Part 18
In pochi giorni si sparse la voce che il conte Giandomenico era stato ritrovato morente in casa della Marta, e presto in Borghignolo non si parlò più d’altro. Come avviene, ognuno ripeteva quello che aveva udito, e ci metteva qualche cosa del proprio per non parere di saperne meno degli altri. Così giravano di quelle storie stranissime, e che sembrano inconcepibili, quando non si pensa che non furono inventate da uno solo. E siccome anche nel pubblico di Borghignolo l’odio si avvicenda con l’amore, dopo quei dati periodi di tempo, la cui misura è sfuggita fin qui ai calcoli della scienza, così in tutti era scoppiato d’improvviso uno straordinario affetto per Giandomenico. Qualche raggio di questo affetto cadeva di riverbero anche su me, che ero conosciuto per amicissimo suo, e venuto questa volta in paese apposta per lui. Trovai in generale un’accoglienza migliore di prima; vidi levato qualche cappello, che di solito, al mio comparire, s’abbassava sulla fronte un dito di più; vidi perfino metter piede in casa mia qualcuno di quelli che sino allora non si sarebbero arrischiati neanche di passarci dinanzi, per il timore di compromettersi.... in che? non lo so, e non lo sapranno neppur essi. Ora mi si fa largo, mi si fa buona cera. Tanto meglio. Sono anch’io nel mio quarto di luna favorevole, ma non ci bado molto, perchè ho imparato a andarmene diritto per la mia strada, senza domandarmi se la luna mi guarda con tutta la sua faccia sorridente, o se mi volta le corna.
Una sera, nel ritornare dalla capanna della Marta, m’incontrai nel signor Garofani, il quale era venuto a cercare di me per sapere le nuove di Giandomenico. Anche in lui era succeduta una gran rivoluzione. In otto giorni di studio, egli non era riuscito, con le polizze e gli scartafacci del Buccelli, a trovare qualche nesso tra il _dare_ e l’_avere_. Aveva la testa rintontita di rivelazioni e di accuse che gli venivano facendo contro il Buccelli quegli stessi, che fino allora lo avevano levato alle stelle, e non ne capiva più nulla. Anche in tutta quella sequela di raggiri coi quali il Buccelli era riuscito a spossessare di tutto Giandomenico, c’erano, a quanto se ne diceva, cose così impasticciate, da suscitare liti senza fine, se qualcuno avesse voluto andar al fondo. Il signor Garofani, a cui per la prima volta in vita sua, le cifre non parlavano chiaro, oppure dicevano delle cose ingrate, era in uno stato di abbattimento e di disinganno, come al guastarsi d’un primo amore. Con me naturalmente non tenne parola di tutto questo; ma un po’ ne avevo sentito da altri, e un po’ ne lessi sul suo viso e nelle sue parole, sebbene mi discorresse di tutt’altro. Quella sera mi accompagnò a casa, e passò meco più d’un’ora. Mi parve che avesse una gran voglia di parlare di Giandomenico, se appena gliene avessi dato l’appiccagnolo; ma per quella prima volta lasciai cadere il discorso. Alla fine mi annunziò che il giorno dopo sarebbe arrivata sua moglie, la quale faceva a Borghignolo una gita di pochi giorni per dare un’occhiata al giardino e ai suoi fiori: ossia per darne più d’una, a quanto mi disse poi il mio fattore, alle masserizie di casa, delle quali parecchie avevano seguito il Buccelli nell’esilio.
Il giorno seguente seppi infatti che la signora Giuseppina era arrivata. Ma non la vidi così subito; per un paio di giorni la lasciai tutta intera all’ispezione degli armadi e della guardaroba, e poco mi staccai dal capezzale del povero Giandomenico. Aspettavo ansiosamente, di minuto in minuto, Aldo, che aveva risposto al mio telegramma e doveva essere in viaggio da più giorni. Che gli avrei annunziato? Giandomenico aveva di tanto in tanto riaperti gli occhi, ma non mi aveva ancora riconosciuto. Il medico del paese, che di solito capisce poco, e questa volta poi mi aveva l’aria di non capire niente affatto, era stato subito di parere, per fortuna, che si chiamasse in consulto dal capoluogo del mandamento un altro medico che, a quanto si dice, ha riaperto ancora qualche libro dopo l’ultimo esame dell’Università. Mi parve infatti un brav’uomo, e fui tanto più addolorato vedendolo allontanarsi dalla stanzuccia dell’ammalato con la faccia pensosa, e non trovando che poche parole per rispondere alle mie molte domande. Quando gli dissi che aspettavo Aldo: «Faccia in fretta, faccia in fretta!» mi rispose; poi dopo una pausa soggiunse: «non vedo un pericolo vicino.... si potrebbe dir anzi in tutta regola che c’è da sperare, ma che vuole?... sto con l’esperienza, e dico che questo ammalato non mi piace, e non mi piace!» Così con questa risposta, e si pensi con quale inquietudine, rimasi per più giorni ancora prima che Aldo arrivasse.
Appena seppi che Aldo era poco lontano da Borghignolo, gli andai incontro perchè non giungesse al capezzale di suo padre tutto solo e senza che una parola amica fosse scesa prima nel suo animo vergine ancora alle forti commozioni della vita. Quale traccia non lasciano le prime commozioni del dolore, delle speranze, della gioia! Ma chi ci bada! L’educazione il più delle volte, come l’arte del verniciare, si mostra paga quando vede la superficie lucida e tersa. Povero Aldo! Se in mezzo a tutta la mestizia di questi giorni, non mi sento indosso quella cappa di piombo che da un pezzo mi rende così uggiosa la vita, è forse perchè mi pare di poter fare un po’ di bene a quel povero figliolo.
Ci fu un momento in cui parve che tutti i sintomi del male fossero divenuti meno gravi, e vidi il povero ammalato aprire gli occhi. Giandomenico girò lo sguardo lento, fisso, pieno di stupore, come chi si sveglia dopo un lungo sonno, e non sa rendersi ragione ancora di tutto quello che lo circonda. Mi riconobbe, sorrise, e con la mano cercò nascondere i brandelli e le rappezzature del coltrone che lo copriva. Gli dissi ch’ero venuto a fargli da infermiere, appena avuta notizia che, pigliato da un forte malore per strada, l’avevano portato in quella capanna. Egli mi sorrise di nuovo, con una espressione più serena e piena di riconoscenza. Gli parlai di suo figlio, lo disposi a vederlo; e poco dopo, le sue braccia pallide e scarne stringevano Aldo, il quale, prima di ritrovare alcune di quelle parole di calma e di fiducia che gli avevo suggerite, pianse dirottamente sino a che ebbe lacrime.
Sulla sera, una comitiva mesta e raccolta seguiva lentamente su per il sentiero della collina il curato, che veniva sul suo cavalluccio portando il viatico. Quale stretta non danno al cuore quei rintocchi del campanello, e quella nenia malinconica delle preghiere, quando si ripercotono e si perdono tra il frastuono indifferente delle vie d’una città! Ma quella sera, sotto il bel cielo sereno ove apparivano le prime stelle, tra il silenzio solenne e direi pio della natura, quelle preci, quella mesta comitiva, l’addio stesso alla vita, mi parvero cose meno desolate: l’anima le accoglieva con un fascino indicibile e nuovo. Era il fascino che la chiamava a confondersi tra quei vaghi misteri della natura e a varcare un confine che presente ed ignora.
Per un giorno ancora Giandomenico parlò, strinse la mano ad Aldo, a me, alla Marta, al famiglio. Le sue parole, ora chiare, ora confuse, esprimevano dei pensieri che gli facevano ritorno con una penosa insistenza. I propositi e le preoccupazioni della vita si avvicendavano nelle sue parole ai ricordi e ai consigli di chi sa vicina la morte. Più che dell’avvenire di Aldo, a cui ripetè più volle «tu hai la tua spada e il tuo onore,» era preoccupato dell’avvenire del suo famiglio. «E tu, povero Bortolo, cosa farai?... Cosa sarà di questo pover’uomo?...»
«Oh mio buon padrone!... mio caro signor padrone!... io son vecchio, e presto le terrò dietro» rispondeva Bortolo con la voce strozzata e la faccia piena di lacrime. Ma al cadere di quel giorno, Giandomenico non pronunziò più una parola; i suoi occhi rimasero socchiusi, e le sue braccia distese e rigide sopra il coltrone. Prima dell’alba, alla pallida luce della candela che ardeva presso il capezzale, vidi il volto di Giandomenico farsi bianco ed immobile: era spirato. Aldo svenne nelle mie braccia; il famiglio s’inginocchiò; la Marta aprì la finestra, e accese una candela benedetta.
Quando uscii dalla capanna, conducendo con me Aldo, e con l’animo straziato da quella scena di dolore, il cielo illuminato dai primi raggi del sole era tutto splendido e ridente. Gli uccelletti a stormi ci volavano intorno, empiendo l’aria del loro pigolìo. Le campane d’un paesello vicino sonavano a festa. Alcuni gruppi di contadini e contadine, che si recavano a una sagra, ridendo e canterellando ci passavano innanzi, e senza quasi avvedersi di noi. Così è la vita!
L’affetto per Giandomenico, che era scoppiato improvvisamente in Borghignolo a quella prima notizia che lo diceva ricoverato e morente nella casupola d’una povera donna, crebbe in proporzioni più grandi ancora, quando si sparse la voce della sua morte. Pochi mesi prima, io ero il solo che in Borghignolo avesse il coraggio civile di fargli una visita; il dirne male, l’odiarlo, il perseguitarlo era un dovere, era una prova quasi di _patriottismo_! Il perchè, chi lo sapeva? Ma si seguiva la corrente. Ora vien levato alle stelle, non si parla che delle sue virtù. Ma qui, per verità, bisogna confessare che questo fenomeno non è solo di Borghignolo. Il più delle volte, per trovare benevolenza e giustizia, bisogna morire. È il guaio di chi aspira a questo trionfo. Trionfo brevissimo per giunta, poichè presto nessuno si ricorda di lui, e l’ingiustizia o la benevolenza vanno in cerca di nuovi odii e di nuovi amori.
Stamane il cadavere di Giandomenico fu portato nella chiesa di Borghignolo, e di là al Camposanto. Nessuno del paese mancò alla mesta cerimonia. Intorno a quel feretro vidi raccolti tutti, e gli amici e i nemici del poveretto; vidi levarsi il cappello quanti gli avevano negato prima il saluto, udii pronunziare parole di rimpianto e di lode da chi aveva detto male di lui. Quante meditazioni, quanti pensieri non si affollavano nella mia mente nel seguire il corteo e nel recinto di quel cimitero!; di qual luce diversa non paiono colorate le cose tutte della vita, quando passano a rassegna dinanzi a chi ha gli occhi fissi sopra una fossa! Con l’anima gonfia di tante cose che sentivo essere vere e sante, levando gli occhi su quella folla che mi stava intorno silenziosa e riverente, mi parve che ogni cuore dovesse battere come il mio,... che ognuno di quelli che vedevo dovesse avere più del solito l’animo buono, la mente elevata. Mi parve che una parola d’affetto, un proposito buono, seminato in quel momento, non sarebbero andati perduti, e avrebbero forse legati strettamente gli animi nostri. Mi parve.... non saprei ridire tutto quello che mi parve in quel momento, ma so che parlai a tutta quella buona gente; che parlai per un pezzo, e che poi mi trovai nelle braccia di molti che piangevano e mi baciavano. So che cento voci mi dissero «_lei ci può fare tanto bene! lei può essere la nostra provvidenza!_» e che queste parole mi scesero nell’anima ben profondamente e mi scossero tutto, come se fossi giovane ancora, senza disinganni, senza stanchezza.... come se fossi un altro insomma, od almeno quello di una volta.
Io dunque posso ancora fare del bene? Sarà vero?
Addio, mio povero amico! addio, povero Giandomenico! La sera, sul tramonto, quando per l’erta stradetta della collina seguo l’ultimo raggio di sole che monta, monta, e poi m’abbandona, vedrò, alla svolta da cui si presenta il modesto recinto del cimitero, una croce di più protendere lontano la sua ombra verso di me e rammentarmi mestamente un sacro dovere. Ogni buona nuova che avrò di Aldo la verrò a dire all’ombra della tua croce, e le ripeterò che Aldo non è rimasto solo, che Aldo sarà mio figliolo! come lo dissi a te, povero Giandomenico, quando i tuoi occhi cercavano sul mio viso, prima di chiudersi, una nuova speranza, la sola forse che non gli sarebbe fallita.
* * *
9 aprile 1866.
Il colpo è fatto: dopo averci tanto pensato e ripensato, senza che il piano mi paresse mai abbastanza maturato, e nessuna occasione abbastanza opportuna, un colpo tirato all’improvviso ha fatto scoprire tutte le mie batterie, ed eccomi ora in campagna rasa. Ritornavo, ieri sera, a casa, dopo aver condotto Aldo a prendere una boccata d’aria ed a svagarsi un poco, povero figliolo! quando eccomi capitare nel salotto, con quell’impeto che la furia dei pensieri le suol communicare alle gambe, la signora Giuseppina, non rossa in faccia, come quando è in furia, ma pallida, tremante, come chi è sopraffatto da improvviso spavento. E il rimescolo l’aveva avuto davvero. Nel ritornarsene un poco prima, non ricordo da dove, sola, per una stradicciola della campagna, così mi disse, era stata seguita per lungo tratto da alcuni, ch’essa non riconobbe perchè, la paura essendo stata maggiore della curiosità, aveva affrettato il passo, senza avere nè il tempo nè il cuore di sbirciare o da da una parte, o dall’altra.
— In questo luogo qui, dopo l’avemmaria della sera — aveva preso a dire uno di essi — calano giù dalla collina le anime dei poveri morti che furono traditi in vita. Fanno un giro, e se incontrano il loro persecutore, gli susurrano una parola misteriosa, la quale non cessa più da quel momento di risonargli, come un’eco che non finisce mai; una parola che fa morire a poco a poco, come un lento veleno.
— Lasciate che imbrunisca ancora di più — seguitava un altro — e il fruscìo della siepe ci direbbe che passa la buon’anima di quel povero galantuomo che abbiamo ieri accompagnato al Camposanto. Noi non lo vedremmo, perchè, grazie a Dio, non gli abbiamo mai fatto nulla di male; ma lo vedrebbe forse qualcuno che so ben io, qualcuno ch’egli cerca, qualcuno che sentirebbe poi rintronarsi quella tal parola....
— Ma questa tale parola — domandava un terzo — non c’è proprio nessuno che l’abbia ridetta mai?
— Mai! a quanto si sa. Mi diceva un vecchio, il quale ne ha veduti morir parecchi di questo male, che la è una parola che attossica il sangue, e che quando viene sulle labbra, vi rimane lì come gelata, e che non può uscire. Non ti ricordi del barbiere? Quanto tempo ci ha messo per andarsene al mondo di là, dopo che ebbe buttata nella miseria e fatta morire allo spedale la cognata? Tre mesi, amico mio. Ma si sa che la cognata gli era venuta incontro, proprio la sera stessa che l’avevano portata al cimitero.
— E sta bene! Così chi fa male, ne gode per poco.
— E così l’andrà a finire anche di quelli che ora godono a tradimento la sostanza del povero conte Giandomenico! Farina del diavolo, che andrà tutta in crusca. Io non vorrei essere nei loro panni.
— Nè avere i loro milioni, quando poi in poco tempo s’ha d’andare a casa del diavolo, o girare il mondo col botteghino al collo.
— _Botteghino al collo_ il fondaco di Baldassarre! — esclamava qui interrompendosi la signora Giuseppina, a cui quest’ultima pareva la più grossa.
— Ma ne conterò una bella — continuava poi la signora Giuseppina, riavendosi a poco a poco e ripigliando il dialogo di quegli sconosciuti. — Appena scappato il Buccelli, si scopersero nella sua casa tutte le carte con cui avevano spogliato del fatto suo il conte Giandomenico, e che erano documenti tutti falsi.
— Tutti falsi?
— Sicuro! e fu veduto una sera il giudice uscire dalla casa del Buccelli, con un fascio di carte sotto il braccio che poteva pesare un due o tre libbre.
— Tre libbre di carte false!
— Sicuro!
— Ci eravamo cascati tutti, proprio da bestie, nelle mani di quel Buccelli. Già io l’ho sempre detto, con questi mezzi avvocati bisogna giocare alla larga.
— Ma ce n’è un’altra! Don Michele si è condotto in casa il figliolo, e si dice che impianti a quei signori una causa, ma una di quelle cause che la simile non si è veduta mai! perchè lascino lì tutta la roba presa, e facciano fagotto per dove sono venuti.
— Oh così sì!
— E se don Michele ci si mette....
— Bravo don Michele! Benissimo! e crepino.... —
Qui la signora Giuseppina si fermava, aggiungendo solo che, arrivata alle prime case del paese, aveva presa la prima cantonata, e quei tali che la seguivano, tirando diritto, le avevano lanciate alcune ingiurie, che non erano giunte tutte sino al suo orecchio.
La signora Giuseppina, che aveva ripreso un poco di fiato nel discorrere, mi fissò per un pezzo con tanto d’occhi, come ebbe finito, aspettando che la rassicurassi del tutto e le promettessi il mio intervento. Ma non ne ero in vena in quel momento, e non risposi parola.
«E se mandassi Garofani dal prefetto» saltò su a un tratto lei, dopo un lungo silenzio «pregandolo di far venire in Borghignolo una dozzina di carabinieri?»
«Coi carabinieri, a questo mondo, si fa molto, quando si ha ragione» risposi secco secco; «ma non si fa nulla, quando si ha torto!»
«Dunque avevano ragione quei tali? quei tali della strada? Dunque lei ci vuole promovere una lite.... dunque....» cominciò a gridare, ma si fermò subito. La mia faccia che doveva essere molto seria in quel momento, il pensiero di quanto le era intervenuto poco prima, e fors’anche il sospetto di quello spettro che le si poteva presentare da un minuto all’altro, le fecero a un tratto raccoglier le vele, e, lasciatasi cadere sul divano, cominciò a singhiozzare alla dirotta.
«Si calmi, signora Giuseppina» presi io allora a dirle. «Io non so di che lite intenda parlare, non ho a far nulla con quegli sconosciuti che l’hanno seguita per via, e so che i poveri morti riposano in Dio, e pur troppo! non compaiono più. So però, signora, che in tutte queste faccende c’è qualcosa di molto serio! Non so se qui ci sia un debito d’onore, ma so che c’è una buona azione da fare! Lei ha avuta una ben felice ispirazione nel venire da me, e ne la ringrazio. Il figlio del povero Giandomenico, che lei non conosce che per le informazioni di un falsario che aveva interesse d’ingannarla, partirà tra pochi giorni, e lei non ha nulla a temere dalla nobiltà del suo carattere. Le citatorie di Aldo non verranno a turbarle i sonni, signora Giuseppina...; ma piuttosto potranno renderli inquieti queste voci di compassione, che si levano da ogni parte, per un povero vecchio cacciato un giorno senza misericordia di casa, e che sarebbe morto sulla strada se una buona donna non lo avesse raccolto nel suo tugurio. Non le lascerà l’animo tranquillo il dubbio d’essere stati, lei e suo marito, complici, senza forse saperlo, di un tristo, che in loro nome ha fatte tante cose ingiuste, forse inoneste, e certo inutilmente spietate. Capisco che un dubbio tale deve essere un gran cruccio, sino a che non venga la riparazione! Il far versare delle lacrime può essere una trista e passeggera soddisfazione della vendetta, ma è cosa che inaridisce tutto intorno a noi, e ci prepara la solitudine e l’abbandono. Il far del bene costa così poco, ed è cosa così serena e feconda!...»
Io continuavo su questo tono, e la signora Giuseppina, tra confusa e contrita, mostrandosi mezzo vinta, di tanto in tanto cercava articolare qualche parola per difendersi e giustificarsi. A un certo punto, radunando tutte le sue forze per ottenere una capitolazione a migliori patti, ripescò nella memoria quel gran sospetto della macchinazione di Aldo per rapire Adelina, e saltò su a ricordarmelo, levandosi in piedi. Il colpo era partito. I miei piani non erano maturi, non tutte le fila erano ancora in mano mia, come dissi, ma in quel momento non mi potei trattenere, e giocai la mia ultima carta. Levai dallo scrittoio un plico, che alcuni giorni innanzi m’era stato consegnato dal delegato di questura, che l’aveva trovato tra le carte del Buccelli. In quel plico c’erano varie lettere che Aldo aveva scritte a me, quando era partito in traccia di suo padre. Erano quelle lettere che avevo aspettate così ansiosamente invano. Il Buccelli le aveva trattenute, le aveva lette, e su quelle aveva architettato il romanzo del rapimento. Diedi le lettere alla signora Giuseppina, e la pregai di leggerle tutte attentamente. In quelle lettere Aldo mi raccontava con dolore le indagini che faceva via via per rintracciare qualcuno di quei suoi parenti, e che tutte riuscivano inutili; alle sue sincere lacrime dell’amore filiale erano spesso mescolate, senza ch’egli se ne avvedesse, le lacrime di un altro amore. In alcune lettere poi mi parlava apertamente del suo amore per Adelina; me ne parlava con tutto l’ardore de’ suoi anni, ma con quella sincera disposizione al sacrificio che ha pure tanta parte nei sentimenti de’ giovani, che abbiano l’animo nobile e gentile. Mi diceva che sul volto di Adelina egli vedeva il paradiso; ma che avrebbe avuta la forza di fuggirla per sempre, di chiudere questo mistero nel proprio cuore, solo per sè, in modo che Adelina stessa non ne avrebbe mai saputo nulla. Aldo non sa ancora il proverbio, che _amore e tosse non si nascondono_.
Dove poi non parlava di Adelina, parlava dei genitori di lei: era però sempre il cuore che dettava; e il signor Garofani e la signora Giuseppina, avvolti in un profumo di poesia che copriva quello del fondaco, parevano in quelle lettere due personaggi dell’età dell’oro. Questi punti devono aver toccato non poco il cuore alla signora Giuseppina.
La signora Giuseppina da quella lettura rimase scossa, confusa, ora esaltata, ora agitata. Ora diceva cento cose in una volta, ora non sapeva più trovare una parola. E alla fine saltò su a dirmi: «Ebbene, cosa ne dice lei?»
«Io le dico» risposi con calma e con serietà «che lei non vedrà più il color delle rose sul volto della sua Adelina, non ritroverà più la schietta allegria della famiglia, nè la tranquillità dell’anima, nè la pace e la benevolenza intorno a lei, sino a che non vedrà Aldo e l’Adelina riuniti sotto il medesimo tetto nel castello di Borghignolo!»
Bisogna dire che questa conclusione, che ognuno si sarebbe aspettata da un pezzo, la signora Giuseppina non se l’aspettasse punto, perchè la sua esclamazione superò tutte le esclamazioni che si sarebbero potute fare in proposito.
«Prima di scendere fino a un conte spiantato, non ho poi perduta ancora la speranza di trovarne uno che abbia del ben di Dio!» disse nel primo impeto. Poi capì anch’essa che quella stonatura doveva parermi un po’ forte; e cercando di balbettare dei _se_ e dei _ma_, si rifugiò dietro le spalle del marito, e cercò di mitigare, come poteva, quella prima esclamazione.
«Oh! si capisce che il figliolo non è cattivo; in quelle lettere ci sono dei sentimenti che ho sempre avuti anch’io, tali e quali. Io non son quella di certo che saprebbe dire di no per un pezzo; sono di buona pasta, e mi lascio cucinar come vogliono. Ma il mio Garofani! Garofani è tremendo! Quando ha fisso il chiodo, non c’è barba d’uomo che lo possa smovere. Io, per me, non avrei tanta faccia di fargli una proposizione simile. Tanto più.... ah sicuro! lei non lo sa! non gliel’ho ancor detto! ma già a lei non posso tacer nulla: le farò dunque una confidenza.»
Qui mi narrò alla distesa, come suo marito avesse messi gli occhi sul figlio d’un suo amico, un negoziante, non mi rammento se di droghe o di chiodi, ricchissimo, a quanto diceva lei, per farne uno sposo di sua figlia. Io lasciai dire, e quando alla fine mi parve che si aspettasse una risposta, con la serietà e con la calma di prima le dissi:
«Lei avrà tutte le ragioni; dunque non se ne parli più.»