Novelle

Part 21

Chapter 213,938 wordsPublic domain

Da parecchi giorni siamo senza nuove di Aldo. Finora, dacchè è partito, e sono due lunghissimi mesi, non passò giorno senza una sua letteruccia, o scritta a tavolino, o dietro una siepe, che ci manteneva allegri, e ci faceva pensare a null’altro che alla gioia del rivederlo presto. Sulle prime qualche timore, qualche ansietà s’era provata anche in casa Garofani; ma, respinte con risoluzione, non ricomparvero più. I ragionamenti più strani e inconcepibili diventavano chiari come il sole, purchè concludessero con la fiducia e con l’allegria; così l’una e l’altra stabilirono il loro regno senza contesa, e si tirò via a maraviglia fin qui. Io poi m’ebbi sulle braccia tante piccole faccende, per essere il primo magistrato di Borghignolo, che potei sempre nascondere sotto l’aspetto severo del sindaco ogni cura malinconica del cuore, cosicchè nessuno se ne avvedesse. Di più, c’è la fortuna che la signora Giuseppina pretende da qualche tempo di avere scoperto ch’io sono un poco poeta, cosa molto comoda in casa Garofani, e che mi permette di non prender parte a tutto quello che vi si fa, di non risponder sempre, e di rimanermene a mia voglia sopra pensiero, senza che nessuno se n’abbia a male, perchè la colpa va tutta a carico della poesia.

Se la profonda commozione dell’animo, che mi teneva tutto assorto e taciturno in mezzo alle chiassose conversazioni di casa Garofani era poesia, la signora Giuseppina si era ben apposta: tra lo scambio dei rimbrotti di chi giocava a tarocchi e le emozioni della tombola, sprofondato in una poltrona, io ripensavo alle cospirazioni, alle speranze, ai disinganni d’un tempo; rifacevo passo passo quel cammino angoscioso che mi conduceva oggi negli accampamenti, e sulle rive del Po, del Mincio e del Garda, a vedervi le schiere di quattrocento mila soldati del regno d’Italia. Ripensavo con voluttà ai giorni nei quali la parola d’un prigioniero o d’un esule giungeva senza eco tra un popolo servo e muto, ora che non v’ha tugurio, per quanto remoto, da cui non sia uscito un soldato o un volontario della libertà.... Tutti i ragazzi di quindici anni sono scappati di casa fino a uno, in Borghignolo, per arrolarsi nei battaglioni dei volontarii!; ed ora le mamme incominciano a chiudere sotto chiave quelli di dodici anni, perchè è già un affar serio il trattenere anche questi.

Chi per trent’anni di fila l’ha aspettato giorno per giorno quello che vediamo oggi, ne racconti gli episodi, l’emozione, la gioia, se può! In quanto a me, da due mesi non ho potuto che tacere e lasciar crescere la muffa sul calamaio. Se oggi ripiglio la penna, è perchè un’ansia secreta del cuore è venuta a risvegliarmi dalla mia estasi. L’essere da più giorni senza nuove di Aldo ha rimesso i miei pensieri per una via malinconica, severa, che pure dovevo attendermi, ma dalla quale finora avevo saputo cansarmi. Siamo alla vigilia delle fucilate. Tutto me lo dice, e il silenzio di Aldo me lo conferma. Per cento e cento famiglie oggi forse è l’ultimo giorno della speranza; domani può essere il primo giorno delle angosce o della desolazione. Anche quel sogno di quiete e di felicità a cui avevo rivolto da qualche tempo tutti i miei pensieri, quella famigliola, che mi compiaccio tanto nel chiamarla dei miei figli, vicino a cui vorrei passare gli ultimi anni della mia vita, i miei progetti le mie nuove speranze, tutto può domani svanire dietro il fumo d’una fucilata.

Ho sofferto e lottato assai nella mia vita. Ho passati de’ giorni di sfiducia, ed ebbi torto. Ho imparato, a questa mia tarda età, che per scotere la fede d’un patriota c’è qualcosa che è più forte delle prigioni e degli esilii: c’è la calunnia, o l’ingratitudine, o il poco senno de’ propri concittadini. Ma il soldato che abbandona la bandiera quando i disagi si fanno più duri e la mischia si fa più sanguinosa, distrugge in un giorno l’onore intero della sua vita. Se le mie forze sono indebolite, io proseguirò nella via del mio dovere, in questo cantuccio di paese, poichè del bene da fare ce n’è dappertutto e per tutti. La mia logora nave getterà l’áncora in questo porto che ho cercato con tanta fatica, e qui terrò alta, fino alla fine, la mia vecchia bandiera. Questo porto sospirato l’ho quasi raggiunto.... ma una disgrazia improvvisa può ricacciarmene lontano e per sempre. Allora il destino avrà vinto il vecchio marinaio; egli però ripeterà morendo la sua antica parola di guerra, e qualcuno la raccoglierà.

* * *

26 giugno 1866.

Avevo scritto ier l’altro al prefetto, pregandolo di mandarmi un espresso quando gli giungesse qualche nuova d’importanza. Stamani mi giunse un messo con queste poche righe:

«Carissimo signore,

«Un telegramma del ministero, giuntomi ieri sera e che vedrà nei giornali, annunzia una mossa tentata dalle nostre truppe e non riuscita. Le espressioni del telegramma lasciano nella maggiore perplessità. Chiesi nuove informazioni a un collega, prefetto in una città vicina ai luoghi ove è avvenuto lo scontro. Questi mi telegrafa ora le seguenti parole: _Impossibile oggi valutare gravità e conseguenze dello scontro avvenuto. Nostre truppe ripassano Mincio. Giungono da ogni parte feriti e sbandati. Gran confusione e allarme. Nessuna notizia sulle mosse del nemico._ La prevengo però che il mio collega, eccellente persona, è uomo che facilmente vede nero. Speriamo che presto ci giungano migliori notizie.»

Oh! no! non m’illudo! questo è il primo annunzio d’una sventura!... Io dovrei fin d’ora prepararvi gli animi in paese, ma ci è così poco preparato l’animo mio, che se mi provassi a dire una parola di speranza o di conforto, darei in uno scoppio di pianto. Sono rimasto chiuso tutto il giorno nella mia stanza facendo dire che sono occupatissimo. Ho la testa che scotta e la mano fredda e tremante. Domani la sarà in paese una ben trista giornata. E poi?...

* * *

30 giugno 1866.

L’agitazione, il dolore, lo sconforto, di cui toccarono a me le amare primizie, sono oggi nell’animo di tutti i miei compaesani. Da mattina a sera, la piazzetta del paese è sparsa di crocchi e di gente che discorre animata, con l’espressione della sorpresa e del dolore. Nessuno ha testa per le proprie incumbenze e per le faccende di casa; è un discendere a ogni minuto in istrada; un andare e venire, facendosi incontro a quanti passano, per udire e ripetere cento volte le stesse cose. Da ogni parte si discute, si grida, si impreca. Ognuno vuole aver preveduti gli avvenimenti da un pezzo; pretende saperne la cagion vera, e vuole spiegare ogni fatto che si capisce poco, con ragioni che si capiscono ancora meno. Il dolore de’ miei compaesani non è calmo e severo, come dovrebb’essere, ma è profondo; si manifesta come può, e bisogna pigliarlo come viene.

I discorsi incominciati con l’imprecare a quei nomi di personaggi, che si leggono più spesso ne’ giornali, finiscono per lo più con ingiurie e litigi tra gli interlocutori. Volendosi mettere a carico di qualcuno le colpe di tutti quelli che possono averne commesse, e meglio ancora volendosi aver sott’occhio il colpevole, il più delle volte la colpa delle nostre disgrazie vien gettata a qualche innocente galantuomo di Borghignolo. All’ora del corriere, tutta questa gente si affolla nello stanzino della posta, dove sta il Borsa. Il Borsa, che per essere quello che distribuisce i giornali si crede un poco responsabile di ogni notizia che vi si trova stampata, grida alla sua volta più di tutti; commenta, spiega, e conclude che le cose sono precisamente il rovescio di quello che appaiono. Con una faccia bianca come un panno lavato, bandisce i propositi più eroici, e vorrebbe farsi saltare in aria in compagnia di tutti i suoi compatriotti, nel mentre prova che le cose camminano a maraviglia e non potrebbero essere di color più roseo.

Ai gruppi della piazza e ai discorsi del caffè, questa volta si associano contadini e contadine che, sentendo parlare di cattive nuove, si fanno innanzi a domandare con angoscia dei loro figlioli. Ma nessuno gliene sa dir nulla, e allora quella buona gente viene da me. Nascondendo l’agitazione e il dolore che ho nell’anima, io cerco di mostrarmi a tutti pieno di calma e di fiducia. Con quelli che sono più facili alla speranza, vado in traccia di qualche ragione pacata che possa tranquillare loro e me. Con gli altri, pigliando un fare burbero e sicuro, tronco le querimonie, le accuse, le parole di sfiducia.

In casa Garofani, ove sono tutti mezzo tramortiti, cerco di tener ritti quegli argini dietro i quali avevano finora difeso essi stessi la loro serenità. Guai se cominciasse a filtrarci qualche dubbio! Tutti quei ragionamenti che avevano servito fino a ieri per rigonfiare la loro tesi, servirebbero oggi, dal primo all’ultimo, per provare tutto il contrario. Nell’udire le mie parole così franche e risolute, essi rimangono in una certa soggezione, e forse sospettano ch’io sappia qualcosa di secreto che nessun altro sa. Sola, Adelina, alza di tanto in tanto gli occhi incerti verso di me, e pare domandi se questo mio fare insolito sia di buono o di cattivo augurio. Povera figliola! Vorrei tenerle tutt’altro linguaggio, ma che cosa le posso dire fino a che non ho una nuova di Aldo?...

Ho scritto al prefetto, pregandolo di fare tutte le indagini possibili, e di sapermi dire dove pressappoco si possa trovare il battaglione di Aldo.

* * *

8 luglio 1866.

I miei poveri argini sono rovesciati, ed ormai sarebbe inutile che cercassi di nascondere agli occhi altrui l’agitazione, i sospetti, lo sgomento che ho nell’anima. Sono passati quattordici giorni, dopo quella funesta battaglia, di cui non posso ancora pronunziare il nome senza sentirmi serrare il cuore, e non c’è ancora nuove di Aldo. Nei giorni delle lunghe marce e delle rapide mosse, sempre, sempre egli aveva trovato un minuto per mandarci nuova di sè. Ora in paese sono giunte lettere di quasi tutti i nostri soldati.... ma di lui, nulla! Di quasi tutti, ho detto, perchè uno di quei poveretti è morto: lo scrisse un suo compagno, che lo ha veduto cadere. Due o tre altri sono feriti. Di Aldo e di altri due, nulla! Ma si sa, pur troppo! che il battaglione di Aldo fu nel forte della mischia, e lasciò su quelle sgraziate colline molti e molti dei suoi. Queste cose le ripetono tutti, e il prefetto me le ha scritte e confermate più d’una volta.

Ho cercato fin qui delle parole di speranza, perchè i neri presentimenti che leggo in viso a tutti non avessero ad uccidere la povera Adelina. Ma ormai non so più se la speranza sia un beneficio o una crudeltà. Io non so più che opporre alle querimonie e allo scoramento del Garofani e di sua moglie. Quegli amici che popolavano la loro casa sono scomparsi; ed io, dinanzi a quelle lacrime, rimango con gli occhi fissi al suolo, e mi par d’essere un accusato.

Non rimaneva che un partito da prendere, e lo presi. Andrò io stesso a cercar Aldo. Lo cercherò tra le file diradate dei suoi compagni; negli spedali, nelle chiese, ne’ casolari, ove saprò che ci sia raccolto un ferito; andrò a cercare di lui su quegli altipiani,... tra i solchi recenti del cannone o lo sterro d’una vanga pietosa.

* * *

Presso Villafranca, 18 luglio 1866.

C’è de’ momenti in cui spero, stropicciando gli occhi e spalancandoli, che questi giorni io non gli abbia attraversati davvero; spero di aver avuta una grossa febbre, e di aver veduto, vaneggiando, passare tutta questa fantasmagoria dolorosa che mi accompagna dopo che ho lascialo Borghignolo.... Ma il passo grave d’un gendarme, o lo scalpitare de’ cavalli d’una pattuglia d’ulani, mi dicono di tanto in tanto che non ho sognato per nulla: mi ripetono dove sono, come ci venni, e che aspetto.

Come ci venni? In verità non ho testa per raccapezzare tutta la storia minuta di questi giorni, e mi basterà richiamare alcuna delle tappe dolorose che mi condussero fin qui, tanto per chiudere questi ultimi fogli del mio scartafaccio, e ingannare qualcuna di queste ore, così lunghe per chi aspetta.

Quando, dopo tre giorni di viaggio, potei raggiungere quel battaglione di bersaglieri di cui ero in cerca, avevo già saputo che non ci avrei trovato Aldo. Il Maggiore, a cui mi presentai, mi prese la mano, me la strinse vigorosamente, e col fare semplice e severo mi interruppe dopo le prime parole, dicendomi così: «Non l’ho più nelle mie file; ho sperato assai.... ma ora.... non ne so ancor nulla. Lo vidi correre alla carica più volte; lo vidi ritornare illeso e ripartire. Quando ci fu ordinato di ritirarci, il suo capitano e molti, molti altri!, erano caduti; ma Aldo lo rividi ancora. Nella ritirata, a ogni passo dovevamo far fronte di nuovo e ripetere le cariche. Più volte ci trovammo confusi tra centinaia di sbandati che venivano da ogni parte, e tra le file di nuovi battaglioni dei nostri che sopraggiungevano. All’appello della sera, Aldo non rispose. Nessuno seppe darne notizia. Il giorno dopo, un ferito che raggiunse il battaglione, disse di averlo veduto zoppicare, sforzandosi di tener dietro alla compagnia, ma perdendo terreno a ogni passo. Non ne seppi altro. Feci delle ricerche, ma furono inutili.... Così è la guerra!... però egli si è meritata la medaglia al valor militare.... o lui, o i suoi l’avranno!» Mi strinse di nuovo la mano, mi guardò commosso, e mi lasciò.

Io avevo cento cose a domandargli, ma in quel momento le dimenticai tutte. Due ore dopo, il battaglione partiva, e lo vedevo sfilare dinanzi a me. Il Maggiore aveva ripreso il suo aspetto fiero e sereno; i soldati cantarellavano o si motteggiavano a vicenda.... Io li guardai in volto a uno a uno, tutti, ma Aldo non c’era proprio più! Seguii con gli occhi il battaglione, finchè non vidi altro che un lontano polverio e non udii più il suono delle trombe. Allora, asciugandomi le lacrime, mi tolsi di là, e ripresi il mio doloroso pellegrinaggio.

Visitai gli spedali delle città e delle borgate, le chiese, i casolari ove sapevo di trovare un ferito. Chiesi dappertutto del mio uffiziale dei bersaglieri, ma nessuno me ne seppe dir nulla. Mi trovai presto compagno e amico di altri che una stessa angoscia traeva per le medesime strade. Ci ricambiavamo le stesse parole di speranza, gli stessi consigli, e l’uno mandava l’altro ora di qua ora di là, dietro le medesime lusinghe che erano a lui riuscite vane. Ma anche quella mesta comitiva si diradava ogni giorno. Ne vidi più d’uno partire con una fatale certezza; altri, senza nuove e senza speranze. Ormai incominciavo a invidiare quelli che avevo lasciati al capezzale d’un morente.

A Brescia ho fatto conoscenza con un uomo generoso, il padrone di questa casa, il mio ospite, che pieno di cuore e di amore di patria si è tutto dato, non badando a pericoli e fatiche, a cercare e condurre in salvo qualche povero soldato ferito, a dar nuove dei prigionieri, a riconoscere i morti, a mettere un segno sulle loro sepolture. Questo signore rianimò le mie speranze; mi disse che in qualche casolare al di là del Mincio c’erano ancora dei feriti nascosti; mi disse ch’egli poteva penetrare in Verona, visitarvi gli spedali e saper notizie dei prigionieri. Mi domandò come stessi a gambe e a risolutezza. Gli risposi che ero un antico cospiratore; allora mi strinse la mano, e m’invitò a seguirlo.

Ora eccomi qui. Come ci sia giunto, passando il Mincio, a traverso a sentinelle e pattuglie nemiche, non so raccapezzarmene nemmen io. Camminai una notte per cinque ore, dietro i passi lunghi, inesorabili del mio duce, senza dir parola e senza quasi riavere il flato. Allo spuntare dell’alba giungemmo a questa casa: casa grande, vecchia, cadente, in cui non abita che il mio ospite e una sua vecchia fantesca. Io ero mezzo morto dalla stanchezza, ma il mio ospite, mangiato un boccone, si rimise in strada, e questa volta senza di me, per cercarmi il mio figliolo, come diceva lui, dietro il filo delle notizie e delle indicazioni ch’io gli avevo date. Ritornò a sera; mi disse che tra i pochi feriti, tuttora nascosti nei casolari, Aldo non c’era; che sarebbe andato il giorno dopo a Verona, ma prima voleva condurmi certi contadini che avevano degli oggetti trovati sopra soldati morti e da loro seppelliti.

Vidi anche quella trista raccolta. Ebbi un momento di indicibile trepidazione; non riconobbi nulla! e un violento batticuore mi fece accorto che ritornavo alla vita. Vidi una spada spezzata; un elegante elmetto d’uffiziale pesto e tagliato da un fendente; un abitino della Madonna; una medaglia al valor militare; tuniche, cappotti, brandelli d’uniformi forati dalle palle, laceri, insanguinati; un portafoglio in cui era il ritratto d’una donna non più giovane, atteggiata di serietà e di dolcezza, il ritratto d’una madre... Di quante lacrime e di quanto lutto erano simbolo quei poveri avanzi!

Il mio ospite appena si accorse che non avevo riconosciuto nulla, interruppe le mie meditazioni; mi fece animo, ravvivò le mie speranze, mi disse ch’egli partiva subito per Verona, che m’avrebbe mandate nuove di là, e m’ingiunse di aspettarlo senza uscire di questa casa. Lo volevo ringraziare, gli volevo rammentare cento cose, ma intanto egli era già partito.

È partito da ventiquattr’ore. Quante ore da sperare mi rimarranno ancora?... E quelle spoglie che ho vedute ieri! Le ho sempre dinanzi agli occhi, le ritrovo in ogni pensiero. Quei poveri oggetti erano un giorno cari a qualcuno!; saranno stati a qualcuno compagni della vita, testimoni delle gioie, delle speranze!... Ed ora sono reliquie perdute, infrante, disperse, forse desiderate invano. Si direbbero cadaveri anch’esse; si direbbe che è mancato anche in loro il soffio della vita! Qui tutte le campagne ne erano coperte. Molte e molte saranno a quest’ora bagnate di lacrime; molte ne coprirà la terra, e nessuno le potrà rintracciare! Queste non saranno più reliquie domestiche.... serviranno un giorno all’agricoltore che le avrà trovate;... saranno curiosità vecchie, se l’Italia avrà cancellata questa sua pagina nefasta; saranno simboli di dolore, se sventuratamente ne avrà scritte di più nefaste ancora!

Ed io che m’ero confortato nel non riconoscere nulla tra quei pochi avanzi che avevo veduti!... Non ho forse che a dilungarmi d’un passo fuori di questa casa, per trovarne altri, e riconoscerne più d’uno!.....

. . . . . . .

Oh!... è arrivato un messo del mio ospite che mi chiama a Verona. Mi manda un salvacondotto e una lettera di quattro facce, che incomincia: «Il suo figliolo è vivo, leggermente ferito....»

Lo sapevo ben io! Eh! n’ero sicuro!... Non ho potuto leggere il resto, volendo partir subito. Ma il messo dice che il cavallo ora mangia la biada. Oggi poi gli occhi non mi dicono il vero.... in grazia del sole e della polvere;... anche i cristalli degli occhiali mi paiono deboli, deboli....

Mando a Brescia un telegramma per Borghignolo.

Ripiego lo scartafaccio!... e vado a dire al cavallo che mi faccia il favore di spicciarsi questa volta con la biada più che può!

L’AVVOCATO MASSIMO

E IL SUO IMPIEGO.

I.

Sulla piazza principale, se pur ce n’è altre, di Castelrenico, una cinquantina di persone se ne stava in crocchi, in un giorno annebbiato d’autunno, ora discorrendo con calore, ora guardando con attenzione, proprio come se ci accadesse qualcosa di grosso. C’era de’ proprietari, de’ negozianti, il sindaco, qualche canonico, qualche impiegato, delle donne, de’ ragazzi, de’ contadini, quanto insomma può rappresentare Castelrenico, borgata di quattro mila anime, se i geografi me la passano.

Che cos’era poi l’avvenimento? Due facchini andavano e venivano portando mobili e masserizie che deponevano nel mezzo della piazza, e due altri le andavano caricando su un carrettone. E per così poco gli ottimati, il clero e il popolo di Castelrenico passano il loro tempo in piazza? Quei di Castelrenico son fior di gente, rispondiamo noi, gente che all’occorrenza saprebbe occuparsi anche di quelle cose più importanti che succedono nelle città: ma se queste cose, dove son loro, non succedono, che colpa ne hanno essi? Del resto, chi legge vedrà che anche l’affare del carrettone, se non era proprio un affare di Stato, non era neanche una cosa che potesse passare con tutta indifferenza.

Sulle prime il carrettiere, per far presto, aveva caricato più di mezzo carrettone senza pensare alla fragilità delle cose umane, e senza badare alla tutela del debole in una società di mobili in viaggio. Qua e là, quando proprio le regole del mestiere parlavan chiaro, per difendere uno spigolo dalle strette un poco violenti di una corda, ci aveva cacciato in mezzo un guanciale del letto o quello d’un sofà. Bel rimedio! E poi, mentre il cielo si andava rannuvolando, e bastava interrogare chi se ne intende per sapere che «forse la si passava senza pioggia, ma forse potevan venire quattro gocce,» il carrettiere non aveva pensato a disporre la roba in modo che le imbottiture rimanessero, in ogni caso, all’asciutto. Voleva mettere le materasse in alto «sapendo di non doverci dormir sopra lui se veniva un acquazzone,» come era andato a dire di crocchio in crocchio un tale che stava a vedere, e a cui era venuta in mente questa riflessione che gli era, a quanto pare, piaciuta molto. Insomma la voleva andar male per quei poveri mobili se dovevano far quaranta miglia a quel modo, per arrivare alla loro destinazione, ch’era Milano.

Anche oggi, quando in Castelrenico se ne parla, e se ne parla spesso quantunque sieno passati parecchi anni, non c’è uno che non dica, che se non capitava Martino a fare quello strepito che fece, e a far ricaricare tutto da capo, quel carrettone avrebbe seminato mobili per tutta la strada, e lo avrebbero veduto arrivare pieno di gambe rotte, come un carro di poveri feriti.

La circostanza più grave che giustificava in quel giorno, non direi l’ozio, ma quell’occupazione che poteva parere poco necessaria, dei cinquanta spettatori della piazza di Castelrenico, era che i mobili appartenevano a Massimo, al signor avvocato Massimo; il quale era nativo proprio di Castelrenico, come dicevano sempre i suoi compaesani, soggiungendo che, in quanto a talento, sarebbe stato sempre il primo anche in una città. Ora, il trasloco di que’ mobili voleva dire (quei del paese però lo sapevano da un mese) che l’avvocato Massimo partiva; che partiva il capo della gioventù del paese, perchè il nostro avvocato aveva soli trentacinque anni; che partiva quel tale insomma che, volessero o no certi barbassori, era il personaggio più importante di Castelrenico.

Siccome però, anche noi, proprio come i suoi mobili, dobbiamo seguire l’avvocato Massimo e lasciar Castelrenico, per non farci che qualche scappatina di tanto in tanto, così prima di prender le mosse cercheremo di chiarire meglio quelle poche circostanze che ci sono già scappate fuori, ma solo in iscorcio, dalla penna. E poichè siamo in piazza, e in piazza, come abbiam veduto, la gente discorre a crocchi torno torno ai mobili e al carrettone, non avremo che a gironzare qua e là per aver la chiave degli avvenimenti. È inutile! le cose, per saperle davvero, bisogna sentirle raccontare dai testimoni oculari: e così faremo noi. Che se i discorsi della piazza non bastassero, perchè di certe cose, tanto eran note, non se ne discorreva più, cercheremo di riempire noi le lacune con la memoria di quel tanto che ne sappiamo.

«Quello che non arriverò mai a capire» diceva il salumaio in un crocchio dove c’erano, tra gli altri, un vetturale e il cursore del Comune «è come si vada a prendere un carrettiere fuor di paese!...»

«Ve lo dico subito io» prese a dire il cursore.

«No, no!» continuò il salumaio «questa non la capirò mai! Pazienza farlo venire da lontano; ma andarlo proprio a pigliare in un paese vicino perchè tutti abbiano a dire che a Castelrenico bisogna ricorrere ai forestieri!... no, no! Questa, se lo lasci dire il signor Massimo, è grossa!»

«Ma lasciatemi parlare! sentirete....»