Novelle brianzuole

Part 4

Chapter 43,765 wordsPublic domain

Cagione di questo era stato, che, mentre i bravi, o come da noi si diceva, i _buli_ rimanevano appostando la vittima, secondo v'ho narrato, un'altra di genere diverso vi rintoppò; la Brigita ostina, che, scortata dall'amorevole Cipriano, tornava a casa.

Era delle belle contadine che possono vedersi con un par d'occhi: sul fiore dei venti anni, una ricca capellatura nerissima raccolta in trecce contornava un viso gioviale e pienotto, dove le rose che costantemente vi dipingeva la sanità erano in quell'ora avvivate dal calore del mezzogiorno e dal camminare; come il contento di ritornare fra' suoi cresceva l'allegrezza d'un cuor pacifico e buono. In vestire lindo e semplice, poco diverso da quello che si usa tuttavia fra le Brianzuole, con corsetto e sottanello di filaticcio e grembiule di vergato, sul braccio ignudo recavasi un paniere dov'erano riposti i pochi arnesi che seco aveva portati alla filanda. La cortesia del fratello non era tanto incivilita da alleviarla di quel peso; non gli cascò tampoco in mente: ma in quella vece, camminandole innanzi per l'angusto sentiero, tutto affetto egli la veniva interrogando dietro via dei casi suoi e quei della famiglia e dei conoscenti, poi con aria d'ingenua intelligenza voltandosi a fare l'occhiolino, domandò: — E col giardiniere, di' su, come va?

Ella, divenendo ancor più incarnata, e con un sorriso di modesta bontà, non gli fece altra risposta, se non di interrogarlo: — E la mia vite?

— Oh la tua vite! se tu sapessi che pericolo ha corso! È salva per miracolo. Così Cipriano, il quale tolse di qui occasione di raccontarle la grande avventura della lepre, dello spavento, e in conseguenza del perchè le fosse venuto incontro. — Ma sta col cuor quieto (egli seguitava) che il rumore della caccia si sente là abbasso, molto lontano di qui.

Così discorrendola, i due buoni fratelli inciampicarono senza accorgersi fra i bravi, appostati alla macchia. Uno dei quali, come gli avvisò, — Ohe! ohe! (cominciò) guarda, camerata; vanno anche delle fiere domestiche per questo bosco.

— Che bella pollastra! gridò il secondo balzando in piedi.

— Ah, ah! questo villano non si può dire che sia di cattiva bocca, soggiungeva il Guercio, sgangherando la bocca ad un riso sguajato.

Cipriano in quel momento avrebbe veduto più volentieri il diavolo. Gittò un'occhiata all'intorno: non v'era anima da sperarne ajuto; talchè, visto che era il caso di bere o d'affogare, si voltò loro con una cera brava, gridando: — Però?... m'avete mai visto?... avete forse ad avere qualche cosa? ed altre parole, che uno dice più fiero, quando ha più paura.

Ma coloro non erano musi da ristarsi per parole, e cogli sfacciati modi dei bravacci, s'accostavano alla ragazza, la quale, diventata di mille colori e trasudando, s'avvinghiava al braccio del fratello gridando: — Ajutami, Cipriano; ajutami.

Questi, poichè vide a nulla giovar le parole, montandogli il sangue al capo, cacciò fuori tanto d'occhi, e soffiando come una gatta quando sente la canizza, cominciò a girare a mulinello il suo bastone, mentre coll'altra mano brancò il coltellaccio gridando: — Indietro, o malandrini, o vi mando tutti al Creatore.

— Oh, oh! costui fa di buono, ripigliò il Guercio: ma come è così, neppur noi non si farà da baja. E se gli volsero incontro. Lo stradello correva stretto e insaccato fra due cigli assiepati di vepri, talchè non riusciva difficile a Cipriano lo schermirsi da tutti e tre, mentre alla sorella diceva: — Fuggi, scappa. Essa però ben comprendeva che il discostarsi non sarebbe che peggio; onde si teneva poco dietro di lui, che arretrando si difendeva.

Sbucarono così sul piazzuolo che girava davanti alla Madonnina. Coll'ansietà onde il fantolino, inseguito da un ringhioso cagnaccio, ricovera al grembo della madre, la Brigita corse al tabernacolo, prostrandosi ginocchioni. Colà pure tentò ripararsi Cipriano; ma non appena fu al largo, un di coloro gli tolse l'avvantaggio, sicchè egli rimase framezzato. Non intendevano già ammazzarlo; non n'erano comandati: e s'erano messi a quella baruffa piuttosto per chiasso che altrimenti. Ma quando ne toccarono alcune saporite dal randello di quel gagliardo, che non sapeva prendere da celia gl'insulti tentati verso la sua buona sorella, non l'ebbero più da riso, e pieni di mal talento giurarono fargliela pagare. Batti dunque ch'io ti batto, uno contro tre. Cipriano si trovava nelle male peste.

Anche l'asilo del luogo sacro, ove la Brigita erasi ridotta, secondo le idee di que' tristi proteggeva contro la violenza bensì, non contro la lascivia. Onde, nel mentre che due tenevano ciascuno per un braccio agguantato il fratello, il Guercio, che era fra essi il più laido d'animo come di figura, saltò verso la fanciulla a molestarla con parole scomposte e scomposti atti. La meschina, accoccolatasi, raggricchiata, stretta stretta alla parete della Madonnina, colle braccia incrociate sul seno e la faccia tra quelle appiattata come poteva, gridava:

— O Signore! ajuto! Cipriano... o Cipriano, soccorrimi!... Caro voi, lasciatemi stare... Vi prego, per vostra madre, per vostra sorella... No, no... per carità... sono una povera ragazza, abbiatemi compassione... state quieto... Oh! cara Madonna!... Oh anime del purgatorio!... vi dirò il rosario tutti i lunedì finchè campo... No, no... ajuto, ajuto!

E Cipriano vedeva. Indarno procurava sviticchiarsi da coloro: pestava i piedi, imperversava, gagnolava, stiacciava come una civetta in collera, stralunava gli occhi al cielo, urlava — Sta cheto, mostaccio da forca. Se ti posso arrivare! Guarda che t'ammazzo... e non poteva farne altro. Anzi i buli, mescendo giuraddii e sghignazzi, gli facevano tratto tratto sentire come pesassero le loro minacce.

A questi strilli, a quel diavolezzo, accorse dapprima la canatteria che l'accrebbe, poi cacciatori da diverse bande, infine don Alfonso istesso. L'apparir suo nulla di bene prometteva a Cipriano: pure v'ha dei momenti, in cui è di consolazione anche un disastro, purchè ci tolga all'affannoso presente. Di fatti, appena il padrone comparve, i buli, tanto umili coi superiori quanto erano prepotenti cogli inferiori, lasciarono i due martiri, e cavate le berrette, si ritrassero insieme, coll'abjezione che nasce dall'abitudine della servilità. Cipriano, riposte anch'egli le sue armi e trattosi il cappello, stette ad occhi bassi, e per un istante si fece un silenzio cupo, siccome all'avvicinare del terremoto; finchè don Alfonso, flottando e con piglio quanto più si poteva severo, gridò a quei tre:

— Così s'adempiono i miei ordini, canaglia? Animo, al posto, e me ne renderete ragione.

Non pareva vero a Cipriano che l'Orso sgridasse i suoi uomini per una cattiva azione, e risorto da morte a vita, andava fra i denti raccapezzando un ringraziamento da recitargli. Ma come in chi abbia sorbite alcune stille di belladonna, alla dormigliosa vista si presentano gioconde figure, che a poco a poco si tramutano in mostruosi sembianti, alla guisa stessa il povero villano ebbe tutto a rimescolarsi, quando, alzati gli occhi, scorse il torvo cipiglio del feudatario, che col tono istesso di minaccia, gli parlò:

— E quanto a te, mascalzone petulante, che ardisci opporre la forza alla mia livrea, l'avrai da fare con me.

Cipriano intontito biascicava una risposta, una scusa, quando per trista giunta vide fissati sopra di sè i torti occhi del guardacaccia. Avrebbe allora voluto sobbissarsi, e voltava la faccia, stringevasi nelle spalle: ma invano; chè quegli, fattosi più dappresso e battendogli una palmata sulla spalla:

— Olà! (gridò) non m'inganno: tu sei uno di quelli che l'altra settimana andava ammazzando lepri pel bosco. Indi con uno sgrigno satanico replicando la battuta: — Ora t'ho còlto (proseguiva) e il tuo salario, come t'ho promesso, ti verrà prima del sabato.

Don Alfonso, già esacerbato dal colpo fallito, ora punto in parte così delicata, s'inviperì; e prorompendo in una salva d'improperii, che anche i nobili, negl'impeti loro, non isdegnano usurpare dalle bocche della plebaglia, da cui son tutto studio a discostarsi nel rimanente:

— Come! (gridava) anche questo? violare la caccia bandita, ed ora resistere alla mia gente? Ah, questa passa il segno, e t'avvezzerò io. Intanto legatelo a codesto ramo, e dategli un pajo di strappate di corda, finchè nomini i compagni di sue ribalderie.

Cipriano stava chiotto col capo basso, nella figura che sì spesso tocca, in questo bel mondo, all'offeso innocente davanti al potente oltraggiatore. Ma quando intese la parola di corda, si senti sdrucciolare un gelo per le reni, e — Signore... Illustrissimo... La badi a me.... Quanto alla sua livrea, da povero figliuolo, sono stati loro che mi assalirono, che maltrattarono mia sorella. Della lepre, le dirò la verità... Si... ma... è vero... c'è una vite... Questa qui è mia sorella...

Tali e somiglianti parole ciarfogliava, affoltava il povero Cipriano, ma invanamente; chè l'impassibile crudeltà del barone sollecitava con uno sguardo i cacciatori, i quali, fatti manigoldi, si difilavano contro l'ostino. Come questi vide inutile la sommessione e il pregare, còlto il momento, spiccò un lancio, e ricoverossi in un batti baleno alla Madonnina, ove stava la Brigita pallida, tramortita, colle mani giunte e gli occhi supini, moltiplicando ave marie. Qui sentendosi sicure le spalle e protetto dal luogo sacrato. Cipriano, rifatto un cuor risoluto, calcossi in testa il cappello, ripigliò le armi sue plebee, ed in suon di rabbia, gridò:

— Avanti chi gli basta il cuore.

Trarlo di là non avrebbero osato gli uomini: ma i cani, poco impacciandosi degli asili, aizzati scagliavansegli addosso, e non erano pochi. Egli rotava senza riguardo un randello, e a chi toccavano, uomo o bestia, erano sue; onde un guaire, un ringhiare di cani, un fremere di bravi, lì tra gli ordini del padrone e la venerazione del sagrato; un bestemmiare ancor più sonoro di don Alfonso, che al vedere trattati a quel modo, non solo gli uomini, ma fin le sue bestie, dimenticando ogni rispetto, spronava il cavallo addosso al miserabile, giurando gliela farebbe scontare, se avesse dovuto strapparlo d'in su gli altari.

In quella apparivano sullo spianato istesso don Alessandro e la sposa sua, accorsi al rumore. Gettarono uno sguardo su questa scena; ma ciò che più diede nell'occhio al Sirtori furono i tre scherani che, ritiratisi al cenno del padrone, postati dietro una fratta allo sbocco dello stradello sporgevano le luride facce, curiosi di vedere come finiva. La Brigita, rimasta coll'angoscia dell'agnella quando vede e sente il lupo vagolare ululando attorno al debole steccato che la protegge, appena avvisò la dama, balzò, ed a precipizio corse ad essa, gridandole colla concisione dello spavento:

— Signora, la mi salvi; cara lei, mi salvi, per amor di Dio.

Non sapeva ella chi costei fosse: ma il cuore delle donne è sempre così dischiuso alla compassione, che l'apparir di una viene riguardato dagli infelici come una consolazione, una sicurezza. Donn'Emilia in fatto, dipinta di pietà, scese di cavallo, e colla simpatia che tutti inchina alla gioventù ed alla bellezza, ma che le donne non ricusano mai a persone del loro sesso, presa fra le braccia la bella sbigottita, con parole e più cogli sguardi commosse il marito ad assumerne le difese.

Veramente, allorchè si vedono in lotta il debole e il forte, non la carità cristiana, ma certo la prudenza umana insegna a pigliare la parte del secondo e giudicar reo e ribaldo il fiacco, se non altro perchè ardisce resistere. Ma la generosità della gioventù e la franchezza d'un'anima ben educata facevano don Alessandro inchinato alla parte del paziente; al che aggiungendosi il pregare della sposa e il sinistro concetto in che era tenuto il feudatario, non esitò a chiarirsi campione di que' meschini. Colla maggior creanza di modi, venuto adunque allato a don Alfonso:

— È lecito sapere qual sia la colpa di quegli sciagurati?

La collera aveva già invaso l'animo dell'Orso al trovarsi impedito nella giustizia, com'egli ed altri chiamavano la vendetta; onde, a guisa di sparviero che vede la colomba abbandonare il sicuro nido, egli vibrò l'occhio sulla fanciulla quando si scostò dall'asilo, nè punto badando al Sirtori, con un sogghigno ove mescevasi il pensiero atroce col pensiero lascivo:

— Ah! ah! (disse) ci sei venuta da te stessa, eh? Animo, cacciatori; essa pure è complice; pigliatela, e portatela dritto in castello.

Parve atto scortese e crudele al giovine cavaliero, prima il non rispondergli, ed ora il voler levare quella fanciulla dalle braccia d'una dama; onde, col morbido della voce mitigando un cotal poco la precisione delle parole, — Signore (esclamò) vorrei sperare che la cortesia e l'onestà di un cavaliero le fossero abbastanza conosciute.

Misurollo quell'altro con bieca guardatura, e: — Conosco i miei doveri, nè occorre che altri venga a dar il tono in casa mia. Poi tornatosi ai cacciatori che esitavano. — Su via (intimò): a chi dico: obbedite.

La Brigita ascondeva la faccia in seno alla dama, gridando: — No, no, per carità... per amor della Madonna... mi ajuti: pregherò il Signore per lei tutti i giorni... Poverina me! La mi ajuti, o piuttosto mi ammazzi. Cipriano, assediato nei suo asilo, non poteva che gridare, — la salvi, la salvi. — Salvala, diceva pure donn'Emilia, volgendosi al marito, bagnata di lagrime e resa più bella dalla pietà. Il Sirtori girò la briglia e, spinto il cavallo fra la donna e i rapitori, vibrando contro questi lo spuntone da caccia, intimò: — Indietro.

Chi ha visto come il fuoco divampi al gettarvi dello spirito, pensi che altrettanto avvenisse di don Alfonso a quell'atto. L'odio represso fin là sotto la maschera della cortesia, ruppe nella collera più furibonda, e: — Che? gridava con parole ammezzate dal singhiozzo dell'ira. Chi è tanto audace da frammischiarsi nella mia giurisdizione? Sono miei vassalli: hanno violato le mie leggi; chi si oppone è sleale al re. Indietro.

E difilatosi contro don Alessandro, gli pose la mano alla briglia del cavallo. Per quanto gravissimo fosse questo affronto secondo le idee d'allora, per quanto un cavaliero fosse dilicato nel punto d'onore ed anelasse l'occasione di mostrar valore ed ostentare maestria nel maneggio dell'armi, studio quasi unico dei nobili, pure la differenza di età, la situazione, l'ospitalità che ne riceveva contennero don Alessandro, che quanto più seppe pacato gli diceva di rimando: — Qualunque altro, ed in qualunque altro luogo si pentirebbe tardi d'avere intaccato la lealtà d'un par mio. Qui però, se ben vedo, non si tratta di giustizia; nè conosco legge o costumanza al mondo, che permetta di rapire una ragazza e di violare un luogo consacrato. No, finchè io sappia tenere un'arma in mano non permetterò mai che, dove io sono, si commettano soperchierie.

— Soperchierie? sciamò l'altro nel colmo della furia. Anzi soperchieria fai tu, arrogante fanciullo, a pretendere ch'io ti renda ragione del mio operare. Tu hai smentite le mie parole come fossero quelle d'un villano: ti ricambio la mentita e ti chiamo codardo e sleale, e te lo sostegno con l'armi. Mettiti in parata; chè mi sento cuore di farti provare come ferisca questa punta, che da un pezzo ha sete del tuo sangue.

Che il disegno dell'Isacchi fosse tutt'altro che di suscitare un alterco, abbastanza appare dalle precedenti disposizioni. Ma queste gli rimanevano scompigliate, sì dal trovarsi lontano dal posto dell'agguato, sì dall'avere intorno troppa gente per celare il fatto quanto fosse d'uopo alla impunità.

L'ammazzare, insegna la legge di natura e di Dio, è sempre delitto: l'ammazzare in duello, insegna il mondo, è non solo lecito, ma lodato da quel punto d'onore, virtù di parata, che può associarsi a tutti i vizii e fin colla codardia.

Don Alfonso dunque, vistosi presentare il destro di riuscire al suo intento con un duello, spinse la provocazione sino al punto di farlo nascere, sì perchè sitibondo più che mai di sangue in quell'impeto; sì perchè disprezzava un giovane, non ancor avvezzo ad affrontare la morte, i cui riguardi stessi interpretava per vigliaccheria. Anche a don Alessandro parve gli tornerebbe ormai a biasimo il ricusarsi: finì di determinarlo l'ultima frase, ove sonava una di quelle verità, che suo malgrado sfuggono all'uomo nella foga della passione. Onde balzar di cavallo, impugnare uno stilo abbindolato all'arcione, e mettersi in attitudine, fu un lampo. Altrettanto avea fatto il nemico: ma quel furore non gl'impedì che, nel brandire il pugnale, ne accostasse alla bocca il pome, imprimendovi colle labbra convulse un bacio sul nome di Maria, che v'era niellato: indi si venne ai fatti.

Al primo vederli così inaspettatamente alle contese, le donne si misero fra loro, procurando attutirli: ma vista vana ogni opera, si raccolsero al tabernacolo, e quivi gettatesi ginocchioni, avvicendavano preghiere. L'occhio però, che alzavano supplichevole a quella che andavano chiamando cara Madonna, volgevasi ogni tratto per fermarsi sui due pugnali, terribile arma, che di sopra al capo dei due combattenti sfavillavano d'un lampo ferale. In entrambe le donne un solo era il voto, ma mentre la villana restava quasi fuor di sè ad uno spettacolo tanto insolito, sul volto di donna Emilia poteva, insieme all'angustia, notarsi una certa compiacenza al vedere il suo Alessandro mostrar coraggio e generosità, doti che sempre riescono gradite ad una dama, tanto più se le scorge in colui che è suo.

Il seguito del feudatario erasi rannodato da una parte; rimpetto si erano collocati i bravi del Sirtori, che cogli sguardi cagneschi ricambiando i cagneschi sguardi degli altri, parevano dire, — Eccoci qua, per qualunque caso, a darvi buon conto di noi. Cipriano che, durante il diverbio, a guisa d'una macchina avea voltato la faccia e la bocca a qual dei due parlava, ora, colle spalle sempre volte al tabernacoletto, e rispondendo sopra pensiero alle orazioni delle preganti, non dispiccava mai l'occhio dai combattenti, e colle braccia e con tutta la persona ne secondava i colpi. Poco lontano il Guercio e due altri bravi ustolavano e adocchiavano con ansietà; e si dicevano tra loro: — Sta a vedere che il padrone risparmia a noi la fatica di fargli festa.

— Mi pare piuttosto (soggiungeva il Guercio) che il giovane voglia risparmiare a noi la romanzina o peggio, che il padrone ci ha promesso.

— Mi rincrescerebbe (aggiungeva il terzo) a restare senza salario.

Infatti apparve ben tosto come il giovane sull'altro prevalesse. L'Isacchi era il toro inferocito, che assale ad occhi chiusi; l'altro, più freddo e cauto, colla sinistra dietro il fianco, la destra sporta, l'occhio fisso all'arma dell'inimico, mentre con quieta destrezza ne schivava o schermiva i colpi, pareva andar ritenuto per non trargli mortalmente, nudrendo ancora quella speranza che conserva un onest'uomo, strascinato contro voglia ad un tal passo, quella d'uscirne con nessuno o poco sangue. Don Alfonso, non aspirando che ad uccidere l'inimico, gli cacciò una puntata di sotto in su, ma l'altro fu lesto a dargli un mezzo riverso sopra il braccio destro, al tempo stesso che gli voltò una punta al petto, piegando ad arte lo stilo in modo di scalfirlo appena. Con meraviglia però incontrava un ostacolo, e s'avvide del giaco onde il feudatario aveva difeso il petto. Poco mancò che questo accidente non gli costasse la vita: perocchè il nemico, intento al proprio vantaggio, colse quell'istante per drizzargli alla testa una stoccata, che fece gelare di spavento le donne spettatrici. Se non che il Sirtori, stomacato di simile slealtà, e vistosi la morte a un pelo, fu pronto a togliersi la botta sul filo dritto del pugnale, e nel parare istesso, spinto innanzi il piè manco, gli pigliò il braccio per di fuori in guisa che d'un rovescio gli trafisse il collo.

Barcollò, cadde l'Isacchi: ma nello stramazzare gridò _A noi_, che era la parola concertata per l'assalto. All'intenderla, il guardacaccia a sbalzi lanciossi contro don Alessandro, esclamando — Assassinio, Assassinio: i tre in agguato sbucarono, sebbene con impeto minore: anche gli altri cacciatori parvero mettersi sulle offese. Cipriano, cedendo a quel primo moto che nei caratteri aperti previene la riflessione, era balzato dal suo asilo, sventolando il cappello e gridando a tutta gola: — Evviva! è morto; morto l'Orso.

Che l'ammazzare un altro, quant'è glorioso, altrettanto sia piacevole, nol credo: ben so che, al vedersi davanti un essere che dianzi pensava, parlava, operava, e che ora, per opera sua, trovavasi vicino a diventare un pezzo di materia, pastura di vermi, il nostro don Alessandro rimase qualche tempo in un'attonitaggine, che sarebbe potuta riescirgli funesta, giacchè lo lasciava esposto alla prima furia del guardacaccia. E questi gli si scagliava addosso; se non che Cipriano, pentitosi all'istante d'aver insultato un ucciso, e bramoso di riparare quella scappata, si precipitò attraverso ai passi dell'assalitore, mentre i buli del Sirtori tenevano testa agli altri, sinché il loro signore rinvenuto dallo stupore, gridò a coloro in tono di comando: — Abbasso le armi.

Furono parole magiche. Il guardacaccia si arrestò, ed, o fosse l'abitudine di obbedire ai cenni signorili, o la simpatia naturale e sovente disastrosa che pruova l'uomo per un esito fortunato, o l'irresolutezza che ben egli avvertì nei camerati, i quali, vili come tutti gli arroganti, al mirar caduto colui che di sua ombra copriva le loro ribalderie, si mostravano più disposti a pensare ai casi propri che a vendicare gli altrui, alzò la bocca dello schioppo, guardò di traverso il ferito, scosse le spalle e gridatogli — Ben ti sta; n'hai fatte abbastanza, soggiunse ai compagni: — Seguitemi.

L'occhio di don Alfonso, che sopra di lui stava fissato, come lo vide dar volta, prese il luccicar cristallino e disperato di chi sente lo schianto del ramo cui s'era ghermito dirupando da una balza. De' cacciatori, alcuni guardandosi in faccia e dicendo, — Qui la più sicura è andarsene fuori di ballo, col pretesto di correre chi pel chirurgo, chi pel prete, se la batterono per la campagna. Gli altri si drizzarono verso il castello col guardacaccia, che tra via discorrendola de' fatti loro, diceva: — Sapete che? Il morto in sepoltura e il vivo all'osteria. Qui bisogna cercare salvezza e pagnotta per noi. In palazzo c'è degli zecchini a pala. Nemmeno il diavolo non ci tiene dall'andarci, e far bottino del bello e del buono. Quell'ammazzasette non verrà certo ad insultarci là dentro: ad ogni caso, per fare il bizzarro con noi vogliono essere altre barbe che la sua. I servitori che sono lassù n'avranno di grazia a tenerci il sacco; se no, sapete come si fa. Quanto a cotesti villanzoni, anime di sambuco, da me ne fo stare un centinajo. Poi colle bolgie ben in assetto e i nostri tromboni sul braccio, ce n'infischiamo di mezzo mondo.

Gli altri ad applaudire alle costui trasonerie; e fra tali smargiassate seguitavano la strada, concertando futuri delitti.

Nel bosco frattanto, attorno a don Alfonso erasi fatto il solenne silenzio che succede presso a chi sta sull'orlo del sepolcro. Donn'Emilia aveva ammanniti dei pannolini per fasciare la ferita: il vincitore, proteso in sulle mani giunte e a capo chino, lo contemplava in atto e con parole di sentita compassione: Cipriano gli sorreggeva la vita perchè stesse meno a disagio: — quel Cipriano che testè aveva tremato al superbo cipiglio di lui, ora ne sorreggeva la cascante persona, alitandogli sulla fronte ed esclamando: — Poveretto; nel mentre che la Brigita col grembiule gli tergeva il gelato sudore, e venivagli dicendo: — Si ricordi del Signore: si raccomandi alla sua misericordia che è infinita: faccia l'atto di contrizione: risponda col cuore alla _Salve Regina_, che io reciterò.

Oh soperchiatori!