Part 16
Ora importa ch’io vada subito in casa Garofani. Chi me lo avrebbe detto? Eppure è così. Voglio diventare l’amico, il confidente della signora Giuseppina. Vorrei anche poter mandare questa risoluzione d’oggi in domani; ma pure bisogna risolversi, chiudere gli occhi, e spiccare il salto. Domani sarà l’ultimo _domani_, definitivamente, senza misericordia, senza soprattieni; e si vedrà Michele bere a sorsi la cicuta, con la calma solenne d’un personaggio dell’antichità. Ma sono io poi sicuro che la signora Giuseppina non mi salti alla faccia come un gatto arrabbiato? Siamo stati, per alcuni giorni, amici svisceratissimi, ma dopo la catastrofe dell’elezione, e dopo le mille suggestioni del Buccelli, non è facile indovinare in quali acque mi trovi. Tanto più che la signora Giuseppina soleva dire: «tutto sta nel modo di pigliarmi; con un niente divento un pezzetto di sugo di regolizia; ma se sono stuzzicata, e se mi monta la mosca al naso, buona notte! divento un granello di pepe, e di che pepe! Lo diceva sempre il mio Baldassarre, buon’anima, e lo ripetono sempre anche adesso il Garofani e il signor Mosè.»
* * *
12 marzo 1866.
Salii le scale della signora Giuseppina, apparecchiato così alla regolizia come al pepe, con l’animo tranquillo e direi lieto. Trovai un uscio aperto, entrai in una prima stanza, dove un servitore in calzoni verdi e con l’abito di color cioccolata russava tranquillamente, sdraiato su una cassapanca. Quella cassapanca mi diede una prima stretta al cuore; ci avevo dormito sopra tante volte anch’io da bambino, quand’era in uno dei salotti di Giandomenico. Coraggio! dissi a me stesso; e rispettando quel sonno profondo, aprii un altro uscio, e andai innanzi. Dopo qualche sbaglio d’itinerario, dopo aver fatta sentire la mia voce, e aver udita quella della signora Giuseppina, mi trovai finalmente nella sala di ricevimento.
La signora Giuseppina, appena mi vide, fece una grande esclamazione, saltò in piedi, mi venne incontro, e poco mancò che non mi desse un abbraccio. Eravamo alla regolizia. Quante cose non mi disse, e non mi domandò, senza riprender fiato! quante volte non esclamò: «Oh! che bella improvvisata! lei è proprio un don Michele dei fini!... che bella visita! ne avevo il presentimento! ho sognato l’altra notte di lei!» Poi m’invitò a sedere, presentandomi ad alcuni signori e signore che facevano circolo, e che s’erano tutti levati in piedi, guardandomi con molta curiosità. Con qualche curiosità anch’io guardai uno di loro, che sentii essere il signor Mosè; quel signor Mosè che avevo udito nominar tante volte, e che in casa Garofani era un’autorità. La signora Giuseppina, riattaccando la conversazione, incominciò col fare il mio elogio; mi dipinse come un gran personaggio, e ne disse tante che io finii col rimanerne imbarazzato; gli altri si misero in gran soggezione, e non aprirono più bocca. Appena potei sviare il discorso, mi feci a chiederle le nuove della famiglia; le dissi che le trovavo una cera ch’era una magnificenza, e feci perfino qualche allusione alla sua bellezza, senza però compromettermi con le date.
«Quel caro don Michele è sempre lui! ma guardi che combinazione! Garofani è andato a Borghignolo. Se avesse potuto immaginarsi una così bella visita....» e si volgeva agli altri, quasi a richiederli del loro consenso «non si sarebbe mosso di certo. Glielo avevo detto io di mandar qualcuno! Ma signor no! Questi benedetti uomini sono tutti ostinati.... ad eccezione, voglio dire, di don Michele, non è vero?» I due o tre uomini presenti fecero un sorriso di adesione e di rassegnazione; il signor Mosè però rimase immobile. «Bel gusto l’andare a Borghignolo!» continuava la signora Giuseppina «un paese di mascalzoni e malcreati. Non lo dico per me, perchè io gli ho sempre lasciati cuocere nel loro brodo, e non avrei nulla a dire. Ma lo dico per tant’altri a cui furono fatti dei tiri da villani. Eppure, il mio Garofani ne andava pazzo! Adesso però l’ha capita; a Borghignolo metterà la filanda, e per noi acquisteremo una bella casa in riva al lago.... Non si può immaginare quanto appetito mi dia il moto della barca!.... come dicevo, Garofani ha voluto andare a Borghignolo, perchè bisogna sapere che noi ci tenevamo un agente, di quelli proprio co’ fiocchi; ma, probabilmente per invidia, quei villani del paese gliene fecero tante che, perduta la pazienza, il poveruomo volle andarsene ad ogni costo.»
Gli astanti fecero un atto di sorpresa e di dispiacere. La signora Giuseppina mi lanciò un’occhiata d’intelligenza, per farmi capire che a quattr’occhi ne avremmo discorso diversamente, ma che intanto era bene dir così. Il signor Mosè, che forse era a parte del secreto, con un contegno ch’esprimeva una gran prudenza, rimaneva immobile più che mai.
«Lei dunque ha fatto un gran viaggio!» presi a dir io, vedendo che c’era bisogno di mutar discorso.
«Volevamo farlo» rispose la signora Giuseppina; «Si cominciò anzi dall’andare a Genova e a Nizza. Ma poi nacquero delle circostanze.... degli affari.... e Garofani dovette ritornare.»
«Caspita! però....» soggiunse una delle signore, che fino allora aveva taciuto, «l’andare a Nizza e anche a Genova non è poco!»
«Si voleva andare a Napoli, e fors’anche a Parigi, perchè mia figlia ama tanto la lingua francese...., ma poi, come dicevo.... sono sopravvenute certe cose.... insomma adesso chi sa quando ci si andrà.»
«Anche Nizza però, a quanto si sente, per chi ama la lingua francese....» osservò un’altra, a cui passava la soggezione.
«Altro che il francese» saltò su la signora Giuseppina «non si ferman lì! Bisogna sentire: chi parla coi denti stretti, chi parla come se avesse piena la bocca.... insomma a Nizza si sentono tanti linguaggi che la pare l’arca di Noè!»
Voleva dire la torre di Babele. Qui ci fu una esclamazione generale, e poi una pausa, di cui parecchi approfittarono per rizzarsi, salutare svisceratamente la padrona di casa, e andarsene.
«E la signora Adelina?» ripresi a dire «la sua bella figliola?... che nuove me ne dà?... Era il suo primo viaggio, se non isbaglio. Mi immagino....»
«Mi immaginavo anch’io» continuò la signora Giuseppina, interrompendomi «ma poi.... basta così. Il medico s’era incaponito che si avesse a fare questo viaggio.... non già che mia figlia avesse bisogno del medico, perchè anzi i suoi piccoli incomodi provengono di solito dalla troppa salute: ma chi diceva che Adelina non aveva più parole, ch’era sempre sopra pensiero, ch’era pallida; chi ne diceva una, chi ne diceva un’altra; insomma tutti volevano metterci il naso. Allora Garofani ha perduto la pazienza. Ehi ci vuol altro dicevo io, la gente parla perchè ha la bocca. Anch’io da ragazza ne sentivo delle baie!»
«La sua figliola studia troppo! ecco quello che ho sempre detto io» osservò uno de’ rimasti.
«Oh questo poi sì! Mia figliola aveva ormai tutti i professori della città. E che professori! C’era bene chi mi diceva di prendere de’ professori di minore spesa che avrebbero spezzato meno gli orecchi ad Adelina; ma tant’è! io sono fatta così; e quando nelle cose mi ci metto, non le posso fare che in grande. Bisogna però dire che tutti questi gran professori, e tutti questi gran libri finissero col farle male. Cioè, male no, perchè, come dicevo, mia figlia della salute ne ha da vendere.... ma insomma le confusero la testa. Siamo partiti; abbiam fatto proprio un bel viaggio.... ma ci voleva altro! Basta, a questo mondo bisogna davvero aspettarsene d’ogni risma!»
«Sicchè sua figlia sarà ritornata tutta in fiore!» soggiunse uno di questi ignoti del circolo, non so se per semplicità, o per dare spago alla signora Giuseppina. Ma in quel mentre il signor Mosè tirò una presa di tabacco, e la signora Giuseppina, voltando subito il discorso, mi chiese della mia salute, giacchè si discorreva di salute; poi passò a un raffreddore del Garofani, e a una tosse secca del suo primo marito, che essa aveva guarito col lichene.
L’un dopo l’altro, i pochi rimasti se ne andarono, ad eccezione del signor Mosè.
La signora Giuseppina ebbe un secondo assalto di tenerezza e di espansione per me. Fece nuove esclamazioni sulla bella improvvisata della mia visita, sull’onore che le facevo; mi fece promettere che mi lascerei vedere con frequenza, e mi fece capire che aveva molte cose a dirmi. Fors’anche bruciava della voglia di informarmi in un minuto di tutte le faccende di casa sua, ma la trattenne la presenza del signor Mosè, del quale parmi abbia una certa soggezione. Pensavo intanto a qualche complimentuccio da risponderle anch’io; ma essa aveva già mutato discorso, e s’era messa a farmi ammirare i mobili della sala, il dipinto della volta, il tappeto, la tappezzeria, tutta roba nuova appena messa in opera, d’invenzione d’un tale che sentivo nominare per la prima volta, e che la signora Giuseppina diceva suo amico e pittore; un pittore _straordinario_! Ammirai, ma stando in sulla vita, perchè la seggiola, al pari degli altri mobili, era così irta di spigoli che l’appoggiarsi alla spalliera m’avrebbe fatto veder le stelle.
La signora Giuseppina, non contenta ancora, mi volle condurre di stanza in stanza e farmi ammirare tutto il lusso della casa e le invenzioni del pittore. Vidi una camera da letto in istile dell’Alhambra, e che poteva essere un salotto da caffè. La signora Giuseppina si affrettò a dirmi che non ci dormiva, perchè sarebbe stato proprio un peccato. Presso c’era uno stanzino gotico per la toeletta; ma la catinella, lo specchio e tutta la minuta suppellettile erano disposte in modo da volerci il collo della giraffa per servirsene. Ovunque fosse rimasta disponibile una spanna di muro, il pittore ci aveva prodigata l’arte sua. Si vedevano alla rinfusa pere, mele, teste di filosofi, cocomeri, uccelli che parevano fiori, fiori che parevano sassi, e una prodigiosa famiglia di puttini da cui si dipartivano braccia e gambe con la mirabile irregolarità dei rami d’un albero. Quei puttini avevano le guance rosse come brace: se era per la vergogna d’essere veduti, avevano ben ragione! Quante cose poi non rividi, di quelle che erano state del povero Giandomenico! Mi sentivo stringere il cuore, e il dispetto mi faceva già velo agli occhi; ma, rivolgendo la faccia, dicevo a me stesso: «abbi pazienza.» Quei quadri lunghi e stretti su cui erano le figure severe e annerite dei vecchi di Giandomenico, che avevo sempre veduti appesi al muro dell’atrio, o d’un salotto a terreno del castello, li rividi l’un dopo l’altro nelle stanze della signora Giuseppina. Il pittore _straordinario_ aveva dipinto su tutti uno stemma con un garofano nel mezzo, e al posto del vecchio nome del casato aveva scritto _Garophanus_.
Spinsi il mio eroismo fino a proferire delle parole di ammirazione per tutto quello che vedevo via via. La signora Giuseppina se ne compiaceva moltissimo, ma lasciava travedere di tanto in tanto una certa inquietudine la quale voleva dire, per chi la conosce un po’, che aveva una gran volontà di raccontarmi qualcosa. Più d’una volta aveva mandato qualche lungo sospiro, e aveva detto a mezza voce: «Anche in mezzo a tutta questa bella roba, chi lo direbbe? ho anch’io i miei fastidi!... Ma, la è proprio così!... Bisognerebbe non pensarci!...» Io fingevo di non capire, per quanto sentissi crescere in me l’inquietudine. Ci fu un momento in cui la signora Giuseppina mi si piantò dinanzi in aria proprio di volermi dire qualcosa; ma eravamo già di ritorno, e sentimmo nella sala vicina un grande sternuto del signor Mosè. La signora Giuseppina non trovò più la parola, e rientrammo nella sala.
Bisognerà dunque che mi faccia amico anche del signor Mosè. Dopo quattro chiacchiere di commiato, presi il mio cappello, promisi di gran cuore che sarei ritornato prestissimo, e di gran cuore accettai anche dal signor Mosè una presa di tabacco, che sprigionai subito dalle dita, lasciando cadere la polvere a terra, appena uscito dall’anticamera.
* * *
17 marzo 1866.
La signora Giuseppina ieri mi mandò a dire che, dolentissima ch’io non l’avessi trovata in casa il giorno prima, mi aspettava per quella sera stessa, e me ne faceva viva istanza, tanto più che ci doveva venire un amico di casa a sonare il fagotto. Misericordia!
Ci andai un pochino sul tardi, pensando che gli ultimi pezzi di musica sarebbero stati un po’ meno lunghi dei primi. Ho troppa stima del fagotto, pensai tra me, per credere che voglia fare eccezione alle migliori regole.
Bisogna dire che giungessi proprio l’ultimo, perchè non trovai anima viva sulle scale, e neppure nelle prime stanze d’ingresso. I servitori forse avevano già incominciato a servire le paste in sala, o a mangiarne gli avanzi in cucina. Sentendo a un tratto la voce arrabbiata d’un fagotto di cattivo umore, stetti in forse un momento, pensando se dovevo entrar subito od aspettare che la sonata finisse, e che il fagotto si fosse calmato, per non disturbare in un momento solenne la signora Giuseppina e i suoi convitati.
Ero tra il sì e il no, quando a un tratto vidi aprirsi un uscio, non quello della sala, ed uscirne in fretta l’Adelina. Adelina, che il quel momento non si aspettava di imbattersi in alcuno, mandò un grido, subito represso, e fece atto di fuggire. Ma io, chiamandola per nome, la trattenni. Tutto ciò fu l’affare d’un momento. Le presi la mano; essa strinse vivamente la mia. Le dissi alcune parole, le feci qualche domanda, ed essa chinò gli occhi e non rispose. Non era più la vispa fanciulla di Borghignolo; era pallidissima, e in quel momento mi pareva fortemente commossa. Non ho mai potuto avvezzarmi a vedere la gente commossa od afflitta, bell’e vecchio come sono, e dopo averne veduta tanta! Mi si turbano le idee; in un attimo non capisco più da qual parte vengano i guai di cui si tratta, e mi par quasi d’averne la colpa io.
Avrei dovuto far cuore all’Adelina, interrogarla, farla parlare; ma mi sentivo già imbarazzato io pure. Pensai al fare misterioso della signora Giuseppina; pensai che ci potesse essere qualche disgrazia; pensai che anche questa volta potevo essere giunto troppo tardi, e non trovai più una parola. Intanto un grande strepito e un gran battimano improvvisamente annunziarono che il fagotto aveva finito; si aprì l’uscio della sala; Adelina ritirò la sua mano che teneva stretta nelle mie, e fuggì.
Io entrai in sala. Fortunatamente gli uditori del fagotto avevano tal voglia di muover le gambe, scacciare il sonno, e respirare, che potei rimanere per un po’ non veduto tra gli astanti, e aver tempo di ricompormi, prima di cadere nelle unghie della signora Giuseppina. Alla fine mi feci animo, mi feci largo, e, con inchini a dritta e a sinistra, incominciai ufficialmente il mio arrivo.
La signora Giuseppina in un momento mi presentò a una dozzina di persone; mi fece bere tre bicchieri di acque di diverso colore; mi fece conoscere il sonatore del fagotto, e m’offrì non so quante fettine di torta, pan di Spagna, e pasticcini. Mi disse che per quelli di bon tono aveva fatto fare il _thè_, ma che per gli amici sinceri teneva in pronto un famoso bicchierino di _malaga vecchione_, proprio di quello che piaceva tanto a Baldassarre. Se la signora Giuseppina non se ne fosse scordata un minuto dopo, in quanto a me avrei bevuto e _thè_ e malaga tutto insieme, senza opporle la più piccola resistenza. Feci anche un saluto tenerissimo al signor Mosè, e gli partecipai tutta la mia soddisfazione di trovarmi in una così bella società. Il signor Mosè, che in quella sera aveva il collo e il mento ravvolti in una cravatta ancor più alta e doviziosa del solito, mi rispose con un risolino dì approvazione e di compiacenza, ma senza aprir bocca, s’intende. È stato appunto a furia di tacere per trenta o quarant’anni di seguito, che il signor Mosè si è acquistato una così gran fama, tra i pochi che hanno la fortuna di conoscerlo.
La signora Giuseppina intanto, tutta rossa e affaccendata, correva di qua e di là, senza lasciar pace a nessuno. La sua vittima più compassionevole per quella sera fu quell’infelice del fagotto, il quale, per quanto fosse sfiatato, dovette ripigliare le sue _variazioni_, nelle quali però la noia di chi le sentiva non variava mai. Contro le mie speranze, anche quella sonata fu lunghissima, talchè alla fine parecchi s’erano addormentati, e altri facevano conversazione sottovoce col vicino. Seguendo anch’io questo esempio, avevo di tanto in tanto scambiata qualche parola colla signora Giuseppina, presso la quale ero seduto.
«Insomma, se lo lasci dire, signora Giuseppina, non c’è nessuno che possa competere con lei nello spirito, nel brio e nel saper sempre dire a tutti una parolina proprio di quelle...»
«Oh, se mi avesse conosciuta in altri tempi.... allora sì!»
«Possibile? Ma non potrà dirmi che in altri tempi ella avesse l’animo più contento! La signora Giuseppina ha tutte le fortune. Gran bella cosa il non aver pensieri!...»
«Non ho pensieri per il capo io?... Io? Questa volta don Michele la dice grossa! Oh se sapesse!...»
«Eh lo so benissimo! I guai di Borghignolo.... il Buccelli che se ne è andato.... suo marito di cattivo umore.... Adelina....»
«Adelina? Dica.... dica!»
«Adelina che stasera ha il mal di capo....»
«Eh, c’è ben altro!»
«Adelina che s’è fatta un po’ malinconica, che dimagra, che da qualche tempo non ha troppa salute! Lo so; ma le son cose passeggiere, cose da nulla, inezie.»
«Se le fossero tutte qui....!»
«Se c’è altro, può aver ragione lei. Ma badi a non ingannarsi. Io non credo se non vedo! questa è la mia massima.»
«Ne ho le prove!»
«Le prove di che?»
«Le prove.... insomma, so ben io! Ma a lei non posso tacer niente.... Le dirò.... oh se non ci fosse qui tutta questa gente! le domanderei anche un parere.»
«Verrò domattina.»
«Forse non siamo più in tempo!...»
»Ma dunque c’è qualcosa di serio?»
«Glielo dicevo io! Altro che serio! Se domani arriva una certa lettera, Adelina parte.»
«E dove va?»
«L’accompagna il signor Mosè, perchè nessuno deve saper niente....»
«Ma parte per dove? Ma che cosa è accaduto?...»
«Oh se sapesse!... se sapesse!»
«Delle cose da dirle ne ho forse anch’io di molte!... E se intanto Adelina non partisse....»
«Caspita! È un consiglio del signor Mosè!... Ma anche lei ha delle cose da dirmi? Per amor del cielo!... Dica, dica....»
Il fagotto aveva finito. Tutti applaudono, tutti si risvegliano, e poi, in mezzo a una gran confusione di saluti, di scialli, di complimenti, di mantiglie, signore e signori si congedarono tutti; ed io pure me ne dovetti andare con l’animo agitato, e con la paura d’essere anche questa volta giunto troppo tardi.
* * *
18 marzo 1866.
Ero ancora a letto, perchè il levarmi di buon mattino fu sempre una delle molte aspirazioni disgraziate della mia esistenza, quando un servitore della signora Giuseppina venne a pregarmi che andassi subito, subito, in casa Garofani. Mi alzai in fretta e in furia, e feci la strada di corsa, spinto dall’ansietà in cui ero dopo le parole della signora Giuseppina, e dal timore che fosse sopraggiunto qualcosa di peggio ancora. Ma di nuovo e di peggio non era avvenuto nulla. La signora Giuseppina, temendo, come ella mi disse, che da un momento all’altro le potessero venire le convulsioni, aveva voluto sdebitarsi della promessa fattami, mentre capiva di avere ancora la testa seco. Stetti dunque ad ascoltarla con attenzione ansiosa, senza dir parola, lasciandola spaziare a suo piacere in digressioni e congetture d’ogni sorta; lasciandola trasecolare e spassionarsi in tutto quello che c’era di vero o di falso. Per quanto me ne aspettassi molte, le cose che sentii mi fecero colpo e mi rivoltarono, perchè le bricconate, ancorchè non si possa a meno di non aspettarsele dai bricconi, pure, quando arrivano, hanno sempre il loro tanto d’improvviso.
La signora Giuseppina dunque mi narrò come il Buccelli avesse per tempo aperti gli occhi a lei e a suo marito su tutta la trama che c’era in Borghignolo contro di loro. Lo scopo della trama era di non lasciare metter radice al signor Garofani in Borghignolo, perchè, se caso mai ne fosse diventato sindaco, gli straordinari suoi talenti avrebbero avuto un disopra tale, avrebbero fatto un tal colpo, che presto avrebbe ecclissato e messi a dormire tutti quelli di Borghignolo, quelli dei paesi vicini, i ministri, e fors’anche il direttore del _Vero Italiano_. I fili misteriosi di questa trama, che partivano certamente dal ministero, facevano capo tutti in mano di Giandomenico. Il Buccelli, zelantissimo, aveva sulle prime messa la signora Giuseppina in diffidenza anche di me, che potevo essere un agente della trama. Ma la mia interlocutrice si affrettava a dirmi che, mentre tutto il resto era pur troppo vero, non sospettò mai ch’io c’entrassi, e che mi rendeva questa giustizia. Il Buccelli poi aveva le prove in mano che Giandomenico aveva ricevute dal Governo somme spropositate, e che mentre si fingeva fallito in Borghignolo, comperava terre a tutto potere in America, dove aveva spedito un tale alcuni anni prima. Con queste somme, Giandomenico aveva mandata a monte l’elezione del Garofani, e si preparava a fare qualche altro colpo, per diventare lui il sindaco, tener lontano il Garofani e rimaner padrone di Borghignolo. «Il Buccelli lo avea ben lui suggerito il modo di rimandare i pifferi di montagna» diceva la signora Giuseppina, ma il Garofani pur mettendocisi, era sulle prime andato troppo adagio, e aveva perduto tempo. Il Buccelli voleva che si fossero in fretta e in furia comperati tutti i diritti e le ragioni dei creditori di Giandomenico, e lo si fosse fatto sfrattare senza lasciargli il tempo di aggiungere nuovi fili alla trama.
La cosa sarebbe riuscita a maraviglia, come s’è veduto dopo, perchè Giandomenico, non potendo lasciarsi scorgere d’avere i denari del Governo, bisognava che si rassegnasse a passare per fallito, e ad andarsene in fretta, tanto più che all’occorrenza si poteva anche farlo mettere in prigione. «Ma si era perduto tempo;» continuava la signora Giuseppina «quel caro signor conte aveva fatto il suo primo colpo, e il Garofani indispettito aveva piantati, lasciandoli cuocere nel loro brodo, quegli imbecilloni di Borghignolo. Il Buccelli però non voleva che la finisse così, e faceva di tutto perchè Garofani ritornasse in paese. Ma il conte briccone, che teneva i fili di tutto, seppe anche questo, e, per gettare sui Garofani tanta vergogna e tanta infamia che non gli permettessero più di lasciarsi vedere in Borghignolo, ne inventò una proprio infernale!...»
Qui temetti che la signora Giuseppina fosse giunta a quel tal punto delle convulsioni. Le feci fare una pausa; la confortai, e le dissi che anch’io le avrei narrato a suo tempo certe cose, che in mezzo ai suoi dispiaceri le avrebbero sollevato l’animo non poco.