passarono finalmente quegli ottanta giorni, andava benissimo. Egli era tornato un uomo normale come prima: forse un po' più di prima scrupoloso della sua persona, della sua pelle, della pulizia, dell'igiene; ma per il rimanente, uguale a prima. La biblioteca, quella entro la testa, non gli pesava più come una corona di piombo; le schede erano tornate lievi come foglie, appena agitate dall'auretta.
Forse Battista, interrogato, avrebbe potuto rispondere che il signore si era fatto un tantino anche più pedante.
— Ma, Battista, — diceva Fulai con la sua voce in falsetto, — sapete che quei due gatti, sporcano molto per casa? E quel coniglio poi!
Perchè Fulai, animo riconoscente, aveva voluto ricompensare Pipin, il coniglio, della sua gentilezza nel non essersi mai ammalato, in quegli ottanta giorni di passione, che Fulai aveva durato.
Perciò lo aveva sottratto alla certa morte di laboratorio, lo aveva accolto in casa; ma sporcava, come sporcava per casa quello stupido Pipin dai tondi occhi rossi.
— Caro Leviathan, — diceva Fulai all'autore della propedèutica _Dante's Urgrossmutter_, — creda che non ci vuol molto a diventare come Leopardi. È una storia che le racconterò.
*
Ma sporcava, sporcava quello stupido Pipin dagli occhi rossi.
CLOROFÒRMIO.
L'operazione a cui la signora contessa aveva deciso di sottoporsi era di tale natura che faceva onore al suo delicato riguardo verso il signor conte.
Non si trattava veramente di una cosa grave; ma piuttosto di un incomodo che forse si sarebbe aggravato con gli anni; che certamente il ferro chirurgico avrebbe estirpato — come assicurava con la sua persuasiva serenità l'illustre professor H...., uno dei più eleganti nostri operatori. Intanto la vita della signora contessa si trovava paralizzata da parecchio tempo fra letto e lettuccio.
Una donnina tutta vivacità, vedersi imprigionata così, era cosa che faceva pena. Tutti i _bibelots_ del suo appartamento ne piangevano.
— Non tanto per me, amico mio, — diceva al marito, — quanto per te, e per il nostro figliuolo, che non voglio abbia davanti agli occhi della sua giovinezza l'immagine di una madre immobilizzata.
Ma il signor conte era un uomo dall'anima trepidante e non riusciva a sopportare il pensiero che sua moglie doveva entrare in una sala operatoria. E dire che i suoi antenati, appesi in anticamera, avevano sopportato quintali di armatura d'acciaio!
Da qualche tempo la bella barba del signor conte non era più così accurata; e un occhio acuto avrebbe potuto scorgere un aumento di fili bianchi. Una forza misteriosa lo portava ad andare in cerca dell'illustre professor H.... e ripetergli ancora la domanda:
— Lei crede, professore, che l'operazione sia assolutamente sicura?
— Assolutamente, salvo complicazioni.
Ma il signor conte era ossessionato dall'idea del clorofòrmio. Vedeva la moglie immobile sotto il clorofòrmio.
— Povero amico mio, — gli diceva la contessa, — tu ti vuoi proprio ammalare. Non basta che sia ammalata io?
*
Aveva voluto lui accompagnare la contessa alla casa di salute.
Quando la contessa fu portata di là, lui si era abbattuto su di una poltrona, con la destra aveva sbottonato gli abiti sul petto; aveva cercato le sue carni, e si sforzava di far penetrare le unghie nelle carni per soffocare con quel dolore l'altro dolore.
Il tempo passava. Non resse più. Una forza irresistibile lo aveva trascinato sino all'anticamera della sala operatoria.
Una sovraeccitazione del senso auditivo gli aveva fatto percepire, nel silenzio che grandeggiava di là, lo strazio di un grido di morte.
Nulla! Il silenzio era dietro quei muri.
Allora un'allucinazione strana, incredibile, era sopravvenuta: al di là delle pareti impenetrabili, qualcuno rideva.
Ma poi due inservienti della casa lo avevano trascinato via, lontano.
*
Dopo alcune ore dall'operazione, il professor H.... entrò a visitare l'inferma.
Vicino al capezzale sedeva il marito, sedeva in silenzio; e ogni tanto accostava le sue labbra, religiosamente quasi, ad una piccola mano che si disegnava immobile fuori dalle coperte.
— Tutto bene, tutto perfettamente, — disse il professore. — Non avremo nemmeno una elevazione di temperatura.
— Ma sembra come disfatta, non vede?
— È l'effetto del clorofòrmio, caro signore. È un fenomeno che scomparirà.
— Quel terribile clorofòrmio! — mormorò il conte. — Ne ho avuto l'incubo sul cuore....
— Infatti....
— Perchè? Ci fu pericolo? Fu somministrato in dose eccessiva?
— Perfettamente il contrario: forse in dose minore.
— Ha sofferto allora?
— Assolutamente nulla, — e stette lì meditabondo.
— Dio! Dio! A che pensa, dottore?
— Cornèlio, non ti affliggere! — disse dolcemente la contessa.
E il chirurgo sorrise.
*
Ma non era stata allucinazione nemmeno prima.
Nella sala operatoria, nel bagliore bianco e senz'ombra, tre uomini, intonacati di bianco, ridevano attorno ad una donna immobile, in loro balìa.
Il visino di lei, quasi affondato dentro ai capelli neri, aveva accolto un'espressione soave di bimba. Le palpebre, cineree, erano abbassate sul taglio degli occhi; ma un sorriso voluttuoso e languido apparve su le sue labbra, che lievemente mandarono un suono; e in quel silenzio, nettamente, spiccarono queste parole:
— È per darti tutta la felicità, o dolce amore.
— Chi “dolce amore„? — domandò uno degli assistenti.
— Cosa vuoi sapere tu? “Dolce amore!„
— E tuo marito?
Le labbra di lei pispigliavano un incomprensibile suono.
— E tuo marito? — ridomandò ancora il giovane.
Le labbra di lei formarono questo suono:
— Cornèlio Tàcito!
— Si chiama Cornèlio Tàcito tuo marito?
— Molto Cornèlio Tàcito.
I giovani assistenti si mordeano le labbra dal ridere.
— Taci, — esclamò allora con voce concitata il maestro, — taci, dormi, mala femmina troiana.
Le labbra di lei si distesero immobili, come se quel comando l'avesse soggiogata.
Ma il pispiglio delle labbra riprendeva.
— È il mio onore, “troiana„! Oh, guarda qui!
Fu allora che il maestro si impose.
Ella decadde infine totalmente; e non si udì più che il cozzo lieve delle bacinelle, dei ferri, in quella stanza dalla luce abbagliante.
*
— Sentite, ragazzi, — diceva poi il maestro ai due assistenti, — se vi salta in mente di far ancora parlare sotto l'azione del clorofòrmio, vi mando via dalla clinica.
— Ha riso anche lei, professore....
— Sì, sì, va bene, ma un momento; e poi queste sono cose che non hanno importanza. E.... e.... Dove sono i fiammiferi?
COSE DA MANICÒMIO.
Non so per quale ragione, in quel pomeriggio grigio, — dopo il caffè, — io insistessi, lì a tavola, presso quella buona signora, in una serie di ragionamenti poco opportuni dopo il pranzo.
L'amico M*** lo aveva fatto capire discretamente.
Ma la signora, con la sua dolce cantilena, gli aveva detto:
— Lasciate, M***, se a lui fa piacere, a me non disturba.
— Tutti i gusti son gusti, — aveva risposto l'amico M***. — A me pare che ce ne siano abbastanza di melanconie. Perchè le volete andare a cercare?
E si era allontanato.
*
Due ragazzi rimasero lì a tavola; anzi accesero le sigarette. Certo udivano i suoni delle nostre parole, ma come rumori, come quelli che andava facendo la serva che sparecchiava.
Poi, li vidi assenti anche con la persona. Riapparivano ogni tanto. Nella sala non rimase che Pippo, fanciullo ingordo, occupato a ricercare i gherigli delle noci rimaste nei piatti.
L'argomento non era piacevole: anzi era increscevole. Ma era stato così:
L'amico M*** durante il desinare aveva detto alla signora:
— Maria, restate anche a cena.
Ella aveva risposto:
— Impossibile, mio caro. Alle quattro devo essere là. I miei cari ammalati mi aspettano.
— Io non capisco come fai, Maria, — aveva detto uno dei giovani, — a vivere coi matti.
Ella aveva risposto con semplicità:
— Io mi ci trovo bene. E poi non sono matti....
— Volete che telefoni io alla villa che stasera non potete andare? — domandò l'amico M***.
— Non insistete. È impossibile.
La signora era addetta, io non so con quale preciso ufficio, ad una casa privata di cura per le malattie nervose: un'antica villa con un parco; alquanto remota dalla città.
La buona signora Maria aveva un aspetto monacale: belle mani fuori dei polsini, orlati di un merlettino bianco: al collo, una crocettina d'oro: due occhi vivi, un piccolo sorriso, una voce saggia, senza alterazioni.
Fino a poco tempo addietro ella era stata una piccola borghese, una buona massaia, una buona mamma. Poi il cielo si era capovolto sopra la sua testa; e per vivere aveva dovuto accettare quell'impiego melanconico: aveva perduto ogni suo bene, ma non aveva perduto quel suo tranquillo sorriso. Un po' di grigio precoce sui capelli neri segnava il passaggio della tempesta.
Certamente se la signora avesse detto: “_Non vi posso più stare fra quei matti_„, il nostro colloquio non sarebbe avvenuto: ma ella disse: “_Io mi ci trovo bene_„. E forse fu causa il vino, perchè su la tavola era stato posato, come ancora usa in provincia, un fiasco di vino bianco; e l'amico M*** aveva ricolmato spesso il mio bicchiere, dicendo: “Sono tutte uve scelte. Seguita a bollire nel fiasco„.
Forse anche un'altra causa: perchè al mattino, nella libreria, mi ero messo a sfogliare quel libro, in bei caratteri grandi, con grande aquila impressa “Germania imperiale„ del principe di Bülow. Un libro saggio, pacato, imperiale: un libro che afferma che la Germania ha la saggezza, la volontà, la forza; che la Germania salverà il mondo dalla putredine e dalla follia.
Ma ogni tanto interrompevo la lettura per guardare il ritratto del principe di Bülow, impresso in quel libro, _Germania imperiale_. Quella testa era un magnifico esemplare dell'umana specie: pacata, bella quasi di una sua giovanile senilità. Ma sotto quella compostezza aulica, ora mi pareva scoprire il lusinghiero sorriso della frode, ora le dure lìnee della ferocia. Eppure — pensavo — anche quest'uomo ha la nozione di Dio!
E quando giunsi alla fine, dove è riportata la sentenza di Fausto: _solo colui che s'affatica a conquistare, merita la libertà e la vita_, rimasi stupito, e sopra quel libro imperiale mi passò una schiera di savi antichi (v'era Cristo, v'era Francesco d'Assisi) che vollero conquistare senza spada e senza uccisione. Ma poi, in realtà, che cosa hanno conquistato?
*
E in questo punto il commesso della libreria mi aveva interrotto dicendo che era mezzogiorno, ed io mi avviai a casa dell'amico M*** dove ero atteso per il desinare.
*
Una famiglia borghese, alla buona, all'antica: tavola imbandita con le antiche lasagne, col fiasco umile e glorioso, che bolle le bollicine lunghesso il collo sottile. E vi trovai già a tavola — òspite essa pure — quella signora Maria, adetta ad una casa di malati per neurastenia.
Neurastenia! cioè parola che vale a significare _debolezza_.
E stetti distratto lungo tutto il desinare. Avevo in mente la neurastenia, che vuol dir _debolezza_, e quel libro che vuol dire _forza_. “È una malattia la _neurastenia_ o la _Bia_?„
— No, amico, non mi versi troppo da bere.
*
Come si entrò nell'argomento?
Ah! perchè la signora disse bonariamente:
— Oramai ne so io quanto i medici più bravi, i quali, scusate, non ne san niente neppur loro.
Certamente la signora non diceva queste parole per orgoglio: io credo che non avesse aperto nemmeno una pagina dell'enorme libro delle malattie nervose.
— Anche loro, i medici, — aveva aggiunto, — più dei soliti calmanti, qualche bagno, altro non possono offrire agli infermi.
— Neurastenia, — io dissi, — vuole propriamente significare _debolezza di nervi_. E vero, signora?
— Così deve essere, — rispose, — perchè una piuma è per loro come un materasso. Io li strapazzo come tanti bambini, e per farli stare contenti, racconto tutte le mie disgrazie e ci faccio la frangia per farli ancora più contenti. “Eppure io — dico ai miei matti — mangio con appetito, vedete? ballo, salto, e quando non ne posso più, dico questa giaculatoria: su da bravi: ditela con me: _Vi ringrazio, Signor mio, che le cose non vanno a modo mio._ Su da bravi, ballate, saltate.„
— L'imperatore di Germania, — dissi io, — che sopporta tanto ferro, tanti cannoni, non è ammalato di neurastenia.
La signora accolse le mie parole con un sorriso e disse:
— Sarà la malattia contraria....
— Manifestamente, vi sono uomini che non dormono perchè non sostengono l'incubo di una piuma, e vi sono uomini che hanno su di sè monti di cadaveri; eppure dormono, fanno _toilettes_ accurate al mattino con svariate monture.... E gli uni e gli altri sono uomini. La goccia d'acqua su le rose e la goccia d'acqua che sommerge le navi hanno la stessa composizione. Lei crede, signora, che neurastenia sia una malattia?
Quale domanda!
— Ma certo, — disse la signora. — È gente che vede tutto nero; che non può sopportare l'altra gente. Altro che malattia!
— Allora è quello, — diss'io, — che gli antichi chiamavano _melanconia_, _ipocondria_, parole oggi disusate, ma che contengono un'imagine di terrore, una specie di paralume funebre contro il sole, una specie di cateratta dell'anima.... “Evidentemente il principe di Bülow così roseo anche all'aspetto — pensavo — vede roseo.„
— Così, infatti, — disse la signora; — e tutta la medicina sta nel rompere quella membrana nera della vita, che si forma continuamente. Ma creda che, invece dei medici e degli infermieri, ci vorrebbe la pazienza dei santi....
— Perchè, — ripresi io allora, — quella imagine nera non vuole staccarsi? È così? Essa dice: _io, tenebra, sono vera; e la luce è falsa!_ E invece di dormire, vanno, vanno, andrebbero sempre, ma senza più orientazione, come un carretto che abbia una ruota sola e giri attorno a se stesso. È così?
(Questa imagine mi era stata data da Pippo. Pippo, dopo avere esplorato tutti i piatti, faceva andare su la tavola un piccolo balocco grottesco a molla; ma aveva la molla guasta e girava storto o indietro.)
Pippo si mise a ridere.
— Evidentemente, signora, i Tedeschi che marciano in linea rettilinea e con passo di parata verso una loro mèta, non soffrono di neurastenia....
Pippo, oltre al carrettino con la molla guasta, aveva messo, lì, sul tavolo, altri balocchi del Natale.
Chi non sa che i balocchi sono portati ai bambini dal Bambin Gesù, a patto che siano saggi ed a modo?
— Ma quanti regali, Pippo, — disse la signora, — ti ha portato il Bambin Gesù per Natale! Ti vuole molto bene il Bambin Gesù....
— Non crede, signora, — insistetti io, — che gli uomini siano come altrettanti bimbi che, per vivere senza annoiarsi, hanno bisogno di molti balocchi, se no si ammàlano di neurastenia?
La guerra e la conquista devono essere un enorme balocco, mandato dal Bambin Gesù. Non possedere più balocchi è la maledizione degli Dei, è l'odio degli Dei. È verissimo, Pippo: è il Bambin Gesù che manda i balocchi agli uomini. La neurastenia è odio degli Dei:
.... ma quando Venne in odio agli dei Bellerofonte, Solo e consunto da tristezza errava Pel campo Aleio l'infelice, e l'orme Dei viventi fuggia.
Il Kaiser, certo, è sotto la benedizione degli Dei....
— Ma sa che ne dice di stravaganti? — esclamò la signora, affaticata a seguire le mie parole.
— La neurastenia, — dissi, — è una _periostite psichica_. Lei mi guarda, signora? Senta: quando è distrutto il periostio per effetto di infiammazione, lei sa che si provano dolori atroci alle ossa. Così l'anima ha una sua membrana che la nutre di illusione. Quando questa membrana è distrutta, allora l'anima non ha più il nutrimento dell'illusione. Affare serio, signora! Mi viene in mente la luce materiale. Esiste? Certo se io distruggo la membrana della pupilla, il mondo diventa tenebre e la luce non esiste più. I ciechi degli occhi, però, sono tranquilli e tutt'al più cantano una lor dèbile querimonia. Ma i ciechi dell'illusione non han pace. Strano! E allora anche la conquista della Germania imperiale fa ridere.
La signora mi guardò con una certa dose di spavento.
— Avrei caro, signora, che lei parlasse di queste mie idee al dottore della sua casa di salute; ed anche di Bellerofonte. È intelligente il dottore della sua casa di salute?
— Intelligentissimo.
— Allora gliene parli.