Novelle

Part 19

Chapter 193,952 wordsPublic domain

Non c’è nulla di meglio che il dar ragione a certuni, in certe circostanze, per farli mutar subito di parere. La circostanza della paura indiavolata, che aveva la signora Giuseppina, le avrebbe voluto bensì far trovare un’uscita tale che io poi diventassi la sua guida e il suo protettore naturale; ma, per non darsi torto sul passato, essa avrebbe voluto esserci come costretta. Così tra me e lei cominciò qui una specie di lotta; lei voleva venire del mio parere, ed io avevo quasi l’aria di accomodarmi al suo. Infine essa conchiuse che bisognava convertire il signor Mosè, il quale aveva incominciato a metter le fila per il figliolo del negoziante, e che, senza il signor Mosè, non se ne sarebbe fatto nulla.

Io non le risposi altro che pregandola a riflettere seriamente per qualche giorno a quanto le avevo detto, senza parlarne, s’intende, con alcuno. Intanto s’era fatto tardi. Per dare una prima e tacita prova della mia protezione futura alla signora Giuseppina, l’accompagnai, dandole il braccio, a casa; feci con lei e suo marito qualche partita a tarocchi, lasciando loro anche un po’ dei miei quattrini. La signora Giuseppina poi, con una smorfia ad ogni minuto, continuò tutta la sera a farmi capire di riposare tranquillo sulla sua secretezza.

* * *

15 aprile 1866.

Per quella prima notte, dopo aver aperto l’animo mio alla signora Giuseppina, non potei chiuder occhio sotto l’incubo di mille progetti che la fantasia andava mulinando nello scopo santissimo di poter riuscire io, in tutta questa faccenda, il più furbo di tutti. Ma non c’era modo. A riuscir furbi davvero, è una cosa difficilissima. Infine, quando vidi il primo chiarore dell’alba, raccapezzando tutto il mio lavoro notturno, non trovai da potere stringere che una sola idea; e questa era che ci voleva il signor Borsa per conquistare il signor Mosè. Mi parve buona, e feci finalmente un sonnellino.

Mi alzai dunque col progetto di scrivere una lettera al Borsa, che non è ancora rientrato in paese, per indurlo a venire subito, trattandosi di rendermi un grosso servizio. Prendo la penna, e in quella eccomi il fattore con una lettera.... di chi? appunto del Borsa! che è questa:

* * *

«Pregiat. signor don Michele,

»Non vedendomi ancora di ritorno, lei avrà forse già a quest’ora arguito che io perduro nella mia assenza. Pur troppo è così! All’erta, don Michele! Ci sono cose che per la loro speciale natura, quando le vedo continuare, mi convinco che non sono finite! Non so se mi spiego! Con lei però non mi occorre forse aggiungere altro.

»Nuove disgrazie sovrastano a Borghignolo! Non si perda d’animo, don Michele. La patria spera molto in lei; quella patria, per così dire, che in questi giorni ha letto con orgoglio il suo nome tra quelli degli eletti di cui si compone il nuovo Consiglio comunale. Ma siccome potrebbe venire un giorno in cui tutti gli argini fossero spezzati, ed occorressero, per esprimermi in metafora, nuove forze, in quel giorno, don Michele, calcoli sopra di me. L’orizzonte della _Posta_ non è così sereno come pare. Quando in _alto_ c’è il contrasto dei venti, in _basso_ c’è la procella. La giustizia, parlando in confidenza, è diventata una vana parola! Quell’uomo, che ho giurato di non nominare mai più, il Buccelli, sta per diventare nuovamente il tiranno di Borghignolo!...

»Mi comandi in quel che posso; non più per lettera, s’intende, ma col mezzo di persona fidata.

»Non solo per me, ma per tutti, la _Posta_ sarà ancora, tra pochi giorni, un disinganno di più nella vita.

»_Suo devot._ BORSA.»

Credetti sulle prime che questa lettera fosse una della solite ubbie del Borsa, ma in quel giorno stesso ho dovuto accorgermi, alle voci che correvano in paese, che ci doveva essere qualcosa di vero. Il giorno dopo, quelle voci andavan crescendo, e l’allarme era grande. Lettere e persone capitate in paese avevano portata la nuova del ritorno del Buccelli; in caffè gli avventori c’erano tutti, e in piazza si vedeva la gente in crocchi. Si diceva che il Buccelli era andato diritto dal deputato, il quale l’aveva condotto a far colazione dal ministro, e che lì, tra un boccone e l’altro, si era aggiustato ogni cosa. Si diceva che il Buccelli era in viaggio con in tasca un decreto del ministro, che lo rinominava commesso della posta e priore perpetuo della confraternita, in barba de’ confratelli. Chi diceva che il Buccelli era già arrivato; chi pretendeva che fosse stato veduto a suggellare i plichi nell’ufficio; chi parlava delle somme che s’erano spese dal deputato e dal Buccelli; chi faceva i pronostici di quello che avrebbe potuto accadere. Qualcuno si pentiva già di avergli volte le spalle così presto; qualche altro incominciava a dire che il Buccelli, in fin de’ conti, a saperlo pigliare, non era un cattivo uomo. I più onesti si preparavano a rinchiudersi in casa; i birbaccioni, dopo averne detto cose di fuoco, pensavano già ad accomodarsi con lui. A far qualcosa di bene, ad impedire del male, se davvero ce ne fosse la minaccia, non c’era nessuno che ci pensasse.

Tra quelli che avevano fatto i bauli c’erano il signor Garofani e sua moglie, che tutti sgomenti erano venuti a raccomandarmi le cose loro _in extremis_, e ad invocare la mia protezione. L’accordai subito, rallegrandomi moltissimo nel vedermi, in casa Garofani, vicino a diventare un secondo signor Mosè.

Due mesi fa, ridendo di questa nuova burrasca che si annunzia nel bicchier d’acqua, l’avrei aspettata tranquillamente, senza pigliarmi verun incomodo. Ma oggi, con la mia idea fissa in capo, e fors’anche riflettendo che di simili bicchieri d’acqua è composto il pelago in cui navighiamo, volli provarmi a fare il faccendone e a spuntarne una anch’io. Mi feci vedere per le vie di Borghignolo col piglio risoluto e battagliero. Sfidai pubblicamente tutti i Buccelli dell’universo; dissi anch’io cose da chiodi, e fui largo di protezione a chi ne chiedeva e a chi non ne chiedeva. Non mi sono mai divertito tanto; ma al tempo stesso imparai che anche per fare il bene, la via nella quale si è più facilmente seguìti dalla folla, è quella stessa dell’_audacia_, di cui si servono i tristi per fare il male.

Nelle ciarle di Borghignolo ci doveva pur essere qualche briciolo di vero. Pensai questa volta di non perder tempo, e, senza badare alla noia, andai diviato dal prefetto, succhiandomi non poche ore di biroccio e di diligenza.

«Il signor prefetto è partito per Firenze l’altroieri e non sarà di ritorno che in fine della settimana.» Tale fu la risposta che m’ebbi appena arrivato. Benissimo! dissi tra me: il mio destino è proprio quello di arrivare sempre il giorno dopo. Rimasi per qualche momento senza dire una parola, ed aspettando sui due piedi non so cosa, quando quel brav’uomo a cui m’ero rivolto, e che doveva essere un impiegato, credette bene, prima di congedarmi, di aggiungere alla notizia che mi aveva dato qualche osservazione di suo.

«Lei dunque non se l’era immaginato che il signor prefetto potesse essere partito?»

«No, davvero!»

«Ebbene, io l’avevo prevista questa partenza due giorni innanzi che ce ne venisse a un tratto la notizia. Si parla di cose grosse. Si dice che possano essere chiamati i contingenti.... si parla di guerra.... si parla d’una alleanza colla Prussia. Ci crede lei?... Se qualcuno gliene domanda, dica pure a nome d’un Tizio, il quale se ne intende, che son chiacchiere! E questo Tizio sa lei chi è?... Sono io!»

Nello scendere le scale della prefettura e nel rifare la strada di Borghignolo, non m’ebbi più altro dinanzi che quella parola _chiamata dei contingenti_, come se quel buon uomo me l’avesse inchiodata in mezzo alla testa. La qual testa, non essendo a partito da parecchi giorni, non aveva avuto il tempo di pensare a’ giornali, o a qualche vecchio amico, di quelli rimasti nella politica, per informarsi degli avvenimenti pubblici. Quella parola, entratami negli orecchi di punto in bianco, andò diritta nel fondo dell’anima a ripescarvi quel mio antico entusiasmo, a cui credevo di aver fatto da un pezzo le esequie, e che ritrovai ancora florido e pieno di vita come era a’ miei vent’anni. Poi il pensiero corse subito ad Aldo a cui ho preso a voler bene come se fosse un mio figliolo; e allora per la prima volta capii che grande e santa cosa sia l’amore di patria nei padri e nelle madri che hanno i figli sui campi di battaglia! Giunto a casa, strinsi Aldo nelle mie braccia con un affetto che mi pareva ancora più prezioso, perchè incominciava a costarmi una trepidazione che sino allora non avevo conosciuta.

Però nè ad Aldo, nè ad altri, non feci molto di quella grave parola presa a frullo tra le ciarle dell’impiegato, e penso di continuare diritto per la strada incominciata. Ritornerò dal prefetto, e non lascerò mancare il fuoco alla pentola, entro cui ho messo a bollire tante cose.

Al Borsa, a cui voglio parlare a ogni costo, ho scritto stamani nel suo stile, dicendogli «che prima di ritornare in Borghignolo, il nuovo Faraone avrebbe trovato un mar Rosso dove meno se lo pensava; che presto si sarebbe veduto svanire quella nube che pareva volesse offuscare di nuovo _il sole della posta_; che avevo molti progetti e molti secreti da comunicargli; che confidavo nella sua prudenza....» Poi gli ho dato appuntamento presso un cascinale, fuori di Borghignolo, e fuori di mano, in un luogo che sente un po’ del misterioso, e che per ciò deve essere di tutto suo gusto.

* * *

20 aprile 1866.

L’aver fatte io, in questi ultimi pochi giorni, tante strade, l’essere andato due volte al capoluogo della provincia, e l’essere da mattina a sera col cappello in testa e per le strade del paese senza essermi buscato nessun malanno, neanche un raffreddore, è una novità, un mistero, un problema, che manderò scritto al mio dottore per la posta, perchè ne cavi fuori lui qualcosa, se è capace. Egli mi risponderà, come già fece un’altra volta, raccontandomi la vecchia storia di quel signore che avendo la gotta, e domandando al suo medico cosa dovesse fare per guarirne, il medico gli disse: «spendete per mangiare venti soldi al giorno, e guadagnateveli!» Ma anche questa volta io gli potrei replicare che al suo ragionamento manca la base, perchè io non ho la gotta.

Però, se ciò fosse, i _venti soldi_ questa volta sarebbero stati il Borsa, il Buccelli, il deputato e il prefetto della provincia. Sono stati questi quattro signori che mi hanno fatto galoppare e sudare tutta la settimana, ed è a loro che dovrò i miei ringraziamenti, se ci lascerò la pelle; perchè ci sono certi malanni traditori, che saltano fuori un pezzo dopo, e quando meno ci si pensa.

Il Borsa venne al ritrovo. Lo tranquillizzai alla meglio tanto sul Buccelli, che sulle intenzioni della Russia nel caso di una guerra. Rasserenatosi su questi due punti, accolse con entusiasmo i miei progetti, ed accettò la missione presso il signor Mosè. Disse però di non volere ancora che si parlasse _ufficialmente_ del suo ritorno in Borghignolo; che in casa Garofani, per discorrere col signor Mosè, egli non si sarebbe lasciato vedere che la sera; che avrebbe sempre avuto un paio di pistole in tasca per mettere a partito qualsiasi bell’umore; e che se mi capitasse di parlare di lui con qualcuno, dovessi sempre dire: «quel Borsa che si ostina a non voler metter piede in Borghignolo.»

Eppure io ho una gran fede nei ragionamenti che farà il Borsa, molto più che ne’ miei, per quanto mi possano parere belli e buoni. Credo che molte volte l’arte del pigliare il mondo la ci paia cosa più difficile di quello che non sia, perchè ci ostiniamo a lavorare con le pinzette, anche quando bastano ed anzi valgon meglio le dita.

Il prefetto, con cento belle maniere e con un mare di parole bellissime, mi trattenne a lungo, e mi disse tante cose, che non sono ancora riuscito a raccapezzarle tutte. Egli impiegò non meno di due ore per riuscire a provare, certamente contro ogni sua intenzione, che egli ha una gran paura di tre cose: del deputato, del giornale _Il Vero italiano_, e delle proprie opinioni. Procurai ben io di fargli capire di tanto in tanto, ch’io non sono un malcontento di professione, che io non cerco impieghi, e che col governo nazionale e colla libertà sono un uomo dell’ordine. Ma chi sa mai! Un briciolo di opposizione anche in un prefetto può far bene, e ad ogni modo non fa male. Lasciandomi poi travedere un certo malcontento, quantunque egli sia l’uomo più contento di questo mondo, il prefetto mi voleva far nascere la persuasione che dei concetti superlativi egli ne avrebbe a bizzeffe, ma che non se ne poteva veder niente perchè il ministro gli impediva di sciogliere il sacco. Quanto al Buccelli, io dovevo capire facilmente, diceva il prefetto, che questione difficilissima fosse questa per lui. Perocchè non trattavasi solamente delle truffe e delle altre cose di questo genere, che riguardavano il lato secondario della questione, ma di quel tanto di politica che c’era immischiato, e che faceva per l’appunto diventar grossa e seria la faccenda. «Questo Buccelli» continuava il prefetto «professa delle opinioni politiche che, pei tempi, sono forse un poco premature; volgarmente passa per nemico del Governo. Il Governo dunque, per un alto sentimento di imparzialità, gli deve la sua maggior protezione. Egli è onorato dall’amicizia d’uno degli egregi deputati della nostra provincia. Pare che l’onorevole deputato abbia richiamata la vigile attenzione del ministro sopra i fatti di Borghignolo, sottoponendogli l’oculato sospetto che i suoi avversarii politici abbiano calunniato il Buccelli, per allontanare dal paese un suo fautore ed amico. Se ne commosse il ministro, com’era naturale; furono fatte indagini minutissime, scrupolosissime, e si spera di poter dare al deputato delle assicurazioni che lo possano tranquillare sul rispetto alla libera manifestazione del pensiero; rispetto a cui non cessò mai d’essere informata la popolazione di Borghignolo.»

A parlare pressappoco così, il prefetto ci pigliava tanto gusto, evidentemente, che a non lasciarlo dire per un pezzo, sarebbe stata una vera crudeltà. Quando venne alla fine la mia volta di parlare, io gli spiattellai alla libera una filza di verità grosse e crude, senza smussarne gli angoli e senza la menoma diplomazia, tanto sul conto del Buccelli, quanto di tutte le altre faccenduole del paese. Di tanto in tanto il prefetto mi interrompeva con quel sorriso che ammette e non ammette, e con qualche bella frase rotonda che aveva tutte le virgole a posto. Io ripigliavo con le mie ragioni alla buona, cosa che mi conciliava non poco il mio interlocutore e me lo rendeva pieno di benevolenza nell’ascoltarmi, perchè intanto egli pensava quanto dovesse spiccare ai miei occhi tutta la sua superiorità di parlatore diplomatico e d’uomo di governo.

Capii frattanto, che a tutta questa politica del prefetto aveva già messo fine il procuratore regio, il quale gli aveva tolto ogni scrupolo ed ogni motivo d’affaccendarsi, dichiarandogli netto che l’affare del Buccelli era affar suo, affare cioè di processo, di tribunale e di prigione. Rimaneva però la questione del commesso postale in Borghignolo, e qui ritornava in scena la politica. Al qual proposito, essendo io uscito a dire innocentemente che avrei avuto l’uomo da proporre, l’uomo che sarebbe stato la perla dei commessi, il prefetto, col suo star sempre in agguato, vide passare il merlo, e tirò la rete. «La si accerti» disse interrompendomi «che in così delicate questioni il potere esecutivo, innanzi di compire un atto, cerca le soluzioni più felici del grande problema che il pubblico funzionario sia a un tempo, quel medesimo che meglio risponda alle supreme necessità dell’amministrazione ed alle maggiori aspirazioni della pubblica opinione. Il sindaco, noti bene! oh! il sindaco, nella sua duplice qualità di eletto dal suffragio e dal Governo, magistrato in sè perfettissimo, ha una grande autorità sull’animo mio, quando sono chiamato a consiglio dal Governo in quelle non facili questioni. Quanto al commesso postale di Borghignolo, lei mi accorderà, nella sua cortesia, ch’io mantenga qualche riserbo tuttora; ma.... ma in somma, in via non _ufficiale_, ma _ufficiosa_, le posso dire che io non manderò al governo nessun mio avviso in proposito, senza avere prima discorso col sindaco di Borghignolo.»

Queste ultime parole le disse con un fare distratto e come se avesse dimenticato in quel momento che a Borghignolo, in fatto di sindaco c’era sede vacante. Poi passò d’un colpo alle novità della giornata, e mi confidò, con la solita diplomazia, la quarta parte delle cose che corrono sulle bocche di tutti. Nel dirmi che il paese poteva essere chiamato alle armi e che forse si giocava tra poco l’ultima partita, capì che sul vecchio violino fesso e scheggiato c’era ancora una corda sonora, e che egli ci aveva proprio messo il dito. Allora prese l’archetto, e glielo strisciò sopra senza misericordia. Quando gli parve che fossi a tiro, aprì un cassetto, levò una bella carta lucida piegata a rotolo, legata con un bel nastro di seta, e me la porse con un certo sorriso tra l’amabile e l’interrogativo, dal quale capii subito che non si trattava d’un regalo. Per quell’istinto naturale che ci fa tante volte presentire i pericoli, al comparire di quella carta feci fare un passo indietro alla sedia su cui ero seduto, ma ci sarebbe voluto altro. Il prefetto aveva già ripreso il suo discorso, e la carta fatale era nelle mie mani. Quando sciolsi il bel nastro e lessi la mia sentenza, il prefetto mi aveva già provato che, se durante una guerra, che poteva farsi europea, io non ero sindaco in Borghignolo, egli non mi poteva più garantire niente dei destini d’Italia. Dopo ciò, senza aspettare una mia risposta, volle subito sapere il nome del mio candidato per la posta; si sbottonò un po’ meglio a proposito del Buccelli; mi fece mille promesse, e mi assicurò che da mattina a sera non avrebbe pensato ad altro che alle cose che gli avevo dette io. Poi ci lasciammo come due amici sviscerati.... ma intanto quella carta m’è rimasta in mano. La fu un po’ la storia dei pifferi di montagna.

Ritornato in paese, scrissi due righe al Borsa. Gli dissi che avevo parlato a lungo col _primo funzionario_ della provincia; che quel tale, ch’egli aveva giurato di non più nominare, non sarebbe più visto in Borghignolo nè da noi nè dai nostri figli; che _l’orizzonte della Posta si rischiarava_; che per il momento si voleva che fossi io il sindaco del paese, e che aspettavo tutto da lui per il noto affare.

Dodici ore dopo, cioè fin da questa mattina per tempo, non si discorre d’altro in paese che della mia nomina. Si dice che io sono più forte del Buccelli e della gazzetta _Il Vero Italiano_. Ho già ricevute molte visite, e mi accorgo che incomincio anch’io a parlare come il prefetto. Il signor Mosè, che ha un gran rispetto per le autorità costituite, è venuto anch’egli a farmi i suoi omaggi e ad annunziarmi una visita del signor Garofani e di sua moglie. Il signor Mosè aveva un paio di guanti bianchi a maglia e uno spillone di diamanti allo sparo della camicia.

* * *

25 aprile 1866.

Quale non fu, ier l’altro, la mia maraviglia nel sentirmi dire dal fattore, il quale ha sempre le primizie di tutte le novità, che la figlia del signor Garofani si maritava, e che era sposa a un conte. Gli dissi ch’era matto, e mi sono anche un poco inquietato. Ma il buon uomo mi rispose di averlo inteso da una donna che porta le ova alla signora Giuseppina, alla qual donna lo aveva per l’appunto confidato la signora Giuseppina in persona. Ma chi è questo conte? Nè il fattore, nè la donna delle ova non lo sapevano; siccome però ne andava già intorno la voce nel paese, così il fattore mi garantiva che per il giorno dopo mi avrebbe saputo dire proprio com’erano andate le cose. Io ero lì lì per andare diviato dalla signora Giuseppina, quand’eccomi un messo con una lettera. Era il Borsa che per rendermi conto della sua missione, mi voleva in tutta fretta fuori del paese; egli mi sarebbe venuto incontro per una certa stradicciola, lungo la quale non era facile imbattersi in alcuno, perchè in quelle ore, diceva, non c’era un fil d’ombra. Presi il cappello e l’ombrello, e mi avviai incontro al Borsa.

Il Borsa aveva in questi pochi giorni parlato a lungo e a più riprese col signor Mosè. Come due emigranti d’uno stesso paese, che per caso s’incontrano in mezzo a gente nuova e lontana, ben presto essi avevano stretta la più cordiale amicizia; i loro animi si erano versati l’uno nell’altro; s’erano capiti a vicenda, ed era nata tra loro una sincera e reciproca ammirazione. Il Borsa mi trattenne per quasi due ore, dopo che l’ebbi tirato all’ombra, sui discorsi fatti col signor Mosè, sulle prime avvisaglie, sulla propria finezza nel trattare le cose delicate, e sulla grandezza d’animo del suo nuovo amico. Il Borsa ne aveva dette delle belle. Confesso che io non sarei arrivato a pensarne tante, e che, se le avessi pensate, mi sarebbero parse le peggiori di questo mondo. Quanto è difficile il trovare gli uomini che sieno al giusto livello delle cose!

Il Borsa aveva fatto pernio dei suoi ragionamenti col signor Mosè, l’illustre casato di Aldo e il suo titolo di conte. Gli aveva dimostrato all’evidenza tutto il lustro e tutti i vantaggi che questo titolo avrebbe recato alla sposa, ai signori Garofani, e agli amici di casa. Gli aveva narrato che nella famiglia d’Aldo osservavasi da dugent’anni che ad ogni terza generazione nasceva un vescovo; e siccome nelle ultime due generazioni questo caso non s’era verificato, così era evidente che ai nuovi sposi era serbato l’onore di continuare un tanto lustro della famiglia. Per questo fatto, e per tanti altri di simil genere che il ricordare sarebbe un po’ lungo, dal matrimonio d’Adelina con Aldo doveva venire di riverbero un grande splendore; e che in conseguenza si sarebbe veduta presto qualche insegna di ordine cavalleresco sul petto del signor Garofani, e fors’anche di taluno di quelli che fanno con lui ogni sera la partita a tarocchi.

Poi, da una tanta beatitudine, il Borsa era disceso bruscamente, all’ipotesi contraria che in buona fede gli faceva dirizzare i capelli in testa. Se per avventura, un giorno, Aldo o qualcuno per lui avesse levato il velo che copriva le nefandità del Buccelli, sarebbe nato un cataclisma, dopo il quale si sarebbero veduti i Garofani in fondo a un abisso. Toccata la corda del Buccelli, il Borsa non l’avrà lasciata così subito, e scommetterei che col signor Mosè, in questo argomento, sarà stato di gran lunga più espansivo che non sia di solito con me. Anche sul mio conto deve averne dette non poche. A ogni tratto, nella narrazione, saltava fuori il mio nome, seguito subito da una reticenza. Tra gli articoli di fede del Borsa c’è anche quello ch’io sia un uomo che sa tutto e che può tutto. Egli deplora grandemente che io lasci inerte la mia onnipotenza, ma credo che verrà la volta nella quale mi scoterò e che farò movere il mondo a mio modo. Egli dunque avrà cercato di far passare questa credenza nel suo nuovo amico, il quale non è terreno ingrato per queste cose.

Il signor Mosè rimase colpito dalla grandiosità dei pensieri e delle combinazioni del Borsa, a quanto me ne disse questi, che non voleva render monca la storia per ubbidire troppo alla modestia. Non volendo parere da meno, il signor Mosè gli aveva confidato in ricambio l’affare del matrimonio d’Adelina col figlio d’un mercante, che era una combinazione profonda anch’essa e tutta sua. Però, in considerazione dei nuovi casi avvenuti, egli non esitava di associarsi alle viste del Borsa, e si faceva garante di guidare la barca in porto felicemente: ma bisognava lasciarlo solo al timone, perchè, diceva «le cose grandi non si menano a fine da tutti.»