Part 5
Frattanto il giorno imbruniva, ed io cominciavo a sentirmi solo, smarrito, melanconico in mezzo a tanta gente che andava, veniva, mi urtava senza che ci trovassi una faccia nota od amica. Mi riposai alquanto alla locanda, dando la colpa del cattivo umore che mi scendeva addosso, alla stanchezza, al viaggio, al sonno. Alla lieta inquietudine del giorno innanzi, teneva or dietro l’inquietudine di chi si sente poco contento di sè. Uscii da capo, e, a chiuder bene quella prima che doveva essere la più bella giornata, mi feci condurre al teatro della Scala, che era pure una delle cento maraviglie che mi avevano fatto balzar tanto il cuore in mezzo alle mie montagne. Oh questa volta sì che la realtà mi parve, senza discussione, superiore all’ideale! I miei occhi correvano affascinati dal palcoscenico ai palchetti, dai palchetti al palcoscenico. Le ballerine mi sembravano angeli, e le signore mi sembravano dee. Mi sovvenne ch’ero venuto a Milano anche per le grandi emozioni del cuore, e mi sentii di subito innamorato di tutte quelle cento e cento divinità. Addio, povera Luisa! Il mio incanto era tale che non mi sentivo più padrone di me; applaudivo le ballerine, applaudivo le signore, e gridavo forte, o confidavo ai vicini tutta la piena della mia ammirazione. Ma a togliermi da tanta beatitudine venne un bisbiglio improvviso di gente che zittiva intorno a me: mi guardai in giro, e vidi che da tutte le parti si rideva alle mie spalle, e mi si gridava _silenzio!_ Confuso e tutto rosso in faccia, avrei voluto le cento volte trovarmi su d’una cima delle mie montagne. Intanto si era calata la tela: queto queto uscii di teatro, e me ne andai diviato alla locanda. Quel primo giorno sognato, invocato da tanto tempo, poteva avere la cortesia di mandarmi a casa un po’ più di buon umore. Andai a letto senza far parola, e spensi subito il lume.
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L’amico Bortolo sedeva come un _sole_ in mezzo a cinque o sei satelliti minori che giravano intorno a lui; e tutti insieme poi giravano intorno a un altro _sole_ che era parte, alla sua volta, di un secondo sistema planetario, retto anch’esso dalle leggi d’una più forte e più vasta attrazione. In pochi giorni ebbi imparata tutta questa astronomia; conobbi i principali satelliti _bortoloniani_, e fui ascritto all’associazione degli _Stati Uniti_ d’Europa «_Sezione Olona_.» Le principali colonne della Sezione Olona, oltre all’amico Bortolo presidente, erano un regio impiegato, il ragioniere d’una casa signorile della città, e un giovinotto che si diceva negoziante e mediatore di carte pubbliche; «Sì ch’io fui _quinto_ tra cotanto senno.» Non potei dire precisamente d’aver piantate le mie tende presso lo stato maggiore; ma ero talmente in vena d’ammirazione e di umiltà, che mi credetti fin troppo in alto sedendo vicino a loro. C’era bene un generalone di più alto bordo, ma lo si vedeva di rado. L’amico Bortolo era della sua costellazione, e i responsi noi non li avevamo che di terza mano. In breve conobbi tutti gli amici di Bortolo, e gli amici degli amici, ai quali tutti venni presentato come un _forte_ cittadino delle campagne, «cosa che mi procacciava un inchino;» e come il conte Adalberto della ròcca merlata, «cosa che me ne procacciava tre.» Perduta una prima volta l’occasione di sconfessare quella contea, l’occasione non si presentò più. Cercai schermirmene qualche volta; ma appunto allora i miei nuovi amici si dicevano con più calore all’orecchio che «io ero un gran signore della provincia; che avevo Dio sa quanti milioni, quanti antenati e quante contee; ma che ero così _puro_, che non volevo nemmeno sentirne parlare.» Per quanto fosse grande la mia ammirazione per loro, più grande ancora era quella ch’essi avevano per me. E a furia di sentirlo dire con tanta serietà, e di vederlo così bene accetto, finii col persuadermi anch’io, d’essere proprio quel conte di cui si discorreva.
Uno, tra quelli che mi inchinavano di più, era l’impiegato regio. Dopo vent’anni di fedeli servigi e di schiena curvata dinanzi a una dozzina di _Grafen_ della bassa Austria e della Stiria, suoi capi di ufficio, poteva ben dirsi maestro in fatto d’inchini, e d’inchini d’alta scuola. Per avere un sorriso dal suo _Graf_, all’incominciare della guerra gli aveva profetizzata la strage vicina dei _piemontesi_: ma, pochi giorni dopo, andato all’ufficio, il _Graf_ non c’era più. Egli allora gittò in alto le soprammaniche di tela, e gridò: viva la repubblica! Da quel momento egli era diventato un uomo politico. Sfoggiando la scienza del giro che fan le carte dal protocollo all’archivio; dicendo _plagas_ del governo nazionale, e denunciando come reazionarii gli uomini che uscivano dalle prigioni politiche dell’Austria, era presto salito in fama di grande amministratore, d’uomo _indipendente_ e di _vero_ liberale. Egli ci intratteneva tutti per lunghe ore con la sua scienza delle soprammaniche di tela; ed io meno ne capivo, e più rimanevo compreso per tanta dottrina e tanta avvedutezza.
La mia fantasia, che non sapeva essere un minuto contenta e tranquilla, giungeva talora a gettar perfino qualche domanda, qualche dubbio, in mezzo alla fede cieca, al culto ch’io professavo per i miei nuovi amici. Una volta chiesi a me stesso se non fosse più leale ed onesto il non ricevere paga da un governo che si vuol ingiuriare; se non fosse più secondo l’onore il rifiutargli il proprio giuramento e i propri servigi. Ma l’amico mio, mi risposi subito, non può fallare; e misi l’apparente contraddizione insieme a tant’altre che spesse volte mi davano nell’occhio. Anche l’amico ragioniere, il quale, professando i principii più inesorabili dell’eguaglianza, voleva eguali tutti di fatto come i numeri finali della scrittura doppia, non mi parlava che delle degnazioni della sua contessa, dell’amicizia e degli inviti del tal barone o del tal marchese. Conti e marchesi formavano le delizie del mio ragioniere e di qualche suo confratello che, al pari di lui, professava le teorie più pure della rivoluzione. Qual nèsso ci possa essere tra le aspirazioni democratiche e il culto dei blasoni non lo so....: ma certo un gran nèsso ci deve essere, se nella mia breve esperienza, nelle mie poche osservazioni sociali trovai così frequente la ripetizione di questo fenomeno.
Un altro fenomeno mi parve sulle prime l’amico commerciante, o sensale che fosse. Di suo non aveva che le chiacchiere che ci spacciava; eppure faceva negozi per centinaia di mila lire. Negoziava un giorno di carte pubbliche, un altro, se occorreva, di frutte secche; oggi era mercante, domani mediatore; non aveva professione di sorta, e le faceva tutte. Allegro, bontempone, discolo, era da mattina a sera in baldorie e in affari. Dedito anch’esso di fresco alla politica, si proclamava _socialista_, e chiamava _code_ i suoi colleghi del circolo repubblicano; cosa che dava al circolo un po’ d’inquietudine, e a lui un po’ più d’importanza. Nemico del capitale, lo era un po’ meno degli interessi; ed io ne seppi più tardi qualcosa. Innamorato, estatico anche di costui, io mi abbandonai a occhi chiusi nelle sue braccia, ed egli si incaricò di fare la mia educazione cittadina.
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Prima di trascinarmi nella sua voragine, l’amico sensale mi aveva trascinato dal suo sarto, il quale mi aveva subito messo alla moda come il sensale, ed anche un tantino di più. Infatti, se la moda voleva il soprabito un po’ corto, al signor _conte_ il sarto glielo faceva di due dita più corto ancora; e se la moda voleva la giubba lunga, il signor _conte_ aveva una giubba lunga una spanna più di tutti gli altri. L’amico m’aveva vendute certe sue spille e certi anelli che facevano lo specchietto, come quelli d’un cavadenti. Io poi mi versavo addosso tutte le mattine una boccetta d’acqua odorosa, e per lo più di muschio, che mi annunziava da lontano come l’avvicinarsi d’una _moscardina._ Con tutto ciò io non ero ancora contento di me, nè ancora avevo raggiunta quella tranquillità di spirito, e quel sentimento di superiorità, di chi ha la coscienza d’essere un uomo elegante. Io seguivo come una vittima il sensale in tutte le sue compagnie, e in tutte le sue baldorie; lo seguivo al teatro e al suo caffè, alle sale da ballo e ai suoi festini. Il mio buon amico non aveva risparmiato fatiche per ridurmi in breve alla moda cittadina, e dopo due mesi poteva già compiacersi di qualche buon risultato. La mia corteccia campagnola, combinata con le levigature del sensale, aveva fatto ridere qualche scioccone alle mie spalle; ma s’era poi detto che alla fine dei conti io ero un gran signore, e che morto un certo mio zio milionario e tiranno, io avrei ecclissati tutti quelli che la sfoggiavano per Milano. Io che sentivo queste cose, pigliai presto il partito di darmi certi modi un po’ eccentrici, un certo fare da originale, che è spesso l’espediente più a buon mercato per cavarsi d’imbarazzo, e passare per un uomo non comune. Il difficile a questo mondo è di farsi largo col buon senso. Soprattutto poi, io avevo bisogno di far del chiasso intorno a me; di fare come il ciarlatano, che dice di cavare i denti senza dolore, perchè lo strepito dei pifferi e della gran cassa copre le strida del villano. I miei sogni migliori cominciavano a fuggire dinanzi alla realtà. La mia anima forse mandava già il suo primo grido di disinganno; ma io non lo volevo ancora nè udire, nè confessare.
Un giorno l’amico ragioniere pensò di volermi presentare alla _sua_ contessa. La _sua_ contessa era la contessa _Neni_ (diminutivo, per chi non se lo immaginasse, di Antonietta), la quale, unitamente al conte marito e ad una contessina di diciotto mesi, costituiva il casato a cui l’amico mio aveva l’onore di tenere i conti. Tra le molte e bellissime signore ch’io rimiravo mollemente sdraiate nelle loro carrozze, o a passeggio per le strade con l’incerto andare dei loro piedini, la contessa Neni aveva segnato il punto massimo della mia ammirazione. Al teatro, ove però avevo imparato a inebbriarmi in silenzio, mi pareva di essere in un Olimpo, e le signore mi parevano tante dee: ma se in mezzo alla mia estasi per queste belle compariva la contessa Neni, allora io le tradivo tutte, allora io non vedevo più che _lei_. Lei però veniva di rado: suo marito, nominato da poco sindaco in un villaggio di trecento anime, trovando comodo il _self-government_ a ogni tratto era al villaggio, e non aveva preso nemmeno il palchetto alla signora. Come sono invadenti nei governi queste aristocrazie! L’aristocrazia aveva invaso un po’ anche me stesso; alla mia contea m’ero già abituato, e mi sentivo già capace di difenderla palmo a palmo dietro i suoi merli: le belle donnine del teatro e delle carrozze mi piacevano quasi più che l’amico Bortolo, e per loro piantavo, di tanto in tanto, le conferenze della _Sezione Olona_. Anche alle conferenze della _Sezione Olona_ capitavano, a dir vero, delle signore, ma per una singolarità che mi diede più volte a pensare, erano quasi sempre un po’ brutte, o un po’ vecchie. Mi ricordo d’una in particolare che voleva essere chiamata _cittadina_ e non _signora_, anche a rischio di venire confusa colle vetture che stanno in piazza; e che proclamavasi una donna dell’89, cosa che nessuno avrebbe messo in questione di certo. Se Prudhon m’aveva messo dei dubbi sulla mia divisa della _fratellanza_, questa _cittadina_ me ne mise un vero spavento.
Al ragioniere dunque, a cui tante volte avevo parlato della mia ammirazione per la contessa Neni, era venuto in mente di farmi conoscere a lei, chiedendole il permesso d’una presentazione. Una signora difficilmente rifiuta di conoscere un suo adoratore; che se poi l’adoratore ha, come avrebbe detto la contessa Neni, _un nome_; se ha la riputazione di uomo eccentrico; la curiosità della signora cresce in ragion diretta di tutte queste qualità. Il ragioniere, che Dio sa quante storie aveva magnificate sul mio conto, mi annunziò il giorno e l’ora in cui avrebbe detto dinanzi alla contessa: «ho il piacere di presentarle il signor _tale_;» parole misteriose e sacramentali, che bastano a procacciarvi una stretta di mano e un sorriso gentile dalla più fiera beltà, che fino allora aveva avuto l’aria di non accorgersi nemmeno che voi eravate a questo mondo. A quell’annunzio del ragioniere, il mio cuore battè forte come nel giorno in cui mossi per la prima volta alla casa dell’amico Bortolo. La fortuna mi conduceva per mano verso il mio secondo ideale; forse mi schiudeva le scene d’una passione drammatica, quale io l’avevo sognata! Avrei voluto preparare qualche squarcio di eloquenza e di poesia, per fare buona figura nei discorsi, certo sublimi, della contessa: ma la mia commozione era tale, che non fui capace di accozzare quattro parole in cui ci fosse il senso comune. Mi rassegnai, e mi raccomandai alla Provvidenza.
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Nell’ultimo gabinetto d’un quartierino piccolo, ma in un bel palazzo grande, adagiata o quasi rannicchiata sul fondo d’una poltrona, si vedeva come in iscorcio una elegante personcina, ravvolta in non so quanti metri d’una bellissima stoffa, e che si chiamava la contessa Neni. La contessa Neni sedeva nel suo quartierino come la regina dei mille ninnoli che la circondavano, e delle mille figurine di porcellana, da cui pareva eletta a suffragio universale. Essa aveva lo sguardo languido delle donnine in porcellana chinese, il bianco delle figurine di Sassonia, le pose molli delle piccole _pompadours_ di Sèvres. Essa poi conosceva a fondo la storia e la natura di questi suoi sudditi, e ne parlava continuamente da sovrana premurosa e illuminata. E quante volte non ebbi io la bontà d’esser geloso d’un mandarino chinese, d’un villanello di Sassonia, o di qualch’altro individuo di quel regno innocuo e silenzioso? Al qual regno innocuo e silenzioso appartenevano anche, per non tacere di nessuno, tre giovanetti galanti, che, innamorati della contessa, le facevan la corte contemporaneamente e senza guerre civili, contenti di sedere intorno a lei tre ore al giorno, senza dire una parola, mandando solo qualche sospiro, e cambiando di tanto in tanto la positura sentimentale. Se il silenzio può essere eloquente, questi tre giovanetti erano tre Demosteni; ma si incaricava di parlare per tutti e tre un uffiziale francese, ch’era anch’esso molto assiduo presso la contessa.
Di questi quattro signori appunto si componeva il crocchio della contessa nel momento in cui il ragioniere, con molta sommessione, e con molta compiacenza, mi presentò, sfoggiando i titoli annessi alla mia _ròcca_. La contessa mi accolse con un sorriso gentile, e mi porse una piccolissima manina, ch’io, a buon conto, non presi, per la soggezione e per il timore di farle male. Io ero tutto in nuovo. Avevo le scarpe nuove, un vestito nuovo, un solino nuovo, che mi segnava un giro rosso intorno al collo, e mi ero profumato con una boccetta nuova. I tre signorini non diedero segno di vita, e finchè non fui presentato anche a loro, finsero di non avvedersi nemmeno della mia presenza, come se fossi un infusorio. Io però mi accorsi d’una certa occhiata con cui mi misurarono da capo a piedi, e alla quale tenne dietro un certo sorriso che mi fece, non so perchè, diventar tutto rosso. Quei tre se ne stavano seduti o, per dir meglio, sdraiati, chi su una seggiola, chi dentro una poltrona. Mutavano di posa a ogni tanto con una disinvoltura affettata; e sebbene mi avessero subito inspirata una profonda antipatia, pure, con la coda dell’occhio, gli osservavo per imitarli in qualche cosa. Ma non m’arrischiai di seguirli in quelle evoluzioni, che mi parvero del resto un po’ troppo confidenziali ed anche abbastanza volgari: mi attenni alle regole della mia prima educazione, e rimasi seduto col busto diritto, e con le mani distese sulle ginocchia, come mi aveva insegnato il mio rettore. I tre signorini tacevano sempre; taceva il ragioniere, taceva la contessa, e non parlava che l’uffiziale francese. Io credetti quella prima volta che il tacere fosse una cosa grandemente signorile, e non è a immaginarsi come mi tenessi scrupolosamente chiusa la bocca. Ma il Francese m’ebbe presto piantati gli occhi in faccia, e in un minuto mi diresse non so dire quante domande. Io avevo imparata la lingua francese da quel rettore del collegio, che nelle mie valli aveva tanta rinomanza per le lingue morte. Capii difatti ch’egli mi aveva appunto insegnata una lingua che non si parla. Figuratevi quale spavento fu il mio! Ma fortunatamente l’uffiziale dopo il _dites-moi, monsieur_, senza tirare il fiato continuava, _vous dites donc_.... ed io gli facevo un risolino compiacente, compiacendomi moltissimo che rispondesse lui per me.
Io tacevo sempre, e le cose continuavano benino. Ma la contessa Neni, vedendo che da un quarto d’ora non s’era parlato di lei, interruppe a un tratto la conversazione con un _ah!_ accompagnato da un lungo respiro e da una posa un po’ più languida di prima; il che sommato voleva dire che c’era una improvvisa sofferenza da dividerci tra noi sei. Si scossero infatti i tre giovanetti, e si fecero flebili più che mai: «_Che fu? che c’è?_» La conversazione si fece subito pietosa, e la contessa Neni con un certo imbarazzo studiato, elegante, ci parlò d’un maluccio che le era capitato, un enfiatello, se ben mi ricordo; ma non un enfiatello comune; un enfiatello che doveva moverci a grande pietà, ma parerci nello stesso tempo una cosa straordinariamente poetica. Mi parve a un tratto che i miei compagni di pietà invocassero un rimedio dal cielo, ed io in un eccesso di commozione e di zelo, facendomi di nuovo tutto rosso, saltai su a dire: «_Ci vorrebbe un ce_....» Lo sapevo ben io che cerotto ci sarebbe voluto, ma mi parve in quel momento che a pronunziare la parola cerotto tutti si sarebbero accorti ch’ero uno speziale. Mi fermai in tempo; ma mi si appannò la vista, e mi credetti perduto. Per fortuna però c’era stato il Francese, che al mio primo aprir bocca, non volendomi lasciare la priorità dello specifico, aveva ripreso lui il filo delle mie parole, insegnando alla contessa tutto quello che ci voleva. E non le disse questa volta, delle chiacchiere; le insegnò un buon empiastro, e proprio quello che ci voleva; talchè mi balenò alla mente, che anche costui, siccome si faceva dare del _conte_, fosse conte di una qualche ròcca merlata come la mia.
Di lì a poco l’amico, dicendo di avere cento belle che l’attendevano, si alzò, e se ne andò. Mi sentii un gran peso giù dalle spalle; e così se ne fossero andati anche gli altri, perchè io ero talmente in fiamme, che in quel momento mi sentivo il coraggio di proporre alla contessa per lo meno una fuga. Io non avevo ancor provato a trovarmi solo dinanzi a lei, e a non sapere aprir bocca.
«È una persona amabilissima....» incominciò a dire la contessa, pigliando le redini della conversazione, e conducendola tutta da sola con un’arte finissima di parlar sempre, e in verità dicendo pochino. «È una persona veramente di garbo, una persona proprio della società....» Ma poi tra questi francesi ce ne sono di curiosissimi! Si figurino che un giorno ne ho veduto uno, un maggiore, credo, ma che non è della società, e che si chiama _monsieur Pigeon_. E vogliono ridere? È legittimista! Che sieno legittimisti il colonnello _de la_.... e il _marquis de_.... che vedo frequentemente, lo capisco benissimo; ma lo strano è che uno si permetta d’essere legittimista quando si chiama _monsieur Pigeon!_ E mi si dice che ce ne sieno degli altri come costui. Oh siamo molto più liberali noi!...
«Com’è liberale la contessa!» dicevo frattanto tra me stesso, in mezzo al mio entusiasmo.
«.... Io sono d’avviso che in società si devano rispettare tutte le opinioni, anzi io sono molto liberale; ma mi pare poi assai ridicolo che tutti quelli che passano per strada si credano in diritto di avere delle opinioni che non sono punto fatte per loro.»
«Oh certamente! contessa,» dicevano frattanto qua e là i tre signorini; e il ragioniere accompagnava il tutto con un risolino di piena approvazione.
«E lei dunque si chiama Adalberto....» riprese la contessa a proposito del discorso di prima. «Adalberto! che bel nome, è un nome che mi piace tanto!» E socchiudendo alquanto gli occhi, come soleva in fine d’ogni sua frase, lasciò giungere mollemente fino a me una guardatina, che mi accese ancora più, e mi fece tremare da capo a piedi. In buona fede me la pigliai tutta per me, e come di buona valuta. Non fu che più tardi che vidi quelle mezze guardature scendere allo stesso modo, freddamente su tutti; e più tardi ancora che mi spiegai, colla chiave di quelle occhiate, l’immobilità dei tre giovanetti e di quanti si dibattevano intorno alla contessa Neni come cingallegre sui panioni.
«E nelle sue terre lei avrà anche dei castelli?» riprese la contessa.
Ebbi un minuto di esitazione. La guardai in viso.... ma era così bella, che le risposi di sì! Che sciocco! Eppure in quel momento non ebbi altro rimorso che d’aver detto una cosa non vera a un angelo come lei, che doveva essere tutta ingenuità.
La contessa riprese la conversazione sui castelli, ma io non tenni dietro più al filo del suo discorso. Io non avevo in pensiero che quell’occhiata, e ne stavo spiando una seconda. Ma per quel giorno la seconda non venne; e ne incolpai tra me il povero ragioniere, che mise fine troppo presto alla visita, mentre io non me ne sarei andato più.
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Aspettando sempre la seconda occhiata, m’ero fatto ogni giorno più assiduo presso la contessa. Facevo le mie ore di contemplazione in società coi tre giovanetti e con tanti altri, perchè ogni giorno ce n’era uno di nuovo; correvo per le strade come un matto, o vi facevo delle lunghe fermate come un ladro, e la contessa non dava segno di avvedersene mai. Le occhiatine talora partivano, ma non venivano a me. Fui geloso or dell’uno or dell’altro, senza sapere però mai di chi lo dovessi essere davvero. Mi struggevo di sospetti e di rabbie, avrei voluto spassionarmene con lei, dirle il mio amore e le mie gelosie, ma ogni volta ero costretto a calar le vele dinanzi a un circolo di assediatori che ci stavano all’àncora, e innanzi alle manierine gentili, calme, e gelidamente seducenti della contessa. Le delizie insomma del mio ideale, le delizie di un amore romanzesco per una gran dama, le andavo assaporando tutte. E quando, stanco, incominciavo a sentire i primi gridi della rivolta dentro di me, allora.... allora capitava l’occhiatina a farmi rinnovare l’investitura di vassallaggio. Nè questi erano i soli intoppi che avevo trovati nella mia nuova vita. Eppure non sapevo staccarmi dagli antichi sogni fantasticati nel mio paesello!
Un intoppo però che avevo temuto e che non trovai fu quello del cerimoniale dell’alta società. Io avevo spese delle ore a casa mia a pensare come sarei entrato in una sala dorata; che cosa avrei fatto, che cosa avrei detto in un crocchio di dame e di cavalieri. Avevo lette sui libri le severe etichette d’una volta, e tremavo al solo pensarci. Tempo perduto! Se di tanto in tanto diedi un poco nell’occhio, fu perchè mi sentivo piuttosto timido nel pigliarmi i miei comodi in società con la franchezza degli altri. Con gli splendidi vestiti d’una volta, i cavalieri hanno lasciato giù anche le splendide maniere. Talchè oso dire che anche il _galateo_ del mio rettore mi poteva quasi bastare. Io poi m’accorsi che la mia ròcca merlata, e i milioni della mia contea m’erano una gran bolla di indulgenza plenaria. Potei perfino lanciare qualcuna delle mie idee demagogiche che, come speziale, m’avrebbero fatto dare del briccone, ma che dette in guanti gialli mi acquistavano una certa riputazione di originalità; la quale è pure una delle vie che menano al _buon genere_.