Novelle

Part 20

Chapter 203,893 wordsPublic domain

Bisogna però dire che le vie del signor Mosè non conducessero in paesi molto reconditi e lontani, se ventiquattr’ore dopo ci si era imbattuta anche la donna delle ova. Egli infatti cominciò col pigliare subito la signora Giuseppina, perchè, come si sa, la moglie è il ponte che conduce nella cittadella delle risoluzioni d’un marito. La signora Giuseppina in cinque minuti disse di no, disse di sì, e pigliò tanto fuoco, che ora non sa star più nella pelle. Ma siccome ha giurato di non dir niente sinchè durano i lavori di approccio intorno a suo marito, intrapresi con calma e ponderazione dal signor Mosè, così è tutta accesa in faccia, non può star seduta due minuti, va e viene di qua e di là, e tiene chiusa la bocca per timore che le sfugga il secreto. Ma quelle mezze confidenze, che vanno già in giro per il paese, le deve aver fatte tutte lei a furia di tacere. Siccome poi «quando si promette un silenzio proprio assoluto» diceva lei «non si può parlare che con una sola persona» così, dopo essermi stata un poco intorno come la farfalla al lume, la signora Giuseppina aveva finito anche questa volta per scegliermi a confidente delle sue gioie e dei suoi nuovi progetti. Essa dunque capitò da me per poterla discorrere con comodo, col cuore in mano, e lontana dagli occhi dei _seccatori_, come chiamava in quel momento gli amici di casa.

Questo mio pensiero d’un matrimonio tra Aldo e Adelina era stato, diceva la signora Giuseppina, «l’ispirazione d’un Dio.» Le pareva impossibile che una simile idea non fosse venuta a lei: «però, soggiungeva, c’era mancato poco.» Ora poi lei vedeva tali combinazioni nell’avvenire, che sfidava chi si sia a vederne altrettante; e infilava il discorso su questo tèma con una serie di variazioni sulle corde più acute del suo entusiasmo, eseguite con la celerità di un maestro concertista. Per un po’ le tenni dietro; ma mi passò dinanzi, tutto a un tratto, un nuvolone che venne a gettare molta ombra sul mio orizzonte, e a farmi cambiare strada, per modo che la voce della signora Giuseppina presto non mi giunse che come la voce confusa d’una persona che parla da lontano. Alla fine venne a richiamarmi una fermata improvvisa, seguìta da un cambiamento di tono. La signora Giuseppina, accorgendosi forse che m’ero fatto serio, s’era messa sul serio anche lei, e aveva cominciato a dire che non c’è rosa senza spine, come diceva Baldassarre, suo primo marito, uomo di gran peso; e che le spine, ossia i pensieri e le difficoltà, sarebbero questa volta toccate tutte a lei.

«Non parliamo di tutto il resto» continuava essa «parliamo solo della biancheria!... Il pensare a tutta la biancheria che ci vorrà per una contessa, crede lei che la sia cosa da niente?... che ci sia da canzonare?... Nel castello, lei lo sa, adesso ci ballano i topi, e a rifare una casa, sia detto tra noi, così spiantata, ce ne vorrà, denari a parte, dei pensieri e dei fastidi! E poi, e poi, me la vedo, avrò due case sulle spalle. So che cosa sono queste contessine!... Anche mia figlia la dovrò chiamare la signora contessina smorfiosa!» Con quale compiacenza l’avrebbe chiamata così, non lo diceva, ma si capiva da un risolino che spuntava anticipatamente.

«Intanto» riprese la signora Giuseppina dopo una pausa «bisognerà che pensi a preparare Adelina, perchè una novità di questa fatta, lei mi capisce, sentita così su due piedi....»

«Mi scusi» saltai su allora io con vivacità «lei non ne dirà nulla ad Adelina per il momento. Qui la mi deve permettere che comandi ancor io per un poco, e questa sarà l’ultima volta!»

«Oh, lasci fare, so ben io come le si prendono queste cose! Ci vuole tutta la delicatezza... oh diavolo! non ho preso marito due volte per niente!»

«Sta bene, ma il momento di parlarne con Adelina non è ancor giunto. Abbia pazienza, lo dirò io....»

«Ma se, tornata a casa, io trovassi per esempio il signor Mosè, il quale mi dicesse che mio marito ha dato il consenso. Ma!... allora io corro da Adelina....»

«Ah, è così che lei dà le nuove a poco a poco?»

La signora Giuseppina cercò di ripigliarsi alla meglio, ma intanto io continuai e col tono più serio del solito le feci promettere di non far parola di nulla ad Adelina senza ch’io lo sapessi. Come l’ebbe promesso, e come si accorse che per il momento non poteva scovare di più, se ne andò, ma con la faccia un po’ lunga e con l’aria d’essere poco persuasa.

Rimasto solo, quella nube che poco prima era venuta a offuscare il mio bell’orizzonte ritornò. Mi lasciai cadere sulla mia poltrona, e chiusi gli occhi. Mi pareva allora di veder giungere un messo con una lettera che chiamava Aldo al battaglione:... poi da lontano, tra un nuvolìo di polvere, vedevo correre, dove era più fitta la battaglia, le artiglierie, i battaglioni, Aldo....

Saltai in piedi, presi il cappello, ed uscii a respirare la brezza della collina, perchè in quel momento m’erano venuti addosso tutti i miei malanni d’una volta.

* * *

28 aprile 1866.

Sono proprio il sindaco di Borghignolo, non c’è rimedio! Quella carta col nastro di seta che mi lasciò nelle mani il prefetto, chiedeva ed ebbe una vittima. Pochi giorni dopo, ho dovuto ubbidire e comandare, alzar la voce, scarabocchiar carta in fretta, dissuggellare i pieghi, fare insomma quello che fanno dal più al meno tutti i potenti della terra. Io però mi son detto: _che bestia!_ quando sono salito al potere, mentre essi piuttosto se lo dicono quando discendono. Ma mi prometto di togliere questa differenza e di rinnegare la mia esclamazione, se alla fine potrò dire di aver fatto un po’ di bene.

Intanto dovrò dare l’addio a queste pagine, e glielo do con dolore, a cui vo confidando da un anno tutto quello che mi passa per la mente e per il cuore. L’ozio che ci voleva per fantasticare, per tormentarmi, per scrivere, ora se ne è andato. D’ora innanzi i miei pensieri non li confiderò più che alla _carta bollata_. Sarà meglio?... Sarà peggio?... Mi è ritornato, non so come, un po’ di vita; dunque tiriamo innanzi, e cansiamoci dalle ricadute. Pure, prima di chiudere, forse per sempre, questo scartafaccio, vorrei scriverci ancora un’ultima pagina; l’ultima pagina della semplice ed intima storia che a poco a poco è venuta formandosi, compagna giorno per giorno dei miei pensieri. La fine è vicina, molto vicina. Ma quale sarà? Vedrò io crescere presso di me una lieta famigliola, che sarà il porto felice ne’ miei ultimi anni, o dovrò vivere ancora più triste e solitario di prima, col cuore spezzato da una nuova disgrazia?...

Da un capo all’altro d’Italia si aspetta che il Re ci dica: «il tempo di riprender l’armi è venuto.» Domani stesso, anche sulle cantonate di Borghignolo, potrebbe essere affissa la chiamata dei contingenti. Domani stesso il Borsa, che finalmente siede trionfante nell’ufficio della posta, mi potrebbe dare la lettera che chiama Aldo al suo battaglione. E poi?... E poi aspetterò, lo so io con quale trepidazione, la fine della mia storia per chiudere questo quadernuccio al quale, comunque la vada, non avrò dopo più nulla da aggiungere. Oggi ho ancora una pagina lieta. Spero che non sarà l’ultima, ma mi affretto a scriverla.

Il signor Mosè ha trionfato; è entrato nella cittadella, e ne è uscito con l’alleanza e con la pace perpetua. Il Garofani diede incarico a lui di portarmi il _sì_; poi venne con solennità a confermarmelo in persona. Mentre io mi disponevo a preparare Aldo a una nuova di questa fatta, la signora Giuseppina, ad onta di tutte le sue belle promesse, corse nelle braccia di sua figlia, e in un sol fiato le disse ogni cosa. Poi corse in cerca di Aldo, fece altrettanto, ed io li trovai abbracciati che ridevano e piangevano come due matti. Il primo giorno fu un carnovale. La signora Giuseppina era in giro per il paese a mettere a parte delle sue gioie quanti passavano per strada; Aldo non sapeva più quello che si diceva; il Garofani e il signor Mosè facevano piani e progetti, consultandosi a vicenda; il Borsa tonava in caffè contro i tiranni e contro i timidi. Tutta questa brava gente poi, non faceva che rincorrersi, cercando l’uno dell’altro. Quando si trovavano, era un riprendere le congratulazioni, abbracciandosi e baciandosi. Il signor Mosè, nell’entusiasmo, pigliava di tanto in tanto certe pose che pareva si preparasse a ballare. Insomma si sarebbe detto che a capire tanta allegria non bastasse il mondo intero, sebbene in quel momento io lo lasciassi tutto per loro. Avendo ben altro per il capo, io rimanevo intanto senza parole e sopra pensiero, nè c’era modo che mi potessi togliere di dosso una certa malinconia. Fortunatamente nessuno badò a me, perchè avevano altro a fare.

Il giorno dopo ci fu un improvviso cambiamento di scena. Com’era naturale, Adelina, dopo un’emozione così forte e venuta così bruscamente, fu presa da qualche accesso convulso, e bisognò mandare per il medico. La signora Giuseppina diede subito in pianti e in smanie, e dietro lei, tutti gli amici di casa rimasero con la faccia lunga e senza parole, come se fosse accaduta una disgrazia senza rimedio. Io, che prevedo giorni ben più agitati e pieni di pericoli davvero, cominciai questa volta ad alzar la voce per acquietarli, e a dar loro un po’ di animo con lo strapazzarli dal primo all’ultimo.

Adelina finalmente principiò a riaversi, e la baldoria in casa Garofani è ricominciata. La signora Giuseppina vuol festeggiare insieme gli sponsali e la guarigione della _contessina_, come dice lei, con un gran pranzo, e stamani la trovai in una discussione burrascosa col cuoco; discussione in cui non mi pareva che i contendenti avrebbero finito così presto con l’intendersi. Alla discussione per il pranzo prendevano una parte animatissima anche il Garofani, il Borsa e il signor Mosè. Questi però discutevano sugl’inviti, perchè, riguardo ai piatti, la signora Giuseppina aveva troncato ogni discorso, dichiarando ch’era affar suo, e che altri non doveva metterci il naso. Ma anche sugl’inviti non pareva che la discussione fosse per finire troppo presto. Il Garofani propendeva per una politica di conciliazione, e voleva invitar tutti, per chiudere con un pranzo quest’ultimo capitolo delle gare civili di Borghignolo. Il Borsa diceva ch’egli non avrebbe mai avuta la debolezza di consigliare simili transazioni. Diceva che gl’inviti andavano fatti con una mano di ferro, e ricordava i tempi della sua prima adolescenza, quelli di Napoleone I; tempi felici, in cui nessuno osava alzar gli occhi, e tutti tremavano come foglie. Il signor Mosè teneva strette le labbra, e accennando col capo, così al Garofani come al Borsa, di non esser lontano dal loro avviso, andava cercando il giusto mezzo tra le due opinioni. Di tanto in tanto ci buttava dentro qualche parola il cuoco, il quale propendeva evidentemente per delle esclusioni. Dietro il cuoco veniva per necessità la signora Giuseppina, ma essa sosteneva con calore che si facevano gl’inviti per fare festa agli sposi, e non per il bel muso degli invitati; che non si doveva dunque guardare troppo pel sottile; che più gente ci fosse, maggiore sarebbe l’allegria; e che, pur d’esserci il posto, un _piffero_ di più non guastava.

Intanto Aldo e Adelina discorrevano tra loro in un canto della sala, arrossendo ogni volta che si guardavano in viso. Essi non si accorgevano di tutto il rumore che si faceva intorno a loro. Ne erano così lontani!... Erano in paradiso!... Ed io vedendoli in quell’estasi di felicità, pensavo alla chiamata dei contingenti, e mi sentivo stringere il cuore, per quanto non lo volessi e ne fossi stizzito contro me stesso.

* * *

15 maggio 1866.

La chiamata di Aldo al suo battaglione e quella dei contingenti, giunsero l’una dietro l’altra e ben presto, come me l’ero immaginato. Il mondo è pieno di dolori, ma la natura umana è così pronta a contrapporgli i suoi ripieghi, che il male non riesce mai così grave come si prevede. Io tremavo, pensando al momento in cui Aldo avrebbe dovuto staccarsi da Adelina e dalla sua nuova famiglia, e partire per la guerra. Avrei voluto darlo io a poco a poco questo annunzio, prima che arrivasse bruscamente; ma, nel pensarci, mi sentivo raccapricciare. Son così poco fatto io per essere messaggero di notizie che fanno piangere! Intanto i giornali e la voce che andava intorno non parlavano che di guerra, e si fissava anche il giorno preciso in cui sarebbe incominciata.

Il signor Garofani sulle prime aveva accolte queste voci con un sorriso d’incredulità, e aveva l’aria di dire: «come volete mai che ci sia la guerra, mentre io non ne so niente?» Ma una bella mattina gli arrivarono lettere de’ suoi corrispondenti, e queste mutarono tutta la scena in un tratto. Entrando in casa Garofani, li trovai tutti allegri, e in mezzo a grandi novità: finalmente le notizie vere si sapevano: il Garofani con la scorta delle sue lettere, e parecchi del paese, venuti a far circolo, con la scorta d’una furberia tanto antica e sempre nuova, avevano combinato tutto un sistema di politica, che lasciava indietro di gran lunga quello che i governi volevano dar ad intendere.

«Però» diceva uno della brigata «bisogna convenire che il governo fa bene a salvare le apparenze. Ma tra di noi, a quattr’occhi.... eh, eh, le si vedono le cose! Don Michele tace, ma scommetto che sa tutto da un pezzo!» Io che non ne sapevo proprio niente, a buon conto tacqui, rifugiandomi in quel sorriso col quale si piglia tempo, e che ognuno interpreta come gli torna. Tutti mi furono addosso, in un batter d’occhio, perchè votassi anch’io il mio sacco delle novità.

«Piano, piano» presi allora a dire» mi dicano prima quel che sanno loro, e poi vedremo se siamo d’accordo.»

Prima, uno alla volta, poi tutti insieme, facendo a chi ne metteva fuori di più furbe, mi condussero a traverso a una politica così fine, che qualche volta non era molto facile l’intenderla. Tra pochi giorni dunque, dicevano, sarebbe incominciata la guerra; ma non bisognava credere che le potenze volessero picchiarsi di buono. Eh, se fossero pazze! La cosa era già tutta combinata, o almeno ci mancava ben poco. La Prussia faceva finta di fare alleanza con l’Italia, per togliere il Veneto all’Austria, la quale faceva finta di far la guerra a tutte e due per salvare l’onor delle armi; e ammettevano che non aveva tutti i torti. La Francia e la Russia facevano finta di restar neutrali, per poi pigliarsi ciascuna qualche buon boccone, sul quale erano già d’accordo. Le ova erano belle e aggiustate nel paniere, ma naturalmente nessuno lo doveva sapere, e si faceva finta di fare una gran guerra per salvare le apparenze. Qualcuno poi, volendo spiegar troppo, inciampava in qualche punto oscuro, ma a ciò nessuno badava per non disturbare la simmetria delle combinazioni. E forse per questa stessa ragione, nessuno aveva voluto domandare a chi poi si trattasse di darla ad intendere, dal momento che tutti erano d’accordo! In fine poi si invidiava a una voce Aldo che, parendo di partir per la guerra, avrebbe passato una quindicina di giorni tra le feste e l’allegria, per poi tornarsene in Borghignolo a sposar l’Adelina.

«Eh lei sorride!» saltarono su in parecchi; «lo dicevamo noi che lei sapeva ogni cosa già da un pezzo! Don Michele è sempre stato un gran diplomatico! Ci ha forse avuto anche lei una mano in questi affari: Eh! lei non lo dirà mai, ma ci sarebbe da scommettere! È fine don Michele!...»

Confesso che in quel momento mi sentii come strascinato a prender parte alla comune allegria, sperando che la Provvidenza, la quale ci aveva pensato così bene sino a quel punto, ci avrebbe pensato anche poi.

Il giorno dopo, eravamo tutti in piazza a far festa ai contingenti che partivano. S’era messo assieme dei quattrini, e si fece un po’ di borsello a ciascun soldato. Poi vennero de’ fiaschi di vino di cui la Giunta municipale fu molto larga, pensando che ne avrebbero bevuto anche i consiglieri. Erano ventisette i nostri soldati di Borghignolo a cui tutta la gente del paese era venuta a dare il saluto della partenza, tra gli evviva, le strette di mano, e anche qualche lacrima che una madre, una sorella, una sposa non sapesse trattenere, pure forzandosi di dividere l’allegria comune. Da ogni parte era un gridare, un chiamarsi a nome, un rispondere; chi intonava una canzone di reggimento, e chi una alle ragazze del paese; chi gridava viva l’Italia, e chi viva la Marianna o la Teresina! Nessuno era malinconico davvero, e anzi ognuno voleva parere un poco più allegro di quello che non fosse realmente.

Quando poi s’era dato sfogo a qualche evviva in comune, i vecchi e le mamme si tiravano i loro figlioli a sè, e si vedeva la gente divisa in gruppi, intorno al soldato, a cui si dava una benedizione, un consiglio, o si chiedeva una promessa, un abbraccio, mentre gli si aiutava a infilare le cigne dello zaino, ad arrotolare il cappotto, o ad assestarsi il cinturone.

Io non potevo levar gli occhi da quello spettacolo, e guardavo quella buona gente con una commozione profonda. Pensavo qual triste domani poteva venire per loro, dopo una giornata di battaglia. Pensavo al gran sacrificio che sarebbe rimasto ignorato, così di quelli che potevan morire, come di quelli che li avrebbero pianti! Tra questi pensieri, mi ritornavano alla mente i miei sogni giovanili, di quando, più che trent’anni prima, pensavo pieno di entusiasmo al giorno in cui da ogni parte d’Italia sarebbero accorsi i mille e i mille guerrieri per finire l’antica contesa. Adesso quel giorno era venuto. La scena era più semplice di quella che la fantasia mi aveva dipinta; ma il cuore ne era ancor più commosso, e gli occhi a stento trattenevano le lacrime.

«Prodi guerrieri!» gridava il Borsa, salito su un mastello capovolto, nel quale poco prima s’era portato il vino, «ricordatevi di non lasciar partire lo straniero senza avergli fatto mordere la polve!... quella polve di quella terra, la quale.... sì! giuriamo che nessuno di noi ritornerà dalle Termopili!... giuriamolo in Pontida!... e quando saremo morti per la patria....»

«Crepi l’astrologo!» saltò su a gridar uno; ma il Borsa non lo intese, e tirò innanzi con eguale enfasi, tra gli evviva che andavano crescendo in ragione inversa della chiarezza e della logica del discorso. Finchè un ultimo evviva dell’oratore ad Alessandro Magno mise il colmo all’entusiasmo.

Poco distante dal Borsa, la signora Giuseppina, in mezzo a un crocchio di donne, stava spiegando la politica della Prussia. Delle quali donne, quelle che non avevano nè figli, nè fratelli, nè sposi che partissero per la guerra, ascoltavano la signora Giuseppina con ammirazione, e ogni tanto accennavano col capo di essere proprio del suo parere; ma le altre avevano l’aria di essere un po’ meno persuase, e prendevano quel fare mogio, mogio della gente di campagna, che lascia pur trasparire un tantino di diffidenza sotto il velo della rassegnazione.

«Pazienza» diceva una di queste donne «se, come dicono, la fosse l’ultima guerra!...»

«E dopo ci lasceranno i nostri figlioli per sempre?» domandava un’altra.

«Quando a un figliolo tocca d’andar soldato e partire, la è una gran disgrazia, ma è sempre stato così, e ci vuol pazienza. Ma la guerra! Non sapete, Maria, che in guerra possono morire anche i giovanotti più sani e più robusti!»

«Basta, intanto ci vuol pazienza» diceva sospirando la Maria. «Dicono che questa volta partono anche i signori, anche quelli che hanno pagato; tutti insomma, perchè deve essere l’ultima. Dicono che si tratta proprio della patria; che l’andrà bene, e che la Provvidenza ci penserà per tutti!»

La rassegnazione di quelle donne incominciava a farsi meno malinconica, quando la Maddalena, il cui figliolo partito un giorno non era ritornato più, fattasi innanzi, esclamò singhiozzando: «Voi siete ancora fortunate, potessi anch’io oggi vederlo partire il mio Luigi coi vostri!» Le altre donne le si fecero allora tutte d’intorno, compassionandola e piangendo con lei. La signora Giuseppina si allontanò; e vedendomi a pochi passi, si volse a me per dirmi: «È inutile! non arrivano a capire come questa volta la sia una cosa tutta combinata. Ed è così chiara! così semplice! ma son tutti a un modo. Questi villani non capiscono mai niente!»

Sulla bass’ora, in quello stesso giorno in cui partirono i contingenti, partì anche Aldo. Egli abbracciò tutti; poi strinse la mano di Adelina, con un’espressione di calma e di serietà, che vedevo in lui per la prima volta, e che mi resterà sempre fissa e viva sino a che non lo vedrò ritornato tra noi. Il Borsa fece per indirizzargli un discorso, ma, non essendogli più rimasto un fil di voce, dopo due parole si fermò. Anche la politica del Garofani trovò in quell’ultimo momento un intoppo; e tanto lui che la signora Giuseppina, dinanzi a quella serietà di Aldo, rimasero senza parole. Io mi feci vicino all’Adelina, vedendola farsi in viso bianca come un cadavere, e la presi sotto braccio. Volevo dire cento cose ancora ad Aldo, ma intanto il legno partì. Prima che giungesse alla cantonata, vedemmo sporgere ancora una volta la mano di Aldo che ci salutava; gli rispondemmo facendo sventolare la pezzuola, chè nessuno di noi aveva forza di salutar con la voce.

Oggi tutto è quieto in Borghignolo. La speranza, sia benedetto chi l’ha inventata! asciugò le lacrime delle buone donne e dei poveri vecchi, che dicono in cuor loro: «Sarò proprio io quello a cui deve capitare una disgrazia? L’andrà magra con le faccende di casa ora che sono lontane le braccia più robuste, ma ci vuol pazienza; quando i figlioli saranno ritornati, ci aiuteranno a pagare i debiti.»

E la è proprio così! Quando si domandano sacrifici al paese, è sulle braccia di questi poveri campagnoli che ne pesa la parte più grave e la più ignorata. Prima, la mitraglia, e dopo, i debiti. E il loro nome sulle gazzette non ci va nè prima nè dopo.

Anche in casa Garofani le acque sono ritornate alla bonaccia. Tra quanti ci vanno c’è una specie di patto secreto di mostrarsi tutti d’una gran serenità d’animo. La signora Giuseppina è sempre occupata a fare e disfare, mentalmente, la casa degli sposi, senza essere ancora riuscita a trovare il posto adattato per una seggiola. Il Garofani, dopo aver taciuto per delle ore, a un tratto esclama con una fregatina di mani: «Speriamo! speriamo!» senza che nessuno gli domandi mai di cosa si tratti. In mezzo a tutto questo, la povera Adelina, che vorrebbe essere lieta anch’essa come gli altri, tiene fissi sopra di me i suoi due grandi occhi celesti, che paiono volermi domandare se siano da cacciare indietro quelle lacrime che vorrebbero sgorgare per forza. Allora io tento di sorridere e, accostandomi a lei, le principio qualche discorso, a proposito del bel tempo, o del figurino delle mode, e che finisce sempre con una lunga chiacchierata sul nostro Alduccio. Adelina ne rimane rasserenata, e anch’io mi sento un altro. Le parole di Adelina, piene di amore e di innocenza, mi ridestano nel cuore la memoria di quelle prime sensazioni giovanili, che dischiudono il bel fiore una volta sola in tutta la vita. Io le ascolto quelle parole col fascino col quale si ascolta una cara e nota melodia; e allora la mia mente richiama, con un dolore che non è senza piacere, quei giorni che non tornano più.

* * *

24 giugno 1866.