Part 17
«Bisogna sapere» ripigliò la signora Giuseppina «che, or son due anni, quando per la prima volta si andò ad abitare la casa di Borghignolo comperata da poco, tra quei primi di cui facemmo conoscenza, ci fu un ragazzotto, che non era neanche il diavolo, figlio di quel rusticone aristocratico d’un Giandomenico il quale non si è lasciato mai vedere. Buona, e al di là di buona come fui sempre, è il mio difetto, me lo lasciavo venir per casa, lo conducevo sempre in compagnia questo tal ragazzotto, che si chiamava _Aldo_, non so perchè, e che è quell’uffizialelto dei bersaglieri che lei deve conoscere. Si sarebbe detto, a vederlo, che mi facesse la corte; ma, come lei può ben credere, io ne ridevo a crepapelle, come si fa di questi civettini teneri. Un bel giorno finalmente dovette partire: lo rividi più tardi qualche volta in città; poi ripartì di nuovo, e ormai non mi ricordavo più neanche che ci fosse al mondo: quando a un tratto venni a sapere tutta una trama indiavolata. La trama era questa, nientemeno.... oh! ne ho le prove in mano!... e mi dirà, don Michele, se non è il caso di perdere la testa! Ma, tornando indietro d’un passo, bisogna sapere che da qualche tempo io andavo osservando, e l’osservavano tutti, che l’Adelina di giorno in giorno perdeva il suo colorito, il buon umore, le parole.... diventava sparuta, non era più lei. Studia troppo! sarà innamorata! la colpa è dei romanzi! Chi ne diceva una, chi ne diceva un’altra: insomma la gente parlava. Fin qui non ci sarebbe stato gran male, perchè quando sento delle chiacchiere, io rispondo sempre con una gran massima, e dico che la gente parla perchè ha la bocca. Ma l’importante era che queste cose, tra me e me le pensavo e le vedevo anch’io; anzi qualche volta ne avevo fatto parola con Garofani. Garofani però, che è l’uomo della flemma, rispondeva: staremo a vedere; e col suo _staremo a vedere_ non vedeva niente, e tirava per le lunghe anche gli affari di Borghignolo, mentre il Buccelli.... oh! quello sì è un uomo! adesso gli appongono delle colpe, l’hanno fatto uscire dal paese; ma non creda un bel niente, don Michele! è tutta una trama anche questa contro noi.... lo vedrà tra poco!... perchè bisogna saperle tutte le cose!... Dunque dicevo che il Buccelli tempestava ogni giorno con Garofani, perchè facesse in fretta; mandasse gli ordini a dovere, non la tirasse più in lungo con quell’impostore aristocratico d’un conte, il quale intanto sott’acqua ce ne avrebbe fatta qualcuna delle sue. Che, se lo si fosse cacciato da Borghignolo per tempo, non si correva neanche il rischio che s’è corso!... Insomma, per venire alle corte, s’era tramato che l’uffizialetto innamorasse Adelina, mia figlia!... quello spiantatello! quel resticciolo!... Come abbia fatto, non lo so; ma già noi donne, quando siam ragazze, siamo tanto sciocche!... In somma, bisogna dire che ci sia un po’ riuscito. Adelina vorrebbe dire di no; ma s’imbarazza, e queste cose io le capisco in un batter d’occhio. Ma, tornando a quei due bei soggetti, appena quel caro conte ebbe fatto fagotto, ecco che capita in paese il signor contino. Si ferma alcuni giorni, prende le sue informazioni, poi se ne va. C’era però qualcuno che aveva tenuto gli occhi aperti, e nel quale aveva dato il naso, senza avvedersene, quel mariolo novellino. Il quale, facendo l’impostore, aveva pigliato sotto il braccio questo _qualcuno_, e dicendogli tante cose tenere sul conto mio e di mio marito, aveva cercato prima di sapere dove noi fossimo, e poi il quando e il dove ce ne saremmo ritornati. Ma l’altro, ch’era una volpe vecchia e fine, gliene diede a bere parecchie, e lo rimandò con l’aver sapute per giunta certe cose che gli premeva di sapere. Poi questo tale stette all’erta giorno e notte, e a furia d’astuzia, di pazienza, di talento finì a scoprire tutto e a capire di che cosa si trattava. Una bagattella! Cose che fanno arricciare i capelli solo a pensarci! Cose da non credersi! Insomma si trattava nientemeno, che di rapire mia figlia.... ah briganti!...»
Non so se a questo punto facessi una smorfia di sorpresa, di incredulità o di dispetto, per quanto mi fossi prefisso di rimanere sino alla fine calmo e silenzioso.
«E ne ho le prove!» riprese la signora Giuseppina, riscaldandosi sempre più. «So tutto, e le ho in mano io tutte le fila che quei bricconi avevano preparate! Ci si voleva coprire d’infamia! Noi! proprio noi!... I Garofani! quei Garofani contro i quali neanche le male lingue non hanno mai potuto dire un ette, nè quando si aveva il negozio, nè dopo! E sì che, solo da parte mia, ne ho rimandati parecchi dei soggettacci scornati! Ma ci si voleva buttare l’infamia addosso questa volta, perchè non mettessimo più piede in Borghignolo.... ah canaglia! non ce lo metterete più voi altri, adesso, il piede in Borghignolo, dove volevate rimanere i padroni, per farla soli da bascià, come a quei tempi d’una volta! Sono donna; ma se si vuol cozzare con me, so rompere le corna a chicchessia! Sedurre mia figlia!... o farla fuggire!... fare uno scandalo in casa Garofani? Ah sì?... Avanti, signor uffizialetto, avanti....» e la signora Giuseppina in attitudine di sfida, appoggiava i pugni serrati sui fianchi, appuntando le gomita.
«Bisogna dire» riprese la signora Giuseppina dopo una pausa «che questi diavoli si fossero accorti che c’era chi sapeva tutto, e ce ne teneva informati. Supposero che fosse il Buccelli, ed era proprio lui. Ma per carità, don Michele, lei faccia sempre le viste di non saperlo. Glielo dico come se fossimo in confessione, perchè Garofani m’ha fatto giurare che non l’avrei mai detto a nessuno.... ma io la considero come un secondo signor Mosè! Detto fatto, si mette in piedi una combriccola, si fa nascere un baccano; poi siccome questi tali hanno anche il Governo dalla loro, si accusa il Buccelli, si fa avviare un processo, e lo si fa scappare. Eccoli sul trono. E noi? Noi non siamo più sicuri nè in casa, nè fuori; siamo in mano dei briganti! Cosa si fa? Ci siamo guardati in faccia per un giorno intero io e il Garofani, appena ci giunsero queste notizie. Finalmente mi venne una buona ispirazione, e dissi a mio marito: bisogna ritornare subito a Milano e domandare un parere al signor Mosè. Si ritornò a precipizio, e il signor Mosè disse subito che le cose avrebbero potuto finir bene, ma che potevano anche finir male: che ci consigliava di star a vedere, e intanto di mettere Adelina al sicuro, e di mandarla lontano presso una di lui sorella, monaca in un collegio di Orsoline, senza lasciar sapere ad anima viva dove sia. Come si fa?... Il signor Mosè l’ha detto e bisogna far così! Adelina è rassegnata, piange, e non vuol dir niente.... ma già io capisco che quell’uffizialelto lo ha per il capo!... Ora è quasi combinata ogni cosa, e domani aspetto un’ultima lettera della monaca. Dopo domani forse Adelina partirà col signor Mosè.... me ne scoppia il cuore a pensarci.... ma come si fa? Intanto Garofani ha voluto andare a Borghignolo, nè ci fu modo di trattenerlo. Adesso sono sulle spine anche per lui. Capisco bene che non si possa lasciare tutto il fatto nostro in mano di nessuno, ora che il Buccelli non è più in paese; ma _prima c’è la pelle, e poi la roba!_ come diceva il mio primo marito, il povero Baldassarre, ed io non mi fiderei un bel niente di metter piede tra quella canaglia. Il Garofani invece è tutto spirito, ha un coraggio da leone. Ha portato con se due pistole cariche, e m’ha detto che, appena giunto, andava diviato dai carabinieri. Ora staremo a vedere. Ma intanto.... che ne dice, don Michele? Che disgrazia! Dica lei, sono o non sono da compiangere? e doveva proprio succedere in casa Garofani un romanzo di questa fatta? A lei ho detto tutto, ma per carità non lo sospetti neanche l’aria! Che succederà?... che succederà mai? Oh, mi dia un suo parere! Povera Giuseppina!...»
Il rispondere subito alla signora Giuseppina, appunto perchè era la signora Giuseppina, era cosa più difficile di quello che essa si pensasse. Mi trovavo sopraffatto, come non lo ero stato mai. Capivo ch’era necessario pigliar tempo, parlar poco, non dire tutto quello che ne pensavo. Capivo che la strada diritta non era questa volta la più corta, ma lì su due piedi non sapevo poi bene quale, tra le vie fuor di mano, sarebbe stata la migliore. Scelsi per il momento quella che aveva già dato tanto credito al signor Mosè, e tacqui. Ma la signora Giuseppina, ricordandosi una mia parola, venne subito alla riscossa per sapere quali cose avessi io a dire, quale fosse il mio secreto.
«Presto, prestissimo forse» le risposi io allora «la potrò informare anch’io di molte altre cose, che vengono tutte a proposito di questa spiacentissima storia. Oggi non lo posso. Aspetto io pure le mie prove, o, dirò meglio, alcune ultime prove. Ma per ora non le posso dire di più; per ora non ho a chiederle che un favore.... un favore grandissimo da cui può dipendere....»
Non mi fu possibile di finire: la signora Giuseppina esclamò: «Anche lei ha delle prove! Oh che bricconi! Un favore? Ma dica, dica!» e poi non mi lasciava dire. Finalmente, a furia di pazienza, la condussi a due conclusioni. La prima fu che Adelina non sarebbe partita senza ch’io lo sapessi; e la seconda ch’io avrei vedute le famose prove che essa aveva in mano. Nè le aspettai molto, perchè la signora Giuseppina, che ne moriva di voglia, mi fece subito veder tutto. Ripigliai fiato, vedendo che il tutto consisteva in alcune lettere del Buccelli bugiarde e goffe, architettate con una certa malizia, ma senza alcuna di quelle prove apparenti che tante volte, per disgrazia, fanno parere corpi le ombre. Diceva bensì il Buccelli che, tra le molte cose che gli avevano fatto conoscere tutto il filo dell’intrigo, c’erano delle lettere d’Aldo, cadutegli in mano per combinazione; ma poi queste lettere non le aveva mandate. Briccone! pensavo tra me: ecco dove sono andate quelle lettere che io avevo aspettate con tanta angoscia. L’avessi sospettato prima!... e frattanto mi passava per la mente il Borsa, il quale è decisamente un grand’uomo.
La signora Giuseppina con tanto d’occhi aveva cercato di seguire tutti i movimenti della mia faccia mentre leggevo le lettere del Buccelli, e mi parve che rimanesse alquanto sorpresa e scontenta nel vedermi più sereno di prima. Mi diede un nuovo assalto perchè le confidassi subito la mia parte di secreto, ma dovette tenersi tutta la sua curiosità, ancorchè gliel’avessi centuplicata. Mi feci ripetere le sue promesse, e le lasciai intravvedere cose nuove e vicine, sebbene in verità non sapessi in quel momento, e non mi sappia ancora mentre scrivo, quello che ne possa seguire e quello che io deva fare. Così lasciai la signora Giuseppina, la quale intanto s’era fatto portare un bicchierino di malaga, di quello di Baldassarre, s’intende, con un biscotto, per prevenire le convulsioni che dovevano capitare da un momento all’altro, se pure era tale la loro intenzione.
* * *
19 maggio 1866.
Dopo l’abboccamento d’ieri con la signora Giuseppina, me ne stetti un pezzo nella mia stanza col capo tra le mani, per vedere di spremerne qualcosa, chiamando a rassegna e riordinando le idee vecchie del mio piano, e le nuove che mi facevano ressa. Da cosa nasce cosa; e quando s’ha per le mani una matassa imbrogliata, la meglio è di pigliare il primo bandolo che capita, il quale può condurre a ritrovare il vero, se non lo è esso medesimo. Tra i fili che mandano fuori un capo, c’è il signor Mosè, il quale potrebbe essere benissimo un bandolo anch’esso. In questa supposizione, stamani uscii per tempo, e andai addirittura dal signor Mosè. Ma, che vado a fare? che vado a dirgli? pensavo tra me per istrada; e rallentavo il passo, perchè pure avevo bisogno di trovare il pretesto.
Il signor Mosè era un antico amico di Baldassarre, primo marito della signora Giuseppina. Proprietario d’una piccola casa in città, che gli rendeva quel tanto necessario a vivere quieto e benino, se n’era accontentato per tempo, e non era andato a cercare nè impiego, nè moglie, nè fastidi. Siccome aveva sempre usato fare le sue provviste da sè, così era entrato in amicizia fin da quarant’anni fa con Baldassarre, nella cui bottega aveva poi passata la maggior parte della sua vita, discorrendo, la mattina, degli avventori e del vicinato, e leggendo, la sera, la gazzetta. Baldassarre gli faceva tutte le sue confidenze, ed aveva sempre riservate per il sig. Mosè le primizie dei suoi coloniali e dei suoi affetti, avendogli confidato, tra l’altre cose, il suo amore per la Giuseppina. Il signor Mosè poi aveva veduto nascere più tardi un altro amore, quello della Giuseppina per Garofani, il ministro del negozio. E siccome egli era grande amico e ammiratore di tutti e tre, così è probabile che da quel tempo egli sia entrato in quella via di raccoglimento e di silenzio, che a poco a poco gli accrebbe di tanto la fama d’uomo di proposito e di consiglio.
È così che nella mente ho potuto compormi il signor Mosè, da quel poco che raccolsi qua e là nei discorsi della signora Giuseppina. Ora riandando queste cose, nel mandare innanzi lentamente un piede dopo l’altro, mi ricordai anche che il signor Mosè era famoso per fare i rosoli e le conserve. Avrei voluto che me ne fosse venuta in mente una migliore; ma tant’è, al momento non ne seppi raccapezzare altra. Ero già vicino alla sua casa: bisognava decidersi, e mi decisi per la conserva di lampone.
La maraviglia del signor Mosè al primo vedermi fu grande; ma appena gliene dissi il motivo, cessò immediatamente. Avevo colpito giusto. Mi accorsi che il signor Mosè, a proposito di conserve, era consultatissimo, e che su questo argomento, contro il suo solito, parlava molto.
«Piano! piano!» prese subito a dire il signor Mosè: «A lei non voglio fare questo torto, ma c’è della gente, e bisogna premetterlo, che confonde le conserve con gli altri preparati che più specialmente si chiamano _composte_, per tacere altri nomi che s’incontrano nel campo vastissimo delle diverse maniere con cui si preparano le frutte al sciloppo. Oh, di questi tali me ne capitarono parecchi! Ma io la prendo in parola sulle conserve, e per il momento le concedo di considerarle in sè, isolatamente, e non nei loro rapporti. Ma sa lei in quante subquestioni si divide la questione generale delle conserve? Ma restringiamo pure il campo fin che si vuole, teniamoci entro i confini angustissimi della sola conserva di lampone; non creda però che sui due piedi io gliene possa dare neanche una prima idea vaga, elementare. Perocchè, al primo passo che noi facciamo in una conserva qualsiasi, noi ci troviamo subito dinanzi alla questione della maturanza del frutto, e del modo di spremerne il sugo. Si figuri! ma andiamo innanzi. Eccoci, nientemeno, che in mezzo alla fermentazione! Una bagattella! Quindi la qualità del vaso, il locale, la temperatura, per non dire di tutto il resto. È nella fermentazione, signori miei, che la conserva riceve le prime impronte d’un avvenire dolce e fragrante, o contrae sciaguratamente i principii acetici d’una mala riuscita! Ma andiamo innanzi ancora: la conserva entra in una bottiglia a compiervi gli stadii ordinari della sua esistenza. Abbiamo subito dunque la questione delle bottiglie, e quella dei tappi, gravissime! per non dire di altre minori. Ma eccoci subito a una nuova bagattella, voglio dire la conservazione della conserva, sottoponendo a un’alta temperatura il vaso che la racchiude, in ragione della qualità dei sughi! Non le dico altro!...»
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Chiudo per oggi, e forse per un pezzo, questo mio scartafaccio. Una lettera del fattore è venuta a farmi lasciar da parte il signor Mosè, e a farmi rifare la valigia. Domani sarò a Borghignolo. Ho voluto di nuovo vedere la signora Giuseppina e farle rinnovare le sue promesse. Mandai subito un telegramma ad Aldo. Eccomi da capo col diavolo addosso! Giungerò in tempo?
(_Lettera del fattore_)
«Signor padrone colendissimo!
»Le mando Tonio per espresso unitamente a questa mia, per dirle che è venuto da me poco fa Bortolo, detto Bortolotto, famiglio del signor conte Giandomenico, il quale mi disse che vuole parlare subito con vostra signoria per una disgrazia, la quale sarebbe che il suo padrone è in vicinanza al paese, ma sta molto male. Con che ho fatto subito dar aria alle stanze e preparare il letto. Aspettando i suoi ordini, altro non avendo a dire, passo a riverirla con tutto il rispetto. E sono
»Obbligatis. e Devotis. »GIACOMO.»
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5 aprile 1866.
Vorrei che il cielo fosse oggi malinconico e grigio, l’aria cruda, la natura silenziosa e i fumaioli delle case mi dicessero che la gente è rinchiusa e accovacciata presso i focolari. Ma il cielo è splendido come di maggio; un insolito tepore mette tutti in festa, i contadini si spandono per le campagne, le donne si affaccendano negli orticelli, le galline in tutta furia beccano quel po’ che trovano per le strade, gli uccelletti a stormo, con un pigolio di cui riempiono l’aria, par che si raccontino tutti in una volta le vicende dell’invernata; i fiorellini fanno la loro prima comparsa sulla china del poggio e tra il bel verde dei prati. Possa questa scena lieta e ridente essere in armonia con l’animo di altri, se non può esserlo col mio. Non mi devo lamentare di questo bel cielo, che segna forse per altri uno de’ bei giorni della vita;... in quanto a me lo fuggo, e mi rinchiudo nella mia stanza.
Il meglio per oggi è che riapra il quadernuccio delle mie confidenze, e vi deponga tutta la malinconica storia di questi quindici giorni. Cercherò di snebbiarla, perchè l’ho in mente ancora come se mi svegliassi in questo punto dopo un sogno affannoso.
La mattina che partii per Borghignolo, a due miglia dal paese, trovai il mio fattore e il famiglio di Giandomenico che, un passo dopo l’altro, mi venivano incontro. Il famiglio mi accolse con un gesto e con una espressione della faccia che credetti volesse dirmi addirittura che il padrone era morto. Ma il mio fattore mi tranquillò; e quel buon uomo di Bortolo, che aveva gli occhi rossi e la voce tremante, appena lo potè, prese a rispondere alle domande che io gli avevo fatte tutte d’un fiato. Prese le mosse dal giorno in cui Giandomenico era improvvisamente scomparso. Il famiglio diceva di aver ben egli fatto tutto il possibile perchè il suo padrone domandasse a me un parere, o scrivesse una lettera a suo figlio, o andasse a cercar conto di qualche suo parente. Fu tutto inutile; Giandomenico rispondeva che se ne sarebbe andato tutto solo a nascondersi per i boschi, ed a morirvi in qualche buca, sicchè nessuno avrebbe mai saputo più nulla di lui. Quando gli si venne a dire che il giorno appresso si metteva all’incanto tutta la roba sua, aspettò che fosse calata la notte, che non ci fosse in giro anima viva, e senza pigliarsi neanche il tabarro, uscì, ed a gran passi s’avviò per un sentiero abbandonato della collina. Bortolo, che l’aveva veduto, gli era corso dietro. Qui il buon uomo, con gli occhi che gli si facevano gonfi ad ogni parola, mi raccontava come s’era buttato al collo del suo padrone, come avessero pianto insieme per un pezzo senza poter pronunziare una parola, e come più tardi, dopo molte preghiere, lo avesse indotto a seguirlo prima che l’alba li sorprendesse, e tutti e due fossero andati a riparare presso la Marta, una sorella del famiglio, vedova, che viveva in una sua casupola, presso un ceppo di cascine fuor di mano, a cinque miglia da Borghignolo.
«Nella casuccia della Marta» riprese Bortolo dopo una pausa «c’è la cucina, uno stanzino, un po’ di fenile per metterci lo strame, e lo stabbiolo delle pecore e del maiale. Con un saccone e uno stramazzo Marta andò a dormire in cucina; diede lo stanzino, dove c’è ancora il letto lasciatole dal suo pover uomo, al padrone, ed io mi acconciai sul fenile. Ma ce ne vollero delle preghiere mie e della sorella per trattenere il povero signor conte, al quale di tanto in tanto pigliava la malinconia, e voleva fuggire, perchè diceva che ci rubava il pane. Gran che! Beveva un po’ di latte, mandava giù un boccone, poi non gliene passavano più; gli facevo cuocere qualche bel pezzo d’agnello che rubava gli occhi; ma sì, era tutt’uno, egli non ci guardava neanche. Una volta mi disse di mandare a Borghignolo qualcuno, senza dire dov’egli fosse, per vedere se alla posta c’era qualche lettera per lui. Mandai un ragazzotto, il quale ritornò alla sera con niente. Il povero padrone si fece ancora più cupo, e quella volta andò a dormire senza bere neanche il latte. Mandai quel ragazzotto a Borghignolo qualche volta ancora, senza neppur dirlo al padrone, ma delle lettere non ce n’erano mai. Intanto passa un mese, ne passano due, ne passano tre, e il signor conte diventava ogni giorno più malinconico, più taciturno, più macilento. Io cercavo di consolarlo e di dargli qualche parere alla buona. IL mio sentimento era di andare a Borghignolo, e di parlare con lei o col signor curato che, se vuole, sale in zucca ne ha. Ma che! Guai aprir bocca su questo argomento! il padrone saltava su a dire che, se anima viva lo venisse a cercare, egli fuggiva via subito. Nè gli ho mai potuto far capire ragione, neanche quando, vedendolo di tanto in tanto coi brividi della febbre indosso, lo pregavo di lasciarmi andare a prendere il medico o, meglio ancora, il semplicista. Oh sì! Guai! non mi lasciava aprir bocca. Così si tirò innanzi; ma tre giorni fa, gli pigliò un febbrone che gli tolse il sentimento, e temetti me lo mandasse al Creatore. Allora corsi subito a Borghignolo per il signor curato, intanto che Marta bruciava l’ulivo benedetto, perchè potessimo giungere in tempo. Il curato condusse il dottore; pensi come rimanessero a vedere il padrone in casa della Marta! Ma poi cominciarono tutti e due a crollare il capo, e così fanno da tre giorni. Si pensò di far venire il signor Aldo, ma come si fa? Allora mi è venuta l’ispirazione di parlarne con Giacomo, perchè lo dicesse a lei, al quale, si sa, sta bene la penna in mano; e siccome poi lei legge le gazzette, forse saprà dove sia il nostro signor Aldo. Povero figliolo!... quando saprà....»
Lasciato il biroccio sulla strada, mentre Bortolo mi faceva la sua narrazione, con lui e col fattore pigliato un sentiero della collina, mi ero avviato, con l’anima piena d’angoscia, verso il tugurio ove giaceva il mio povero amico.
Lo vidi in quel miserabile giaciglio, che non mi uscirà più dalla memoria; lo chiamai per nome, ma per tutto quel primo giorno e per vari altri non mi riconobbe, e non gli udii pronunziare che qualche tronca parola, ora di spavento, ora di speranza. Avrei voluto farlo subito trasportare in casa mia, ma la distanza era troppa, la malattia troppo grave, e il medico mi disse chiaro che non c’era neppur da pensarci.