Novelle

Part 4

Chapter 43,753 wordsPublic domain

Il primo ordine che ricevetti dall’amico X fu di costituire un comitato rivoluzionario per il mio paese e per i paesi vicini. «Dove vado io a fare il comitato?» Volevo parlarne a quei due del tabaccaio, ma da qualche tempo m’era nato il sospetto che bazzicassero dal commissario, e che l’oro fatale me li potesse corrompere. Cercavo bene di mantenerli nel campo della rivoluzione europea, a bicchierini d’acquavite, ma la mia fiducia in loro non era più così serena come per il passato. Alla fine mi decisi. Scrissi che il comitato era fatto, e il comitato ero io. Il comitato fu richiesto del suo obolo mensile per la cassa centrale, e di tanto in tanto di qualche prestito straordinario; prestito di cui si avevano in ricambio i titoli di credito inscritti sul gran Libro dell’avvenire. Per non dire che al comitato non era riuscito di affigliarsi anima viva, e per non smentire la mia contea, presto mi trovai al verde, e finii un bel giorno col fare il mio primo debito con un cittadino delle campagne che pizzicava un po’ dell’usuraio. Ogni quindicina ricevevo poi in ricambio delle grandi novità: prossimi moti in Polonia, più prossimi ancora in Calabria, vicine le barricate a Parigi, e vicinissimi i soliti moti degli Slavi. Il comitato doveva tenersi pronto con la sua vasta associazione a occupare i grandi passi dei monti, dove avrebbe trovato altre vastissime associazioni. Occupati questi passi, a un dato cenno, dovevamo rotolar sassi sul territorio nemico; chi avesse avuta una picca poteva discendere a molestare ancora di più lo straniero. Resa così vana ogni nuova calata di eserciti, quei del piano e delle città, avrebbero in breve trionfato dei pochi satelliti nemici, mentre un proclama scritto in due o tre lingue avrebbe trascinati nel nostro campo interi battaglioni. Il mio comitato poi ne rispondeva alla sua volta delle belle. Un muratore, che non aveva avuto lavoro in certe opere di fortificazione, si sfogava in piazza dicendo che quelle muraglie si potevano buttar giù con un soffio....; e il comitato scriveva all’amico X che sorgevano dei fortilizii, ma che l’associazione poteva fin d’ora far calcolo sui mezzi con cui la rivoluzione se ne sarebbe resa padrona al primo segnale. Un gendarme un po’ brillo aveva mormorato contro il sergente all’osteria.... e il comitato scriveva: «Il malcontento nell’armata è al colmo, generale ormai il pensiero di far ritorno alle proprie case; si organizzano vaste diserzioni: il comitato ha su di ciò informazioni positive, per rapporti coll’armata stessa: il comitato veglia e lavora.»

Come mai potevo credere con tanta buona fede tutto ciò che mi si scriveva, e come mai alla mia volta potevo scrivere tante storie, quasi con altrettanta buona fede? Non lo so, ma pure era così. Certe parolone abbruciano il palato, e domandano ogni giorno delle parolone ancora più grosse. La vanità infantile poi, del trovarsi partecipe e quasi arbitro di grandi destini, è tale seduzione, che conduce a sostituire al vero il fantasma. Oh i begli anni!... e come ero giovane allora! E l’amico X era anch’egli giovane altrettanto? Lo incontreremo più tardi.

* * *

Le alte imprese a cui credevo di attendere, il fumo delle grosse parole, l’ingenua credenza che le idee ruvide e brusche fossero forti pensamenti, avevano finito col farmi pigliare così sul serio la mia parte, ch’io m’andavo mutando di carattere; tanto che, senza avvedermene, l’umore mi si faceva triste e l’animo non buono. Io mi credevo un repubblicano di Sparta, e non ero che un repubblicano del villaggio. Venne anche un giorno in cui mi dissi stizzito: «la Luigina non fa per me!» Ciò voleva dire ch’io non comprendevo più la semplicità modesta, la bontà tranquilla, serena. «Cleopatra,» dicevo io alla Luigina, «tu non mi ami: se tu intendessi l’amore, come io lo intendo, tu insorgeresti contro i pregiudizi di questa vecchia società; voleresti nelle mie braccia, e fuggiremmo insieme. Così io l’ho inteso, così l’ho sognato l’amore! Rialza, o Cleopatra, la grande bandiera dell’Eva!»

Povera fanciulla! Prima ancora che il comitato fosse venuto a scompigliarmi maggiormente il cervello, una volta, fattomi ardito, l’avevo trattenuta susurrandole qualche parolina. Da quel giorno, con gli occhi a terra, e turbata, ella mi ascoltò più volte. Non rispondeva parola; pure, quasi impietrita, non sapeva allontanarsi da me. Ma quando più tardi cominciai a tormentarla con le mie follìe, e a parlarle d’amore con le parole che imparavo sui libriccini di contrabbando, la vidi di nuovo fuggire per non rivederla che a più lunghi intervalli.

Questa benedetta rivoluzione universale, sulla quale andavo facendo tanti calcoli, o s’era fermata per strada, o non aveva ancor prese le mosse: fatto sta che non capitava mai. Impaziente, stanco di tutto, mi sentivo sempre più agitato da quella irrequietudine che invade chi fonda tutti i sogni dell’avvenire in un mondo vago, lontano, e fuori d’ogni realtà. Bisognava oramai che mutassi, non foss’altro, d’aria, di paese, di gente. Il pretesto poteva essere l’Università, di cui da un pezzo non si parlava più, «_perchè le annate erano scarse_», diceva mio zio, forse per non confessare che disperava di far di me quello speziale che aveva sognato. Il mio nuovo intento fu dunque l’Università. A indurre lo zio, non c’era altro modo che attendere con maggior compunzione alle sue ampolle, mostrarsi compreso di questa missione sociale, e dargli prove migliori della mia irresistibile vocazione, del mio delirio per la sua arte. Mi decisi; rimboccai le maniche, ripresi il grembiale e il soffietto, e mio zio m’ebbe vittima e complice dei suoi fornelli, delle sue storte e delle sue scoperte.

Ma se la materia era incatenata al pestello, lo spirito spaziava sempre nelle regioni della protesta e della rivolta. Lo zio m’affidava talora qualche ricetta, e se non avvelenai nessuno e non mandai lo zio all’ergastolo fu un miracolo. Le malve ripugnavano ai miei sentimenti risoluti, radicali; le sanguisughe mi evocavano il fantasma dei potenti che succhiano il sangue dei popoli: gli _eroici_ soli mi parevano all’altezza de’ miei pensieri; ma mio zio non voleva che ci mettessi mano. Io agitavo le bibite nelle ampolle; ma frattanto pensavo al giorno in cui sarebbe spuntata la _vera_ libertà, quella libertà in nome di cui il popolo _vero_ avrebbe messo in prigione il popolo falso. Pensavo al giorno dell’_eguaglianza_, in cui avremmo cacciate al di sotto le classi che non erano con noi. E in nome poi della _fratellanza_ universale, io passavo le mie ore ad odiare, sulla fede de’ miei testi, uomini e cose, di cui non conoscevo che il nome.

Frattanto era venuto l’autunno del 1858, e, non so come, fin nel mio paesello era giunta la voce che potesse nascere qualche grande novità, che potesse scoppiare una guerra. Ne chiesi subito conto all’amico X, il quale mi rispose che la rivoluzione era a buon porto, ma non ancora affatto matura; che stéssi molto in guardia; e che «qualsiasi moto che non veniva da noi, non poteva essere che un moto fazioso.» Potei quindi sorridere con una profonda pietà di quelle notizie campagnole.

* * *

Il mio disegno con lo zio non era riuscito male: l’inverno faceva capolino dalle bianche cime de’ miei monti, e la mia partenza era già all’ordine del giorno nei discorsi sotto la cappa del cammino. Quand’ecco una lettera dell’amico X; una lunga lettera che viene a mettermi sempre più in guardia su quelle tali voci di guerra, e sui pericoli che si celavano in certe ingannatrici speranze. Perciò il comitato doveva dichiararsi in permanenza, ed aspettare. Ed io che ero già sulle mosse! Non è a dire quanta fosse la mia perplessità: avrei voluto andarmene e rimanere a un tempo. Rimasi; e mio zio non ne fece alcuna maraviglia, avvezzo com’era alla poca durata delle mie risoluzioni. Egli piuttosto continuava a osservarmi in silenzio, non essendo riuscito a capirmi bene, e volendo pure, anche sopra di me, trovare la _teoria_.

Ma cominciò a stupirsi davvero, e a capirne sempre meno, quando, sul finir dell’inverno, il turbine della guerra facendosi così vicino da increspare anche la tranquilla superficie del mio paese, e non parlandosi da tutti che di strategia, di francesi, e di cannoni rigati, mi vide diventar sempre più chiuso e taciturno, proprio come lo volevano le mie istruzioni recenti. Io, che altre volte avevo tanto declamato, che avevo chiamato vile e imbelle chi non mutava in un’arme la prima sedia che gli capitava tra mano, e non insorgeva tutti i giorni dell’anno; ora che pareva vicina davvero quest’alba sacra della riscossa nazionale, e un nuovo entusiasmo moveva l’intero paese; io tacevo, io ero in disparte, come un nemico che vede una rovina nella fortuna della patria.

Che il mio silenzio, alla vigilia del combattere, fosse paura? Qualcuno avrebbe potuto sospettarlo! Il giorno che fui preso da questo orribile pensiero, per la prima volta, nella piena del dolore, ebbi un istante d’odio contro il tiranno misterioso che mi vietava la mèta a cui correvano, pieni d’entusiasmo, i giovani miei pari. Ogni giorno passavano per le vie dei miei monti brigate di giovani delle valli vicine che correvano a farsi soldati, chiamati da nessuno, fuorchè da un istinto sublime che loro diceva essere vicine le nostre sante battaglie. Spioni e gendarmi erano dì e notte sulle loro tracce; ma li metteva in salvo quella cospirazione tramata da nessuno, universale, onnipossente, delle cause mature. Nel mio paesello, perfino il garzone del fornaio, un povero ragazzotto, mezzo idiota, un bel mattino prese con sè gli abiti da festa, e se ne andò. Lo incontrai per via, e gli chiesi: «Che fai?» — «Vado ad arrolarmi;» mi rispose nella sua semplicità, e tirò innanzi. Non gli chiesi altro, e, pieno di rossore, chinai gli occhi, sentendomi indegno di fissarlo in viso. Il mio contrabbandiere venne una sera con una lettera, e mi chiese quando doveva venire per condurmi _di là_. «Domani,» gli risposi.

Ma all’indomani io avevo letta la lettera, avevo arrossito di quell’istante di debolezza, per cui poco era mancato che fossi rimasto vittima anch’io dell’illusione generale. Avevo imparato che presto si sarebbero bensì combattute delle battaglie, ma delle false battaglie: che da quelle battaglie ne sarebbe venuta forse una falsa libertà, una falsa indipendenza, e che i veri generosi, i veri combattenti sarebbero stati quelli che non avrebbero combattuto. L’ora non era ancor giunta, perchè ci facessimo apostoli armati. Dovevamo ancora rimanere apostoli seduti, spiando il momento, che i casi potevano render vicino, per impadronirci del moto. Intanto aspettassi gli avvenimenti e gli avvisi.

Mio zio era andato più volte alla ròcca merlata a dar forse un’occhiata al suo berretto; era in chiacchiere dalla mattina alla sera col curato, e da un mese non aveva fatta più nessuna scoperta. Era tutto lieto e ringiovanito; lieto soprattutto d’averla vinta sul curato, col quale tanti anni prima aveva fatto una scommessa che Napoleone avrebbe prima o poi passato il San Bernardo e rifatto il regno d’Italia. Egli non parlava più col curato che di volteggiatori, di veliti, di granatieri della guardia, e di dragoni della regina. Se gli avessi detto, un bel mattino, ch’io andavo ad arrolarmi nei veliti, gli avrei forse prolungata la vita di dieci anni. Egli mi guardava di tanto in tanto, quasi aspettasse che gliene domandassi la permissione; e tacevamo tutti e due.

Mi guardava il curato, mi guardava il fornaio che era rimasto senza garzone, mi guardavano tutti. Nessuno mi diceva una parola; che cosa pensavano di me?... Pensavano che avevo paura! A sviare il pensiero da questa vergogna, a farmi forte dinanzi a questi sguardi che mi scendevano al cuore come punte avvelenate, mi chiudevo sempre più nel mio proposito, con la sciagurata ostinazione di chi, avendo forse la coscienza del meglio, si è appigliato al peggio. Prestavo il manto dello stoicismo alla fiacchezza del mio animo; chiamavo chiaroveggenza la mia cecità; facevo l’incompreso perchè non volevo capire. Mi fossi almeno spiegato! Avessi almeno enunciata la mia teorica sublime! M’avrebbero forse creduto pazzo, ma non vile.

Rimasi muto e chiuso nella mia camera anche il giorno in cui, alla notizia di grandi avvenimenti, si trovarono in rivoluzione tutti gli abitanti del mio paesello. «Gran battaglia al Ticino; fuggiti i tre gendarmi; Vittorio Emanuele à Milano; Napoleone Dio sa dove....» Tutto ciò fu contato un bel mattino da un carrettiere che veniva d’in giù, e che aveva veduto coi propri occhi un zuavo. In un attimo mio zio ebbe il berretto da velite in testa; costituì il comitato; proclamò il regno d’Italia; strappò dalle vetrine della spezieria una tendina verde, dal collo della serva il fazzoletto rosso, e, cucitili insieme con una salvietta, ebbe fatta e piantata sulla bottega la bandiera; fece gettare nel torrente l’insegna del tabaccaio, e mandò cinque uomini con pali e forche a cercare una spia, che si diceva girasse in mezzo alla segale.

Fedele alla consegna, non mi lasciai trascinare nè illudere da questi falsi provvedimenti rivoluzionari, e il giorno dopo firmai una protesta all’Europa, mandatami dall’amico _X_, contro la battaglia di Magenta. Così ebbi anch’io l’emozione di compiere in quei momenti un atto grande! E pur troppo non tardò il giorno in cui l’arrestarsi improvviso della guerra parve dar ragione ad alcuna delle previsioni dell’amico, ed io ci vidi la riprova ch’egli era l’oracolo infallibile del vero. «La fazione ha finito, la nazione incomincia,» mi scrisse pochi giorni dopo l’amico _X_; «noi siamo a Milano, e vi attendiamo.»

Ogni esitazione era dunque finita. Al desiderio che in me si agitava da tanto tempo, si aggiungeva ora il fascino di una irresistibile chiamata. Con lo zio fu presto intesa ogni cosa, e rimase deciso che, all’aprirsi dell’Università, io sarei finalmente andato a Pavia per essere iniziato ai misteri della farmaceutica. Pavia, nel mio linguaggio, voleva dire Milano; come poi avrei aggiustala questa faccenda non lo sapevo, e per allora non ci pensavo nemmeno. Milano! Milano! Fu per tre mesi la mia sola parola, il mio sogno, il mio tormento. Io non avevo mai veduto Milano. Noi altri della provincia abbiamo l’occhio fisso, più di quanto ce lo vogliamo confessare, verso quel grosso e lontano formicaio di gente che ha le pretese di sentirsi non solo capoluogo, come i capoluoghi di tant’altre provincie, ma un tantino di più. Que’ signori del formicaio, che valgono più di quello che vogliamo ammettere noi, e meno di quanto credono loro, ci fanno provare a un tempo un senso di repulsione e di attrazione, che è quello, io credo, che finisce col farci girare come lune intorno a loro, seguendoli a distanza nelle idee e nei costumi.

Ma allora non ne sentivo che l’attrazione, e bisognava che ci piombassi nel mezzo. Milano era tutto per me. Là, io avrei trovato un popolo poeta e umanitario, intento solo ai grandi problemi della questione sociale; là, gli ingegni peregrini e gli apostoli venerandi, intenti tutti al trionfo della mia fede; là, infine, la donna d’alti concetti e di forti passioni, ravvolta in un mistero di vesti e di profumi, la donna che rispondeva al mio ideale di quel momento! «No,» dicevo tra me, «io non sono nato alle semplicità rusticane. La passione che mi trabocca dal cuore dovrebbe chiudersi tutta in un’umile simpatia campagnola? No; io sono nato per le grandi emozioni, e in queste solo io posso trovare la mia felicità! Domani finalmente sarò partito. Questa è l’ultima volta che....»

È l’ultima volta, volevo dire, che do mano al cencio da spolverare, perchè questi pensieri mi assalivano nel ripulire il banco della spezieria; cosa che avrei giurato non sarebbe accaduta mai più. Intanto non m’ero accorto che dalla porta della spezieria era entrato qualcuno. Era entrata la Luisa che, avendo una sorellina ammalata, veniva per la prima volta in persona con una ricetta. Si fece rossa in viso lei, e mi feci rosso io; ed io poi rimasi imbarazzato e goffo come non ero mai stato in vita mia. Pigliai la ricetta e per eseguirla mi misi in gran faccende passeggiando per tutta la bottega. Pure bisognava dir qualche cosa, e sempre andando innanzi e indietro incominciai:

«Sempre ammalata la sorellina?... E che bel tempo!... cioè freddo sì, ma asciutto....»

«Dicono che in giù sia venuta tanta neve....»

«Neve?... Oh, ma vedrà che con questa pozione la sorellina.... Abbiamo molti ammalati. Cose della stagione.»

«Se ne guardi anche lei dall’ammalarsi; sento che si mette in viaggio....»

«Oh, ma oggi il vento tira al bello. Quando lei vede la banderola del campanile guardare in giù, dica pure: ecco il bel tempo.»

«Così, sono arrivata in tempo anch’io per darle il buon viaggio....»

«Cioè, viaggio veramente no! È così una corsa....»

«Conta dunque di tornar presto?»

«Oh presto, prestissimo!... Ecco fatto. E prima di darne un cucchiaio alla sorellina, la agiti ben bene nell’ampolla, la pozione.»

«Mi dicono che in giù ci sieno tante belle cose, che s’è veduto molti andarvi e dimenticare le loro montagne, il loro paese, e non ritornare mai più....»

Non si fecero altre parole. Io diedi l’ampolla alla Luisa senza levare gli occhi su di lei; essa la prese, e dopo un momento di esitazione partì. Nelle sue parole c’era un accento di commozione che mi lasciò profondamente turbato. Quell’accento aveva quasi ritrovata nel mio cuore l’antica risposta: ma il turbine delle mie fantasie mi riprese subito nelle sue spire; io fui da capo in pieno tumulto, e in esso andò soffocata la voce modesta del sentimento. Mi scossi ed esclamai: «No, il destino mi chiama altrove! Io partirò! L’_avvenire_ è incominciato per me!»

* * *

Un lungo e acuto fischio della locomotiva mi annunziò che ero a pochi passi da Milano. Misi il capo fuori dello sportello per veder subito la famosa guglia del Duomo; ma tutto era ravvolto in un vapore denso e grigio. Il cuore mi batteva forte; credetti che l’emozione mi facesse velo agli occhi. Io avevo lasciato il giorno innanzi il bellissimo cielo delle mie valli, senza un saluto, con la sdegnosa impazienza di chi muove verso il regno delle sette maraviglie. Tra una nebbiaccia umida e fitta, che non lasciava vedere a un palmo dal naso, urtato dalla folla, assordato da un chiasso inurbano di facchini e di conduttori di carrozze, ma pieno della mia vergine venerazione, mi accostai con tutto il rispetto a un cittadino vetturale, che mi cacciò in un suo legno, mi condusse alla locanda, mi strapazzò un pochino, e mi prese anche un po’ più di ciò che gli era dovuto. Gli feci le mie scuse umilissime, persuaso d’aver io mancato in qualcosa; e s’anco mi avesse dato dei pugni, non sarebbe riuscito per il momento a rompere il mio incantesimo. Il mio primo pensiero fu quello di mettermi in vestito da festa, e di correre nelle braccia dell’amico _X_. Il nome dell’incognito amico mi era però noto da qualche tempo; egli stesso me lo aveva scritto nella prima lettera che mi aveva mandato da Milano. Il suo nome era Bartolommeo....; gli amici lo chiamavano comunemente Bortolo, e i compatriotti poi Bortolino. Egli aveva avute molte vicende nella sua vita. Dopo il quarantotto aveva peregrinato per le città della Svizzera ora facendovi l’editore, il traduttore, o il corrispondente di giornali, ed ora facendo in mancanza d’altro il negoziante. Aveva qualche brevetto per invenzioni e privilegi; aveva promosse società industriali ed agricole per allevamento di polli, per terre nell’Oceania, per concimi economici, e per altre cose di pubblica utilità; ma i tempi e gli uomini lo avevano male assecondato. Da ultimo era stato corrispondente d’un droghiere di Milano e d’un giornale di Genova.

Questi varii talenti dell’amico non li conobbi che più tardi. Il giorno in cui lo vidi per la prima volta, egli era per me il filosofo che precorre i tempi con gli ardimenti dell’ingegno; era il politico umanitario, il patriota inflessibile e puro, il giusto, il martire; era il mio ispiratore e maestro; era quell’incognita _X_ che aveva misteriosamente dominata per tanti anni la mia esistenza, che m’aveva forzato a fare miei i suoi odii e i suoi amori, e che aveva posseduto tutto l’entusiasmo de’ miei giorni più belli. Io dunque mi presentai al maestro commosso e quasi tremante. La confusione sulle prime, facendomi velo agli occhi, me lo presentò circondato da quell’aureola, che la mia fantasia ammiratrice gli aveva tante volte prestata.

Il signor Bartolommeo non era bello. Aveva il viso butterato dal vaiolo, e gli occhi appiattati dietro un paio d’occhiali verdi. Era basso e tarchiato; il suo vestito non tradiva con indizii palesi la sua anima linda e pura. La ribellione de’ suoi capelli, contro gli ordini moderatori del pettine, era generale e permanente. Si sarebbe detto che l’abitudine del malcontento avesse sviluppato in lui una specie d’idrofobìa, che gli faceva fuggire istintivamente, tra le altre cose, anche l’acqua e gli specchi.

Appena ebbi balbettato il mio nome, _Adalberto_.... l’amico Bortolo mi abbracciò con premura, e facendomi capire ch’egli era molto affabile, mi chiamò il suo _amico conte_, e mi diede le ultime nuove di _noi_, dell’_oggi_ e del _dimani_. Nella sua voce c’era una mellifluità che allora mi parve una cosa sublime. Non parlava d’altro che di se stesso, ma sempre con una grande modestia. Nei discorsi comuni era, come tutti gli altri, un uomo di questo mondo; e di più avveduto, pratico, positivo. Ma quando entravamo nella politica o nelle _scienze sociali_, pigliava un tono lento, ispirato, vaporoso, come se avesse digiunato per un mese in un deserto. Parlava con le note frasi e con lo stile di quando scriveva; ripeteva le vecchie formole con quell’accento di persuasione che pigliano le cose quando le si dicono sempre. Io ero più che mai in estasi e con la bocca aperta.

La brezza umida e fredda che spirava per via mi richiamò alquanto, com’ebbi lasciato l’amico, dalle fervide regioni del mio entusiasmo. Mano mano che ritornavo in me stesso, mi vedevo schierare dinanzi tutto ciò che avevo pensato di poetico sull’incognito amico, e tutto ciò che avevo veduto in lui di reale. Eran due cose che volevano a forza venire al paragone. Ma io tiravo diritto, camminando senza sapere dove mi andassi, e affermando risolutamente a me stesso che la realtà dell’amico Bortolo aveva superato l’ideale dell’amico _X._ Anzi fui lieto di poter scoprire una prova della mia inferiorità e una ragione di malcontento contro me stesso, perchè avevo lasciato in inganno l’amico, senza dirgli subito che mi chiamavo _così_ e _così_, e che non ero che un povero speziale di campagna. Non avevo avuto il coraggio di confessargli la fanciullesca vanità con cui, fino allora, io avevo accettato un nome, che sulle prime mi fece parere più romanzesca la mia avventura di cospiratore. E poi m’ero sentito così piccolo, in faccia a lui, che non avevo saputo svestirmi di quella poca _contea_ alla quale pareva ch’egli desse pure una qualche importanza.