Novelle d'ambo i sessi

Part 2

Chapter 23,697 wordsPublic domain

— Non mi meraviglia: è un caso dei più frequenti. Noi abbiamo oggi in cura quarantacinque morsicati, e tutti da cani riconosciuti idrofobi, che vengono qui, allegri, indifferenti....

— .... allegri, indifferenti? — ripetè automaticamente il Professore.

— Ma certo! I più sono di campagna, gente che ha il bene di non pensare. Capita invece l'individuo che ci pensa, e sopravvengono allora i più strani fenomeni di autosuggestione. Timore del tutto infondato! Pensi; sopra tremila persone curate nel nostro Istituto, le statistiche non dànno che due insuccessi, cioè una mortalità di zero, zero sessantasei per cento.

— E se io fossi il terzo insuccesso? — domandò Fulai, a cui solo il suo caso stava a cuore.

— Il suo caso? Benissimo!

— Ha visto?

— Adesso vediamo. Così vede anche lei.

La donna paffuta, dalle braccia nude e dalla tonaca bianca, lavorava attorno ad un altro coniglio: prese dalla scansia e porse al dottore un piccolo vetro. Andarono di poi, il dottore e Fulai, di là nel gabinetto.

— Ora vediamo, ora vediamo.

Il dottorino si levò, appese il suo _raglan_, depose la sigaretta nel piattellino, scoprì un lucido istrumento, un microscopio; adattò, girò, guardò.

Era spaventosamente calmo quel piccolo uomo.

— Ebbene? Ebbene? Ebbene?

— Come le dicevo ieri, niente; reperto negativo.

Il professor Fulai da ventiquattro ore si trovava in uno stato che non è facile dire: intanto quell'idea folle e turbinosa nella scatola cranica; poi tutti gli organi come inchiodati, serrati, frenati che non agivano più, gli organi della respirazione, della digestione: per contrario l'organo del cuore andava disperatamente come un cavallo che ha preso la mano al guidatore, e le pupille gli si erano sbarrate sì che non poteva dormire. Oh, un ben deplorevole stato! Ora quando il dottorino disse: _reperto negativo_, sembrò che quella idea folle che girava nel cervello, fosse scomparsa per effetto di magìa, come scompare un pipistrello (che è una specie di orribile topo) dal soffitto di una stanza dove è penetrato e dove gira vorticosamente: e insieme provò la sensazione deliziosa degli organi, che, serrati, gli si aprissero: vi entrava l'ossigeno, la gioia di vivere.

Ma fu un attimo solo; per sua mala ventura gli saltò in mente di chiedere: — Matematicamente?

A questa domanda il volto del dottore si concentrò, un po' cupamente, con grande terrore di Fulai che lo spiava.

Il dottorino, benchè in un'altra branca dell'umano sapere, era seguace dello stesso metodo che seguiva il signor professore Fulai nelle sue ricerche d'archivio: nulla affermava senza il documento.

— Ebbene, l'esame istologico negativo, — disse gravemente il dottorino, — non è bastevole. Conviene innestare una cavia o un coniglio, avere la pazienza di attendere da un minimo di venti giorni ad un massimo di quattro mesi, sissignore, quattro mesi! e dopo possiamo dire _matematicamente_. Scusi, professore, ma lei ne vuol sapere più di noi che ci viviamo in mezzo?

Una tenue disputa si accese tra i due scienziati: l'uno aveva studiato le carte, le cartapecore, le pergamene, i codici, i papiri; l'altro aveva studiato i pezzi anatomici, i nervi, i parenchimi, i vari cocchi a catena, a lancia, a bastone, a virgola: aveva lavorato col microscòpio: ma nessuno dei due aveva studiato quella grossa bestia che è l'uomo; non la avevano osservata con gli occhi più adatti, cioè con gli occhi semplici, gli occhi puri, quelli che ha dato Iddio; perciò la disputa fra i due scienziati fu alquanto acerbetta.

— Ma, illustre professore, — disse il dottorino, — io le dico: “si fidi!„. Ma lei vuole il documento matematico; ed io non glielo posso fornire, nessuno glielo può fornire se non da qui a quattro mesi, e per l'appunto così....

Per l'appunto in quel punto la donna dalle braccia nude recava un coniglio nero, penzoloni per le orecchie. Una specie di crisma sanguinoso e mortale era segnato fra le due orecchie. Il coniglio fu collocato dalla donna in una gabbia dalle forti sbarre di ferro, dove si mosse vivacemente, anzi si mise subito a mangiare. Il dottore vi incollò un cartellino con la data: 28 novembre 19.., e disse: — Se lei, professore, viene qui, tra otto giorni, vedrà questo coniglio che non si muove più, che non mangia più. Se invece mettiamo in gabbia un altro coniglio, inoculato col cervello del suo topo, da qui a quattro mesi lei lo trova ancora vispo, allegro, come è questo qui, adesso. Io ne sono convintissimo; ma matematicamente, scusi, matematicamente, io come scienziato non lo posso dire, e lei non lo può pretendere.

— Quando le cose stiano così, — disse il professore Fulai, — facciamo la prova matematica, così io, dopo, sarò anche più tranquillo....

— Benissimo, ed io farò innestare un bel coniglio, — disse il dottorino.

— Io la ringrazio della sua gentilezza, e mi abbia per iscusato se mi sono espresso un poco vivacemente.

Il dottorino accompagnò il Professore sino alla porticina di servizio: lì attese che il Professore varcasse il cancelletto del giardino. Al quale limitare come il Professore fu giunto, si voltò e fece un bel saluto col cappello; il dottorino dal limitare fece, alla sua volta, un altro bell'inchino, e la porticina lentamente si chiuse.

*

Il professor Fulai camminò da prima speditamente. Era nella via di circonvallazione: dai grandi plàtani cadevano a terra le foglie, secche, gialle.

Allora per la prima volta Fulai guardò le foglie secche che si staccavano dai plàtani, e un verso, come il cavalier della morte, sbarrò il passo a Fulai in mezzo al viale.

Era un verso d'Omero:

A che dimandi del mio lignaggio? Qual delle foglie, tale è la stirpe degli umani....

Egli, Fulai, conosceva la questione omerica, ma solamente quel giorno trovò che Omero aveva un contenuto diverso dalla questione omerica. Omero, con i suoi occhi spenti, gli sbarrava la via. Strano! Omero, che non è mai esistito, sbarrare la via!

_A che dimandi del mio lignaggio? Qual delle foglie, tale è la stirpe degli umani._

“Tutti senza nome, allora? Tutti come le foglie, allora? Le foglie, le foglie! Cumuli di letame diventan le foglie; poi altre foglie nuove, come dice Omero.„

E le rinnova la frondeggiante selva in primavera.

“Ma io sto bene come sono: non voglio rinnovarmi, io!„ E ricordò gli antichi monaci che, già vivi, buttavano via il loro nome. Tutti senza nome, come le foglie. Anche Dante quando bussò al monastero, non disse suo nome.

*

Ma a casa, il professor Fulai era aspettato.

Il giovane professor Leviathan, assestatuzzo della persona, ma badiale intelletto, era la sua pianta spirituale: era stato inviato a Madrid donde aveva riportato tre varianti di un codice; era stato a Berlino, dove aveva arricchito la propedèutica dantesca con il contributo _su la trìsava di Dante, Dante's Urgrossmutter_. Leviathan differiva da Fulai forse in questo, che Fulai nei ponderosi volumi si trascinava sempre il paludamento delle eleganze cinquecentesche, mentre Leviathan procedeva scientifico e perfettamente ostrogoto.

Ed ora Leviathan attendeva, in collaborazione con Fulai, a colmare una vera lacuna studiando i rapporti intercedenti tra Federico Nietzsche e Giacomo Leopardi.

Ma quel giorno Fulai non sentì voglia di collaborare; anzi sentì un disgusto immenso, più che ad immergersi nel _Dugento_. Nietzsche e Leopardi erano bensì alla superficie del tempo; ma ora soltanto si accorse che quei due giovani formavano un gruppo tràgico nell'amplesso della morte.

— Ne parleremo un altro giorno, caro Leviathan.

— Sta forse poco bene, illustre maestro? — domandò la voce dolce di Leviathan.

— Un po' di emicrania, infatti.

— Si vede dagli occhi, illustre maestro.

— Lucidi forse?

— Oserei dire, — disse Leviathan, — brillanti e scintillanti.

*

— Brillanti e scintillanti?

Leviathan se ne era andato, e Fulai si trovò solo con questa disperata domanda: “Che cosa devo fare io?„.

Il polso batteva novantasette pulsazioni al minuto; e stare fermo, non poteva; e aveva un peso nel cervello, quasi ci fosse stato messo un contrappeso di piombo che tenesse per forza sbarrate le pupille, come nelle teste di porcellana delle bàmbole mettono un contrappeso di piombo perchè tenga sbarrate le pupille. “Via, andiamo in Biblioteca!„ Ma poi, quando si trovò all'angolo di via B*** e vide scritto in bronzo _Biblioteca Nazionale_, ebbe paura. L'idea di studiare gli dava avversione profonda, come ad uno scolaro negligente. Ma se prima gli era cosa tanto piacevole! Il suo tavolo verde, nella gran sala della Biblioteca, con tutti i volumi volumoni, volumini, era religiosamente rispettato. Era quello il suo regno, dove, al suo entrare, tutti chinavano la testa.

La sua scarpa scricchiolava signorilmente su la passatoia; un bisbìglio lusinghiero feriva talvolta i suoi orecchi: “Quello è Fulai„. Al suo tavolo, i distributori, cameristi silenziari, deponevano incunàboli, codici cartacei e pergamenacei. Ma quel giorno Fulai guardò con terrore i codici cartacei e pergamenacei.

Gli pareva di mettersi lo scafandro per calarsi a dieci, quindici metri di profondità; dieci, quindici secoli nell'oceano del tempo defunto: nel _Dugento_! Vedeva tutti i morti delle età morte, vivi: così come il palombaro vede i giganteschi cadaveri entro una nave naufragata.

Ma sino a quel giorno Fulai non aveva visto nel tempo che fu, che dei morti! Ora vedeva dei vivi. Allontanò con ribrezzo gli occhi dai libri.

Girò attorno gli occhi con gli occhiali d'oro.

Vide i soliti studiosi, vide i giovani studenti che studiavano devoti secondo le sue indicazioni. Lo studente A*** era curvo su la tesi di laurea su _Le storie dì Alfonso del Barbicone_; lo studente B*** (un pretino) collazionava con delicatezza le epistole latine che un tempo non eran di Dante, ma adesso tornavano ad esser di Dante; la studentessa C*** languiva su gli aurei trattati _De Mascalcia_.

Ma a Fulai non parevano studenti veraci; sì bene talpe. Scavavan cunicoli in fondo ai secoli per arrivare a rodere cattedre.

La studentessa C*** vedendo il maestro con gli occhi levati, osò alzarsi, osò accostarsi, osò domandare se era meglio dire _gli itali petti_, o gli _itàlici petti_.

Fulai non rispose: la guatò con occhi torbi e domandò:

— È ancora vergine lei?

— Oh, signore!

E la poverina se ne era tornata al suo banco,

— Portatemi, portatemi un testo, — aveva detto Fulai al distributore, — su la rabbia canina.

E il distributore era tornato a lui recando un libro, legato in pergamena: _Dissertazione fisico-medica del signor Boissier de Sauvage, medico consigliere del re di Franza, su la natura e causa della rabbia, nella quale si ricerca quali possino essere i Preservativi e Rimedi, aggiuntovi un trattatello su gli animali velenosi d'Italia, dal franzese in italiano tradotta e commentata, con licenza dei superiori._

— Ma chi vi ha detto di portarmi questi vecchiumi? — disse il professor Fulai.

E siccome il professor Fulai non parlava mai _tumido ore_, così il distributore stupì, e tutti alzarono la testa sentendosi rimbrottare nella sala riservata.

— Non si arrabbi, signor commendatore, — bisbigliò il distributore.

Fulai non fe' motto: aprì i vecchi cartoni, e i suoi occhi caddero su questo capitolo: _Aperture de' cadaveri.... Il cervello ed il principio del midollo spinale più secchi del solito, il cuore secco._

Rabbrividì. Voltò pagina e lesse: _il veleno della rabbia fa i suoi più grandi effetti nelle gorgozzule...._

Forse il gorgozzule....

Si sentiva stringere il gorgozzule; e uscì dalla biblioteca non con l'usato passo.

“Andiamo al _tea-room_.„ A quell'ora al _tea-room_ c'è la contessa Bosis con la senatoressa D***. Esse prendono il tè con i _petits-fours_, o _pasticcetti_ — come correggeva il professor Fulai. — Esse sono molto intellettuali e ammirano le arguzie del professor Fulai. Ma l'idea di dover stare fermo in quel salottino abbacinante di stucchi ed oro, stile _Louis kenz_ (diceva la contessa; _decimoquinto_, correggeva Fulai), gli era cosa penosa come fare il palombaro nella Biblioteca. Quel lucido degli specchi e degli stucchi gli dava terrore: sentiva che non avrebbe potuto inghiottire i pasticcetti, o _petits-fours_ (che per lui oramai era indifferente come chiamare) per effetto del gorgozzule.

Egli, Fulai, ritrovò allora se stesso che camminava frettolosamente per il gran viale deserto dei plàtani, fuori di porta. Ma non Leviathan, non la contessa, non la Biblioteca Nazionale erano le cose a cui pensava. La cosa a cui pensava, a cui solo pensava, a cui non poteva fare a meno di pensare era quell'idea turbinosa di essere idrofobo. “Io sono un professore idrofobo.„ “Ma è pazzia pensare così!„ diceva e faceva dire dalla sua ragione, arrestandosi ogni tanto. Ma non si arrestava l'idea turbinosa. C'era come un demonio spaventosamente logico che poneva davanti alla sua ragione tutti i casi delle possibilità, in quanto che “di una morte o di un'altra, non ti pare che si debba morire, professor Fulai?„ diceva quel demone.

Davanti a lui la doppia fila dei gran tronchi dei plàtani si perdeva nello sfondo grigio della sera cadente senza luce di vespero. I lumi della città si scorgevano dall'altra parte già lontani, come un'aureola di biancore, un riverbero delle luci elettriche. Ma egli era ben lontano dalla città! “Io sono corso sino qui come un cane randagio„ pensò. Un enorme ribrezzo lo colse a questo paragone che inconsapevolmente avea concepito. Volle tornare indietro; ma aveva paura delle luci elettriche della città come del buio fra i plàtani. Un lumino brillava davanti. Forse era il casotto dei dazieri. Sarebbe arrivato sino là. Avrebbe parlato coi dazieri. Ma il lume si faceva sempre più lontano: era un fanale che si moveva lentamente. Allora si sovvenne che quel viale conduceva al cimitero. _Fanale, ferale, feralis!_ Radice: _bar, fero, io porto: la bara!_ Un'orrenda mistura filologica. Si ricordò di quelli che non possono più dormire nel proprio letto, e vanno volontariamente a dormire sotto quei cipressi. Voltò, e si mise a correre disperatamente verso la città.

*

— Oh, ma lei, signor padrone, è tutto bagnato; lei è uscito senza ombrello, — disse Battista, quando il signore rientrò nel suo alloggio.

— Infatti, ho dimenticato l'ombrello: sparecchiate, Battista, perchè ho già pranzato in casa del senatore. Vi volevo telefonare, caro Battista, ma poi me ne sono dimenticato. Scusate, caro Battista.

Era la prima volta che Battista udiva _caro_ davanti a Battista. Che stia poco bene?

— Sta poco bene, signor padrone?

Fulai certo era padrone, anzi sultano, anzi in Italia, il paese bigotto delle libertà, Fulai esercitava la tirannide dove solo la libertà è bene: sopra la intelligenza! Guai a chi non era intelligente della intelligenza di Fulai! Fulai dolcemente, clandestinamente tagliava la via: ma inesorabilmente. Oh, era ben padrone Fulai! Ma quella sera gli suonò strana la parola “padrone„.

— Battista, è ben accesa la lampada nella mia camera da letto?

Ma quella parola _lampada_, _lampàs-lampàdos_, gli richiamò alla mente la paràbola delle sette vergini sagge e delle sette vergini fatue. Esse lo attendevano, sul limitare, con le lampade levate, _perchè noi non sappiamo nè l'ora nè il giorno_. Ma è tutta lugubre la letteratura? Egli non se ne era mai accorto.

Spense la lampada; ma le tenebre erano incresciose al pari della luce. “Bene! vediamo un po': che male ho io? Paura! Di che cosa ho io paura? Di morire.„ Anche morire come Francesco Petrarca con un libro in mano non gli piaceva più, adesso. E poi Petrarca aveva settant'anni, e poi lui era un'altra cosa; lui credeva, ad una cosa che non è la morte, a Maria Vergine, _ch'accolga il mio spirto ultimo in pace_. Come era lugubre del resto anche quel poeta lì! “Quando sarò arrivato a settant'anni, ne parleremo. Pensare che ieri mattina ero così tranquillo, così felice! Cosa mi venne in mente di toccare quel maledetto topo?„ Il professor Fulai aveva una gran voglia di dare molte percosse alla sua persona. “Tu, piuttosto, non devi aver paura!„ — disse, e accese la luce, e balzò dal letto, e puntava il dito contro se stesso, nel mezzo della notte, in abito da notte, contro se stesso, riflesso in mezzo della specchiera. Ma quel suo gesto gli parve pazzesco. _Erebus et Terror_ stavano davanti a lui. Era la lùcida bottiglia sul comodino. Gli pareva di non poter bere. Fulai invocò _Logos_ e _Bulè_, la _Ragione_ e la _Volontà_ contro _Erebus et Terror_. Ma la Ragione girava attorno come uno scarabeo a cui fu strappata un'ala; e _Bulè_, la Volontà, era ferita.

“Quando verrà il sole, — disse la Ragione a Fulai, che non ne poteva più dalla stanchezza, — allora, forse, _ Erebus et Terror_, i due mostri, scompariranno.„ Venne infine la luce del sole.

La Ragione potè prender campo. Ma due lividi enormi stavano sotto le pupille del professor Fulai a testimoniare dell'orribile notte trascorsa.

*

Una forza strana sospingeva il professor Fulai verso l'Istituto Antirabbico. Era cosa assurda, grottesca: ma egli non aveva più pudore di nascondere la sua miseria. Quel coniglio! tutto il mondo per lui era quel coniglio. Idea ossessionante: Chi sa come stava quel coniglio?

— Come sta il mio coniglio?

— Benissimo, illustre professore, — disse il dottorino.

— Lei crede che non morirà? Intendo dire di morte idròfoba.

— Mai più.

— Io sto molto male, dottore, — e raccontò la sua notte insonne.

— Terrori dei letterati, — disse il dottorino.

Fulai, veramente, era scienziato e non letterato: il dottorino non distingueva le due funzioni, ben distinte, di critica e di arte. Ma quel giorno non ci badò.

Il dottorino era gaio.

— Illustre professore, — disse — , c'è proprio di là nel gabinetto il professor X***. Gli racconto il suo caso, lo faccio visitare. Attenda un istante.

L'allegro dottorino non aspettò nemmeno la risposta. Piantò Fulai in anticamera.

Il professor X**** direttore della Clinica universitaria; un Padre Eterno anche lui, un uomo che conosceva per quali fessure entrano _Erebus et Terror_ nel cervello, un uomo che addomesticava la _Volontà_ e la _Ragione_, un uomo che conosceva bene il cervello come lui Fulai conosceva bene il _Dugento_. Due illustri, dunque, due Padri Eterni che si erano spesso salutati a distanza. Fulai non aveva mai pensato di cadere sotto la giurisdizione di quell'uomo.

Se avesse avuto volontà, Fulai sarebbe fuggito. Ma non aveva più volontà.

— Illustre professore, venga, — disse il dottorino. Fulai lo seguì.

Il professor M*** era lì. Fulai si sentì avvolto nella virile canizie di quell'uomo. Lo sentì parlare con dolcissimo sorriso. Un balsamo di parole.

Mai Fulai aveva rivolto la parola ai letterati e poeti, morti e vivi, con tanta dolcezza.

Lo stupirono anche le parole di lui.

— Caro collega, — disse, — il nostro dottore (e accennava il dottorino) pecca dell'entusiasmo dei neofiti. Mi permetto di parlare così perchè fu mio scolaro. Egli vive chiuso nel laboratorio, ed ha l'illusione di guardare gli uomini mentre questi in realtà sono lontani. In verità egli non guarda che cavie e conigli. Lo sperimentatore di laboratorio non prende dalla natura ciò che egli vuole. Più modestamente: lo sperimentatore imita la natura quanto meglio può. Ora le malattie degli uomini sono tutt'altro che gli esperimenti che noi vogliamo. È la natura che ci impone le malattie, e noi, per tentare di imitarle, dobbiamo prima un po' sapere in che consistano e a quali leggi soggiacciano. Certo queste leggi esistono; ma sono ardue a conoscere ed impongono a noi medici la più gran modestia di pretese. _Subtilitas naturae subtilitatem argumentandi multis partibus superat._ Questo le dico per spiegarle come quel _matematicamente_ che il mio amico ha proferito ieri, era esatto per i conigli, ma poco esatto per l'uomo. Di scienze perfette non ne esistono. Ma al primo errore di quel malaugurato _matematicamente_, ne fu aggiunto un secondo: egli non doveva accondiscendere a far innestare il coniglio. Il coniglio innestato fu come la porta per cui è entrato, non il _virus rabbico_, ma il terrore del _virus rabbico_ in lei; il quale terrore, del resto, è una malattia non meno reale che la rabbia canina. Anzi oggi, che, grazie alle immortali osservazioni di Luigi Pasteur, la rabbia è curabile, creda che la paura è male ben più temibile.... Ah, lei sorride, professore?

Fulai sorrideva: gli pareva di star bene.

— Ma c'è di più: se nel sospetto ci fosse stata un'ombra solo di possibilità, il mio amico dottore le poteva proporre sùbito e come estremo di precauzione, la cura Pasteur. Perchè non l'ha fatto? Per un ragionamento istintivo, per cui lui era convinto che nel suo caso non esiste infezione.

Così parlò il gran maestro canuto.

Ma Fulai in quel momento non istava più male, o almeno così allora gli pareva. Certo aveva sofferto un orribile male, e raccontò dell'immenso stupore che era in lui; cioè come attraverso una piccola scalfittura, se pure scalfittura ci fu, cagionata dal dente di un topo, fosse potuta entrare nel suo cervello un'idea così spaventosa. Quale è l'abitazione nel cervello di un'idea così spaventosa? E come può un'idea far tremare un uomo? vietargli ogni altra attenzione? rendergli nero il sole? impedirgli la volontà? il sonno? il sorriso?

E Fulai raccontò ancora:

— Il mio cervello era prima come un paesaggio svizzero, tutto mondo, tutto ordinato con cura; ma adesso è diventato un paesaggio su cui già passo l'uragano, la tempesta, la guerra, la morte. L'idea di morire arrabbiato ha sconvolto tutto ed in un modo indecente per un uomo rispettabile come io credo ancora di essere. Certo quel genere di morte per idrofobia deve essere orribile; ed io lo ho escluso, valendomi a un dipresso del ragionamento che lei ha fatto, dottore. L'idea un po' va, e poi torna. Torna con l'insistenza dell'antico demonio nell'animo degli asceti d'altri tempi. Dice: “Con permesso„. Ed è entrato già. “Guarda, mi dice, che anche Morgante che era un gigante, è morto per il morso di un granchiolino.„ Ma quella, dico io, è una fola di Luigi Pulci. “Sì, è vero; ma non ricordi nel _Giornale del Vespero_ quel bel racconto di tanti anni fa di quel signore americano che morì idrofobo per una carezza di un suo cagnolino?„ Ma è una combinazione dell'uno sul milione. “Sì, hai ragione: tu probabilmente non morirai idrofobo. Però ammetti, Fulai, che di una morte devi pure morire!„ E questa idea mi si annida allora nel cervello e non se ne vuole più andare.

Ma v'è di peggio: tutti i miei placidi libri mi incutono un'idea spaventosa del tempo. Dante è un abisso, e mi fa paura. I codici del _Dugento_ mi incutono terrore.

Io vedo il tempo materialmente: lo vedo in forma di un abisso senza fondo. Me ne sta davanti la spaventosa etimologia: tempo, cioè _l'andata senza fine_, _l'eterno che tutto assorbe_. Gli uomini hanno immaginato certe eleganti divisioni del tempo, cioè evo, cioè le ore, le olimpiadi, le calende, i mesi; come in certi edifici si mettono dei diaframmi per evitare il capogiro guardando in giù: ma in realtà è tutta una continuazione; e l'abisso rimane. Questi versi del Leopardi, che prima leggeva indifferentemente:

E mi sovvien l'eterno, E le morte stagioni.

adesso mi dànno un senso di raccapriccio. Come faceva quel ragazzo del Leopardi a scrivere queste spaventose cose senza morire?

Era un gran pazzo o un gran savio? Era fisiologico o era patologico, Leopardi? È fisiologico l'_essere_ o il _non essere_? Se non fosse questa mia lingua bianca e questo mio polso convulso, direi che è fisiologico _non essere_. Quel coniglio! La mia vita è quel coniglio!

Il gran vecchio sorrideva. Come faceva piacere a Fulai quel sorridere che pure era derisione delle sue parole!