Part 3
Chi fa colpa a quel governo perchè, dopo buttate fuori spaventose gride, non curasse più che tanto di mandarle ad effetto, non avrebbe una riprova in cotesta; poichè in una cronaca trovo notato che dalle pene ivi minacciate fu poco di poi colpito un pizzicaruolo, perchè disturbò la devozione della gente affollata a sentir messa in Santo Stefano col correre tra quella a cercare ansiosamente un chirurgo affinchè tosto uscisse a medicare un fruttajuolo, il quale sul Verzajo, aveva tocche due coltellate da un macellaro.
Benchè da queste pene potesse don Alfonso tenersi sicuro pei riguardi dovuti ad un'illustre famiglia, come provocatore avrebbe potuto essere ricercato; laonde per cansare ogni disturbo, abbandonò la città e si ritrasse nel palazzotto di Barzago, ed ivi trovò opportuno fermare sua stanza. Si mise attorno una mano di bravacci, disposti a fare ogni suo cenno e peggio, e così indipendente esercitava le sue volontà. Nei primi giorni che fu uscito di Milano, invelenite le vecchie piaghe colla recente, scese dal castello nel bosco di sanguinose rimembranze, e venuto al tabernacolo d'Imbevera, vi si inginocchiò e fece una scellerata preghiera, ove prometteva alla Madonna, se, col patrocinio di essa arrivasse a sterminare la razza di colui per cui colpa gli fu l'avo trucidato, le innalzerebbe nel luogo medesimo un tempio sontuoso, ove d'ogni parte accorrerebbe gente a tributarle onori ed oblazioni.
Pochi anni dopo, il conte Sirtori morì giovane freschissimo, di una malattia così bisbetica che i medici di campagna la giudicarono causata da acquetta, sebbene quelli di città inclinassero piuttosto a crederla effetto di stregamento. Ancora in gramaglie era la vedova di lui, quando rivenendo, non so d'onde, alle sue terre in Sirtori pel cammino del bosco, coll'unico suo figlioletto, e sorpresa da un turbine, essendosi riparata sotto un gran noce che faceva ombrello al tabernacolo d'Imbevera, fu assalita da alcuni sicari, i quali uccisero i lettighieri suoi ed un servo che la scortava: un altro servo, col favore del bujo, riuscì a trafugare il fanciullo, che era appunto il nostro don Alessandro; la dama non fu trovata più nè viva nè morta. Fatto misterioso anche questo, non meno del precedente.
Era in quel tempo sindaco di Barzago un benedetto omicciuolo, che per le cento lire di suo stipendio credevasi in dovere di tutelare i diritti del comune fin contro del feudatario, e che, ignorante affatto del vivere del mondo, mai non si era avvezzo a quella che, e in quei tempi ed in altri, era la prima e somma delle virtù, cioè chiudere coi padroni un occhio, e se occorra tutt'e due, chinare il capo, e dire di sì. Costui, avendo osato commentare quell'avvenimento e soggiungere che la non gli pareva farina netta, la sera seguente si trovò appoggiato un fiacco di mazzate, non sapeva da chi; solo ricordava che gli avevano detto essere queste un tientamente per lui e per gli altri villani, di non frugare troppo nel sacco de' padroni.
Circostanza minuta, che però non volli lasciarla nella penna, affinchè i lettori miei abbiano occasione di comprendere a loro pro, come con una certa razza di gente, sia un torto l'aver ragione.
A don Alessandro, che poteva contare allora fra gli otto e i dieci anni, non restava che una confusa rimembranza di quel fatto; un temporale, un'aggressione, qualcuno che lo levò sotto il braccio, e turandogli la bocca, lo recò lontano, sotto un diluvio d'acqua, erano idee che gli soccorrevano alla rinfusa. Ricondotto poi a casa sua, si sovveniva gli erano state fatte molte interrogazioni, cui mal sapeva rispondere; e come tra quelle udiva sovente esclamare: Ah! non se ne può dubitare: ma è un cane troppo grosso.
Più oltre non lo ajutava la sua memoria, nè gli altri fatti per noi riferiti erano ad esso conosciuti. Perocchè, non avendo qui alcun prossimo parente, e d'altra parte bramando allontanarlo dal pericolo troppo vicino, lo chiamò presso di sè uno zio, monaco del più rinomato convento di Padova. Su quella Università fu messo a studio, dove gli avevano insegnato il latino, il greco, e far versi, e quelle altre istituzioni così importanti al viver bene. Egli le apprendeva e se ne faceva onore; poi, come fanno tutti, le disimparava via via che a qualche cosa nuova era applicato. Per altro in quell'educazione più sciolta egli acquistò idee meno servili: nessuno rammentandogliene, dimenticò le nimistà ereditarie in sua famiglia: il ricordo d'una grave sventura patita in fanciullezza, i soprusi che più d'una volta avea dovuti tollerare dai camerata, orgogliosi nella protezione de' nobili uomini di colà, avevano giovato a formargli, o, dirò più bene, a conservargli un animo, quale da bambini sortiamo, tutto aperto alla compassione per chi patisce, al dispetto per chi soperchia, a quei dolci sentimenti che non istrappa se non una lunga serie di torti, fattici — dirò dalla fortuna per non offendere gli uomini.
Non istà qui tutta la virtù, lo so; ma ne è gran parte e gran segno.
I tutori suoi, bramosi di ravviare al più presto la casa, lo richiamarono che appena finiva i vent'anni e gli avevano predisposta una moglie, nella cui scelta, sebbene avessero consultato tutt'altre convenienze che quelle che importano acciocchè due conjugi sieno un all'altro sostegno, consolazione, conforto; dovea però, per una vera fortuna, riuscire quel meglio che potesse desiderarsi, accoppiando ricchezze, beltà, squisito intendimento e quella soavità di carattere che tanto contribuisce alla felicità propria ed all'altrui.
Questa era donna Emilia che conosciamo; colla quale erasi egli congiunto da poco più d'un mese: nè tra le beatitudini della luna di miele aveva egli cercato notizie de' casi antichi di sua famiglia. Ove bene gli avess'egli conosciuti, sarebbesi dato a credere che tant'anni trascorsi, ed il cessare, non che le offese, ma quasi l'esistenza d'una delle parti, dovesse avervi posto sopra una pietra. La gioventù è confidente perchè buona, e perciò spesso o facilmente ciurmata. Come saprebbe essa immaginare e la diuturna e sottile atrocità, di cui pur troppo è capace il vendicativo? come nè tampoco supporre la natura di certi spiriti, de' quali è un privilegio l'esecrare le persone senza conoscerle, è un dogma il voler male a quelli che fecero male?
Pertanto, venuto don Alessandro alla campagna colla nuova sposa, eragli sorto in animo il desiderio di visitare i luoghi di quelle prime dolorose ricordanze, versare una lagrima sulla zolla ove sua madre avea versato il sangue.
Una sera a don Alfonso si presenta il guardacaccia. Quest'era un bresciano, pezzo d'uomo alto e membruto, fin dalla prima gioventù manesco, accattabrighe, coltellatore, che sbandito dal suo paese con dieci o dodici omicidii sull'anima, e una grossa taglia sul capo, era entrato già da molti anni a' servigi di don Alfonso, al quale faceva, secondo le occorrenze, da cacciatore, da bravo, da mezzano, da spia, da boja.
Questo arnese si presenta dunque al padrone, e gli riferisce come domattina il signor Sirtori passerà da quelle parti per condursi nel bosco d'Imbevera non sapeva a che fare.
Tripudiò a tale notizia il feudatario, non altrimenti di un bracco allorchè, vedendo il padrone pigliar fucile e carniera, s'accorge che deve uscire alla caccia. Tolto al tedio iracondo dalla fiducia di una imminente vendetta, quella notte non seppe l'Isacchi trovar requie; entrava, usciva senza ragione: stette lungo tempo passeggiando sopra un terrazzo; ma sebbene avesse in prospetto la pacifica amenità del Pian d'Erba illuminato dalla luna, la quale dava un luccicare d'argento alle tranquille acque dei laghetti non vi poneva egli mente; e colle braccia incrociate al petto e lo sguardo a terra, trascorreva pensoso, di tempo in tempo applaudiva a sè stesso, poi dava ordini, poi interrogava, poi tornava a starsi solo: — tanto irrequieto l'avea reso il veder presso al compimento un disegno anni ed anni meditato.
Prima dell'alba fu in piedi, e comandato che tutto fosse lesto per la caccia, si rinchiuse nella propria camera; rimossa la tappezzeria, che mascherava un usciuolo a fior di muro, lo aperse; entrò in un gabinetto, e trattasi di seno una piccola chiave, fece con quella scattare un lucchetto che teneva il catenaccio d'una ribalta ferrata; aprì questa, e con attenzione cansando la soglia, fattosi qualche passo innanzi, gettò dentro un pane, che risonò sopra un pavimento profondo, e gridò giù: — Te' miserabile. Oggi ti darò compagnia.
Ribattè la botola, inanellò il paletto, tese ancora il parato e venuto in camera, gettassi sopra un inginocchiatojo, che stava nel vicoletto del letto, e fra il crocefisso e la piletta dell'acqua santa alzò il raso nero che velava un teschio posato sopra un bacile d'argento, e fissatolo un tratto come uomo meditabondo, cavò dal petto il medaglione d'oro, paterna memoria, che portava sospeso ad una catenella, ove era infilata insieme la chiavetta testè adoperata. Baciò l'effigie scolpita sulla medaglia, e recatasela fra le mani giunte così pregò:
— Beata vergine patrona mia! se mai esaudiste le preghiere di me povero peccatore, oggi ascoltatemi benigna. Datemi grazia di far buona caccia, sicchè io renda giustizia al mio progenitore, e liberi la promessa data al moribondo mio padre. Pur troppo mi posso rimproverare d'aver recato offese a voi ed al vostro divin Figliuolo. Ma se oggi mi propiziate quel Dio che punisce la colpa dei padri fino alla terza generazione, voglio rimettermi a vita esemplare; se fui sempre divoto al vostro nome diverrò più ancora, e comincerò l'emendazione mia collo sciogliere il voto che già vi feci e che ora rinnovo. Sì, madre misericordiosissima, aiutatemi oggi e se dovessi imporre un pedaggio, se dovessi assaltar alla strada per trovarne il denaro, innalzerò un ricco tempio sopra la benedetta vostra immagine d'Imbevera.
Ribaciò l'effigie, se la tornò in seno; preso quindi dal ginocchiatojo un uffiziuolo, ne sciolse le borchie d'argento, e volle tentare un modo d'oracolo, che egli soleva ne' casi importanti, cioè aprirlo alla ventura; e dalle prime parole che gliene cadessero all'occhio argomentare del come gli succederebbe il suo pensiero.
Gli occorsero quelle d'un salmo penitenziale: _Dominus de cœlo in terram adspexit, ut audiret gemitus compeditorum, ut solveret filios interemptorum_[2]; e, come sogliono i passionati oltraggiosi, ricordando le offese ricevute, non le recate, riconobbe il suo avo in quell'incatenato, sè nel figlio dell'ucciso di cui qui si accenna; parvegli la profezia che più quadrasse colla domanda fatta in pensiero. Onde con effusione baciata una Madonnina sul frontispizio del libretto, sorse pieno di confidenza. Sotto alla casacca di velluto affibbiossi un leggiero corsaletto di maglie d'acciajo flessibili; alla gorgiera, increspata a cannoncini e fortemente insaldata, pose un rinforzo metallico; si legò alla cintola un eletto pugnale; calzò usatti da caccia; sul capo un caschetto senza piume, e scese. Tutto era a ordine. Monta un destro ginnetto spagnuolo, toglie sul guanto imbottito della sinistra il falcone, e tra un suono di corni, uno squittire e scodinzolare di bracchi e di segugi, si avvia.
Stavano in quella discorrendola il signor curato e il sindaco del paese; l'uno in nicchio a tre venti e spolverina, l'altro in maniche di camicia e gambe nude. Di quest'ultimo parmi aver già toccato; l'altro, don Amadio, passava per un dei valenti se ce n'era là intorno, famoso per gran pratica dei quaderni teologici e de' casisti, e per una salva di testi che aveva sempre alla bocca. Nelle congregazioni plebane, ove, secondo i decreti del Concilio di Trento, osservati perchè ancor recenti, accoglievasi spesso il clero per decidere casi di coscienza, don Amadio era sempre lui che dava il tratto alla bilancia; e dopo aver lasciato un poco diguazzarsi i reverendi suoi confratelli pel si e pel no, egli buttava fuori il suo oracolo, che troncando il nodo, li metteva tutti bravamente in sacco. Pel suo credito era stato anche fatto vicario foraneo, dignità di qualche conto allora, quando le curie emanavano da sè decreti ed encicliche, senza bisogno del regio visto; e tenevano tribunali, giudizi, prigioni. Vero è bene che il nostro curato non voleva sciuparsi con troppe brighe che lo distraessero dai prediletti suoi studi; e men voglioso di fare che di lasciar fare, anche nella parrocchia, dopo che le domeniche aveva pascolato le sue pecorelle con prediconi, distesi secondo tutti i precetti della retorica che era il suo forte, lasciava poi ad esse la cura di metterne in pratica gl'insegnamenti; se nol facevano, colpa loro; la sua coscienza era tranquillata. Uomo specchiato del resto, riverente ai signori, e sopratutto amante della pace e di quelle cose che si chiamano il buon ordine e il tranquillo vivere.
Sorseggiato la cioccolata, se la passeggiava egli giù giù, digerendo all'aria aperta, colle mani alle reni una nell'altra e fra le due la tabacchiera, mentre il sindaco sbocconcellando un tozzo di pan mescolo asciutto, colla zappa sulla spalla dirizzavasi ai campi, si veniva con lui rammaricando d'una nuova tassa, imposta dal feudatario, contro le antiche consuetudini, e detta del bollino, perchè faceva pagare a' vinai il bollo che metteva sulle mezzette del vino a minuto.
Il sere ascoltava quel rancore del sindaco, poi dando fuori in uno scroscio di riso che gli faceva traballare la pancia, tra l'offrirgli una presa di tabacco, gli diceva:
— Eccoti alle solite antifone. Ma cotesto non è un cercar le noje col lanternino? Che importa a te s'egli mette una tassa nuova? Quando toccasse a te a pagarla, vorrei dire: ma chi ha da fare ci pensi. Sai tu che se' curioso? Se tu cavassi frutto dalle mie prediche, non ti prenderesti ne tante scese di capo. Bada a me, bada a me, che la so più lunga. Lascia andar l'acqua in giù, e lega l'asino dove vuole il padrone. Il mondo non è sempre andato di questo passo? Che? Vuoi tu ora ristampare il mondo?
— Sarà bene (soggiungeva il sindaco), sarà bene, perchè vossignoria legge tante storie, e deve saperlo: ma però codeste angherie una volta non si soffrivano, e quando godevamo la nostra libertà...
— Zitto là, l'interruppe don Amadio. Che cosa mi vai accattare qua il tempo che Berta filava? Ora è così, e così lascia stare, e dà mente a me, se non vuoi farti avere in tasca. Ecco me; io sono pure qualche cosa, e Domenedio, per sua grazia, non mi ha fatto una zucca. Eppure sto coi frati, e così me la campo d'amore e d'accordo con tutto il mondo. Oh questa è curiosa! Che i padroni operano da padroni sono forse cose che le si facciano da jeri? Che? Le dita della mano sono forse tutte eguali? Ti ricorda piuttosto che egli è l'illustrissimo don Alfonso, e tu sei Isidoro pover'uomo.
— Ma galantuomo, dava su il sindaco: e toccandosi la sua gabbanella di frustagno. — Vede, signor vicario? su questi stracci non c'è una macchia nè di sangue nè di lacrime; mentre sul broccato di qualchedun altro...
Egli s'interruppe all'udire degli abbai ed uno scalpitare fragoroso, e poco stante vide don Alfonso svoltare la cantonata, onde, facendogli tanto di berretta, mogio mogio tirò di lungo. Ma il curato, scoprendo una larga tonsura, con profondi saluti si avvicinò a riverire il feudatario. Cortesissimamente questi ricambiò, e — Ci onorerebbe vostra riverenza di sua compagnia alla caccia?
Al nostro curato sarebbe parso di mancare ai convenevoli se coi superiori avesse parlato nel tono stesso che faceva colla marmaglia, e però, qualvolta gli occorresse di ragionare con essi, vestendo un tutt'altro uomo, lasciava da banda il favellare piano e alla ambrosiana, per isfoderare un gergo concettoso, fiorettato, e, come si dice, in punta di forchetta: nel che quella generazione, come sanno perfino i barbieri, poneva il paragone dell'ingegno e dell'eloquenza. A quell'invito adunque — Oh illustrissimo (rispondeva), mercè i raggi che il sole della sua cortesia diffonde sulla valle de' meriti miei, pajonmi le tenebre mie più chiare che non sono. Ma i canoni che, come vossignoria, m'insegna, debbono essere la nostra stella polare, mi diniegano d'accettare un favore, esibitomi così cortese e graziosamente. _A venationibus, aucupiis, tabernis, choreis, ludibusque abstineant_[3].
— Bene, bene, replicava l'altro. Domani però si ricordi che, al solito, la posata è disposta per lei.
— Sarà un aggiungere un nuovo al cumulo degli obblighi che tengo scritti nell'archivio della memoria, rispondeva con nuove riverenze don Amadio, e guardandogli dietro mentre procedeva, esclamava: — Che buon signore!
Il qual buon signore s'avviò per la strada che doveva tenere don Alessandro, mostrando esservi portato dal caso. Veniva questi a cavallo colla sposa, messo anch'egli in mezzo a quattro galuppi, senza cui, in virtù della pace dominante, non sarebbe andato attorno un gentiluomo, fosse pure di quei buoni. Come distinse l'altra comitiva, chiese egli da' suoi uomini chi fossero. Questi non glielo celarono, e lasciarongli intendere esservi poco da fidarsi. Il giovane fece loro riflettere come l'Isacchi non conducesse che poca gente da caccia, senz'armi di offesa; e come d'altra parte si trovassero a tal punto, ove il mostrarsi insospettiti non gioverebbe allo scampo, e potrebbe far nascere di fatto il pericolo. Seguitò dunque la via, solo raccomandando ai seguaci di tenersi all'erta, e non perderlo mai d'occhio per qual fosse ragione.
Don Alfonso, come prima scòrse il Sirtori, brillò in modo, che il guardacaccia disse sommessamente ai camerata: — Ha l'occhio d'un astore quando ha veduto la starna. Venuti poi vicini, il feudatario si fece incontro all'altro, tutto amichevole e manieroso e — Qual buon vento conduce da queste bande il mio padrone e la gentilissima sua damina?
— Anzi il suo debole servitore rispose il giovane, e vie più rassicurato dal cortese accoglimento, gli espose la ragione del pellegrinaggio.
— Oh non si dirà mai, replicò l'Isacchi, che una tal coppia abbia onorato di sua presenza la mia giurisdizione senza aggradire l'ospitalità che può nel suo castello, offerire un romito campagnuolo.
E perchè don Alessandro se ne scusava, allegando il bisogno d'essere al più presto di ritorno, — Già, già (soggiungeva quegli con un ostentato sorriso), due sposi novelli si fanno rincrescere di passare una nottata sotto altro baldacchino. Certo però non vorranno farmi rifiuto di quel che posso offrir loro, una partita di caccia. Qui il mio guardiano ha notato la pesta di un porco selvatico e, se c'è, lo vogliamo scovare.
La caccia era passione così universale dei ricchi, l'esibizione vestiva tale aspetto di sincerità, che sarebbe parso un fallo a don Alessandro di non tenere l'invito. Presto dunque furono loro presentati spuntoni, balestre, falchi de' meglio addestrati, e si misero alla caccia, finchè capitarono alla bettola di Cipriano, dove, se vi ricorda, gli abbiamo lasciati. Dalla quale mentre si partivano, don Alfonso misurò d'un occhio scrutatore i bravi di don Alessandro, i quali, col non discostarsi mai dal costui fianco, pareva gli guastassero il disegno: poi chinatosi all'orecchio del guardacaccia, gli susurrò: — Sarà tua cura avvinazzare gli uomini di costui.
Il bravaccio rispose inchinandosi: poi tornati al corso, riuscirono anch'essi vicino alla Madonnina d'Imbevera: — Ecco appunto il posto della mia disgrazia. Nel rimirare questi luoghi, vengo trovando nella mente certe idee smarrite, come quando si raffigura un amico della prima fanciullezza. Quel tabernacolo, oh lo riconosco. Guarda, Emilia. Qui era appoggiata la lettiga, giusto al piè di quella grand'albera. Veniva un'acqua a secchi. Io, per non udire, per non vedere i tuoni, i baleni quasi continui, acquattavo il capo in grembo a mia madre; ed ella, povera mamma! mi accarezzava, mi confortava. Quando a un tratto si odono delle moschettate, un dàgli, dàgli, un allarme: sporgiamo il capo: ecco venire incontro... che guardature! Folti ciuffi, cascando dalla fronte, velavano ad essi tutta la faccia, che rischiarata ad ogni tanto dai lampi, somigliava veramente a quella di demonii. Parmi tuttora avergli sugli occhi, e forse, vedendoli, li ravviserei.
Il guardacaccia (e sapeva ben lui il perchè) voltava a dar degli ordini: donn'Emilia, compatendo allo sposo, non teneva gli occhi asciutti: il feudatario, bramoso di metter fine a quel discorso, — Oh via! (esclamò) la sua tenerezza le fa onore, ma ora siamo a divertirci. Bando alle melanconie. All'erta: lanciate i cani.
Diede fiato al corno, spronò, imboscossi, e dietro a lui si sparpagliarono tutti per la boscaglia.
In qual modo don Alfonso intendesse cogliere la preda, alla quale già vi siete accorti che mirava veramente, lo sapreste già, o lettori, se v'avessi detto come, fra le altre disposizioni date quella mattina, chiamò a sè il guardacaccia, ed ordinogli che mandasse tre bravi, conosciuti alla prova delle imprese rilevanti, cioè delle più scellerate, e — Si collochino (diceva) colà al lembo della collina, sullo stradello che dai mulini conduce alla Madonnina, rimpiattati dietro la macchia, e non si muovano. Tu ti terrai al fianco. Troveremo qualche ingegno di separare colui dalla sua brigata, e trarlo a quella parte. Quando io griderò A noi, essi balzino fuori: se v'è qualche servo, lo freddino: l'importanza è di assicurarsi del padrone: se lo cogliamo vivo, tanto meglio; e portarlo senza più in castello.
A questo comando, dato colla freddezza onde un ricco d'oggidì comanderebbe al cocchiere d'aggiogar i cavalli, con altrettanta freddezza il guardacaccia rispose: — Illustrissimo, ho inteso. E poi ch'ebbero accordato ogni cosa fra loro, e il padrone gli accennò che se n'andasse, quegli stette fermo guatandolo. L'intese don Alfonso, e ripigliò: — Avrete una lauta mancia.
— Grazie, illustrissimo, ripetè inchinandosi l'altro in cui andavano del pari la fierezza e l'ingordigia. Però... per regolarmi cogli uomini... qualche cosa di preciso...
— Questo, e la paga d'un anno, rispose il feudatario, gettandogli una doppia nel cappello.
E l'altro strisciando gran riverenze, — Illustrissimo, mille grazie; perchè ella vede, i vizii sono molti.
— Non dubitare; fa che la cosa riesca a disegno.
— Illustrissimo, sarà servito da par suo.
I tre ben armati presero dunque il posto indicato, ed ivi dietro un veprajo stavano, chiacchierando, celiando, sbadigliando, ad aspettare la vittima. Non sapevano quale, non lo cercavano: basta che colui che li pagava lo aveva ordinato. Indifferenza che ci pare orribile vedendola in uno o due individui, e non ci tocca allorchè la troviamo in quattro o seicentomila combattenti, che aspettano un fiato di tromba, un batter di cassa per correre a scannarsi un l'altro, senza conoscersi, senza cercare il perchè, senza sapere altro se non che furono comandati.
L'Orso di Barzago intanto non avea la mira che a separar il giovane dalla compagnia; ma per la fedeltà dei servi poco sperando riuscirvi per allora, traccheggiava confidando ottenere il suo desiderio quando, coll'occasione della merenda, avesse ridotti questi ubbriachi. La fortuna però parve mandar tempo al proposito suo; poichè, essendosi la signora voluta mettere un tratto a riposare, don Alessandro, lasciando con essa i bravi, si lanciò sulle tracce d'una lepre insieme col feudatario, non seguito anch'esso che dal guardacaccia, il quale destramente li traeva verso il luogo dell'agguato. Già ne erano lontani non più che tre tiri di fucili, don Alessandro seguitando colla sicurezza e coll'ardore della gioventù, l'altro palpitando nel pensiero dell'imminente espiazione; quando repente odono di mezzo alle piante un gagnolare, un insultarsi, un gridìo. Don Alessandro si arrestò insospettito fissando gli sguardi in faccia all'Orso, poi diede volta verso il luogo nel quale aveva lasciato la sposa, temendo non le fosse accaduto alcun sinistro. Intanto il feudatario, ben accorgendosi di dove uscissero que' gridi, sebbene non ne indovinasse il motivo, sbuffando d'ira spronò verso là donde veniva lo schiamazzo.