Novelle

Part 8

Chapter 83,877 wordsPublic domain

E tutti e tre continuarono a guardarlo. Oramai la vergogna del povero Furio faceva pietà, il sangue gli era salito al viso tanto che gli occhi ne parevano velati, la testa gli pesava come se fosse di piombo; si vedeva che soffriva. La signora se n'accorse, si voltò da un'altra parte ridendo, e mutò discorso. Furio scomparve.

Ma bravo! Era un mese che vi rallegravate al pensiero che una bella signora sarebbe venuta a rompere la monotonia uggiosa delle vostre ferie campestri; un mese che andavate fantasticando i discorsi che le avreste fatti e le cose carine che v'avrebbe risposte; un mese che, passando davanti allo specchio, vi fermavate, e non andavate più al sole per non farvi più nero; un mese che vi logoravate i denti colle polveri, la testa coi pettini e l'unghie colla limettina; un mese che vi lamentavate colla sorella dei vostri vestiti, che vi parevan grossolani e disadatti, e avreste voluto aver tutto bello e fine per far onore all'ospite aspettata; un mese che contavate i giorni e le ore che dovevan passare prima ch'ella arrivasse, e vi promettevate che sareste stato con lei amabile e gentile, e le sareste riuscito simpatico, e vi sareste fatto voler bene; ed ora, al momento di cominciare, vi presentate in quel modo, colla impronta d'un ceffone sul viso, colla testa irta come un'istrice, vergognoso, muto e cocciuto come il più tanghero scolaretto del vostro Ginnasio!

Fu un momento molto amaro pel povero Furio. Uscito di casa, s'andò a gettar sotto un albero, col cuore stretto e gli occhi pieni di lacrime, sdegnato contro di sè, contro la cognata. contro tutti. — Non voglio più comparire davanti a quella signora, — diceva tra sè; — soffro troppo a far di quelle figure, mi sento venir male, non vado più, piuttosto scappo, tanto non mi vuol bene nessuno. —

In quel punto una voce stridula in tono di comando si fece sentir dalla villa: — Furio, a colazione!

Furio si sentì rimescolare il sangue, balzò in piedi, e così nel primo impeto dello sdegno rispose con voce soffocata: — No! —

E si slanciò per fuggire: fu trattenuto. Era Candida.

— Candida, sei tu! — esclamò il ragazzo con voce commossa.

Candida gli aperse le braccia, e Furio vi si gettò trattenendo a stento un singhiozzo.

Candida era buona e lo amava.

V.

Quei tre o quattr'anni che passano tra l'infanzia e la giovinezza, son pieni di sconforti e di malinconie, come quando si comincia a sentir che s'invecchia. L'anima, smaniosa di affollarsi alla vita, se la vede chiusa da ogni parte, e si dibatte in una prigionìa affannosa. Come il germe, a primavera, tenta la scorza che lo ravvolge, e s'agita impaziente, così in quegli anni l'uomo si sente chiuso nel ragazzo, e ne freme. Ha bisogno d'aria e di luce, e vorrebbe levarsi a volo; e urta le ali nelle pareti domestiche, e le ripiega rintuzzate e dolorose. Vede sotto di sè un piccolo mondo di bambini, dove si gioca, si ride, si canta, si folleggia, e non vi può più discendere; vede di sopra un altro mondo più vasto, dove si pensa, si lavora, si combatte, si ama, e non vi può ancora salire. Intravvede già, come dietro un velo, la donna, bella, cara e misteriosa, argomento segreto di desiderio e di sogno; e la donna si china a baciare i bambini, si volta a guardare gli uomini, e a lui passa accanto, e non lo vede. Egli vorrebbe attirare quello sguardo, parerle bello, piacerle; e non è che un bambino allungato, con una grossa testa su due spallucce misere, e un busto cascante su due stecchi di gambe, da cui saltan fuori due ginocchioni angolosi. Sente i primi stimoli della vanità, vorrebbe esser ben vestito, elegante: e gli fanno portare i panni smessi di suo fratello maggiore, e gli taglian le cravatte nei vestiti vecchi di sua sorella, e non si fidano ancora di lasciargli in mano l'orologio. Vorrebbe esser preso per un ometto e contar per qualcosa; e se apre la bocca in mezzo alla gente, o dice una freddura, che cade inosservata, o dice uno sproposito, e gli dan sulla voce. Vorrebbe essere garbato e piacevole; e se capita in un salotto non sa come rigirarsi, urta in una seggiola, mette i piedi sullo strascico di una signora, e pesta un callo al padrone di casa. Vorrebbe esprimere quel che gli bolle dentro, aprire il suo cuore, sfogarsi; e scrive versi che fanno ridere il maestro, e il babbo glieli strappa di mano, e gli mette sotto il naso un trattato d'aritmetica. Vorrebbe agitarsi, svagarsi, girare, veder cose nuove; e deve tornare a casa alle otto a scartabellare il dizionario latino, in un cantuccio della sua stanza, solo, mentre sente il fruscìo dei vestiti delle sue sorelle, che si preparano pel teatro o pel ballo. Sconfortato, umiliato, ora s'insinua in mezzo alla gente per implorare uno sguardo e un sorriso; ora si chiude in sè stesso, indispettito e selvatico, e come stanco degli uomini e della vita. E allora seguono le lunghe ore di solitudine passate alla finestra, di notte; o in campagna a guardare tra i fili dell'erba; e la sua fantasia viva e irrequieta si slancia avidamente in un avvenire sconfinato ed arcano, pieno di grandi disegni e di grandi speranze. Allora egli si finge una vita a modo suo; casi mirabili e strani, lotte, pericoli, trionfi, viaggi, aurore di cieli ignoti, e vasti giardini taciti, popolati di fantasime care. Ma poi quella splendida visione lo rattrista e lo stanca, ed egli riabbraccia con impeto la vita; si rigetta in mezzo allo strepito dei sollazzi infantili; se ne sdà, non pago, e si volge appassionato agli studii; irrequieto, li abbandona, e cerca il riposo dello spirito nelle fatiche smodate del corpo; il suo mondo fantastico gli si mescola nella mente col reale, e lo assalgono nelle tenebre improvvise paure, da molto tempo perdute; terrori religiosi impensatamente ridesti; poi freddezze feroci che gli armano la mano contro gli animali innocenti, e ardimenti insensati che lo spingono sull'orlo dei tetti e sulla cima degli alberi; poi malinconie profonde che gli fanno cercar le braccia della madre, e piangere sul suo seno lacrime calde e pacificatrici.

L'eccessiva timidezza di molti ragazzi di quell'età proviene appunto da ciò, che essi hanno dentro tutto quel tumulto di pensieri e d'affetti, e voglion tenerlo celato, e treman sempre che altri lo scopra, e li stimi più ragazzi di quel che sono; essi medesimi credono che quello sia un resto di fanciullaggine, e se ne vergognano; mentre è invece la prima scintilla della giovinezza che li feconda e li trasforma.

VI.

Furio era appunto in su quegli anni; e di natura caldo e tenerissimo, ne sentiva più che altri le inquietudini. Ma non aveva più madre, egli che ne avrebbe avuto bisogno più d'ogni altro; e suo padre per lui non contava nulla. Suo padre non lo capiva; lo credeva un ragazzo mal riuscito. Accortosi fin dai primi saggi della scuola che in lui non c'era la materia di un burocratico, nè d'un banchiere, nè d'un appaltatore di strade ferrate, e persuaso che fuor di lì non ci fosse salute, aveva detto tra se: — Farà quel che potrà; — e l'aveva abbandonato al suo destino, per rivolgere tutti gli affetti e tutte le cure al fratello maggiore, figlio della sua prima moglie, ingegnere, uomo della sua stampa, o presso a poco. A chi gli domandava come riuscisse negli studii il ragazzo, egli rispondeva in tono trascurato o compassionevole, agitando la mano aperta dinanzi alla fronte: — È una testa un po'... vaga, tende al vago, non si ferma sulle cose, non le approfondisce.... — E non lo amava; era una creatura troppo diversa da lui; egli credeva sinceramente che facesse torto alla sua prosapia. Invece Furio aveva ingegno; ma ne aveva tanto che non se ne potevano accorgere alla scuola; e poi non c'era chi l'animasse a studiare. In casa, ogni suo sfogo di affetto e ogni sua scappata fantastica erano stati presi, fin dai primi anni, più come indizii di vocazione drammatica o di istintiva goffaggine, — erano incerti fra i due, — che come manifestazioni di buon cuore e d'ingegno. La zia lo aveva avuto sempre per uno stupido, e perchè lui, umiliato e tormentato di continuo, non le voleva bene, anzi l'aveva in uggia e gliene dava segni chiarissimi, così essa lo credeva anche perverso, e sempre più inasprendosi, sempre più l'inaspriva. E Furio, chi l'avesse saputo intendere ed amare, sarebbe stato un buonissimo ragazzo; ma per quei due vecchi gretti e diacciati egli era quel che per la gente ignorante sono certi geroglifici orientali, che chiudono una bella sentenza, e son presi per uno scarabocchio di ragazzi.

Aveva una corporatura superiore all'età sua; ma benchè, a primo aspetto, gli si dessero due o tre anni di più, chi appena lo guardasse in viso, vedeva che era ancor fanciullo. Con altri parenti sarebbe stato bello: non già che non fosse; ma, cresciuto sotto quella dura persecuzione della zia, aveva preso a poco a poco una cert'aria cupa e sospettosa, che gli stava male. Pareva sempre che ruminasse qualche cosa di cattivo. Il sole della campagna l'aveva fatto bruno come un soldato. Era sottile, ma robusto, e un po' curvo di quella cascaggine naturale agli anni di grandi cresciute. Aveva una capigliatura folta e sempre scomposta che gli cascava sulla fronte, e ch'egli ributtava indietro con un atto vigoroso del capo, come il cavallo la criniera. E quando non aveva dentro il dispetto o l'amarezza di qualche sfuriata della zia, gli occhi gli splendevano pieni di dolcezza, e le labbra grosse e vermiglie gli si aprivano ad un sorriso così tra l'affettuoso e il melanconico, che spiccava più caramente su quella sua fisonomia risentita e quasi rozza. Aveva due grandi mani che teneva sempre nascoste; e si vergognava del suo vestire, chè non sapeva mettersi niente addosso, e la roba gli si affagottava e gli scappava da tutte le parti.

VII.

Furio, pregato e ripregato da Candida, acconsentì d'andare a far colazione cogli altri. — Animo, Furio, — gli diceva la sorella mentre andavano, e l'accarezzava, — asciugati bene gli occhi, che nessuno s'accorga di nulla, e non ti pigliar soggezione della cognata, ch'è una donna alla buona, e ti vuol bene, e non badare alla zia. — Ma Furio, via via che si avvicinava alla villa, si sentiva mancare il cuore, come se andasse alla tortura. Entrò ch'erano già a tavola, sedette senza guardar nessuno, e cominciò a mangiare cogli occhi bassi. Parlavano del fratellastro. Suo padre interrogava Iride d'un certo progetto di ponte, ch'essa non aveva mai sentito nominare. La zia le domandò quando sarebbe arrivato suo fratello, ed essa rispose che sarebbe arrivato fra tre giorni. Entrarono in altri discorsi, e Iride cominciò a parlare quasi sempre lei sola. Furio, cogli occhi sul piatto, non movendosi se non quanto bisognava per mangiare, la stava a sentire tutto intento e maravigliato. Aveva una curiosa maniera di parlare. A momenti faceva una vocina di bimba, lenta e soave; a momenti parlava lesto e tronco come un soldato; era un discorrer tutto a salti, con mille variazioni di tono, ora allegro, ora serio, ora annoiato, e poi certe risate improvvise e sonore, che non si capiva come c'entrassero; e certe mosse, certe scrollate di spalle, certi colpi della mano sulla tavola; pareva che avesse addosso l'argento vivo, e le frullassero pel capo cento capricci il minuto.

Quando stavan per finire, Furio, un po' incoraggito che l'avevan lasciato in pace fino allora, risolvette di guardar sua cognata. Cominciò a spinger gli occhi innanzi fino a guardarle le mani: erano piccole e bianche come le mani d'una bambina; poi si fece animo ancora, e sollevò lo sguardo.... Cielo, che angelo!

— Non credevo che fosse già così grande, — uscì a dire la signora.

Furio si sentì un tremito e abbassò il volto; tutti gli occhi, fuorchè quei di Candida, si fissarono su di lui.

— Oh! per lungo è lungo, — disse il padre, guardandolo con quella sua aria di compatimento.

— Le male erbe crescono, — soggiunse la zia.

Furio era rosso come una fragola.

— E come è bruno! — osservò Iride.

— Bruno? — rispose la zia; — bel bruno! nero come un beduino. —

Il padre rise, Candida s'alzò. Furio, colle sopracciglia aggrottate, e un labbro stretto fra i denti, fissava le punte della sua forchetta.

— E guardate che mani! — disse ancora la zia, pigliandogli una mano per mostrarla a Iride.

Furio diventò pallido, strinse il pugno, e lo svincolò bruscamente.

— Eh! — gridò la zia, alzando una mano; Furio si schermì il viso col braccio; la mano scese, Candida la fermò; in quella s'udì fuori il rumore d'una carrozza e il suono d'una voce.

— Riconovaldo! — esclamò Iride, balzando in piedi. Riconovaldo era già nel salotto; tutti, fuori che Candida, gli corsero incontro. La bella e serena figura di quel giovane esercitava un tale fascino, che, al primo vederlo, persino il padre e la zia, per lo più duri e freddi, fecero un atto di allegrezza. Iride gli saltò al collo, e Furio, ancora tutto turbato, gli strinse la mano.

— E Candida? — domandò il giovane, guardando intorno.

Candida venne avanti lentamente e gli porse la mano con aria d'indifferenza.

VIII.

Furio non aveva mai visto tanto da vicino una signora così bella; ragazzine sì, ma alla sfuggita, e poi sopra un giovinetto della sua età le ragazzine non fanno molta impressione, perchè non gli paiono ancora donne: le signore, invece, insieme con la intera grazia femminile hanno tutte per lui qualcosa del fascino delle regine. Furio passeggiava pel giardino, pensieroso. Aveva sempre dinanzi quel viso e quei due occhi grandi e celesti che s'erano incontrati coi suoi. — Che bella signora! — diceva a mezza voce, col tono di chi fa un complimento. E poi rideva e ripeteva le parole e gli accenti di lei che lo avevano tanto colpito, e soggiungeva: — Curiosa! — Le foglie stormivano e gli pareva come di sentirsi alle spalle il fruscìo del vestito d'Iride. Uscendo dalla villa, le era passato vicino, quasi da toccarla, e aveva sentito un leggero profumo, e gli pareva che quel profumo gli fosse venuto dietro e l'accompagnasse. Sedette all'ombra d'un albero, e disse a bassa voce quasi senza accorgersene: — Mammina. — Subito si domandò come gli fosse venuta sulla bocca quella parola, e rispose a sè stesso: — Sì.... se essa fosse mia madre.... — Pensò un momento, e si meravigliò di trovar così poco gusto in quel pensiero; benchè Iride, ch'era sui trentanni, avrebbe ben potuto esser madre di lui che n'aveva quattordici. E poi pensava quanto sarebbe stato felice se Iride gli avesse voluto bene come a un fratello; ma era impossibile. — Se una volta fosse in pericolo, — uscì a dire, — se cadesse nel lago (sul confine del podere c'era un lago) e io le salvassi la vita! — Poi rise e soggiunse: — Ma perchè dovrebbe cadere nel lago? — Pensava come a una cosa strana che Iride aveva un marito, e che questo marito era suo fratellastro, e che non era bello. — La comanda? — domandò a sè stesso con grande curiosità. E fantasticava che mai si dovessero dire quando eran soli: se il marito le facesse delle carezze, e lei che cosa diceva allora. Accanto a lui c'era un fiore di campo, alto e diritto, e il vento ora lo piegava lentamente, ora senza piegarlo lo scoteva tutto, che pareva una persona irrequieta. Furio l'osservò e disse: — Sembra Iride. — Poi si spinse innanzi sulle mani e sulle ginocchia, e si specchiò in un ruscello che passava per di là. Rialzò la testa e si guardò una mano, di sopra e di sotto, e sospirò. Tutt'a un tratto si levò in piedi e si mise a correre pei campi.

IX.

Iride e suo fratello erano nel salotto da pranzo, soli; Iride, seduta vicino alla finestra, in modo che se ne vedeva la testa dal giardino. — Curiosa quella Candida, — diceva Riconovaldo; — ha qualcosa di sua zia; vedesti come m'ha ricevuto? La stessa scena dell'anno passato.

— Le avevi fatto qualcosa? — domandò la sorella.

— Nulla, sono stato qui dieci giorni e non le ho parlato che tre o quattro volte; si vede che non le vado a genio.

— Vorrei vedere! — rispose Iride con un sorriso.

In quel punto entrò Candida col lavoro in mano e andò a sedere accanto a Iride, senza alzare gli occhi. Iride e il fratello si ricambiarono uno sguardo. Questi stava in piedi, appoggiato alla tavola, a un passo dalla seggiola di Candida.

Riconovaldo le domandò che cosa facesse; essa, senza alzare gli occhi, gli porse il ricamo.

— State tutto il giorno in casa? — ridomandò il giovane, dopo aver dato un'occhiata al lavoro.

— Quasi, — rispose Candida.

— Passeggerete la sera; il giardino è bellissimo: andate a passeggiar tutti insieme, o voi sola? M'immagino che conosciate qualche vicino.

— Una volta; ora son mutati quasi tutti, e non si conosce più nessuno.

— Nessuno! E come passate tutta la giornata? Vi occuperete molto dei fiori; ho visto che n'avete il terrazzino pieno.

— Sì.

— E infatti i fiori....

Iride s'accorse che suo fratello, punto di quella freddezza, stava per isnocciolare un complimento di cattivo gusto, e glielo ricacciò in bocca con uno sguardo.

Allora egli prese un panchettino, lo portò dinanzi a Candida, e sedette, in modo che veniva a riuscir colla testa poco sopra alle ginocchia di lei; e lei, se poteva ancora non guardarlo, non poteva più non vederlo, perchè aveva proprio la sua fronte a un palmo dalle mani. Candida corrugò leggermente le sopracciglia.

— Stasera ci condurrete a vedere il giardino, non è vero? — domandò il giovine; — verrete a fare un giro con noi.

— Se vi piace, — essa rispose.

— E a voi non piace? —

Candida non rispose.

— Sì o no?

— Sì. —

Riconovaldo diede un'occhiata a sua sorella, che significava: — Vedi? Non avevo ragione di dire che non mi può vedere? —

Subito dopo fingendo di voler guardare da vicino il ricamo, abbassò la testa in maniera che i suoi bei riccioli biondi toccarono le mani di Candida. Essa le ritirò subito e fece l'atto di alzarsi.

— Ve n'andate? — domandò il giovine stupito.

— No, — rispose, — volevo solamente alzarmi — e risedette spingendo indietro la seggiola.

In quel punto un soffio di vento portò via di sulla finestra il fazzoletto d'iride, e lo spinse nel giardino; essa non se n'accorse.

— Vi do noia, Candida? — domandò con affettata dolcezza Riconovaldo.

— Perchè noia? — rispose Candida in tono distratto; — io non m'annoio mai quando lavoro.

— Temevo.... Vi dispiacerebbe ch'io sonassi? —

— Non c'è motivo perchè mi debba dispiacere.

— Ma io desidererei d'esser certo che vi piace.

— Ebbene, mi piace.

Il giovane s'alzò indispettito, andò a sedere al pianoforte che era in un angolo del salotto, e cominciò a sonare con molta vivezza e molta grazia. Iride guardava Candida per vedere se la musica le facesse qualche effetto; ma il suo viso era sempre impassibile; continuava a lavorare colla testa bassa, senza neanco dar segno di sentire. A un tratto Riconovaldo si fermò, si voltò a guardarla, diede un colpo stizzoso sulla tastiera e s'alzò esclamando; — È un'indegnità... questo pianoforte.

— Con permesso, — disse allora Candida, e se n'andò lentamente e freddamente come era venuta.

Il giovane rimase in mezzo al salotto colle braccia incrociate sul petto e gli occhi fissi alla porta per dove Candida era uscita. Iride diede in uno scroscio di risa.

— In verità, — uscì a dire il fratello, — io non ci capisco nulla!

Poi gli balenò un'idea: Ch'io le paia stupido! — E restò pensieroso: una volta entratogli nella testa quel sospetto, per lui era finita: addio serenità.

— Ho perduto il mio fazzoletto, — disse Iride guardandosi intorno. Poi corse alla finestra, e guardò fuori, non c'era più.

X.

Furio non tornò in casa che all'ora del desinare. La scena dolorosa seguita a tavola la mattina gli aveva messo nel cuore molta amarezza, e gliene restava ancora, e con questa, più che mai, la vergogna; ma pure egli aveva sul viso qualcosa di sereno, e Candida, vedendolo, se ne accorse e se ne rallegrò segretamente. Il desinare passò per lui senza gravi accidenti. Solamente Riconovaldo, che gli era vicino, di tratto in tratto gli batteva la mano sulla spalla, dicendogli: — Ebbene, giovinotto? — E allora tutti gli occhi gli si fissavano addosso, e lui avrebbe voluto sprofondare sotto terra; ma il giovine, vedendolo arrossire e confondersi, sviava pietosamente il discorso, e col discorso gli occhi fulminei della zia. Iride era vivacissima, e parlò molto e di molte cose; in ispecie di certi intrighi di famiglie sue conoscenti, con una libertà di osservazioni e di parole, che fece più volte torcer la bocca a suo fratello, corrugare la fronte a Candida, e inarcare le ciglia alla zia. Due o tre volte il padre, discorrendo con lei, tirò il discorso sopra suo marito; ma essa lo lasciò cadere con estrema indifferenza. Quando s'alzarono da tavola, aveva il viso rosso che pareva un fiore.

Pioveva; stettero tutta la sera nel salotto. Furio, mezzo nascosto in un cantuccio, al buio, poteva guardar bene sua cognata senz'esser veduto, e ne profittò, tenendole gli occhi addosso tutta la sera, sempre più meravigliato di quel suo parlare e di quei suoi modi tanto lontani da tutto quello ch'ei si fosse mai immaginato delle signore. Era grande, diritta e leggera come una figura d'arcangelo. Alle volte s'alzava di scatto da sedere, e attraversava a passi lenti il salotto colla testa alta, scotendo le spalle con un certo garbo trascurato, ma pieno d'alterezza, che pareva una regina capricciosa. Non trovando qualche cosa che cercasse, si mordeva la punta d'un dito, incrociava le braccia sul seno, dava in certi atti d'impazienza febbrile, che pareva una bambina stizzita. Faceva poi tratto tratto un certo suono colle labbra come soleva Furio alla scuola per far andar in bestia il maestro. A momenti, mentre lavorava, socchiudeva gli occhi e sporgeva il labbro di sotto come in atto di disprezzo; poi dava in una risata sonora, accorgendosi di aver fatto uno sbaglio nel suo lavoro, e nel ridere piegava all'indietro la testa come se qualcuno gliela tirasse giù per le trecce. Era di carnagione bianchissima, e aveva le labbra sporgenti e rosse, che tormentava continuamente coi denti. Suo fratello aveva un piccolo cane; essa di quando in quando gli stringeva il muso con una mano, e chinandosi come per guardarlo negli occhi, gli diceva coi denti serrati: — Caro! —

Il padre leggeva un giornale, la zia faceva la calza, Candida teneva un libro in mano senza mai alzar gli occhi; tutti, tranne Furio, erano seduti intorno alla tavola grande, rischiarati da un lume solo. Quei due bei giovani, in mezzo a quell'altre figure, facevan l'effetto che fanno a prima vista nello studio di uno scultore due belle statue finite in mezzo a molti abbozzi di creta.

— Non c'è dubbio, — diceva tra sè Riconovaldo, guardando Candida alla sfuggita; — è così: — e l'immagine di quel tal fantoccio di cui aveva parlato alla sua padrona di casa, gli ballava davanti con una persistenza spietata. — Oh! ma gliela farò vedere! Stupido del tutto non lo sono, per Dio! — Prese un giornale, lo scorse, lesse due o tre righe di un articoletto che parlava d'Istituti d'educazione, e uscì a dire coll'accento di chi propone una quistione:

— Io credo che i ragazzi e le ragazze dovrebbero essere educati insieme; andare a scuola, studiare, divertirsi sempre insieme, alla rinfusa, come se non ci fosse differenza di sesso.

— Come! — esclamarono ad una voce i due vecchi, spalancando gli occhi.