Novelle brianzuole

Part 2

Chapter 23,848 wordsPublic domain

— Il signor vicario? ripigliava il giovane dimenando il capo. Oh! quanto pagherei a dare un'occhiata anche io sul messale, e vedere se comanda sempre solamente a noi d'obbedire, e mai...

Qui interrompendosi come avesse detto uno sproposito, ripigliava: — Or ora mi fate uscire in un'eresia. Sta bene: il signor vicario è quell'uomo che è, e sa ben lui quel che si dice. Però, a vedere! sin che quella lepre, entrata nell'orto, non fece che scompigliare i quadri e mangiare i cavoli, mi venivano i sudori: pure mandavo giù. Ma vi è lì quel piede di vite, portato due anni fa a mia sorella Brigita dal giardiniere del suo padrone di filanda; gli è d'una qualità così rara, e poi alla Brigita è caro come un occhio, perchè chi sa quali memorie vi ha congiunto! Ebbene, io lo piantai nell'orto; lo governai con tanta premura; gemmò, crebbe: ed ecco quella maledetta lepre a rosicchiarlo. M'avrebbe fatto minor dispetto se m'avesse roso le dita a me.

— Non hai tutti i torti, parlava il padre: ma ti doveva bastare di scacciarla col malanno che Dio le mandasse.

— Dite giusto, rispondeva Cipriano: poteva bastare: e se ho proprio a contarvela, schietto come al confessore, io m'accontentai di spaventarla. Ma quella, scappando, sguisciò fra le gambe di Cecchino del Forno; ed egli, visto il bello, gliene diede sul capo una, che non fu bisogno la seconda. Volle il diavolo che fosse lì poco lontano quella schiuma del guardacaccia. Gridando corpo e sangue, ci corse dietro: ma sì! guarda la gamba. Non ci ha conosciuti, e dovette contentarsi di urlarmi dietro:

— Non dubitare che verrà il tuo sabato.

— Quando la cosa sta come la conti, diceva la donna, fa bisogno di mettersi in paura? Se alcuno te ne parla, si dice: Gnornò; non sono mica stato io, si dice: l'è stato il tal dei tali, e buona notte.

— Che? come? saltava su il giovane inalberandosi. Io accusar il mio camerata per salvar me? Da che mondo è mondo non s'è ancora inteso che un brianzuolo n'abbia fatto di coteste. Ed io voglio portare il mio cappello fuor degli occhi, io; mi capite?

E mentre il padre sentenziava novamente che non poteva dargli torto, egli seguitava brontolando fra i denti, sinchè riprendeva: — È però della maledetta! L'Orso di Barzago, perchè è lui, ogni po' di bizzarria che gli monti, a far battere noi poveri villani od anche peggio, l'ha come bever un uovo; e per noi ha da esser peccato mortale se ammazziamo uno straccio di lepratto che ci fa del male. Che? non siamo cristiani ancora noi? non ci ha fatti anche noi il Signore. E la sua santa legge v'è solamente per i pitocchi? Sì, che Domenedio avrà paura di lui perchè è l'Orso.

— Oh per amor del cielo! l'interrompeva la donna: parla con rispetto di lui. Non vedi quanto male ci potrebbe fare? Eppure ci lascia vivere. Chi poi lo dice così cattivo sono male lingue: e guarda mo' con che devozione sta in chiesa, ed ogni sabato non fa accendere la lampada alla Madonnina d'Imbevera? e...

— Sì, sì, esclamava Cipriano; ogni ladrone ha la sua devozione. Ma come egli sia buono, addomandarlo al mugnajo di Santa Maria Hoe, il quale, perchè aveva la donna bella ma anche savia, fu conciato che Dio vel dica. Addomandarlo a Mariantonia del filatoio, che era una ragazza chetina come l'olio, ed ora sapete anche voi quel che n'è. Addomandarlo a Carlandrea del Gobbo, che, per non avergli voluto cedere il suo camperello, n'ebbe prima tante bastonate quante può portarne un somaro, poi a rinforzo d'angherie è ridotto miserabile come Giobbe. E neppur un mese fa Lionardo di Rosina avendo, nel passare, spaurato un merlo che stava per dare nel calappio, il guardacaccia non lo fece ruzzolar giù pei ronchi come una pallottola, gridandogli dietro, spero che non tornerai più su? Oh quel guardacaccia! Il Signore ne scampi i cani. L'altro dì....

Chi sa fin quando Cipriano toccava innanzi, sciorinando questa litania delle insolenze che, come più recenti, gli correvano prime alla lingua, e che possono essere un'altra dimostrazione del quanto sia grande la pazienza di chi soffre. Ma gli ruppe le parole in bocca, sua madre tutta scandolezzata, dicendo: — Ma sicchè? ma sicchè? Dov'hai tu la coscienza a parlar così senza rispetto dei padroni? Bada che Domenedio ti castigherà. Non è vero che egli ha fatto gli uomini parte per comandare, parte per obbedire? Bene; i potenti si chiamano così perchè hanno avuto da lui la potenza di comandare, e il nostro dovere è di fare la loro volontà senza cercar più che tanto. Che capo sei tu! vorres'tu disfare quel che ha fatto il Signore?

— Tua madre non ha torto, soggiungeva il padre. Non l'hai inteso delle cento volte che il destino di noi straccioni è mangiar pane e guai? e il diritto di quei che comandano è far quello che possono?

Le idee di diritto e di dovere non dovevano essersi ben identificate nel capo di Cipriano: compatitelo, avea poca barba ancora al mento. Laonde crollava il capo a guisa di chi si conosce rimproverato piuttosto dalla prudenza che dalla coscienza, poi dopo alquanto saltava su: — Però, se fosse toccato a me a dar regola al mondo, indovinate mo cosa avrei voluto? Che quelli che lavorano stessero bene e di sopra degli altri; e gli oziosi facessero crocette. Ah! ah!

E sbellica vasi dalle risa all'averne detto una cosa strampalata. Il padre rideva anch'esso, esclamando: — Si può sentire di peggio? Persino la madre serenavasi alquanto, poi, ripresa la sua devota ipocondria, continuava: — Che discorsi senza sugo! Se tu avessi un poco di timor di Dio, avresti anche il timor degli uomini, ti cuciresti la bocca, e certe cose non le diresti manco per baja. Ma già fin da ragazzo eri un capetto, con certe idee per la testa, che sicuro non le avevi imparate da me: e non ti pareva giusto nemmeno quando, a scuola o alla dottrina, ti picchiavano. Ora però sei all'età della discrezione, e dovresti aver acquistato un poco di viver del mondo, e sapere che i padroni, come le streghe, è meglio non nominarli nè in bene nè in male. Se tu facessi così, non avresti avuto paura adesso adesso quando capitò qui il signore: perchè a chi va per la sua strada non importa che i padroni siano buoni o siano cattivi.

— Ed io (soggiungeva Cipriano) sono forse andato io a cercarlo? non sono anzi scappato quando mi vide il guardacaccia? e questo non fu forse per prudenza? Perchè, del resto all'occasione so anch'io cacciarmi le mosche dal naso. E se poco fa mi rimpiattai, fu per rispetto al padrone; che se il guardacaccia vedendomi mi riconosceva per quel dell'altro giorno, e m'indicava a don Alfonso, io poteva aver preparato l'atto di contrizione. Alla fine lo so anch'io che i padroni sono padroni, ma con quella canaglia de' suoi uomini l'è un pezzo che la bolle; e badino a quel che fanno, perchè se mi ci tireranno per i capelli, non sono poi di sasso, e darò un piè nella secchia, e farò vedere...

— Ah, orsù, l'interrompea la madre; finiamola, che è lunga. Lasciali stare, e nessuno verrà a disturbarti. Che se anche te ne fanno fare qualcuna, manda giù e non volere tentar Dio. Hai ventiquattro anni finiti, ed è ormai tempo di lasciare le bizzarrie. Via, discantati; dà mano a tuo padre a spennare e sbuzzare que' selvatici; sbaccella que' fagiuoli; va a raccogliere due pesche, e monta su la pianta, da non presentargliene ammaccate.

Il giovane faceva; ma somigliante all'organista che tasteggia sottovoce nel tono in cui ha sonato dianzi e deve sonare ancora fra poco, tale seguitava egli con tronchi motti, sinchè tornava su: — Mia sorella, la quale a dir che mi vuol bene è poco, ne avrebbe detto delle belle quando avessi lasciato massacrare la sua vite. Bravo Cipriano! avrebbe detto la Brigita. Bel conto fai delle mie raccomandazioni, avrebbe detto.... Ma.... adesso che mi vien in cuore; domani non è il giorno della Madonna di settembre?

— Certo sì, rispondeva la madre; e farai bene a santificarne la vigilia con qualche mortificazione, almeno della lingua.

— E non è oggi che deve tornare la Brigita dalla filanda?

— Sì bene! esclamarono ad una i genitori.

— E se la intoppasse in costoro, che sono pel bosco a caccia?

— È vero, replicò il padre battendo l'anca.

— O signor benedetto! esclamò la madre giungendo le mani: e sospesero le faccende per guardarsi uno in faccia all'altro.

— Bisogna raccomandarla alla Madonna d'Imbevera, che la scampi d'ogni cattivo incontro, aggiungeva dopo un pezzetto la donna.

— Raccomandarla va bene (rispose Cipriano), ma il Signore dice: _Ajùtati che ti ajuterò_.

— E così? che s'ha da fare? domandò essa.

— Che s'ha da fare? replicò il padre, e tacquero. Non ci pensò molto Cipriano e — Niente! lasciate far a me; le anderò incontro.

— E poi? soggiunsero i parenti.

— E poi, e poi, sarà quel che sarà. Quante paure! Quando vado a fin di bene, mi sento un cuor di leone.

— Ma! fa quel che il Signore t'inspira.

In quanto si dice un _amen_, egli levò il cappello disotto una seggiola; tolse di dietro l'uscio un saporito randello, non senza cacciare, per ogni buon fine, nel taschino dei calzoni un buon coltellaccio da serrare, poichè del coltello e del rosario non andava mai sprovvisto un galantuomo di quei tempi. E mentre la madre, fattasi sulla porta, e vedendo volentieri infatti quel coraggio che dianzi aveva con parole disapprovato, gli augurava che il Signore gli tenesse la sua santa mano in capo, egli si metteva la via tra le gambe allegramente.

Passò avanti al tabernacolo d'Imbevera, dove, men rozzamente dell'ordinario, stava dipinto a guazzo l'immagine di Colei che, madre di Dio e nostra, ci inspira confidenza di volgerci, colla sua intercessione, ad esporre al Signore i nostri bisogni. Era effigiata in atto di schiacciare il serpente: di sopra si leggevano le parole della Genesi _Conteram caput tuum_[1]; sugli stipiti erano foggiati due nastri azzurri, che sorreggevano stinchi da morto incrociati; al piede un ceppo riceveva il soldo che vi offeriva in limosina il viandante o devoto o pauroso.

E devoto o pauroso, non era chi le passasse dinanzi senza far di cappello, e ripetere almeno tre volte la salutazione angelica. Singolarmente i contadini del contorno l'avevano in gran venerazione, ricordando una quantità di miracoli, come essi li chiamavano, impetrati per mezzo di essa, e dei quali rendevano testimonianza grucce, bende, cenci che spenzolavano, bizzarro ornamento, attorno all'effigie invocata. Le vecchie poi sapevano che, per virtù di questa, erano impedite le streghe dal congregarsi, come a loro memoria facevano, la notte d'ogni sabato a celebrare su per quei noci la tregenda. Le fanciulle venivano ad esporvi una preghiera, il cui oggetto non ardivano confessare e spiegare a sè stesse; gli uomini vi facevano l'invocazione che a ciascuno dettava il proprio momentaneo interesse: talchè spesso nel medesimo istante vi si trovavano inginocchiati un contadino ad implorare la pioggia ed un viaggiatore il bel tempo, nè l'uno nè l'altro ricordandosi di quel precetto, _Chiedete il regno de' cieli, il resto verrà in aggiunta_.

Cipriano, in men tempo che noi ne consumammo a descriverla, recitò al tabernacolo la sua preghiera di cuore, offrì un soldo pei poveri morti, e tirò innanzi cantacchiando.

Non erano molti anni che colà era stata dipinta quella immagine, e l'origine di essa si congiunge alla storia dei signori che qui sopra trovammo intesi alla caccia pel bosco: storia di sangue e di atrocità, come sono troppe fra le avventure ricordate di quei tempi.

Le inimicizie tra i signori Isacchi di Barzago e i conti Sirtori di Sirtori, de' quali era il nominato don Alessandro, rimontavano sino ai tempi quando sul suolo d'Italia, destinato a bevere il sangue di tutte le nazioni, versavano il loro Spagnuoli e Francesi per disputarsi il possesso della Lombardia, ceduta dai suoi antichi padroni o piuttosto a loro rapita. I nobili lombardi parteggiavano chi per questi chi per quelli; secondo pareva loro che la lontananza dei primi o le promesse dei secondi, sempre larghe e sempre bugiarde, meglio potessero salvare l'indipendenza del paese, la quale trovavasi in gran punto, e di cui queste fraterne dissensioni non fecero che accelerare la ruina.

Allora le gare mandarono a fascio ogni sociale armonia; tornò il diritto della forza, e ciascun potente mascherandosi col nome d'una fazione, e così dichiarando guerra e sostenendola a visiera alzata, esercitava gli odii e le vendette private. Qualche volta al castello d'un barone presentavasi un araldo, ed affiggeva alla porta un cartello che diceva: — Io tale de' tali, da oggi innanzi sarò tuo nemico a morte, e nocerò il più che mi sarà possibile a te, ai sudditi, agli attenenti tuoi, nella persona e nell'avere. Talvolta chi riceveva tali disfide o chi le mandava era una corporazione, una comunità: e da quel punto credevasi legittimata qualunque scelleratezza, come in guerra rotta.

Gli Isacchi stavano coi Francesi, mentre i Sirtori favorivano gli Imperiali, e più volte si erano recati gravi danni, od almeno ne avevano recato agli innocenti terrieri, che, destino antico, scontavano coi propri guai i delirii dei padroni. Ma quelli di Barzago, fiancheggiati da una più grossa fazione, prevalevano nelle parti di Brianza; e don Giberto avo che fu del feudatario presente, a capo di forte banda teneva in soggezione gli avversari e in danno e sgomento tutti.

Però alla fine gli Spagnuoli prevalsero: il paese fu sgombro dai Francesi, e i loro fautori rimasero sbattuti, quanto rizzarono il capo gli altri. A governo della Lombardia fu destinato il duca d'Alba, severo, inflessibile, che senza guardar più in fronte a nobili che a plebei, faceva pagare col sangue ogni violazione degli ordini suoi. E che tale dovesse riuscire lo mostrò da' bei primi giorni del suo reggimento, quando non avendogli un gentiluomo milanese fatto di berretta mentre cavalcava per la trionfata città, egli senz'altro lo mandò a morte. Il Sirtori, cieco per furor di parte e per sete di vendetta, si giovò dell'opportunità per dipingere don Giberto come ostinato ribelle, e senza molta fatica ottenne dal governatore uno di quei decreti eccessivi, soliti emanarsi nell'ebbrezza dei trionfi, col quale si bandiva la taglia di dugento scudi d'oro sul capo di don Giberto.

Questi, che mai non aveva dimesso le armi, e conservavasi a capo d'un pugno di bravacci risoluti, quando intese la sentenza, sorrise, e battendo la mano sulla fondina delle pistole, esclamò: — Chi mi vorrà morto avrà a fare con queste.

Calcolava egli sulla forza aperta, non sul tradimento. La tentazione della taglia vinse uno tra i suoi affidati, che lo scannò, ed ottenne l'oro ed il disprezzo, — mercede perpetua dei traditori.

Il capo reciso dell'Isacchi, chiuso in gabbia di ferro, venne sospeso ad una pianta lungo la via che fendeva il bosco, dal quale soleva egli sbucare alla devastazione, all'incesto, all'assassinio, acciocchè ivi rimanesse a perpetuo spavento.

L'infamia e la pena de' genitori, secondo la giustizia d'allora, ricadevano anche sui figliuoli e sui parenti: onde non occorre vi dica quanto la famiglia Isacchi restasse di tanto oltraggio irritata. Ogni colpa, nè a torto, veniva attribuita al Sirtori, e il desiderio di vendetta con questo esacerbava le antiche inimicizie, quanto più era represso dallo stato politico d'allora. Poichè il duca governatore aveva bandito che cessasse ogni dissensione tra famiglie e famiglie, nè i privati esercitassero più la cieca ragione di guerra, che si erano usurpata fra i passati scompigli. Costretti dunque a ricorrere alle vie legali, gli Isacchi umiliarono alla corte di Madrid le discolpe di don Giberto.

Qualche valente appoggio e l'essere morto il duca di Alba fecero trovare colà ascolto favorevole ai loro richiami, e dopo cinque anni arrivò uno spaccio, che dichiarando innocente don Giberto, cassava il bando contro lui pronunziato. Gli Isacchi dovettero allora rinnovare le rimostranze alla corte facendole conoscere come l'assolto fosse già stato ucciso. E la corte, dopo non so quanti mesi, rescrisse che il padre era stato male ammazzato, riabilitò il figliuolo di esso ai titoli ed agli onori di prima, e gli rese i beni, che come roba di rubello, erano stati condannati a rimanere incolti; altro dei mezzi onde quel governo faceva prosperare l'agricoltura e crescere il buonmercato.

La testa dell'ucciso fu dunque levata di colà; e nel luogo dov'era stata sospesa, il figliuolo di lui, in memoria ed in espiazione, fece erigere un tabernacolo; il tabernacolo appunto d'Imbevera. Quella depravata religione, che pretesseva alle scelleratezze il nome di Dio, anche nella scelta dell'effigie da rappresentarsi fece all'Isacchi preferire quella che alla sua idea ricordava una vendetta; cioè la più pura delle donne che schiaccia il capo dell'antico avversario, col motto della _Genesi_ sopra accennato che sonasse, non la promessa del riscatto, ma una minaccia di sangue.

Imperocchè, sebbene astretto a rodere il freno, l'Isacchi era ben lontano dall'avere dimentica la ingiuria del nemico. Avvezzo in quegli anni a vedere, secondo la sorte delle battaglie e gl'intrighi dei gabinetti, succedersi governi a governi, sperò lunga pezza che altri padroni caccerebbero questi, e tornerebbe il tempo d'esercitare micidiali rappresaglie a suon di trombe e a vessilli spiegati, il che fra i cristiani chiamavasi vendicarsi nobilmente.

Ma gli Spagnuoli si erano qui seduti per non levarsi che dopo un secolo e mezzo, e conservavano un ordine, qualunque si fosse. All'Isacchi parve allora più prudente consiglio l'amicarsi i nuovi dominatori, come ottenne col militare sotto le bandiere degli Spagnuoli, quando coi torrenti di sangue procuravano spegnere nelle Fiandre le dissensioni religiose, ed al contrario vi fecondavano il germoglio della libertà. Giovandosi poi delle strettezze di quel governo, che padrone delle miniere americane, pativa continua necessità di denaro, comperò in feudo per cinquantamila ducati il comune di Barzago, dove erano le sue possessioni avite, col diritto d'imporre tasse, imprigionare, torturare, appiccare, e tutto quello che chiamasi far giustizia.

E poichè la minacciosa fiacchezza delle leggi di allora lasciava il modo di sostituire alle spade i pugnali, al clamoroso attacco le insidie, alle sfide il veleno, colse egli ogni occasione di nuocere ai signori di Sirtori, e quanto gli bastò la vita, gravi danni ad essi recò; non però tanti che satollassero l'odio e la rabbia mortale che loro portava.

Trasmise adunque l'omicida voglia al figliuol suo Alfonso. Non appena fu questi tornato dalla corte di Madrid, ove l'educazione ricevuta in uno dei più rinomati collegi gesuitici aveva perfezionata vivendo secondo il costume dei nobili, come paggio fra gli ozii orgogliosi e dissoluti delle anticamere, e coll'esempio di quei cupi, inesorabili, devoti monarchi, suo padre lo tratteneva sovente col racconto di quel fatto, gli mostrava il teschio dell'ucciso, che con irosa venerazione serbava nella propria camera; e massimamente ogniqualvolta avvenisse loro di trovarsi nel bosco d'Imbevera, più al vivo dipingendogli quell'atrocità, gl'inculcava il sacro dovere che l'onore impone ai nobili di vendicare i parenti; più volte avevano insieme ruminato il modo di ridurlo ad effetto, e quanto sarebbe decoroso alla casa e a loro di consumare la vendetta colà appunto ove sorgeva il monumento dell'oltraggio.

Venuto poi in caso di morte, il padre chiamò a sè don Alfonso, e togliendosi di collo un medaglione d'oro su cui era improntata la madonna, — Vedi tu (gli disse) questa santa effigie? La portava di continuo in petto la buona memoria di don Giberto mio padre. Pensa se la serbai preziosa! Ed ora, sul punto di abbandonarla colla vita, a te la lascio, Alfonso mio; ma con essa ti lascio un dovere sacrosanto, di vendicare colui al quale dapprima appartenne. Di quante inimicizie esercitò la nostra famiglia, sempre, grazie a Dio, n'è uscita con onore, nè alcuno si potè mai vantare d'averle usato un sopruso che non ne patisse il centuplo di danno. Tu non degenerare dai padri tuoi; ma serba intatta questa gloria, figliuol mio. Poss'io morire consolato di tale fiducia?

Quando il figliuolo tra i singhiozzi glielo ebbe promesso, tutto egli rasserenossi, e poco dopo spirò.

Lui sventurato se migliori sentimenti non concepì avanti di presentarsi al giudizio, ove i debiti nostri saranno rimessi secondo gli avremo rimessi noi ai nostri offensori!

Nel giovinetto Alfonso rimasero pertanto associate le idee di religione e di vendetta, l'effigie della Madre della misericordia, le sacre parole, gli affettuosi ricordi di un agonizzante, colla promessa d'un assassinio. Se tanto ancora non fosse bastato, rinasprì le ire il matrimonio che il signor Sirtori, padre di don Alessandro, strinse con una ricca dama dei conti Perego, sulla quale, o, a dir meglio, sulle ricchezze, sui titoli, sulle parentele della quale aveva messo gli occhi don Alfonso.

Per questa rivalità stavano l'uno in sospetto dell'altro, nè andavano in volta per Milano se non con buona scorta d'amici e un codazzo di bravi.

Accadde (e fu il giorno della Pentecoste) che don Alfonso, con una dozzina de' suoi appoggiati, entrò in Duomo, nel mentre quel Carlo Borromeo che operò ogni poter suo per sostituire in mano dei nostri patrizii il rosario alla spada, faceva un'omelia sopra quel testo, _Se alcuno ti percuote la guancia destra, e tu porgigli anche la sinistra_. L'Isacchi, avanzatosi in mezzo alla devota ciurmaglia, che gli dava il passo, si fermò accanto ai panconi, su cui stava seduto il Sirtori cogli aderenti suoi. Questi e quelli cominciarono, come si dice, a rizzar il pelo e guardarsi a squarciasacco: uno fra' seguaci dell'Isacchi, fosse caso o prurigine d'aizzare, striscia col gomito e scompone il collare al più vicino fra quegli altri: costui si rivolta con un mal piglio; con un peggiore lo fissa l'altro: comincia un brontolar sordo, fra il quale una voce abbastanza chiara proruppe: — Qui c'è alcuno che vuol farsi mettere in gabbia.

Voleva secondo l'espressione del nostro volgo, indicare in prigione: ma quella parola gabbia ravvivò in don Alfonso l'idea del supplizio dell'avo, gli sonò come un insulto insieme e come una minaccia; la credette senz'altro proferita dal Sirtori.

In quell'impeto, dimentico del dove si trovasse, caccia mano allo stocco; i suoi l'imitano: nè gli avversari dormono, ma balzati in piedi, avvoltolate al braccio le cappe, sguainati i ferri, rizzate le panche a modo di barricata, di qua e di là si comincia a far sangue: — a far sangue in chiesa! mentre si spiegava il Vangelo! E l'affare diveniva serio di più in più, se il governatore duca d'Albuquerque, ivi presente, non fosse accorso cogli alabardieri a por fine alla sacrilega zuffa, ed intimare a don Alfonso che uscisse dalla chiesa.

Al domani i cacciatori di novità lessero affissa sui cantoni di Milano una grida, nella quale si diceva qualmente _insoffribile_ era divenuta _l'irreverentia d'alchune persone etiam qualificate_, che portando _l'abominatione nella casa del Signore, non altrimenti che nelle pubbliche et più licentiose piazze, senza timore delle vendette divine, et quasi anzi avessero a godervi maggiore franchigia_, ardivano _cicalare, passeggiar in lungo ed in largo, amoreggiare, sollevar clamori et perfino metter mano alle armi_. Di questi eccessi disgustata, l'eccellenza del duca governatore, _intenta all'onor di Dio, et salue le giurisditioni del foro ecclesiastico, non che le pene prestabilite per la costituzione di N. S. Pio V. contro li profanatori delle chiese, ordina e vuole che nessuno da hoggi inante ardisca con parole licenziose, atti inhonesti, contentioni e risse_ turbare la devozione in tempo dei divini uffizi. Ed ai contravventori, _sotto qualunque pretesto si mantellassero_, vuole sia inflitta la pena di cinquanta scudi e cinque tratti di corda, _et più allo arbitrio della medema Eccellenza sua_.