Part 5
Ma don Alfonso, sentendosi venir meno la vita, accennò che lo portassero appiè del tabernacolo. Ivi, levando le mani e gli occhi ondeggianti nella vicina morte verso l'effigie divota, — Ho profanato (diceva con debole e stanca voce), ho profanato il vostro terreno colla violenza e col sangue... Perdonatemi!
Era un richiamo delle antiche superstizioni, per cui più sentivasi rimorso dell'aver violato il sacro asilo, che non dell'assassinio tentato. E proseguiva: — Pure esaudite la mia ultima preghiera.
Si diede a cercarsi il petto, il che fu dagli astanti creduto in sulle prime quell'atto macchinale per cui i moribondi sembrano volersi aggavignare alle fuggenti cose del mondo. Si vide poi che ne traeva una medaglia ed una chiave, appese ad una catenella: baciò la medaglia, e additandola, coll'anelante voce disse: — Questa offeritela alla Madonnina. Voltosi poi al Sirtori, e porgendogli la chiave, — Qui sotto... nel gabinetto dietro la tappezzeria della mia camera... vostra madre... Andate voi... voi stesso a liberarla. E dopo alquanto, stringendogli la mano, — Voi stesso, ripetè. Protese le membra, boccheggiò; travolse le pupille, nè più si mosse.
Le donne diedero in un pianto: inginocchiati poi tutti recitarono il _De profundis_: indi i servi, recisi e rimondi dei rami, ne formarono una bara, sulla quale composto il defunto, si avviarono verso il castello. La Brigita e Cipriano, non sapendo finire di ringraziare la Madonna d'Imbevera e que' buoni signori, tornarono a casa con quel misto di gioja e di sgomento che succede ad un grave pericolo sfuggito, raccontando l'occorso, ma con tale ansietà e confusione che poco altro si comprendeva se non che l'Orso di Barzago era morto, morto come un santo.
La notizia non tardò a spargersi pel comune. Stava il sindaco scegliendo le più mature pannocchie di grano turco dal suo camperello, quando arriva uno tutto trafelato e: — V'ho a dire una nuova che rimarrete.
— Che cosa? è nato forse il vitello? domandò Isidoro.
— Altro che! È morto il padrone, l'Orso.
— Che? saltò su il sindaco, lasciando cascare gli spigoni e spalancando gli occhi. Morto il padrone? Oh voi mi canzonate. Se l'ho visto io sta mattina, sano come un pesce.
— Tant'è: l'hanno ammazzato, rispondeva l'altro; e sono addietro che lo portano in su morto stecchito.
Intanto sopraggiungevano altri a confermare la notizia; onde Isidoro, fatto tanto di cuore, pianta lì sacco e gonnella, ed: — Animo, figliuoli: qui bisogna correre, se mai fosse bisogno di noi. E toltosi in spalla il forcone, si avvia più che di passo giù verso il bosco, e dietro altri ed altri, di mano in mano che ne incontrava, col badile, con mazzapicchi, con vomeri, con quel che prima capitava sotto le mani. Ma non andarono troppo, che il sindaco fermossi in sui due piedi, ed: — Alto là, ragazzi. Don Alfonso non ha figliuoli, eh?
— Sicuro di no, risposero ad una voce.
— Dunque (replicò egli), noi ricuperiamo la libertà.
— La libertà? — La libertà? ripeteano i villani, guardando un in viso dell'altro come chi ode una parola che non intende: e si stringevano intorno ad Isidoro.
— Senza dubbio (seguitava egli), la libertà. Perchè, non avendo egli nè figliuoli nè cagnuoli, questo feudo ricasca al re, e noi torniamo ad essere liberi come eravamo prima dell'ottanta, cioè a non obbedire se non al re, che Dio conservi. Queste cose io le so ben io, perchè è un pezzo che maneggio gli affari della comunità, sebbene sotto colui pesassi per un quattrino. Ma è finita questa vita da cani: ed ora, che vantaggio, ragazzi! che allegria! Se vi avranno a dar la corda, se avranno ad ammazzarvi, saranno i ministri del re, non costui, e...
— E non s'ha più a pagare? saltò su un padre di sei figliuoli, a cui l'esattore aveva portato via il pajuolo, perchè non si trovava un filippo da dare pel testatico.
— Ma che idee! ripigliava Isidoro. Pagheremo sì; però i nostri bezzi non se li metterà in tasca costui, ma anderanno in Spagna, dove ci sono i dobloni d'oro tanto fatti. Vivano i nostri privilegi! viva la libertà!
E scaraventava in aria il cappello; e gli altri facevano il somigliante, gridando: — Viva la libertà, senza conoscere tampoco che cosa la si fosse, come è il solito della moltitudine, e sovente di quelli che guidano la moltitudine, benchè si diano a intendere di saperla tanto più lunga del povero Isidoro, e quel che è più, senza avere la probità, il disinteresse e le rette intenzioni di quel galantuomo di Brianzuolo.
A mezza l'erta incontrarono il convoglio. Il popolo si affollò intorno alla bara, quasi per accertarsi che veramente fosse morto, e vistolo proprio spacciato, se prima ne dissimulavano i veri delitti, ora ne mettevano fuori anche di falsi: que' timorati, che a dirne male mentr'era forte avrebber creduto offendere Dio, tiravano giù a refe doppio ora che Dio l'aveva raggiunto: quei che più lo avevano piaggiato potente, più sfoggiavano la bravura del vile insultandolo caduto; scene non nuove a chi si ricorda di vent'anni fa. I più dabbene gli recitavano dei suffragi; ed il signor vicario, ch'era pur dovuto accorrere se mai fosse bisogno del suo ministero, esclamava: — Intendete, figliuoli? imparate, _Vidi impium super exaltatum et elevatum super cedros Libani: transivi, et ecce non erat_[4].
Il popolo non capi niente; pure dissero con suffragio universale: — Ha ragione; questo si chiama un parlare! Già è un pezzo che la bolliva! L'ho sempre detto anche io che finirebbe così.
Ma la calca fattasi intorno ritardava don Alessandro, cui le ultime parole del moribondo avevano messo pensate di che cuore. L'ansietà d'un contadino, quando in agosto invocò un pezzo e un pezzo la pioggia sull'inaridita campagna, e che vede finalmente sorgere delle nubi, ma insieme farsi un tempaccio cupo, un cielo nero, con certi lampi lunghi, continui, certo brontolar sordo del tuono, onde tremante aspetta se sarà acqua che ristori o grandine che finisca di desolare, è uno scarso confronto con quella di don Alessandro. Si trattava di sapere se vivesse ancora una madre, cui tant'anni egli aveva pianta per morta; se quello dev'essere il giorno più bello di sua vita, o se andasse a discoprire chi sa qual tremendo arcano, che inconsolabilmente lo desolasse. Non cessava dunque di gridare: — Avanti, avanti, figliuoli.
E questi poggiavano verso Barzago, ingrossando più sempre come un torrente in suo cammino, perchè non le donne, non i vecchi, non i fanciulli rimasero in casa; e come, allorchè fu ucciso il lupo di cui tutti tremavano, tutti accorrono a vederlo, a toccarlo, così facevano là intorno una pressa, un sospingersi, un narrare, un minacciare. Giunti alla forca, la quale sorgeva non inoperosa, sulla spianata del castello, a furia la distrussero, perchè era costume (allora) de' sollevati d'abbattere ciò che loro dispiaceva del reggimento precedente, per dare al successivo la fatica di rifabbricarlo.
Nel castello era già prima entrato il guardacaccia cogli altri: ove raccoltisi intorno i famigli, annunziata la fine del padrone, e parte colle buone, parte colle brusche trattili dal suo parere, si accingeva a frugare la casa per trovare il denaro. Ben presto intende da prima un sordo mormorio lontano, poi alte grida farsi più e più vicine; infine i villani tutti che ormai giungevano alla cima urlando: — Evviva! al castello! abbasso le torri! viva noi, morte ai padroni.
Un popolo, non fosse che il popolo di Barzago, non fosse armato che di ciottoli e di bastoni, mette paura a musi troppo più bravi che i bravi di don Alfonso. I quali, trovandosi circondati, nè vedendo a che la cosa riuscirebbe, ma persuasi che l'audacia raddoppia gli uomini, levarono il ponte, calarono le saracinesche, poi, affacciati tra i merli, spianando i fucili, intimarono: — Indietro, marmaglia.
E la marmaglia, che non se l'era aspettato, dava indietro. Ma il Sirtori, che a cavallo soprastava alla turba, fattosi innanzi ed alzata contro i bravi la mano ignuda in segno di pace: — Quieti (diceva), quieti. Non fate male ad alcuno, e, parola di gentiluomo, neppure a voi non vi sarà fatto male. Potrete andare dove vi piace; vi pagherò i salari scaduti: ma deh! lasciatemi entrare costà. Il fu vostro padrone, guardate, morendo mi diede questa chiave, e m'ingiunse che io stesso aprissi il gabinetto dietro la sua camera, e che colà sta rinchiusa mia madre, la contessa Perego. Forse voi altri ne sapete. Deh! vogliate al più presto lasciarmi vederla, salvarla. Non chiedo altro: non vi chiamerete certo scontenti di me.
Queste e simili parole diceva egli in aspetto di tanta compassione, che a molti circostanti s'imbambolavano gli occhi. Il guardacaccia, partecipe dei delitti del padrone, si ricordava benissimo come, anni fa, nel bosco avesse rapita quella signora: sapeva d'averla portata in castello: ma quivi era scomparsa, nè quel che ne fosse avvenuto lo sapeva egli, nè l'aveva cercato, non essendo questo affar suo: la credeva da un pezzo morta e sepolta. — Ma se (pensava egli), se la è viva tuttora, ed il padrone la conservò tanto tempo per finezza di vendetta, possibile ch'egli sia stato debole a segno da sventare in un sol punto l'opera di tanti anni? — Dal quale ragionamento venne a indurre che, o questa fosse un'astuzia del signor Sirtori, o veramente il moribondo avesse affidata a questo la chiave, perchè sotto a quella stesse chiuso il tesoro che la popolare credenza supponeva essere riposto in ogni castello.
Approfittò dunque della smania di don Alessandro per conchiudere una specie di capitolazione. — Ella vede come due e due quattro, che con questi uomini io posso tenere il castello per un mese: e intanto quell'altra se non è crepata, creperà. Pure, se tanto le preme d'entrare, io lascerò venire vossignoria co' suoi uomini nel cortile: quando sarà dentro, tratteremo più preciso; ma prima, sulla fede sua mi prometta di lasciare andare me ed i miei camerati con tutto quello che avremo indosso senza molestarci.
Per quanto al signore paresse degradarsi scendendo a condizioni con siffatta genìa, pure, struggendosi di venirne a capo, non esitò a rispondere: — Sì, sì: prometto in faccia a Dio e a tutta questa brava gente.
Allora fu abbassato il ponte. — I quattro bravi di don Alessandro precedettero: egli e la sposa, che mai non se gli parti dal fianco, tennero dietro a cavallo: ma fu impossibile impedire che alcuni dei galuppi più arditi, sguisciando fra le gambe dei cavalli, non entrassero nel cortile, e dietro a loro tutto il popolo. I bravi, tolti in mezzo, per quanto urtassero e minacciassero, poco profittavano tra la folla e agevolmente avrebbero potuto restare uccisi. Ma il sindaco, al quale troppo sarebbe dispiaciuto il non potere in tutte le forme pigliar possesso del castello a nome del comune, e che si ricordava in che modo taluno de' suoi predecessori si fosse comportato in caso di sollevazione, andava gridando: — In nome della legge, all'ordine. Se sarà da ammazzare, aspettate che vi sia comandato. — Il vicario, che, tanto contro sua natura, trovavasi strascinato in quel serra serra, a somiglianza d'un tordo presiccio che starnazza e ficca il capo fra le gretole della gabbia se mai possa distrigarsene, così lui, dimenticati i testi e le metafore, prendendo or questo or quello per la giubba, diceva: — State buono: state savio; altrimenti posso andare di mezzo anch'io che non ne ho nè colpa, nè peccato.
Da tutto questo ajutati, i bravi si rannodarono, e, rotto il folto della calca, guadagnarono la portella del palazzo, liberarono i mastini di guardia, raccolsero altro servidorame, abbarrarono l'ingresso, e ripigliato il sopravvento, tornarono a scaraventare maledizioni e bestemmie, ad inarcar gli archibusi, a minacciare di mandar tutto a fuoco e sangue. Valse l'opera di don Alessandro, sicchè la gente tanto o quanto si ritrasse; il sindaco situò intorno alla porta una dozzina di suoi fidati, e allora il guardacaccia, tanto più coraggio mostrando (usanza di molti) quanto peggio la vedeva parata, e dell'ansietà del Sirtori valendosi per trovare e scampo e denaro, cominciò, quasi fosse lui il buono e il bello, a lamentarsi della promessa fallitagli, e alzar le pretensioni. — Ora che la va di picca, (gridava, battendo per terra il calcio del fucile) qui dentro non ci entrerà nè lei nè altro muso, finchè io sappia sparare una palla contro un temerario. Alle corte, per fare una parola sola, dia a me cotesta chiave. Io ho pratica della casa; andrò a vedere, a ricercare. Se no, la si tenga la sua curiosità, finchè glielo dico io.
Il guardacaccia poneva tutta l'importanza del fatto nell'aversi in mano quella chiave: perchè (discorreva col pensiero) o sotto di essa vi è il marsupio, e avrò fatto una buona giornata: o v'è la donna, e son a cavallo; essa mi servirà di statico per ottenere quel che voglio.
La raccomandazione però fatta da don Alfonso al Sirtori d'aprire egli stesso, tratteneva questo dal cederla, quantunque non potesse indovinarne il motivo. Si fece innanzi il sindaco, esibendosi, quale rappresentante del comune, di entrare egli stesso alla ricerca; ma l'altro aveva messo i piedi al muro: onde, non volendo far sangue, dal che, oltre il male del prossimo, poteva venirgli anche una persecuzione dalla giustizia, don Alessandro s'indusse a ceder la chiave al guardacaccia, che, sognando mucchi d'oro, s'avviò con essa.
Non v'è entrato mai il capriccio, o lettori (poichè un uomo di mondo dee veder tutto, anche i delirii, anche le sciocchezze) di trovarvi là dove si cavano i numeri del lotto? Un ampio cortile pieno fitto di gente (plebe, s'intende, perchè questa è il predestinato zimbello degl'inganni) rimbomba dello schiamazzo di mille voci, che suonano ognuna diversamente, ma tutte sul motivo stesso, cioè i numeri giocati. Uno li ebbe dal tale, ammesso ai segreti della fortuna, l'altro li tirò da un sogno, chiaro come il sole; un terzo li almanaccò addosso al poverino che fu impiccato sta settimana; quella comare ha messo la polizzina nelle occhiaje d'un teschio, e la notte sognò fuoco: narrano, ascoltano, consultano: in volto a tutti leggi l'ansietà. Nè a torto. Si tratta che alcuni non hanno fatto colazione per serbar i cinquanta centesimi da mettervi su; si tratta che quest'altro picchiò sua moglie perchè, invece di dargli i quattrini, voleva con essi comprare una libbra di pan cruschetto da sfamare i puttini; si tratta che quella donnina è venuta ad una parziale transazione colla severità di sua virtù. E forse di lì ad un momento sentiranno gridare due, tre numeri, di quelli appunto scritti nel loro polizzino; e per trenta o quaranta scudi che di giovedì in giovedì buttarono a minuto nel bugiardo botteghino, andranno contenti come pasque, a riscuoterne tre, quattro, fors'anche venticinque, uno sopra l'altro, gridandosi fortunati e pagando da bere a tutti gli amici: già impromettono, già fanno i più begli assegnamenti su quei denari. Ma allorchè compajono sul palco quei signori, a far con tanta serietà un giuoco, con tanta onestà uno scrocco; quando l'innocenza mette la destra nel bossolo dell'illusione; più non s'intende uno zitto: cheti come pesci, tengono il respiro: le bocche, gli occhi stanno incantati verso il palco, verso l'urna, verso l'orfanello.
Questa similitudine, che senza sconcio si sarebbe potuta ommettere o almeno scorciare, vaglia a farvi intendere quel che succedeva nel cortile del castello di Barzago. Al frastuono di prima era succeduto il curioso silenzio dell'aspettazione: fissi gli occhi, proteso il mento, levati sulle punte dei piedi, stavano i villici attenti alla porta per cui era entrato il guardacaccia, figurandosi ad ora ad ora vederlo ricomparire... con lui una donna; e qui la fantasia di ciascun sbizzarriva, immaginandola o pallida, estenuata come Lazzaro quatriduano, ovvero ancor bella, fresca, raggiante, per uno dei tanti miracoli, sparsi intorno dall'ignoranza, dai cantastorie e dai frati.
Quando improvviso rompe quel silenzio un fragore, come di fulmine: tremò il castello: cento teste fecer civetta fra le spalle, cento bocche si spalancarono ad un ah di meraviglia, di sgomento: poi al grave odore di solfo, ai densi volumi di fumo che sbucavano da una finestra, le donne e i più timidi cominciarono ad esclamare: — Il diavolo, il diavolo! è venuto a portar via il padrone ed i suoi bravi.
Tanto abituali e radicate erano queste ubbie, che non solo cacciarono il più de' circostanti in dirotta fuga, ma fecero impallidire gli stessi più sicuri: e quei bravi che le tante volte aveano sfidata a viso a viso la morte, ora dinanzi ad un potere invisibile presi da panico terrore, gettarono le armi gridando: — Perdono! misericordia! Nè meno sbalorditi rimasero il vicario, il sindaco, e, a malgrado del sangue generoso, anche don Alessandro. Questi però fu il primo a ripigliarsi, e tolta omai ogni resistenza, si mosse diviato per riconoscere l'accaduto. Il vulgo non dubitate che più varcasse la soglia, da che la idea del diavolo la custodiva. Il vicario, per poca volontà che se ne sentisse, non potè rifiutarsi all'invito fattogli di entrare scongiurando: e fioco siccome avesse veduto il lupo, trinciando benedizioni che l'una non aspettava l'altra, ripeteva esorcismi e _oremus_ cui donna Emilia rispondeva. Seguitavano i servitori, girando gli occhi pieni di sospetto, e colle armi inarcate quasi avessero intenzione d'ammazzare lo spirito maligno: dietro a tutti veniva il sindaco, con tremula voce dicendo come un giornalista: — Coraggio, innanzi.
Così s'avviano alla camera di don Alfonso. Ogni cosa era ingombra di fumo: ma l'usciuolo dietro alla tappezzeria era aperto: passano nel gabinetto... che spettacolo! Il guardacaccia sfracellato giaceva in un lago di sangue, attraverso alla portella, il cui soliare era stato spezzato e scagliatogli incontro da una specie di macchina infernale sott'esso coperta, e a cui l'ingordo avea dato inavvedutamente lo scatto. Il giovane signore lanciossi dentro la portellina, e al lume delle fiaccole portategli dietro da due uomini, si calò per uno scaletto angusto, erto, disuguale, scalpellato nel macigno; mentre il sindaco distando in cima, veniva dicendo: — Non la abbia paura ad ogni modo siamo qui noi. È giù?
Il Sirtori, disceso molti scaglioni, trovato alfine il pavimento, ecco vi scorge disteso qualche cosa di nero: — Dio, Dio! che palpiti al cuore d'un figlio! — Accosta il lume: è una donna. Non la conosce: ma le parole del moribondo, ma una voce interna non gli lasciano dubitare chi ella sia. Ma ohimè! non si muove, non sente, non risponde alle parole di lui, che va gridandole: — Madre, madre. Se la leva in dosso, e su.
Pallido, sudato, coi capelli irti sulla fronte, rischiarato dietro dalle fiaccole, adombrato avanti dalla fumea non ben dissipata, quando ricomparve nel gabinetto recandosi sulle spalle quella infelice, che spenzolava come cosa morta, il sindaco diede indietro: il curato raddoppiò gli scongiuri: la sposa se gli gettò incontro, e sollevando il capo cascante della meschina, lo bagnava di lagrime dirotte. La posero a letto, la scaldarono, la soccorsero; non era morta. In quel corpo già estenuato da lunghi patimenti, il colpo rimbombato più fortemente nel sotterraneo, aveva sospesa non troncata la vita. L'impressione dell'aria e della luce, il calore, le assidue cure del figliuolo e della nuora, richiamarono i sensi smarriti: il cuore tornò a battere, il sangue a rifluire per le vene: tutta alfine si risentì, guardò intorno... Più non era la fetente oscurità, la desolata solitudine della sua tomba: rivedeva il sole, rivedeva visi umani, ed un giovane, che premendo il volto contro il volto di lei, andava ripetendo: — O madre, madre! sono Alessandro; sono il vostro figliuolo.
Lettor mio, non fosti tu mai in prigione? Dunque non hai gustato qual gioja sia il tornare da quelle angustie alla libertà, all'aria aperta, all'uso del proprio volere; dagli ozii penosi all'opere; dall'incompassione, dalle beffe, dal sospetto, all'abbraccio de' suoi fidati, al colloquio sincero e spensierato, alla pietà, all'onore, al credere, all'esser creduto, al riconoscere ancora l'uomo e la sua dignità. Pure a questa consolazione generalmente non si arriva che dopo gustati, giorno per giorno, minuto per minuto, gli ineffabili spasimi della speranza.
Ma per la signora Perego il balzare dall'eccesso delle angosce all'eccesso della gioja, era istantaneo. Addormentatasi in un terribile sogno, si svegliava al colmo della letizia. Da sì lungo tempo non vedeva altra luce che la fioca di un altissimo pertugio: da sì lungo tempo non udiva che qualche insulto scagliatole dall'Orso, insieme col pane: da sì lungo tempo non diceva altre parole, se non la preghiera che innalzava con fede a quel Dio, che sa tramutare in esultanza il dolore quando sembra più disperato.
Ripreso quindi il vigore, essa potè narrare come dal bosco d'Imbevera fosse stata rapita a quel castello: i primi giorni fu tenuta in cortesia; ma perchè costantemente resistette a minacce e lusinghe dell'osceno che le aveva trucidato lo sposo, egli, convertito l'amore in odio mortale, ingiuriatala di mille scorni, l'aveva sepolta in quel sotterraneo, dove non sapea dir quanto tempo, giacchè nulla numerava la monotonia de' suoi giorni, ma certo anni ed anni era vissuta, desiderando, invocando la morte, nè da alcuna consolazione confortata, se non dall'avere, tra gli impeti della collera del feudatario, compreso come di mano gli fosse scampato almeno il diletto suo Alessandro. All'intenderla, il vicario impietosito, diceva: — Affè, vossignoria può cantare col redivivo Giona: _De ventre inferi clamavi, et exaudisti, Domine, vocem meam_[5]. Il figliuolo piangeva dirotto, ad ora ad ora esclamando, — O madre mia, mia cara madre, quanto patire!
— Sì, rispondeva ella: sì, ho patito e quanto! Ma l'innocente che geme sotto la prepotenza ha un conforto inesauribile ove si volga al Signore. Io lo pregava di cuore; io pregava la beata Vergine dei dolori, che fu madre anch'essa, che essa pure ha perduto un figlio per l'iniquità degli uomini; pregavo non perchè finissero i miei tormenti, che nè tampoco lo speravo, ma per ottenere pazienza, ed allora sentivo mitigarmisi gli affanni.
Più minuto osservando, si conobbe come il sotterraneo rispondesse appunto sotto al letto del feudatario, che conservando viva la sua vittima, avea voluto sorsi a sorsi assaporare la voluttà della vendetta. Tenere in catena il suo nemico; sapere quel che ad ogni istante egli patisce: contarne, sto per dire, i gemiti ad uno ad uno, e questo nemico non avere altra cagione d'abborrirlo se non le ingiurie recategli, è squisitezza di piacere che voi non conoscete, non conoscerete mai, anime umane, e che solo alle sue privilegiate riserba il demonio[6].
Sull'usciuolo di quel sepolcro era delineato il teschio racchiuso nella gabbia, affinchè l'aspetto di quello condisse la vendetta, che là entro se ne stillava. Il Sirtori, esaminando la soglia, fece notare gl'ingegni, disposti in modo che dovesse dare il volo alla polvere sott'essa adunata chi vi entrava senza le precauzioni, note forse soltanto a colui che l'avea preparata. Il sindaco, che, per fare il dover suo, osservava ogni cosa finamente, non sapeva intendervi, e diceva: — Questa, non si può dubitare, è una mina. Ma come qui? e perchè?
— Era un colpo di riserva, rispose don Alessandro.
— E per chi preparato?... addimandò la sposa, e impallidì. — Il Sirtori impallidì anch'esso, e guardandola tacque.
Era quella, disposta pel caso d'una disgrazia, affine di trucidare chi tentasse di liberare la rinchiusa? o col disegno di condurre là il figliuolo, e quando la madre corresse nelle braccia di lui, spalancare una voragine di fuoco di mezzo ai loro amplessi?