Part 3
»Sì, giovine amico, gli eletti ascrivono voi e gli amici vostri tra i loro correligionari; la Fede vi ascrive tra i suoi apostoli armati. Voi siete la nuova gioventù; gioventù piena di candore e di fuoco; poema vivente, che ricongiunge la coscienza dell’oggi alla tradizione di secolare pensiero. Benedette le madri, che si incinsero in voi! Benedette le fanciulle del vostro amore, che comprimono sotto un pensiero di patria i palpiti del cuore, per salutare d’un sorriso il sacrificio del vostro apostolato!
«L’ora è sonata! L’udite voi, o giovani, questa novissima voce di turbine, innanzi a cui si schiantano e le querce e le dighe secolari? L’udite? È l’alba della rivoluzione sociale! Sì, giovani amici! All’annunzio d’un fatto, fate arma d’ogni cosa che ha ferro! È capo chi guida: guidate! Guai a chi si arresta; guai a chi vi parla di localizzazione di moti! Sdegnate i consigli prudenti; sdegnate quei moderatori vostri, che, diseredati della tradizione del vero, vi porgeranno il veleno di una esperienza fallace.
»X.»
«E voi ci pensate ancora?» esclamai io dunque ai miei compagni, i quali appunto perchè mi avevan veduto pensarci più di loro, si aspettavano la risposta da me. «Ancora ci pensate? Per pensarci più a lungo, bisogna essere diseredati della tradizione del vero! Che cosa diranno le fanciulle del nostro cuore? _L’ora è sonata!_ ci fu detto: le istruzioni le abbiamo avute: _all’annunzio di un fatto sorgete!_ Il fatto è avvenuto: a quest’ora la rivoluzione europea è scoppiata. Udii questa notte un lontano rumore verso i monti, un rumore cupo, indistinto, come di voci, di comandi, di gente che si affolla. È la rivoluzione che occupa a quest’ora le gole e i grandi passi dei monti. Luigi Bonaparte, e il suo preteso colpo di Stato, i despoti e le diplomazie che cosa sono mai! A quest’ora. Polacchi, Rumeni e Montenegrini sono in armi, e scendono dai monti! Sa il cielo come è vasto a quest’ora il movimento sociale! Agire entro le mura del collegio, cospirare contro il rettore, sarebbero tutte localizzazioni di moto. Osiamo! La rivoluzione è incominciata: noi siamo attesi: noi siamo in ritardo....»
«Ma.... e come si fa?» interruppe uno di quelli della localizzazione del moto.
«Discendenti di Spartaco! Vi arrestereste voi dinanzi all’antiporta del collegio? Che cosa dirà l’Europa di noi!...»
Io avevo vinto. Da un subito mutarsi delle facce de’ miei compagni, m’accorsi d’aver finalmente toccata la corda giusta. Raggiante del mio trionfo, e compreso della mia superiorità, incominciai a dare ordini e a formare disegni. _È capo chi guida_, aveva detto l’amico X, e io avevo in quel momento la coscienza, se non il brevetto, d’essere per lo meno colonnello. Cresciuto alla scuola militare de’ miei foglietti di contrabbando, potei in quattro parole riassumere ai compagni i cardini d’una strategia molto più comoda dell’antica, per la quale ci volevano eserciti e battaglie campali, e rimaneva tuttavia il rischio di perdere. Le istruzioni a stampa ch’io tenevo, mi avevano insegnato a distruggere i più grandi imperi e le più inveterate tirannie, con mezzi sicuri e semplicissimi. «Voi troverete forse» dicevo misteriosamente ai miei compagni «chi vi parlerà ancora delle migliaia di battaglioni e degli eserciti regolari. Utopìe del passato! Voi vi dovete ricordare che un uomo di buona volontà può moltiplicarsi all’infinito, e ingrossare come una valanga. Questa valanga è l’uomo-milione; l’eroe collettivo! Troverete chi vi parlerà di denaro, o di finanze, come dicesi nel vecchio linguaggio. Rispondete che se a loro le angherìe e i cento balzelli non bastano, voi con due soldi al giorno, pagati da ogni italiano spontaneamente, avrete quasi mille milioni all’anno!»
Dinanzi a queste prove matematiche di strategia e di finanza, nessun ragionamento in contrario avrebbe potuto reggere: ogni dubbio, se pur ce n’era alcuno, svanì ne’ miei compagni. L’entusiasmo fu generale, le deliberazioni furono prese all’unanimità. Si deliberò nientemeno che di svignarsela tutti, sull’imbrunire, dal collegio, per non far attendere più a lungo i nostri fratelli della rivoluzione europea. Marcello taceva. Le mie parole avventate non l’avevano punto persuaso; ma c’era un progetto ardito da compiere, un pericolo da affrontare, e ciò bastava perchè Marcello accettasse la sua parte senza discussione. Ci demmo ritrovo all’antiporta del collegio; e là, se avessimo trovato il portinaio in uno di quei brevi intervalli in cui, per sbraciare colla palettina il caldano, dava sosta al sonno, là si sarebbe deciso, se conveniva farselo amico con un po’ di quattrini, o metterlo in disparte con un po’ di pugni. Dataci la mano, fatto un giuramento solenne, ci lasciammo, impazienti che venisse l’ora del tramonto per compiere l’impresa. Per giunta, ciascuno promise di condurre qualche altro compagno di quelli che non erano della congiura.
L’ora del tramonto venne. Il cuore mi batteva forte, e mi diceva che questa era la più grossa di quante mai ne avessi fatte. Data un’occhiata di intelligenza ai compagni che mi dovevano seguire, quatto quatto uscii dal camerotto della ricreazione. A salti fatte le scale e i corridoi, fui in un attimo all’antiporta, e ci trovai Marcello. Spiammo il portinaio.... Dormiva. Ma non eravamo che noi due. «Siamo i primi,» dissi a Marcello: e fummo anche gli ultimi. Il silenzio profondo, la tranquillità della strada, mi lasciavano qualche dubbio sulla insurrezione universale. Si poteva udire il ronzìo d’una mosca, ma non si udiva voce alcuna di insorti. Un’altra voce piuttosto udivo dentro di me, una voce che in tutta confidenza mi diceva di tornare indietro e di andare a cena. Ma l’agitazione, il dispetto, il puntiglio mi cacciavano innanzi; così, tra queste due forze contrarie, io rimanevo immobile, e per primo, contro le mie stesse ingiunzioni, _localizzavo il moto_. Quando a un tratto, la voce del rettore che ci chiamava tutti e due rintronò per i corridoi del collegio, e in un accento che già ci annunziava essere perduto, se non l’onore, il pane e il formaggio per quella sera. Marcello allora mi scosse e mi gridò: «Avanti!» In due salti attraversammo lo stanzone del portinaio; io giunsi fuori dell’uscio per il primo e misi piede nella strada. Ma intanto il portinaio, che dormiva e non dormiva, aveva già pigliato per le falde del vestito Marcello, e iniziata una lotta che doveva finire col trionfo del potere. Al primo accorgermi di quel tafferuglio, io m’ero fermato, e stavo per slanciarmi in soccorso di Marcello. Quando, due mani colossali e vigorose d’un anonimo, che mi colsero alla schiena, mi fermarono di botto, e mi costituirono prigioniero. Non mancai di dibattermi alla meglio, facendo arma di tutto, come dicevano le mie istruzioni militari, fin dei denti e dei tacchi. Udendo il passo di qualcuno che capitava, cominciai a gridare, sperando, a dispetto questa volta delle istruzioni, un alleato. Era un soldato austriaco, che tutto d’un pezzo, colla pipa in bocca, e il passo flemmatico, tirava diritto, senza neppure voltare la faccia dalla parte ove io gridavo a tutta gola. Gli Slavi non erano insorti! Quest’ultimo disinganno venne a compiere la mia sconfitta; e poco dopo tra un viavai di prefetti e di camerieri, io e Marcello eravamo dinanzi al rettore.
Chi era quell’anonimo che mi ricondusse in collegio, lasciandomi il segno delle sue dieci dita nelle braccia? Era il cuoco del collegio, quel cuoco col quale avrebbero voluto intendersela i moderati! Così, io e Marcello fummo chiusi in camera per una settimana: Napoleone potè incominciare tranquillamente il suo regno; e in collegio il brodo della minestra rimase lungo come prima.
* * *
Da sessant’anni, la politica aveva solo due volte leggermente increspate le acque tranquille del mio paesello. La prima volta fu quando un giacobino del capoluogo venne a piantare sul sagrato l’albero della libertà. I curiosi erano corsi in frotta, credendolo l’albero della cuccagna; ma, quando si accorsero che non c’erano i polli, se ne andarono per i fatti loro: così contano alcuni di quel tempo. La seconda volta fu nel quarantotto, quando mio zio tirò fuori il berretto da velite, e lo tenne in capo per quattro mesi, giorno e notte. Questi due avvenimenti erano per il mio paese le colonne d’Ercole della politica: non si andava più in là.
Finiti gli anni del collegio, e da un anno staccatomi dal mio Marcello, dopo avergli giurata però fedeltà fino alla morte, mio zio mi richiamò a casa per fare pratica di farmacia, e quindi avviarmi all’Università. Io mi aspettavo, in buona fede, di ritrovare anche il mio paesello commosso dai grandi problemi sociali, persuaso com’ero che ogni nuova pagina delle mie letture, ogni teoria, ogni idea nuova per me, fossero tutte luminose scoperte che corressero ed agitassero il mondo intero in quel momento, come agitavano ed esaltavano me stesso. Ma sia che i grandi problemi sociali avessero presa altra strada, o fossero tuttora in cammino, per quanto mi facessi a interrogare e a cercare, nessuno si _agitava_, nessuno _dubitava_ con me. Dubitavano alcuni che, per il lungo asciutto, i fieni sarebbero stati scarsi; ed altri, che l’oste avesse tagliato il vin vecchio con quel nuovo. «_Queste sono aberrazioni d’uomini, ma non di popoli_,» dicevo sulle prime, col mio autore, e continuavo nelle mie ricerche. Parlai dell’imposta progressiva, e mi fu risposto che si preferivano le imposte stazionarie. Nessuno pensava a distruggere il capitale; nessuno ne aveva ribrezzo! Nessuno insorgeva contro il salario; anzi, chi ne era senza, faceva di tutto per averlo. Nella mente di quei villici non si agitava nessun vasto problema; e, se correva qualche scappellotto, non era mai in nome dei grandi principii dell’avvenire.... nemmeno in nome di quelli dell’ottantanove! Mi persuasi che questi villani non erano _popolo_, e che il _vero popolo_ doveva essere tutt’altra cosa.
«Ma la vita è missione!» dicevo tra me. «Costituitevi sacerdoti, agitate!» Solo non sapevo da qual parte incominciare; non sapevo chi dovessi agitare per il primo. Agitare mio zio?... il curato?... il fornaio?... Dopo maturo esame, incominciai il mio apostolato giocando a briscola, nella bottega del tabaccaio, con due spiantati che ci passavano la giornata a bicchierini d’acquavite. Trovai in questi due, che la sorte fece poveri e dimenticati, una così pronta intuizione delle più ardue questioni sociali, da sperar bene dell’umanità. Inflessibili nei principii, ed uomini pratici soprattutto, mi svelarono fin dal primo giorno che il fornaio era un aristocratico, e che bisognava dare un esempio. Orgoglioso di questo mio primo successo, ripresi più alacremente il mio apostolato di agitazione, anche al di fuori della bottega del tabaccaio. Sminuzzai il pane della scienza; cominciai dalla costituzione dei valori e dall’organizzazione del _buon mercato_. Ma quegli zotici, anzichè demolire l’idolo dell’_io_, presero a ridere di me. In breve furono tutti convinti che avevo, come si dice nel mio paese, dell’_estro_, cioè una vena di matto. Io mi confortavo, ripetendomi che queste erano «aberrazioni d’uomini, non di popoli,» e continuavo più che mai ad agitare, non fosse altro, me stesso. A poco a poco tutti mi si facevano più lontani, fuorchè il caporale dei gendarmi, il quale mi si faceva un po’ più accosto. Deluso e sconfortato, feci ritorno alla bottega del tabaccaio, ove almeno, dicevo tra me, c’è potenza di fede, c’è coscienza di popolo e di azione. Il mio curato, di tanto in tanto, pigliandomi a braccio, cercava d’acquietarmi un po’, confutando la mia scienza col buon senso, o con esempii dell’antico Testamento. Ma tutto era inutile, e il buon uomo di soppiatto mi indirizzava persino dei segni di croce, nel dubbio che qualche demonio ci avesse la sua parte. Mio zio, per essere uomo troppo severo, non mi ammoniva mai. Una prima mancanza non era un fatto abbastanza grave per lui, da farne oggetto d’una sua ammonizione: e l’ammonire per una seconda, era quanto il confessare d’averne lasciata una impunita. Mio zio, in questi casi, per levarsi d’imbarazzo, ricorreva alla sua teoria, che cioè «nelle contingenze difficili della vita, bisognava innanzi tutto procedere all’analisi dei fatti.» E con ciò aveva ogni volta l’opportunità di qualche grande discussione di filosofia col curato, nella quale, coll’appoggio di molti autori e di molti testi di chimica, riusciva di una incontrastabile superiorità.
Mio zio teneva dietro in silenzio a queste mie smanie di plasmare e fondere tutti gli uomini della terra, di fare scomparire ogni ineguaglianza, di rendere tutto di un medesimo colore; e presto s’era accorto di tutta l’analogia che c’era tra le mie teorie e quella del far le pillole. Nei grandi assiomi, ch’io tracciavo a brevi linee su qualche fogliuzzo di carta, o che proclamavo come trovati indispensabili per la salute della società, egli ravvisava una precoce tendenza per le ricette, una fede indomita nella farmacia. Convinto dunque mio zio, che tutto il male proveniva dallo squilibrio, in cui si trovavano le mie forze intellettuali con la mia posizione sociale, pensò di sciogliere la questione con un colpo decisivo, e mi mise alle pillole.
Povere pillole! Bisognerà però che torni indietro un passo, per spiegare ancor più chiaro in quale disposizione d’animo me le pigliassi. Era ritornata da qualche tempo in paese la bionda figliola del fornaio, che non avevo più riveduta, dopo la lettera che le avevo scritta e che m’era rimasta in tasca. Era tornata da un paese vicino, dove aveva passato qualche anno in casa d’una vecchia zia; ma non era più la fanciulla in gonnellino corto, che dalla finestra, ove io sospiravo per lei, vedevo correre saltelloni, lasciando sprigionati per ogni verso i suoi biondi e fitti capelli, e che ricambiava i miei palpiti con altrettanto affetto per le ciliege: era una giovanetta tutta seria, timida, ravviata, e che per un nulla si faceva rossa in viso, come spesso avviene alle anime buone e gentili. I suoi capelli, fatti più docili e più oscuri, avevano preso il colore lucido dell’oro; e i suoi due grand’occhi celesti, pieni di una serena bontà, si abbassavano vergognosi a terra appena s’accorgevano d’essere guardati. Il mio curato l’aveva battezzata per Cleopatra; ma i suoi di casa avevano tirato il nome in diminutivo, e la chiamavano Luigina. L’arrivo della Luigina aveva messo sossopra il garzone del ferraio, il galoppino del comune, un chierico, un figliolo del maestro, tutta insomma la gioventù brillante del paese. Io che avevo fatti gli studi, e che ero il nipote dello speziale, dimenticai la democrazia e sentii tutta la mia superiorità. Non so se in nome dell’amore antico o di un amor nuovo, se per passatempo, per puntiglio, per vanagloria, o per quell’istinto di tirannìa di cui sono calunniati i demagoghi, decretai la conquista di _Cleopatra_, senza pensare ch’essa era la Luigina. Ecco perchè a un tratto mi mostrai preso da un desiderio irresistibile d’imparare i secreti dell’impastare, e la meccanica del burattello e del frullone. Il fornaio non la finiva più nell’insegnarmi l’arte, e andava in visibilio per il mio interessamento e anche per la mia degnazione. A ogni minuto ero da lui, quantunque i miei amici politici, quelli della bottega del tabaccaio, l’avessero segnato come un aristocratico, e non gli pagassero nemmeno il conto per non transigere con lui. Ci andavo però un pochino di soppiatto, e con alcune precauzioni, perchè non mi tradissero le imbiancature della farina, e un certo odor di pan fresco. La madre della Luigina s’era subito accorta ch’io m’andavo infarinando in qualch’altra cosa; e credendosi d’una furberìa senza pari, tutto il giorno era sul far mosse strategiche per lasciarci soli, o per metter paglia sul fuoco: io era un buon _partito_, e bisognava farmi _abbruciacchiare le ali_. In pochi giorni io avevo dichiarato alla Luigina il mio amore, la mia passione, il mio delirio, sfoggiando tutti i sentimenti classici della mia antologia latina e tutto il linguaggio romantico della mia scuola politica. La Luigina rimaneva come trasecolata; si faceva tutta rossa, e, alzando il gomito, cercava nasconder la faccia: poi fuggiva. E io allora, vedendomi incompreso, un po’ facevo l’infelice, non affatto malcontento di fare una cosa nuova, un po’ mi stizzivo davvero, e davvero sentivo certe prime punture che dovevano essere quelle.... chi lo sa? dell’amore.
E fu allora appunto che mio zio, dopo i più maturi riflessi, era venuto nella conclusione di mettermi alle pillole.
* * *
Passavano i giorni e i mesi, ed io mi facevo sempre d’umor più nero, più stizzoso, più annoiato. Gli andamenti di questo mondo non li vedevo che attraverso la _Gazzetta ufficiale_, che me li faceva parere, come la belladonna, sempre più gialli e nauseabondi. La Luigina si faceva sempre più rossa, e scappava sempre. Il mio povero zio principiava a parermi un tiranno; e le sue pillole, lavoro senza _coscienza di azione_, mi parevano un agguato della cospirazione moderata e dottrinaria. Fino allora non avevo mai parlato di Università, dove avrei dovuto studiare una scienza che disprezzavo. Ma ormai, poco contento del mio apostolato, della Luigina e dei cittadini delle campagne, cominciai a tempestare lo zio, il quale mi rispondeva che un po’ più di pratica m’avrebbe giovato per la teoria, tanto più che non eran gli anni per una spesa così grossa; che la campagna andava male e i paesani facevano senza medicine, o al più, comperavano un cerotto che bastava per tutto l’anno, per tutta la famiglia e per tutti i mali.
Fu in mezzo a queste mie traversìe, che un bel giorno mi venne il pensiero di cercar rifugio e conforto in un’antica e misteriosa conoscenza, nell’amico dell’amico Marcello, in quella X che risplendeva tuttora nella mia fantasia, con l’egual fascino e con l’eguale potenza. Io non avevo mai scritto all’_amico X_, e questa prima lettera mi tenne in faccende per un mese. Feci e rifeci; rubai qua e là qualcosina dai miei autori, e misi assieme degli squarci che mi lasciarono per un pezzo molto contento di me. Cercai salvare la minuta del mio scritto dal pericolo dei tre gendarmi del paese, sotto una tegola del tetto; ma le intemperie profane non la perdonarono che a queste poche righe. «...._perocchè l’Austria non può essere vinta che fissando l’angelo della vittoria con intrepida adorazione del Vero. Gli eserciti non valgono se chi li affronta è popolo fatto Principio e pugna armato di quella Fede collettiva, che è armonia di anime viventi nel Fine. La sètta faziosa che chiamasi maggioranza, ribelle all’Idea in cui solo risiede il diritto, cospira per un patto sociale che non è edificio, ma rintonaco di sepolcro. Noi saremo militi e sacerdoti: militi e sacerdoti di quel Vero che, spiccando il volo sull’ali della coscienza progressiva, dai ruderi dell’io, concreterà la vita collettiva nella patria delle patrie, l’Umanità_....» E qui, se ben mi ricordo, venivano i miei convenevoli, poi il mio nome. Ma appena scritto il mio nome, mi vennero in mente i tre gendarmi; e ripigliata la penna, tirai pian piano sulle lettere altrettanti ghirigori. E di più, pensandoci, vidi che quel mio nome, ad eccezione dell’_Adalberto_, era troppo volgare. Più che per un programma del futuro, mi parve fatto per una spezieria del presente; ne arrossii, e, dopo averci meditato, scrissi in fin di pagina, con un coraggio da leone, _vostro Adalberto dalla ròcca merlata_, e consegnai la lettera al contrabbandiere che mi vendeva i libriccioli politici.
Per un mese fui sulle spine. Finalmente una sera il contrabbandiere mi fece un cenno con l’occhio, per farmi capire di andargli dietro, e mi condusse a casa sua. Fosse la lettera dell’amico? pensai tra me, e il cuore mi batteva forte, come quando aspettavo una di quelle risposte della Luigina, che non giungevano mai. In un cantuccio della cucina, da una gerla piena di stramaglie, tra i pacchi di sigari falsificati, di caffè di cicoria e di carte da giuoco senza bollo, mi cavò fuori finalmente, il mio contrabbandiere, un foglietto sottilissimo piegato a guisa di lettera, e su cui stava scritto _Adalberto_. Non c’era più dubbio; pagai senza economia il porto, e corsi a rinchiudermi in camera per assaporare, e meditare in pace il mio prezioso manoscritto. Apersi il foglietto, ed eccolo qua:
«Caro conte!
«Il nome di Adalberto me lo apprese Marcello, tra i nomi di quegli ardenti e candidi giovanetti, che per angelica ispirazione del Vero protestavano per tempo contro le false esercitazioni del pensiero. Voi dunque volete essere tuttora coi buoni, a cui la tradizione dell’Umanità collettiva diede l’intuizione dell’avvenire! Io già vi amo come fratello! Voi sarete, caro conte, leva irresistibile di azione intorno a voi, mentre col largo obolo del vostro censo, potrete sorreggere anche altrove il lavoro di altri buoni. — Riceverete mano mano le istruzioni dell’azione collettiva.
»Nel popolo, fanciullo dell’Umanità, vive e respira la spontaneità dell’Innocenza, che la è Virtù inconscia; noi professiamo la Virtù, che è lotta e fatica. Ma congiunti in forte armonia, avremo la melodia dei popoli, che è murmure d’angeli e fragore di folgori.
»Abbiatemi sempre più che amico, fratello.
»X.»
Rimasi per tutta quella sera, e per il giorno dopo, e per molti giorni ancora, abbagliato e intronato, tante erano le emozioni e le nuove fantasie che si facevano ressa nel mio capo, dopo la lettura di quella lettera. Il signor X, mi chiamava nientemeno che _fratello_: io ero un iniziato nell’azione collettiva; io ero un _buono_; i buoni avrebbero saputo il mio nome; ero un eletto dell’intuizione dell’avvenire! C’era da perdere la testa per la consolazione. Però, bisogna che lo confessi, la cosa che mi fece maggiore impressione fu quel caro conte. Io non avevo mai veduto un conte, ma gli avrei ammazzati tutti, tanto gli odiavo. Ora il mio X, l’uomo perfetto, mi chiamava _conte_, per un equivoco senz’altro, ma pure senza inorridirne, e dicendomi con tanta compiacenza _fratello_. Dunque, pensavo tra me, in certi casi si può essere anche un conte. Nel mio caso, per esempio, io sarei a un tempo un conte e un galantuomo. E bisogna convenire, continuavo tra me, che il chiamarsi Adalberto conte della ròcca merlata, non sonerebbe male; e me ne verrebbe della dignità e del rispetto, di cui, ben s’intende, userei per il trionfo della democrazia universale. Queste idee mi andavano così a sangue, che in poco tempo mi feci mitissimo con le contee, e mi sorpresi un giorno allo specchio, col volto composto alla maggior dignità, contemplandovi il conte della ròcca merlata, che per essere il primo conte che vedevo, mi pareva tale da riconciliarmi anche con gli altri. Risposi all’amico X, e tacqui sull’affare del _conte_. Ed egli da capo a darmi del _conte_, e io duro a pigliarmelo in santa pace.
Passavo i mesi in queste mie nuove beatitudini, che mi facevano quasi dimenticare l’orrore della spezieria, e anche un po’ l’amore per la Luigina: quando una notizia dolorosa e misteriosa venne a scotermi profondamente, e a richiamarmi a quel po’ di serietà che pure c’era in me. Leggendo un giorno dal curato la _Gazzetta ufficiale di Milano_, trovai queste due righe tra le notizie delle province: «_Marcello N., dottore in legge, noto per fatti e sentimenti antipolitici, venne arrestato in.... la notte del 27 corrente._» Era la prima nuova che avevo del mio buon Marcello, dopo che mi aveva salutato baciandomi all’uscir di collegio.
* * *