Novelle

Part 22

Chapter 223,877 wordsPublic domain

«No, no!... E infatti cos’è successo? Se non c’era Martin matto, ce la voleva far vedere la bella frittata con que’ mobili, lui.... il signor carrettiere forestiero!... e dopo cinquanta passi!... capite?... Ve lo dico io, senza essere strologo. Ma il signor Massimo se la sarebbe meritata....»

«E in quanto a me avrei detto: ben fatto! perchè in queste cose ci vuole un esempio!» interruppe il vetturale.

«Che se il signor Massimo faceva il contratto col nostro Checco....» continuava il salumaio.

«È qui che vi volevo! Ma se non mi lasciate parlare....»

«Io già so che tutte le volte che Checco ha caricato dei mobili, e in due anni, dal 59 a quest’oggi, ne abbiamo veduti degli impiegati e dei carrettoni andare e venire! ebbene....»

«Ebbene, se mi lascerete parlare vi dirò....» prese a dire questa volta con maggior forza il cursore «che appunto Checco, avendo fatto anche lui una frittata coi mobili del delegato della Questura partito tre mesi fa, quel delegato mandò carta bianca all’avvocato Massimo per farsene risarcire; e adesso Checco, che naturalmente vede il signor Massimo di mal occhio, appena s’è trattato di trasportargli a Milano i mobili, gli ha detto un bel no! L’avete capita ora?...».

«Io però vi dico che della roba n’ho fatta venir tanta anch’io.... casse di sapone, otri di olio, prosciutti di prima qualità.... e Checco non m’ha rotto mai niente! La cosa è che anche il signor Massimo, dopo che se l’intese col Governo per questo grande impiego di cui si parla, non è più l’uomo d’una volta. Rispetto ancora il suo talento.... ma questa è la mia opinione!»

In un altro gruppo poco lontano da questo, c’era chi pretendeva sapere che l’avvocato Massimo prendeva moglie.

«Quanto all’impiego non c’è che dire, perchè quand’uno si porta con sè fin la granata, vuol dire che costui, un impiego, e di quei grossi, se l’è buscato. Ma quanto alla moglie poi....»

«Una moglie, vi dico, e con delle mila lire parecchie!»

«Eh, per bacco! le mila lire poi non fioccano neanche a Milano! Massimo è un buon giovanotto, ne convengo, ma poi....»

«Ma poi, diciamola chiara,» prese a dire un terzo «da che è tornato da Milano, m’ha preso anche lui un certo fare da aristocratico.... A buon conto non è più venuto a berne con la compagnia neanche un bicchiere....»

«Vedete quella cesta.... quella che ha portata il carrettiere.... la vedete? Ecco, ne cava fuori tre cazzarole.... un pentolino.... una caffettiera.... e un’altra cazzarola.... siete persuasi adesso? Tutta roba nuova, capite? roba fatta fare apposta! Ecco se l’avvocato prende moglie o no!»

«Sarà roba vecchia fatta stagnare, e lustrata dalla serva!»

«Volete scommetterne una bottiglia!»

«Eh, eh, non facciamo grandezzate!»

«Scommettiamone mezzo litro....»

«Dite pure un boccale, che mi ci trovo meglio.»

«Come volete voi. Andiamo dal magnano e sentirete.»

«Andiamo pure.»

Intanto l’attenzione degli altri spettatori s’era rivolta improvvisamente a qualcosa di nuovo, e siccome una voce gridava «largo, figlioli!... largo, signori!... largo, di grazia!...» così tutti, per vedere cos’era, si spingevano l’un l’altro addosso a quel pover uomo che domandava precisamente il contrario. Questi era Martino, che con gran fatica e precauzione attraversava la piazza portando sulle spalle una lastra di marmo.

«Povero martire!» diceva un contadino a un artigiano.

«Povero asino! dite piuttosto; faticare a quel modo per uno che non lo guarda neanche in viso!»

«Avrà fatto, come e qualmente, il suo bravo contratto....»

«Contratto? Scommetto che non gli dà neanche da bagnare il becco!»

«È vero che Martino è uomo da non averne bisogno, perchè se la passa bene, sapete. Adesso ha preso anche qualcosa dell’eredità.»

«Sì, sì, ma ne ha fatte delle vite quel pover uomo! e di tanto in tanto ne ha patita della fame! Ebbene, il suo gran gusto è quello di farsi in quattro per il signor Massimo....»

«Non lo chiamano Martin _matto_ per niente.»

«E credete voi che il signor Massimo gli abbia detto una volta: — ehi, Martino, venite a berne un bicchiere in compagnia? — Mai, capite! Lasciatele dire a me certe cose, che le so!... E pensare che son parenti!... Perchè poi le nostre giacchette abbian da fare tanta paura alle cacciatore di velluto, e anche solo di frustagno, non lo saprei!»

«È perchè le nostre son fatte in casa dalle donne, e le altre le fa quel nano che beve il caffè, seduto a tavolino, sulla porta della bottiglieria insieme ai signori!...»

«La sarà così!»

Un nuovo rumore interruppe anche il dialogo di questi due, i quali mossero con la maggior parte degli spettatori verso il carrettone dove era ricominciato un alterco tra Martino e il carrettiere.

«Credete voi che una lastra, perch’è di marmo, non vada in quattro se riceve un colpo?» gridava Martino. «Ve l’avevo detto io, o no, dove la si doveva mettere?... Via questo cassetto.... svelto!... via questa roba.... Che non si possa andarsene un momento.... Eh per bacco! s’è fatto così scarso il sale in zucca alla gente! Quand’uno fa un mestiere, dovrebbe almeno averlo imparato!...»

«Oh, sapete che ne son pieno! che un rompistivali come voi bisogna farlo fare apposta! Credete d’esser voi il padrone?» gridava alla sua volta il carrettiere. «Credete, perchè fate il legnaiolo, d’esser voi quello che ha inventato il tagliere della polenta?»

Qui gli spettatori diedero in una grande sghignazzata; e Martino senza badarci continuava intanto il suo lavoro.

«Non c’è più corda? Animo, Tonino,» diceva a un suo figliolo;» corri a casa e fatti dare dalla mamma una bella corda lunga.... la casa di Martino non fallirà per questo!»

Dalla porta del caffè, che chiamano il caffè della _Fratellanza_, dove stavano a crocchio dieci o dodici persone, ora discorrendola con qualcuno ch’era seduto in bottega a legger le gazzette, ora facendo da spettatori anch’essi della mobilia e del carrettone, si erano mossi due o tre al rumore di quella nuova bega, per meglio goderla da vicino.

Ma finito il primo scroscio, quei due o tre eran ritornati nel crocchio a raccontare quel poco che abbiam sentilo anche noi, e a ripigliare il discorso di prima. Il discorso, anche lì, era quello della giornata: Massimo, i suoi mobili e il suo impiego; discorso che, allungato e frammischiato da mille divagazioni, interrotto e ripreso dall’andare e dal venire degli interlocutori, era cominciato nelle prime ore della mattina e si avviava a continuare fino al tramonto.

Dei discorsi che si facevano in bottega, succedeva press’a poco come del caffè che bolliva in una gran caffettiera su un fornello dietro il banco. La caffettiera, piegandosi ora da un lato, ora dall’altro, stava sul fornello da mattina a sera. Ogni tanto capitava il padrone a levarne una chicchera, a rimetterci dell’acqua, o a darci una rimescolata; ma il fondo, poco su poco giù, nelle ventiqualtr’ore era sempre il medesimo.

Di avventori ce n’era d’ogni sorta, perchè dopo una sbevazzata all’osteria, per finirla con un bicchierino di liquore, o con una chicchera di caffè, ci capitavano in via straordinaria anche de’ carrettieri, degli operai, de’ contadini. Gli avventori ordinari però, quelli dei discorsi di lunga durata, erano persone di maggior conto; eran quelli insomma che per avere qualcosa, per esercitare una professione, o per il loro far niente, formavano il ceto più ragguardevole del paese. Questi tutti erano amici dell’avvocato Massimo, compagni antichi di scuola, o compagni recenti di partite al bigliardo e di cene all’osteria; erano suoi clienti o suoi ammiratori; gente tutta avvezza, fino allora, ad avere Massimo in gran concetto, a non far nulla senza di lui, e a riconoscergli, in Castelrenico, il posto più alto nelle sfere della popolarità.

Abbiam detto _fino allora_, perchè a udire in quel momento le ciarle del caffè, c’era da scommettere che neanche la popolarità dell’avvocato Massimo potesse durar sempre; cosa che solo pochi mesi prima avrebbe giurata chiunque. Povero Massimo!

«Dicevano che Martino volesse litigare con Massimo per l’affare dell’eredità, ma mi paiono amici meglio di prima! Che ne dite? Non se la piglierebbe così calda Martino stamani!...»

«Io dico che tra un mese vediamo diventar ministro, questore o ambasciatore anche Martin _matto_!» soggiunse un tale che passava le sue giornate sulla porta del caffè, seduto su una panchetta, con una pipa di gesso in bocca e coi gomiti che, a memoria d’uomo, uscivan dalle maniche.

«Sicuro!... Ci sarebbe da scommettere! Avete ragione! Dite bene, voi!» risposero in coro gli altri.

«Per gli impieghi» continuò quello della pipa «l’importante sta nel saper trovare la vena giusta. Trovata la vena, c’è impieghi per chi ne vuole!»

Anche questa volta ci fu un «benissimo» su tutte le bocche. Quando parla quello della pipa, che ha la lingua più lunga di quanti ce n’è in Castelrenico, tutti s’ammazzano per dargli ragione.

«E si sa cosa sia questo grande impiego?»

«Ma non è tutto! Si dice che a Milano ha trovata anche una moglie.... e una moglie con de’ quattrini!»

«Ci credete voi?»

«Eh! se manda a Milano fino i mobili, vuol ben dire che o impiego, o moglie, o qualcosa di simile ci deve essere!»

«Io, a buon conto, non ne credo un’acca!»

«E così resterete con un palmo di naso.»

«Ho capito! Son diventati tutti diplomatici come Massimo! Siete forse lì lì anche voi per buscarvi un impiego?»

«Se me lo date voi!... Eh sì! noi siamo tagliati alla buona, e gli impieghi se li pigliano i furbi, quelli che conoscono la politica!...»

«Non per fargli torto, che anzi sono suo amico, ma per giustizia, domando io che cosa ha fatto questo Massimo per aver dal Governo un impiego? Perchè proprio lui e non un altro? Oh per bacco! che Castelrenico finisca con l’illustrissimo signor Massimo?»

«Ha trovato la vena, come dice l’amico, non la volete capire, voi!»

«Ma insomma si può sapere una volta che impiego è?» ripigliava con maggior forza uno del crocchio che non era ancor riuscito a farsi rispondere.

«Ma è appunto questo che non si sa! E quindi è chiaro che si tratta di qualcosa di grosso! Intanto però io ne so già abbastanza per poter supporre, e in modo positivo, da qual parte venga la protezione.... la vena, come dice l’amico....»

«Oh! alla buon’ora! Sentiamo, dite su!»

«In primo luogo, si dice che ci sia un signore, un pesce grosso, il quale voglia mandar suo figlio avvocato in Castelrenico....»

«In Castelrenico?... un forestiero?...»

«Avvocato, dicevo, in Castelrenico. Dunque bisognava fargli il posto, e per farglielo buono bisognava mandar via Massimo, che è quello appunto che guadagna più degli altri!»

«Un forestiero?... in Castelrenico?»

«Mentre in paese siamo almeno dieci, tutti avvocati e notai, che siam qua tutto il santo giorno sul caffè a star a vedere se ci capita un miserabile posto!...»

«Oh! se viene un forestiero vi prometto io che se ne sentiranno delle belle!»

«Ma credete forse di pigliarlo voi altri il posto di Massimo?» saltò su quello della pipa. «Siamo troppo onesti noi! lo dice anche il foglio. Anch’io, se avessi voluto farmi l’amico dei potenti, ne avrei a quest’ora degli impieghi a bizzeffe!»

«Sicuro! sicuro!» ripetè il coro.

«Che l’impiego venisse da quel tale che abbiamo nominato noi, proprio noi, deputato?» domandò uno con tanto d’occhi fuori.

«Probabilissimo!»

«Eh sicuro! gli impieghi sono dati dal Parlamento.... dunque.... oh! adesso la si vede chiara!...»

«Questo però ci servirà di norma per un’altra volta!»

«Avete ragione!... Il mio voto non lo piglierà una seconda volta quel signor deputato!... non per altro, ma perchè nelle cose ci vuol giustizia! Il nostro voto non vale forse tanto quanto il voto del signor Massimo? Ma signor no! a Massimo un fior d’impiego, e a noi un fico!»

«Proprio così! In questa faccenda degli impieghi, io dico: o a tutti o a nessuno! Ed è un pezzo che io la vado dicendo questa cosa!»

«Fiato buttato via!»

«Ma ditemi un poco, cosa sarebbe per il Governo il dare un impiego, anche piccolissimo se volete, a tutti quelli che in un paese hanno una certa capacità? La sarebbe una inezia! Si potrebbe far economia in tutt’altro, e si accontenterebbero tutti!»

«Voi volete dirizzar le gambe ai cani! Trovate la protezione e troverete l’impiego! Fate come Massimo....»

«Vi confesso che io avevo una grande opinione di Massimo, e che una cosa simile non me la sarei aspettata mai! Domandare un impiego tutto per sè, piantare gli amici, e non dir niente a nessuno.... Oh! dico il vero, di queste non me ne aspettavo proprio da Massimo!.........»

«Oh! ecco il nostro Massimo!»

«Qua, qua, ma insomma gli è mill’anni che non ci vediamo!»

«Adesso poi non ci scappi! Non sia mai detto che si lasci partire il nostro Massimo da Castelrenico, senza che se ne beva una bottiglia alla sua salute!»

«Bene, benissimo! Si faccia un pranzo!»

«Un pranzo! Ecco la parola d’un uomo di talento!...»

Era stata, come si vede, l’improvvisa comparsa di Massimo la causa di quel subito cambiamento di discorso. L’avvocato Massimo, che s’avviava verso il carrettone a vedere qual sorte era toccata a’ suoi mobili, dopo che li aveva mano mano consegnati ai facchini, non avrebbe veramente voluto imbattersi negli amici in quel momento. In altri tempi avrebbe detto loro: «oggi non posso badare a voi,» e avrebbe tirato diritto, sicuro che una sua risposta, più aveva l’aria d’esser burbera, e più sarebbe stata presa in buona parte.

Ma questa volta si sentì come impacciato; si sentì come debitore, d’un impiego almeno, verso tutti quegli amici; non ritrovò la solita disinvoltura; e per quanto gli premessero i mobili, rimase inchiodato lì sulla porta del caffè.

«Al vino ci penso io. Sarà un vino che farà perdere la diplomazia anche al nostro Massimo«! Oh, questa volta il nostro Massimo lo facciamo cantare!»

«Che volete che canti?» rispose Massimo «con gli amici non ho segreti.. Mi pare d’averlo detto tante volte.»

«Sicuro! e i mobili si mandano a fare un viaggetto a Milano, non per altro, che per far veder loro la città e il ballo nuovo della Scala.... eh, la è chiara!»

«Insomma, caro Massimo, dobbiamo proprio aspettare che ce lo dica il giornale che cos’è questo impiego? Scommetto che hai la nomina in tasca! fuori dunque! falla vedere agli amici!... »

«La nomina in tasca non l’ho davvero....»

«L’avrai in casa.»

«Neanche.»

«In una cassetta dei mobili, là.... sul carrettone, o in una valigia!»

«Ma se vi dico di no!... Potrebb’essere in viaggio, non lo nego, ma non è arrivata.»

«E l’impiego è?...»

«Ah, questo poi non lo so!»

«Come? Non lasci in Castelrenico neanche la trappola dei sorci, e mi vorrai dire che non sai che cosa vai a fare laggiù?»

«Eppure è così!... lo so e non lo so!...»

«Sarà un impiego grosso.... e non lo si potrà dir tutto in una volta.»

«Dunque lo sapremo a poco a poco....»

«Lo saprete, ve lo prometto. Sarete i primi a saperlo.... abbiate pazienza....»

La comparsa improvvisa di un nuovo personaggio che, in quel momento passando davanti al caffè, rivolse la parola a Massimo, venne a troncare quel dialogo ostinato che minacciava di continuare un pezzo, con poco frutto di quelli che interrogavano, e con nessun gusto di chi doveva rispondere. Però Massimo avrebbe preferito d’essere salvato in altro modo.

Il nuovo personaggio, di cui faremo conoscenza più tardi, era il marchese Renica, il quale dopo aver salutato l’avvocato Massimo, gli ricordò che tra mezz’ora l’aspettava a pranzo.

L’avvocato rispose con un gran saluto e con qualche parola di complimento un po’ biascicata; poi si accomiatò dagli amici dicendo di voler dare un’ultima occhiata a’ suoi mobili. Egli capì che quel pranzo in casa del marchese non sarebbe piaciuto agli amici, e che il pranzo e l’impiego li avrebbe forse potuti giustificare separatamente, ma non tutti e due in una volta.

«Avete veduto?»

«Sicuro!»

«Avete sentito?»

«Avete veduto che Massimo s’è fatto tutto rosso in viso?»

«Avete sentito?... Massimo va a pranzare in casa del marchese!... Oh! adesso si capisce tutto!»

«Sicuro!»

«Massimo che pranza in casa del marchese!»

«Oh, adesso la cosa è chiara!»

«Chiarissima!»

«Chi l’avrebbe detto!»

«Oh! adesso si capisce tutto.... tutto si capisce!...»

E ripetendo tutti, a buon conto, che avevan capito ogni cosa, quei del crocchio se ne andarono mano mano pei fatti loro, non essendoci altro per quel giorno nè da scoprire nè da capire.

L’avvocato Massimo, data un’occhiata ai suoi mobili e fatte quattro parole col carrettiere, se ne ritornava in fretta verso casa per levarsi la cacciatora e mettersi il soprabito.

Anche Martino, assicuratosi che tutto era in ordine, e che le corde non si sarebbero allentate, seguiva una sua bambina venuta a dirgli che la minestra era scodellata.

Noi li seguiremo tutti e due, prima Massimo, poi Martino, perchè oramai cala la notte, la piazza si vuota, e non c’è più nulla da vedere. È comparso, è vero, un lampione a una cantonata, ma siccome questo lampione ha l’incarico, per cumulo d’impieghi, di rischiarare a un tempo la piazza, un crocicchio di tre vie, e la finestra del segretario comunale, così non si può pretendere che ci lasci vedere gran cosa.

II.

Non si creda però che a vuotare le stanze dell’avvocato Massimo bastasse quella sola carrata di mobili che abbiam veduta sulla piazza. Massimo se l’avrebbe a male di certo se qualcuno sospettasse una cosa simile, e per ciò soggiungiamo che il carrettiere dovette fare un secondo viaggio e ripartire con un carico poco minore del primo. Infatti, noi troviamo ora Massimo nella sua camera, in cui c’è pure, oltre il letto, un cassettone, un candeliere, e uno specchio appeso all’intelaiatura dei vetri della finestra. Peccato che non ci sia anche un tavolino!... Massimo non avendo preveduto il caso di doversi mettere quella sera una cravatta allo specchio e al lume della candela, non aveva pensato a tenersi in casa un qualche arnese da posarvi su un candeliere. Così anche questo problema era venuto ad aggiungersi a parecchi altri, che in quel momento confondevano la testa di Massimo, e gli mettevano addosso un’impazienza vicina a dare in uno scoppio di furia. Aveva finito col posare il candeliere sul mattonato; aveva sciupato due solini l’un dopo l’altro nel metterseli in fretta e quasi all’oscuro, e non aveva ancor deciso a quale cravatta e a qual panciotto dovesse dare la preferenza. Intanto i minuti, che erano contati, passarono, e a Massimo pareva già di arrivare in casa del marchese a minestra finita.

Un altro problema ancor più grave, a cui aveva pensato tutto il giorno e che credeva d’avere sciolto, gli ricompariva adesso dinanzi con tutte le sue difficoltà ad imbrogliarlo anche in quel po’ di nodo alla cravatta, per il quale avrebbe tanto desiderato una certa tranquillità d’animo. Era un dubbio, un’alternativa, da cui, come vedremo, credeva d’essere uscito. Si pensi dunque la sua impazienza nel vedersi tornare ancora dinanzi quel punto interrogativo, nel sentirsi ancora domandare una risposta! Così, chi lo crederebbe? mentre faceva di tutto per cacciar via la tentazione di que’ dubbi, avrebbe voluto che gli si staccasse un bottone dal colletto della camicia, e avere così un minuto ancora per discutere e per risolvere.

Massimo, in Castelrenico, se l’era sempre passata benone: con un po’ di bonomia e di furberia aveva saputo essere l’amico di tutti; tutti l’avevano in gran conto: si trattasse di politica o di merende, il capo era sempre lui. Aveva qualcosellina del suo; come avvocato guadagnava discretamente, e da ultimo aveva avuto anche una piccola eredità. Si sarebbe detto insomma che non gli mancava nulla: ma, venuto il 59, un diavolo tentatore cominciò a fargli sapere di qualche suo compagno dell’Università che s’era buscato di colpo un grosso impiego; e poi mano mano gli fece passare nelle vene un certo filtro che non gli dètte più pace; gli empì di fumi la testa, e non gli lasciò veder altro che onori, cariche, e un futuro Massimo di grande importanza.

Massimo sulle prime non disse nulla in paese, ma fece il suo disegno. Sotto vari pretesti lasciava Castelrenico a ogni tratto, e scendeva a Milano a riannodare delle conoscenze vecchie o a farne delle nuove che potessero dar colore ai suoi disegni. Trovò un deputato per Castelrenico, e se lo fece suo: trovò speranze e promesse per l’impiego che sognava fin che ne volle; e quando proprio gli parve d’essere a tiro, fece partire i mobili, e ne fece anche una più grossa, come vedremo a suo tempo.

Però, quando vide i mobili uscire di casa, Massimo cominciò a riflettere più seriamente di quello che non avesse fatto fino allora, che l’impiego doveva, è vero, venire, ma non era ancora venuto. Fu allora che pensò di preparare un piano di riserva per il caso che i piani principali andassero falliti, e cominciò a discutere tra sè, se dovesse raccomandarsi al marchese Renica, il quale aveva di certo chi sa quante di quelle conoscenze in alto, di cui una sola basta, come pensava Massimo, per ottenere tutto quello che si vuole. Ma gli si presentavano due cose rincrescevoli: la prima era quella di dover confessare che quel tale impiego, di cui tutto il paese parlava e per il quale andava accettando le congratulazioni, non era finora che una speranza; e la seconda era quella di dover pregare il marchese, personaggio di colore aristocratico, e col quale, com’egli aveva detto tante volte con gli amici, poteva tutto al più dividere un pranzo, ma non una sola delle opinioni politiche.

Massimo dunque aveva dubitato tutto il giorno; ma di mano in mano che vedeva uscire un mobile di casa, anche i dubbi gli diminuivano, e alla fine s’era deciso di raccomandarsi al marchese e di parlargli dell’affar suo quella sera stessa, subito dopo il pranzo.

Ma, come abbiamo veduto, i dubbi nella scelta della cravatta gli avevano ridestati tutti i dubbi di quella giornata, e per discutere ancora, andava tirando i bottoni per assicurarsi che fossero saldi. Lo erano; e in quel punto sonavano le sei. Massimo allora, fatti gli scalini a quattro per volta, infilò le strade di corsa, e come fu al portone del palazzo Renica non pensò più ad altro che a cercare il modo migliore per confidarsi col marchese e domandargli la sua protezione. A proposito di questa protezione gli amici avrebbero potuto dirne molte, e a proposito del marchese egli ne aveva dette, altre volte, moltissime; ma in quel momento al suo pensiero non si presentò nulla di tutto questo: tante sono le cose che si dimenticano quando si chiede un servigio!: e dopo poi, quando il servigio è stato reso, se ne dimenticano ancora di più.

Il cameriere del marchese Renica, nell’annunziare il signor Massimo Della Valle, annunziò anche ch’era in tavola. Il marchese, data a Massimo una stretta di mano, andò a porgere il braccio a sua nuora, e s’avviò verso la sala da pranzo seguito dai commensali. Oltre al marchese Antonio Renica, sedettero a tavola il maggiore de’ suoi due figli il marchese Giorgio, la moglie di lui la marchesa Giulia, il curato, il signor Mevio ingegnere della casa, il signor Rocca consigliere di tribunale in pensione, il nostro Massimo, e don Gilberto.

Don Gilberto, di professione uomo elegante, possidente, celibatario, e che aveva passati, non si sapeva da quando, i cinquant’anni, dopo essere stato il compagno indivisibile di tutte le scappate giovanili del marchese Antonio, gli era ora il collega fedele d’ogni sera a’ tarocchi, togliendosi per un’ora al bel mondo al quale non aveva mai rinunziato. Don Gilberto era appunto venuto in quel giorno da Milano, e s’era trovato per istrada col signor Mevio e col signor Rocca.