Novelle

Part 23

Chapter 233,941 wordsPublic domain

Durante quei primi momenti di silenzio che cominciano con la minestra, Massimo, dopo aver aggiunto a’ suoi piani, lì su’ due piedi, anche quello di non fare le sue confidenze al marchese che dopo il pranzo e a quattr’occhi, se ne stava già tutto con l’animo sospeso per timore che, durante la tavola, qualcuno scappasse fuori a parlare del suo impiego, e così gli mancasse poi l’occasione o il coraggio di riparlarne col marchese in un momento più favorevole. Ma con sua gran consolazione si cominciò a parlar di tutt’altro. Don Gilberto, seduto vicino alla marchesa Giulia, aveva subito preso a raccontare una filza di storielle campagnole e cittadine raccolte di fresco, e tutte nuove per i suoi ospiti. La marchesa, che pareva rinascere, interrompeva a ogni tratto con domande don Gilberto, e nel lasciare mano mano l’aria svogliata e troppo rassegnata che aveva di solito a Castelrenico, si faceva bella ancora per un momento come fosse in città. Il marchese Giorgio, giovane marito, rideva; rideva fin troppo, perchè certe cose è prudenza ascoltarle come argomenti di studi, lasciando da parte le risate.

Il marchese Antonio si divertiva anche lui, e il suo gusto era quello di compiere le frasi quando don Gilberto si fermava e ne ravvolgeva la fine in qualche velo elegante. Gli altri commensali di tanto in tanto fingevano di prender parte anch’essi a quei discorsi e di divertirsene, benchè non ne capissero nulla; circostanza di cui don Gilberto non pareva curarsi molto.

L’ingegnere Mevio, in qualche momento d’intervallo, aveva cercato di far ripetere al curato, per la centesima volta, una vecchia storia di certe orecchie d’asino scambiate da lui, andando a caccia, per le orecchie della lepre; e il curato, facendo il sordo, aveva cercato deviare l’attenzione dalle sghignazzate dell’ingegnere voltandosi verso Massimo con un «dunque, signor avvocato, quand’è che si va a Milano?» Ma l’avvocato facendo il sordo anche lui, s’era voltato verso il marchese e verso don Gilberto, e raccogliendo qualche loro parola s’era fatto animo a domandare la spiegazione di qualcosa, ripetendo poi in tono d’approvazione qualche sentenza udita nei loro discorsi. Questi minuti d’agitazione tanto per il curato che per Massimo s’erano ripetuti più d’una volta, ma erano durati poco, perchè don Gilberto non era uomo da tacere un pezzo, e a proposito d’un discorso finito ne incominciava subito un altro che non ci aveva nulla a che fare.

A questo modo il nostro Massimo attraversò il desinare abbastanza felicemente, e giunse nel porto delle frutte proprio secondo i suoi disegni. Alle frutte s’era deciso a parlare anche il consigliere Rocca, e aveva avuta l’ispirazione infelice di lanciare una parola di malumore contro l’attuale _legislatore_, come diceva lui, a proposito di un’ultima storiella campagnola raccontata da don Gilberto, in cui c’era un’avventura galante d’un giudice di mandamento.

Il marchese Antonio aveva preso fuoco contro il consigliere in difesa del _legislatore_; e il consigliere, che non pareva in vena di cedere, rinforzava i suoi argomenti, richiamando soprattutto le cose stesse che il marchese soleva dire ogni momento. Il marchese continuava la sua tirata senza ascoltare il consigliere; così e l’uno e l’altro andavano innanzi a una voce col loro soliloquio, scostandosi mano mano dall’argomento e affannandosi a rispondere a quello che il loro interlocutore non s’era mai sognato di dire.

Il marchese Antonio non aveva avuto dalla natura il dono di vedere anche quel tanto di buono che ci può essere nelle cose di questo mondo, frammisto pure a tutto il male possibile; del qual male bisognava sempre convenire con lui, per non dargli un dispiacere troppo forte. Egli vedeva ogni cosa in colori neri; prevedeva male di tutto; e l’esito, secondo lui, gli dava sempre ragione. Questa disposizione d’animo non lo rendeva troppo amico delle molte novità che vedeva da qualche anno, e finora non ce n’era stata una sola di cui non avesse trovato da dire o da pronosticar male. Ma a dirne male poi voleva essere solo. Anche in questo i tempi non gli erano favorevoli. Le censure e le opposizioni alle cose nuove, in cui trovava un seguito facile e numeroso, sia che gli paressero un segno di concordia, cosa in cui diceva di non credere, sia che lo toccassero su di una corda giovanile che forse vibrava più di quello che egli volesse ammettere, lo stizzivano presto, e quelli che credevano di fargli coro, se lo trovavano a un tratto di contro oppositore e battagliero, con loro grande maraviglia. La corda giovanile era stata quella di una grande avversione al dominio straniero. Era stato tra i più attivi finchè s’era trovato sulla breccia in compagnia di pochi; ma poi, quando aveva veduto crescere le file, s’era tirato in disparte, come se gli avesse dato noia anche in questo la troppa compagnia. Un certo sorriso ironico che gli sfiorava le labbra al solo udire il nome di cose nuove o di uomini nuovi, e le sue tirate a proposito d’ogni più piccola novità, gli avevano procurata la riputazione d’uomo retrivo, e di fautore dell’assolutismo. Quelli però che l’avevano in questo concetto non sapevano che il marchese Renica era troppo aristocratico per volere al disopra di sè de’ padroni assoluti. A Castelrenico si credeva quello che credevano i più, e non si andava poi a guardar troppo per il sottile.

Il consigliere aveva appena finito di rispondere a una parte della sfuriata del marchese Antonio, quando questi levandosi da tavola e porgendo di nuovo il braccio alla nuora s’era avviato verso la sala. Lo seguirono i suoi commensali, alcuno dei quali non prevedendo una conclusione così brusca, e sicuri che la discussione li avrebbe lasciati assaporare in pace un bonissimo _marsala_, dovettero abbandonare sulla tavola il bicchiere pieno; ad eccezione però dell’ingegnere che, essendo in maggior confidenza con la casa, si levò per l’ultimo, e lo vuotò.

Ma il consigliere, che aveva ancora da rivedere il conto al _legislatore_, aveva ripreso in sala un punto della discussione per mettere al muro il marchese, intanto che un cameriere e un servitore erano entrati col caffè. La marchesa Giulia, suo marito e don Gilberto erano andati a sedere presso un tavolino da lavoro, in uno degli angoli della sala, e avevano ripreso a mezza voce i loro discorsi. Gli altri erano rimasti in piedi in giro al marchese, e andavano sciogliendo lo zucchero nelle tazze col cucchiaino, intanto che il consigliere cercava di sciogliere contemporaneamente quel tal suo punto.

«Le chiacchiere sono chiacchiere, e io torno alla mia conclusione,» disse il marchese deponendo la sua chicchera.... «Se tutti, dal primo all’ultimo, devono comandare, tocca a voi, caro consigliere, a fabbricarmi quel tale che dovrà ubbidire!...»

«Non è questa la questione, vi ripeto, perchè quando io critico il nuovo legislatore, è quando lo considero obbiettivamente. Dio mi guardi dal portare attentato, soggettivamente, all’autorità del legislatore. Se non mi fate questa distinzione, non ci intenderemo più. Io voglio indiscutibile e venerata l’autorità del legislatore soggettivo; ma, obbiettivamente parlando, posso dire che il legislatore mi fa delle corbellerie, senza punto contraddirmi, perchè è molto chiaro che....» Ma era molto bollente anche il caffè, e il consigliere che aveva voluto berne un sorso in quel momento, dovette troncare di nuovo la sua tesi, e con una smorfia che non ci aveva nulla a che fare.

«Finchè le faccio io queste critiche,» ripigliò il marchese, «e finchè le fate voi per conto vostro, vi dirò: va benissimo. Ma quando me ne fate una teoria, allora vi dico: guardatevi attorno! guardate il bell’effetto della vostra teoria! Tutti gl’imbecilli sono diventati tanti commentatori di codici, e il vostro legislatore riveritissimo può fin d’ora domandare un posto d’usciere al suo lustrascarpe!»

«Voi dite _hoc post hoc, ergo propter hoc_,» continuò il consigliere a cui era passata la scottatura.

«Ci vuol altro che gli _hoc_, caro consigliere: negatemi il fatto se potete.»

«Cioè, anche qui bisogna distinguere. Se voi mi dite _oppressi sumus_ non solo dalle opinioni del volgo, ma _etiam_ dalle opinioni _hominum leviter eruditorum_, come diceva Cicerone, allora siamo d’accordo. Ma se poi dobbiamo considerare nella sua natura e nelle sue conseguenze il nuovo diritto pubblico, quello voglio dire del regime libero....»

«Oh! ecco la gran parola! mi congratulo di sentirla anche da voi! Il regime libero! La libertà! Sicuro che io la voglio la libertà! Anzi quel tale che mi deve avere per suo servitore umilissimo non è mai nato, e non ha neanche l’intenzione di nascere, ch’io mi sappia. Sicuro che io la voglio la libertà! Ma la voglio per me, per voi se la vi garba, e per quelli che sanno che cosa sia e che cosa voglia dire! Ma oggi si vuol far credere che la libertà sia una cosa fatta per tutti quelli che passano per strada, e così vi domando io che succede poi della mia libertà e della vostra?»

«Sono lontano anch’io, caro marchese, lontanissimo dall’essere fautore della libertà come la s’intende in oggi, e se i tempi non consigliassero una certa prudenza, vorrei proclamare ciò pubblicamente, senza soggezione di nessuno. Sicuro che di questo passo, rotte le dighe d’ogni stabile autorità, andiamo diviato verso quella tal società dei pesci, di cui parla l’Eineccio, _ubi major devorat minorem_. Ma è appunto per ciò ch’io criticavo il legislatore. Lasciatemi dunque ritornare al punto principale della questione....»

Il curato che, per mostrare di seguir con interesse la discussione, avrebbe voluto metterci qualche parola del suo, e che fino allora non aveva trovato il punto opportuno, si approfittò della società dei pesci per esclamare un «benissimo» accompagnato da una risata e da una fregatina di mani.

Massimo taceva. Si poteva pensare, e forse lo pensava il curato, che il silenzio di Massimo fosse un silenzio di disapprovazione all’indirizzo delle cose che dicevano il marchese e il consigliere. «Questa volta però mandale giù!» diceva fors’anche tra sè il curato; ma in verità questa volta Massimo era occupato di tutt’altro. Le sue opinioni politiche erano in quel momento l’ultimo de’ suoi pensieri; ma piuttosto andava pensando che una discussione messa per quella via, e a quel modo, poteva anche durare tutta la sera; che il marchese si faceva sempre un tantino più aspro e intollerante; e che a lui intanto sarebbe mancata l’occasione, o l’animo, di porgere in bel modo, e con buon successo, quella tal parlatina per il suo impiego. Così, nella sua mente, egli aveva già perduti di vista i due che discorrevano, e aveva sostituito un nuovo piano, quello di andarsene al più presto e di ritornare l’indomani, spiando il momento di potersi trovare a quattr’occhi col marchese.

Il piano era deliberato, e già gli era data un’ultima mano, quando la discussione del consigliere e del marchese, la quale a furia di logica faceva le più lunghe strade in pochi minuti, era venuta a minacciar Massimo da vicino, senza che egli se ne avvedesse, in un modo spaventoso.

Dal _legislatore_ si era venuti al _tempio della giustizia_ e alla _maestà del magistrato_. Il _tempio della giustizia_ aveva messo di nuovo sossopra il marchese, e il _magistrato_ poi lo aveva fatto scattare del tutto.

Per calmare il suo avversario, il consigliere aveva cercato di abbandonargli, come vittime espiatorie, gli impiegati amministrativi; ma con ciò s’era creduto tanto più in diritto di non transigere d’un punto quanto a quelli della magistratura giudiziaria; e s’era piantato sui due piedi, e con le mani in tasca, col piglio d’un uomo risoluto a non cedere d’un passo. Il marchese non voleva distinguere neanche questa volta, e siccome tra la molta gente che non gli andava a genio c’erano pure gl’impiegati, e ci avevano anzi uno dei primi posti, così metteva in un medesimo fascio anche quelli del _tempio della giustizia_, con grande sorpresa dell’antico consigliere.

Il curato, che non aveva tenuto dietro bene alla questione, ma che spiava sempre il momento di venir fuori anche lui con una parola del suo, sorpreso a un tratto da una pausa che si fece nella discussione, si credette arrivato al punto buono; e poichè aveva udite tante esclamazioni a proposito di impiegati e d’impieghi, esclamò anch’egli: «Un bell’impiego e, a quanto si dice, un impiego in grande, è toccato qui al nostro avvocato! Non so se il signor marchese lo sappia?...»

Si pensi che cattivo scossone fossero quelle parole per Massimo, il quale stava appunto mettendosi in salvo mentalmente. Tanto più che le parole del curato furono subito afferrate dal consigliere, il quale, avendo a che fare con un avversario più ostinato di lui, fu lieto di vedersi aperta improvvisamente una porta, e di poter così uscire senza arrendersi, e senza consegnare il _tempio_. Allora cominciò una tempesta di domande e di congratulazioni del consigliere e del curato al povero Massimo, il quale s’imbrogliava come un pulcin nella stoppa, e non pareva proprio più quel tale che aveva la riputazione d’essere l’uomo più disinvolto di Castelrenico.

Il marchese intanto s’era fatto silenzioso; e, alla fine, quando il consigliere e il curato lo vollero tirar per forza nel discorso e vollero cavare anche da lui delle congratulazioni, pigliando una delle sue attitudini più serie e più asciutte, si rivolse a Massimo e gli disse:

«Lei sa, caro avvocato, ch’io nè balbetto, nè faccio complimenti, mai. Ora, a proposito di questo impiego, le posso fare degli augurii, ma congratulazioni.... no! Se mi avesse domandato il mio parere in tempo, le avrei detto che se era stanco di passarsela bene, lei poteva preferire all’impiego il nostro campanile del paese, e con un salto rompersi il collo in un modo più spiccio. La sarà una mia prevenzione.... ma che vuole? io le avrei detto così! Ora, che la cosa è fatta, le auguro, come si suol dire, una luminosa carriera; e sarò ben lieto di fargliene poi le mie congratulazioni.... E ora, lei ci favorisce a far la partita?»

Il marchese s’era interrotto a quel modo, vedendo ch’era entrato un cameriere a disporre il tavolino da gioco. Massimo si scusò col pretesto di qualche faccendola da sbrigare, dovendo partire la mattina dopo; e sull’affare dell’impiego biasciò quattro parole che furono quasi un soliloquio. Poi salutò tutti quanti, e cercò e trovò il suo cappello, dopo aver preso perfino quello del curato. Il curato e il consigliere rimasero in un profondo silenzio senza dar segno di volerne uscire così presto; e il marchese, picchiando sulla spalla di don Gilberto, gli andava ripetendo che il tavolino era pronto.

L’avvocato Massimo scese le scale, uscì dal portone, e appena fu in strada, presa una delle còcche della cravatta, con una brusca tirata e con una bestemmia sciolse quel nodo che aveva composto con tanta fatica in onore del marchese. Poi andò diviato a casa, dove lo lasceremo in compagnia de’ suoi bauli e de’ suoi pensieri.

III.

Quando Massimo e Martino il legnaiolo lasciarono la piazza, dopo aver dato ciascuno un’ultima occhiata al carrettone, abbiamo promesso di seguirli tutti e due, e di chiudere quella prima giornata del nostro racconto in compagnia prima dell’uno e poi dell’altro. Ora dunque che abbiamo lasciato Massimo, andiamo a cercar Martino, e andiamo ad aspettarlo in casa sua, mentre Caterina, sua moglie, fa levare il bollore alla minestra, dopo aver mandato la figliola a dire al babbo che la minestra era scodellata da un pezzo.

In un angolo della cucina, e lontana dal focolare, perchè guai a sentir la fiammata, stava seduta la Ghita, che molti però cominciavano già a chiamare la signora Ghita, perchè mortole il marito che faceva il bottaio, e rimasta senza figli e con qualcosina, aveva chiuso bottega e viveva del suo. La Ghita filava con grande attenzione una rocca di filaticcio per tirarne filo da calze, ch’era il regalo che faceva ogni anno al curato per Natale. Le due donne di tanto in tanto parlavano tra loro, ma parlavano piano per non essere intese dai ragazzi, i quali però erano occupati di tutt’altro. Il più grandicello, seduto sul margine del ripiano del focolare, era tutto intento a sagomare col coltellino un pezzetto di legno; mentre il fratellino minore, ritto sulle punte de’ piedi, osservava tutto assorto anch’esso la gara che facevano tra loro i fagioli coi grani di riso nel venir su e nello scomparire dalla superficie bollente della pentola. E seduta anch’essa sullo stesso margine, al lato opposto, se ne stava una bambina in gran faccende ad acconciare un pezzetto di carta a guisa di cuffia intorno al faccione rassegnato d’un bel gatto grigio, il quale chiudeva gli occhi e lasciava fare, senza punto aver l’aria di pigliarsi a male quegli scherzi, perchè sapeva che erano scherzi innocenti.

«Oh che mi dite, povera Caterina! A dirvi la verità, ne avevo sentito parlare, perchè tutto il paese ne parla.... e se sentiste che cosa si dice! ma io non ci volevo credere.... e sono venuta qua apposta; ed ecco che voi mi dite le stesse cose. Ma dite su, dite su, povera Caterina; perchè quando si hanno dei dispiaceri è una gran medicina quella di parlare, di sfogarsi, e di non tener niente sullo stomaco!»

«Insomma, come vi dicevo, dopo quella volta che è andato in Svizzera, quattr’anni fa, il mio uomo non è stato più lui.»

«Eh! però, un po’ di _estro_ il vostro Martino lo ha sempre avuto!»

«Ma vi dico di no! Prima che andasse in Svizzera era l’uomo più tranquillo di questo mondo.»

«Eppure lo diceva sempre anche il mio Andrea, buon’anima, ch’era quell’omone che sapete!... Basta, dite su.»

«Insomma, tornato dalla Svizzera, dove l’aveva voluto condurre a lavorare per qualche mese un mastro di quei luoghi, cominciò a dire che lui aveva vedute cose, cose da perderci dietro la testa!... che aveva rubati quattro o cinque mestieri, e che un giorno o l’altro lo si sarebbe veduto fare, tutto in una volta, il segatore, il tornitore, lo stipettaio, il bottaio....»

«Il bottaio? Ah, pover uomo! si vede che aveva proprio perduto la testa! Ma non sapete quello che diceva il mio povero Andrea, lui! lui che indovinava le capruggini alla prima!...»

«Ebbene, state a sentire. Da quel giorno Martino cominciò a guardare, senza poter più levarne gli occhi, quell’acqua che chiamano della _valletta_; quella che vien giù forte, come sapete, dal monte, e che poi va perdendosi in quel primo prato giù al piano e vi stagna un poco. Oh se avessi quattrini! esclamava sempre, e ogni giorno andava a guardar l’acqua. Ma che volete farne voi di quell’acqua? gli dicevo io; non ne ha fatto niente mai nessuno!... Cosa farne? diceva lui; lo so io cosa farne! lo so io! E poi picchiandosi la fronte, ogni tanto tornava a esclamare: eppure qua dentro c’è qualcosa!»

«Che gli avessero fatto qualche incantesimo in quei paesi che dite voi?... Che son paesi dove c’è anche la religione falsa!»

«A dirvi la verità, questo pensiero l’ho fatto anch’io, e una volta ne parlai col curato; ma il curato mi rispose: andate là!... andate là!...»

«Avete fatto male a parlarne col curato, che è un bravissimo uomo del resto, ma che di queste cose se ne intende poco. Dovevate dirlo al frate che viene a primavera a benedir le campagne e a far scappare i grilli.... quello se ne intende!...»

«Avete ragione. Questa volta, se a primavera sono al mondo, farò come dite voi. Tanto più che col mio pover uomo la va di male in peggio. Non ch’io ne possa dir male, che anzi lui lavora da mattina a sera.... galantuomo poi come lui non ce n’è altri!...»

«Eh! ma il povero Andrea! Quello sì ch’era un uomo!...»

«Ma adesso io parlo del mio. Lavoratore, galantuomo, e tutto cuore! Del cuore poi ne ha fin troppo; è il suo difetto. Oggi, per esempio, ha buttata via tutta la giornata per quell’asino, a dirla chiara, d’un suo parente, quell’aristocraticone di avvocato che non lo guarda neanche in viso, e non gli dirà neanche un crepa!»

«Vedete! vedete! povera Caterina!... Dunque voi mi dicevate di quell’acqua....»

«Or bene, mio marito l’ha comperata, e ha comperato anche il prato....»

«Ha comperato il prato? e anche l’acqua? Dunque è vero quel che si dice!»

«Sicuro! e ha spesi tutti i nostri risparmi.... che ci son costati tanti sudori! e vuol mettere una sega, vicino a quell’acqua che si perde, perchè dice che non la si perderà più....»

«Figuratevi!»

«E dice di voler fare una fabbrica su quel prato, per fare tante cose che sa lui, e che non vuol dire! Chi l’avrebbe detto che quel _codicilio_, come lo chiamano, che abbiamo ereditato dallo zio, doveva essere la nostra disgrazia? Se mio marito non aveva quella eredità, a poco a poco non avrebbe pensato più a quella benedetta acqua!... Ora, invece, parla di fabbricare, di spendere tutto quel poco che lo zio, per sua grazia, morendo ha lasciato; e per di più vuol fare anche un grosso debito, perchè quel tanto che c’è, non basta....»

«Che se invece impiegavate quel _codicilio_ con un buon pegno in mano, come faceva il mio Andrea....»

«Ma! Che volete? E poi.... e poi....»

Intanto Caterina s’era messa a grattare il formaggio per la minestra, dopo essersi asciugata una lacrima col dorso della mano.

La Ghita guardò Caterina con nuova e maggiore curiosità; poi, fatta una cocca del filo sulla punta del fuso, con uno scatto dato dalle dita fece girare il fuso rapidamente su di sè, intanto che ripigliava in tono compassionevole:

«Dite su! dite su! povera Caterina, che lo sfogarsi nelle tribolazioni è, per così dire, un vero elettuario.»

«Insomma, a dirvela tutta, dovete sapere che mio marito parla anche di mandare il mio Tonino, che vedete lì, in quel paese della Svizzera dove è stato lui, e anche più in là, per fargli imparare tutte quelle cose che lui ha in testa, e delle altre ancora.»

«Misericordia! E voi che cosa contate di fare?»

«Questo è quello che non so!»

«Mandare i propri figli in paesi che non s’è sentito mai nominare!... lasciarli in mano di nessuno! Ah! se fossi nei vostri panni....»

«Cosa fareste?»

«Cosa farei? Farei un rapporto, di quelli in carta bollata, e a chi si deve!... Perchè se ci sono dei matti, bisogna farli legare!...»

«Oh! io poi.... fare di questi torti al mio uomo.... perchè l’uomo poi è buono, sapete!»

«Grazie!... e la vostra coscienza? La vi par cosa da poco, a voi?... Lasciar tirare su i vostri figlioli a piacimento dei matti!...»

«Matto.... matto.... Adesso non ragionate bene neanche voi! Se mio marito volesse far imparare a Tonino un mestiere solo, lo terrebbe qui; ma lui, capite, vuol fargliene imparare due o tre, perchè possa poi guadagnare qualcosina di più, e aiutarci meglio anche noi quando saremo vecchi!»

«Due o tre mestieri? ma vedete se non son cose da matti!...»

«E perchè? Quando uno ha avuto un po’ di studio, può bene mettere bottega di segatore, di legnaiolo e di bottaio, per dirne una!»

«Mi diventate matta anche voi? Un legnaiolo fare il bottaio? Lo potete giusto dir voi, o vostro marito, perchè non sapete neanche da che parte si cominci a fare il tappo d’un barile!... Se ci fosse a sentirvi il mio povero Andrea!... Vedete cosa vuol dire star coi matti!...»

«Oh! finitela anche voi con questa parola! Se le consolazioni che mi volete dare son queste!...»

«Gran novità! Il _Martin matto_! Non è così che lo chiamano tutti in paese, vostro marito?»

«Oh smettete! che ce ne volevano quattro dei vostri Andrea per fare un uomo come il mio!...»

«Il mio però non l’hanno chiamato mai il matto!»

«Lo chiamavano il _pilucca pitocchi_!»

La Ghita saltò in piedi. Raccolse sul fuso, facendolo girare rapidamente, la lunga gugliata del filo; fece uscire la rocca dall’allacciatura della vita e dal cappio appuntato alla spalla, dove era rattenuta; mise rocca e fuso sotto l’ascella in aria di sfida; mandò giù la saliva, e stava per sbuffare chi sa che cosa.... quando a un tratto entrò la bambina ch’era andata a chiamare Martino, gridando «il babbo! il babbo!»

Caterina, che aveva voltate le spalle alla Ghita, scodellava intanto la minestra.