Part 7
Erano le nove di sera. La famiglia di Carlo e di Camilla stava in una piccola stanza a terreno, intorno a una tavola; Camilla era seduta in un canto, dove arrivava appena il lume d'una lucerna, che serviva per tutti. Carlo era nella sua camera; una piccola camera a terreno nella casa dei padroni, che si trovava dirimpetto a quella dei contadini, dove stava Camilla, e c'era l'aia framezzo. La poveretta, benchè il Curato non le avesse detto che cosa intendesse di fare per distogliere il giovane dalla sua risoluzione, pure confidava. Si affacciava tratto tratto alla finestra, la nebbia era fitta: non si vedeva nè stelle, nè campagna; la sola finestrina illuminata della stanza di Carlo rompeva l'oscurità. Camilla la guardava fissamente, senza quasi batter palpebra, e ora le pareva che s'allargasse come la bocca d'una grande fornace, e si movesse verso di lei; ora la vedeva rimpiccolirsi fino a parere appena un punto luminoso, che s'andava allontanando. Tutto era quieto nell'aria, pei campi, in ogni parte; non si udiva che qualche rara voce lontana, o un tintinnìo di sonagli che mandava qualche tardo armento dalla via.
A un tratto gli parve di sentire un passo sull'aia; guardò attentamente, e vide in fatti muoversi qualcuno. Le balenò il sospetto che fosse Carlo, fece un passo come per slanciarsi fuori; ma s'accorse nello stesso punto che l'uomo andava verso la casa, e disse tra sè: — È il Curato! — e respirò. Dopo qualche momento vide' due ombre nere disegnarsi sulla parete della stanza di Carlo, e ripetè: — È lui! —
Era invece Marco.
Camilla si rimise a sedere nel suo cantuccio dicendo ai suoi parenti: — il Curato è andato a trovar Carlo. —
I parenti che avevano letto anch'essi in viso a Carlo il pensiero di qualche diavolerìa, benchè non se ne curassero gran fatto, risposero: — Bene, purchè riesca a mettergli la testa a segno. —
Dopo un po' s'alzarono tutti insieme e si congedarono da Camilla, dicendole: — Se viene il Curato fallo entrar tu, e digli che siamo andati a letto, che s'era stanchi, e ci compatisca, e dàgli la buona notte per noi. Tu, piccino, resta a fargli compagnia.
Il fratello di Carlo rimase.
Un minuto dopo picchiarono all'uscio. Camilla andò ad aprire; era il Curato. Lo guardò in viso, per leggergli a che fosse riuscito. Egli che, passando, aveva visto i due carabinieri di sentinella, soddisfatto dell'opera sua, sorrise. Camilla, notando quel sorriso, pensò: — C'è riuscito! — e gli prese una mano, e gliela baciò con uno slancio di gioia e di gratitudine.
Il Curato sedette in mezzo a Camilla e al ragazzo, al chiarore della lucerna, e cominciò a discorrere per veder di tenerli un po' allegri. Camilla lo interrompeva a quando a quando per sentire se si faceva rumore sull'aia.
Il Curato discorreva di Carlo.
— È una dura vita — diceva — la vita del soldato, chi non lo sa? Ma bisogna pigliarla come una prova che Dio vuol fare di noi, per vedere se siamo abbastanza forti nella virtù e nel bene, da resistere alle tentazioni e superare i pericoli. C'è poco merito a esser buoni e virtuosi in un villaggio, dove si lavora dalla mattina alla sera, e s'è circondati da persone che ci vogliono bene, e ci danno l'esempio dei buoni costumi e della divozione; il male, in questo caso, bisogna andarlo a cercare, o cavarlo tutto da noi medesimi; e non c'è bisogno d'una gran forza per non fare nè l'uno nè l'altro. Il difficile è di mantenersi nella buona strada in mezzo a gente che batte la cattiva, e cerca di tirarvici anche voi; e colui che vi si mantiene, quegli sì che ha acquistato un gran merito dinanzi a Dio! C'è dunque piuttosto da considerarla come una fortuna, che come una disgrazia, questa occasione ch'egli ci offre di renderglisi accetti in un modo particolare, serbando il cuore puro e onesto del buon campagnuolo sotto il cappotto del bravo soldato! E Carlo, vedete, sarà l'uno e l'altro, perchè Carlo è così un po' chiuso e fiero, ma in fondo è un giovane che ha religione, e chi ha religione vera ha coraggio; e lasciate pur dire che per esser bravi soldati bisogna non credere a nulla e ridersi di chi crede qualche cosa. Per andare incontro alla morte col cuor fermo e sereno, bisogna vedere qualcuno al di là che ci faccia segno: — V'aspetto! — e arrischia con più coraggio questa vita colui che crede che ce ne sia un'altra, di quegli che perdendola, crede di perder tutto, e deve fare il sacrificio senza la promessa del premio. E credete pure che di queste cose non si ride tanto in guerra, quanto se ne ride in pace. Quando l'esercito piemontese....
— Non ha inteso una voce, signor Curato? — interruppe Camilla.
Il Curato tacque e stette un minuto coll'orecchio intento; poi continuò: — Non è nulla. Quando l'esercito piemontese si trovava in Crimea, c'era il colèra. I soldati morivano a trenta, a quaranta, a cinquanta il giorno. Si diceva che la guerra sarebbe durata anni cd anni; nessuno sperava più di tornare in patria; erano tutti rassegnati a morire senza rivedere le loro famiglie, tutti scoraggiti, tristi. Eppure, ogni domenica, allo spuntar del sole, al suono dei tamburi e delle trombe, quel piccolo esercito si radunava in una gran pianura deserta, si disponeva su tre lati, lasciando il quarto vuoto e lì c'era un altare e si diceva la messa. I generali stavano accanto all'altare. Di tanto in tanto le file serrate dei reggimenti si aprivano qua e là per lasciar portar via i soldati presi dal male. La banda suonava le arie, che ricordavano a tutti quei poveri giovani il loro paese lontano, e i begli anni passati a casa; il cielo era sereno, e splendeva un sole che faceva luccicare tutte le baionette; si sentiva lontano lontano il rimbombo delle cannonate dei Russi; era uno spettacolo che persino il bravo generale La Marmora, che comandava a tutti i nostri soldati e voleva mostrarsi un uomo di ferro, molte volte, quelli che gli eran vicini gli vedevano colare le lacrime giù per la faccia. Ebbene, quelli che ci son stati lo assicurano: non c'era nessuno, in quel momento, che non sentisse il bisogno di sollevare il cuore e la mente a Dio, e che non pronunciasse qualche parola di preghiera. Generali, soldati, vecchi, giovani, sani, feriti, avevano tutti un solo sentimento e un solo pensiero: — Buon Dio, proteggi le nostre famiglie lontane, la nostra vita, la nostra bandiera; ispiraci forza e coraggio; e accordaci la grazia di rivedere il nostro caro Piemonte! — E finita la funzione tornavano tutti ai loro accampamenti coll'anima più serena e col cuore più forte....
In quel momento s'udì un rumore: tacquero tutti e tre, e stettero ascoltando: nulla; regnava il più profondo silenzio. Si sentiva appena muovere le foglie d'una vite stretta all'inferriata della finestra.
Tutt'a un tratto, quel profondo silenzio fu rotto da una voce sconosciuta che veniva dalla stanza di Carlo e che gridò sonoramente:
— Giù. —
Camilla impallidì: vi fu un altro momento di silenzio.
Poi un'altra volta risonò quel grido di malaugurio: — Giù! —
E subito dopo un colpo forte come di una pesante caduta dall'alto, e nello stesso punto un altissimo grido di dolore seguìto da un lungo e sordo lamento.
Il Curato, Camilla, il ragazzo, agghiacciati dallo spavento, si slanciano sull'aia verso la camera di Carlo.
Non sono ancora arrivati alla porta che sentono dall'altra parte della casa un colpo di fucile.
Presi da nuovo spavento, quasi fuori di sè, gettando alte grida, si precipitano verso la porta; la porta è chiusa. Picchiano, gridano: nessuno risponde. Nella camera di Carlo c'era sempre il lume. Ricominciano a picchiare: nessuna risposta. Gridano aiuto, e arriva allora un carabiniere, esclamando: — È preso!
— Chi è preso? — domandarono ad una voce Camilla ed il Curato.
— S'è sentito un grido, — rispose il carabiniere, — un grido come d'un uomo assassinato, e un momento dopo un uomo è saltato giù dalla finestra nel campo, e via di corsa. Noi dietro gridando: — Ferma! — E lui non risponde e continua a correre. Noi abbiamo pensato: — È l'assassino. — Si grida ancora: — Ferma! — Non risponde. Allora il mio compagno ha tirato un colpo di pistola, l'uomo è caduto, siam corsi; era Marco il liquorista, la palla gli ha spezzato il braccio.
— Carlo! Carlo! — prese a gridare disperatamente Camilla, picchiando coi pugni e raschiando colle unghie la porta.
Sopraggiunsero in quel punto i contadini con vanghe e accette e in pochi momenti atterrarono la porta, e si precipitarono nella stanza, Camilla la prima. Videro Carlo steso supino sul letto: guardarono il tavolino era sparso di sangue; guardarono in terra, un lago di sangue; s avvicinarono al letto, era tutto macchiato di sangue. A un tratto Camilla si sentì qualcosa sotto un piede, si chinò, lo raccolse, guardò.... e gettando un urlo straziante di terrore e di ribrezzo, cadde svenuta.
Aveva raccolto il dito indice della mano sinistra di Carlo.
FURIO.
[Illustrazione]
I.
C'era una volta un giovine bello e non sciocco, e nemmeno vano, che è più raro; o vano forse, ma in una certa sua maniera aperta e faceta, che piaceva. E non di quei belli, che c'è chi li trova così così, e a qualcuno anche non piacciono; era bello per tutti. Si sarebbe potuto paragonare a uno di quei giovani tanto frequenti nei romanzi francesi, e tanto rari, per fortuna, nel mondo reale, che per tutto dove passano lasciano una traccia di dissidii coniugali, di malinconie di ragazze, di collere d'innamorati; e ad ogni atteggiamento che pigliano, il romanziere gli fa cader su da qualche spiraglio un raggio di luna o di sole, e gli appiccica una similitudine tirata da qualche quadro illustre.
A pensare che era stato assuefatto da bambino a sentirsi passare sotto il mento la mano bianca delle signore, a esser baciucchiato dalle ragazze, a vedersi sempre intorno i genitori in adorazione, a farsi perdonare qualunque monellerìa con un atto grazioso, era una meraviglia il vederlo cresciuto così senza fumi, senza leziosaggini, buono, franco, alla mano, che si faceva voler bene da tutti, o almeno non dispiaceva a nessuno. Quando gli dicevano uno scherzo sulla sua bellezza, egli stesso ne scherzava, senza che da nessuna delle sue parole trasparisse un barlume di vanità, e svelava, con molta semplicità, certe sue finezze dongiovannesche, d'effetto provato, asseriva, e immancabile; e contraffaceva, con molta grazia, gli atteggiamenti e i modi proprii, spingendo sempre la cosa fino a tal segno di ridicolo da escludere affatto ogni sospetto d'artifizio.
Una sera, a una cena di amici, perchè gli avevano detto che la bellezza, nell'uomo, non conta nulla, che lo spirito è tutto, e che lo spirito, a voler esser giusti, e lo sfidavano a negarlo, era la parte meno notevole in lui, proruppe esilarato: — Già, tutti dicono così; ma poi che cosa si vede in effetto? Il rovescio, si vede. Nei romanzi, tutti gli uomini che fanno qualcosa di grande o di buono sono belli; tutte le donne si struggono d'avere dei figliuoli belli; gli aiutanti di campo si cercano belli; i commedianti bisogna che sian belli, gli oratori, belli, i re, belli; e di un poeta bravo, ma brutto, si dice: — Me lo figuravo diverso; — e il Byron si curava più del suo viso che della sua gloria, e il Leopardi avrebbe dato tutto il suo greco per un paio di occhi da incapriccire Nerina, e il Petrarca si dà del bello da sè, _forma non glorior excellenti, sed_.... ma sono un bell'uomo; e il Guerrazzi, sotto la maschera del suo Orazio, dice addirittura che le ragazze si voltavano indietro a guardarlo; e il Murat, coi fucili alla gola, pensava ancora a parer bello dopo morto; e ci sono delle città dove i prefetti brutti non ce li vogliono; e Cristo si dipinge bello, e gli angeli, perchè riesca più comodo di amarli, si rappresentano grandi e snelli come cavalleggieri di Saluzzo, o tondi e coloriti come le mele lazzeruole; eternamente brutti nei romanzi, nei quadri e nell'immaginazione della gente i cretini, i birbanti, e voi. —
L'indole sua aveva poi questo di singolare, che a volte egli si sentiva come scontento, e più che scontento, vergognoso quasi dei suoi pregi esteriori; ma neanche vergognoso, un sentimento come di disistima di sè, provava; appunto perchè, come gli avevan detto gli amici, in lui lo spirito era tanto da meno della persona, o per dir più giusto, la gente ne teneva tanto meno conto. Era d'ingegno aperto e sveglio, e non senza quel che di vivo e d'arguto, a cui si dà nome di spirito; ma di ben altra levatura avrebbe dovuto essere, perchè viso e cervello fossero alla pari. Quella sproporzione gli pareva ridicola, qualche volta umiliante; e diceva: — La mia anima è come una contadina zotica vestita da signora elegante. — È innamorato? — gli domandava un giorno la sua vecchia padrona di casa, vedendolo triste; — eh via! non si dia pensiero: lei è un bel ragazzo.... — Io sono un bel fantoccio, — egli rispondeva, e in quel momento pensava a una ragazza piantata da lui che una volta gli aveva scritto: — Lei ha sbagliato a nascere coll'anima; lo avremmo potuto mettere in una galleria. — E questo suo sentir meschino di sè lo pigliava sovente all'improvviso, come un mal di capo, in mezzo a una brigata d'amici, in specie se c'erano delle donne, e allora ammutoliva, pigliava il cappello, e via: chè già gli pareva d'aver detto tante sciocchezze, tanti spropositi, tante assurdità, da colmar la misura della più generosa tolleranza. Del resto, tutte queste debolezze provavano ch'egli era assai da più che non si credesse egli stesso; per lo meno un cervello sano e un cuore gentile; un po' matto, quand'era allegro, e quand'era triste, un po' acre; buon giovane, in fondo.
Aveva ventott'anni, i capelli biondi, la laurea di avvocato, un po' di ben di Dio, e uno stranissimo nome ch'egli non poteva soffrire: Riconovaldo.
Ed ora comincio il racconto.
II.
Erano le sei della mattina. Furio spalancò le imposte della finestra, ed entrarono ad un punto nella sua camera un raggio di sole ed un'ondata d'aria odorosa, che gli diede un fremito di piacere soavissimo. Guardò il cielo, i monti, il giardino della villa, battè il pugno sul parapetto, dicendo: — Bello! — e pensò che aveva quattordici anni, e sentì che amava immensamente la vita. Un insetto saliva su per lo spigolo della persiana: egli allungò la mano per buttarlo giù; — Ma no, — disse subito: — oggi è giorno di grazia; vivi! — Rise, si appoggiò alla finestra a contemplar la campagna e canterellava.
In quel punto comparve sotto le sue finestre una carrozza vuota; una donna di servizio uscì di casa e aprì lo sportello, e tre piedi lunghi e asciutti si posarono l'un dopo l'altro sul montatoio, e tre persone asciutte e lunghe salirono e sedettero in fretta, il padre, la zia e la sorella di Furio.
Furio s'era ritirato un po' indietro.
— Tra due ore si torna, — disse il padre alla donna di servizio.
— Colla signora! — rispose questa con un'espressione di timida allegrezza.
— Colla signora nuora, — soggiunse il primo con un sorriso dignitoso di compiacenza; e fatto un cenno al cocchiere, il legno si mosse.
— Un momento! — gridò la zia con voce stridula.
Il cocchiere fermò, e dalla carrozza si alzò un lungo braccio secco con un dito lungo e nodoso che, dopo aver tremolato un po' nello spazio come la canna di uno spegnitoio di chiesa, si fissò verso la finestra di Furio; e la voce di prima gridò:
— Vestiti e scendi immediatamente! —
Furio scomparve.
— Non importa — disse il padre in tono conciliativo, — lascialo a casa, è un impiccio di meno.
— Voglio che venga!
— Via, non perdiamo tempo, è già tardi.... Avanti, cocchiere! —
Il legno ripartì. Furio si fece alla finestra, e vide ancora da lontano quel lungo dito formidabile appuntato contro di lui a guisa di una freccia, e una fila di dentoni digrignanti, che parevano la tastiera d'un pianoforte. Il legno scomparve; il ragazzo rimase qualche minuto immobile, cogli occhi a terra, mortificato. Ma ad un tratto sentì un delizioso odor di fumo lasciato giù dal cocchiere; si scosse, corse in un angolo della camera, tirò fuori un sigaro da un buco della parete, l'accese, e si mise a passeggiare. Pensava che di lì a due ore sarebbe arrivata sua cognata, la moglie del suo fratellastro, ch'egli non aveva mai vista, e ch'era, a quel che dicevano in casa, una bella signora, grande, bionda, ben vestita; e aveva piacere che venisse. Ma non un piacere schietto e tranquillo; perchè egli era timido, e un poco orso, come gli diceva sua sorella, o piuttosto zotico e sciocco addirittura, come gli assicurava la zia; e il pensiero di aver da comparir dinanzi a quella signora, in presenza di altri, di pieno giorno, e doverla guardare in viso, e doverla salutare, e doverle rispondere, lui che, in quelle occasioni, perdeva la bussola e non riusciva ad accozzar due parole, questo pensiero lo turbava un po'. A fissarvisi, si sentiva arrossire, solo com'era nella sua cameretta; figuriamoci là nel momento solenne.
III.
Del resto, chi volesse sapere che maniera di vita sarebbe venuta a trascinare in quella villa la cognata di Furio, lo dice questa lettera scritta da suo fratello, che c'era stato l'anno prima una diecina di giorni, a uno dei suoi amici intimi.
“.... Il ragazzo, Furio, è tornato a scuola in città, ch'è a un'ora di qui, il giorno dopo ch'io arrivai. Per quel poco che potei vedere, mi parve il miglior soggetto di casa; ma non gli vogliono bene. Sua sorella, Candida, sta tutto il giorno tappata in camera; e non ti saprei dir bene di che cosa sappia; ma a far la vita che fa, bisogna che sappia di poco; si consuma; ci si vede già il patito, e non ha ancora vent'anni. Cattiva non la direi; sai, è una di quelle slavature di ragazze, che se ne vedono tante fra le maestre di pianoforte e le guardarobe degli orfanatrofii, senza fibra, senza sangue, senza curve, che vivono e muoiono caste nello stesso modo e per la stessa virtù che le figurine di gesso. Alta, smilza, un viso affilato di beghinetta, pettinata come una madonna, coi capelli lisci e appiccicati; non è brutta, se si vuole; ma nulla più. Per me, è come se non ci fossi; non mi parla, non mi guarda, si direbbe che non mi vede. Così mi tocca star tutto il giorno testa testa coll'uno o coll'altro di questi due vecchi, uggiosi tutti e due da stancare quanti hanno avuto il vanto della pazienza da Giobbe in poi. E ispirano anche più stizza che uggia. Lui è ispettore del Demanio, in vacanza; cavaliere. Pianta, quattro stanghe in uno di quei busti di legno dei barbieri da contadini, e n'avrai un'immagine; grande gravità, grande albagìa, gran testa di legno, ignorantissimo e vanissimo; di quella vanità goffa e meschina che matura specialmente negli uffizi governativi. Fondi un usciere presuntuoso con un sindaco di villaggio che la pretenda a grand'uomo: n'esce lui con quel palo in corpo, con quelle gote gonfiate, con quel perpetuo sorriso di pietà. È cortese; ma di quella cortesia che si crede necessaria come velo modesto dell'importanza, e affabile temperamento dell'autorità; cortesia che casca giù dall'alto, e dice: — Mi degno. — Credo che abbia poco cuore, o che il cuore gli si sia intorpidito, per disuso. E la sorella, peggio. Di figura, è una megera; e anche più d'anima, se l'ha; di qualche anno sopra la cinquantina; secca allampanata, tutta punte, con una faccia bronzina, di quelle faccie lucide che par che ci abbian dato una mano di vernice. Il carattere l'ha tutto espresso nella bocca; la quale non è una bocca, ma un taglio lungo e sottile, fatto con una temperinata, sempre chiuso, anche quando parla, ch'è di rado, grazie al cielo. È vedova anch'essa, come suo fratello, e fortunati i morti: ma credo che non se ne sia mai accorta, non deve aver mai sentito nulla, è un foglio di cartapecora male incartocciato; e poi lunatica, inquieta e brontolona. In verità io non so capire perchè lì dentro ci debba essere un'anima immortale! La sera egli scrive le sue cose d'ufficio, la sorella fa la calza, io suono il pianoforte, leggo, parlo; nessuno dei due alza la testa; solamente lui, di tratto in tratto, mi dà un'occhiata di sopra gli occhiali, e con quel suo odioso sorriso protettore mi risponde. — Sicuro! — e daccapo a scrivere. Credi, mi sento brulicar qualcosa su per le dita....„ La lettera era sottoscritta Riconovaldo.
IV.
Di là a due ore la carrozza ricomparve dinanzi alla villa. Il gonfio ispettore, sceso in fretta pel primo, porse una larga mano rugosa, in cui s'immerse e disparve la manina bianca di una bella signora, che saltò giù con un atto molle ed elegante. Poi smontò la zia, respingendo l'aiuto offertole dalla donna di servizio, poi Candida. Tutti insieme entrarono in un'allegra stanza a terreno, che serviva da salotto da pranzo, e si buttarono sulle seggiole e sulle poltrone, rifiniti dal caldo.
— Dunque, — domandò la signora appena ripreso fiato, scotendo e ravviando con tutt'e due le mani la sua folta capigliatura bionda; — dov'è questo ragazzo?
— A proposito, e Furio? — domandò il padre alla zia. — Come non è qui? Furio! — gridò affacciandosi alla finestra.
E la zia di sulla porta: — Furio! —
— Ora lo vado a pigliar io, — borbottò montando la scala; — malcreato! —
Ci fu qualche minuto di silenzio; si sentì sopra il passo affrettato della zia, poi lo scoppio della sua voce, poi un altro rumor di passi più fitto, e poi di nuovo giù per le scale una sfuriata di acerbe parole:
— Vanitoso sciocco! — gridava la vecchia, fermandosi ad ogni scalino, e ripigliando fiato a ogni parola; — guardate se par possibile! Un ragazzaccio di quindici anni! Per sua cognata, poi! E mentre stanno giù ad aspettarlo!
— Che cos'è stato? — domandò il padre sbadatamente.
— Figuratevi, — rispose la zia, ferma sulla porta, come per impedire al ragazzo di entrare prima ch'essa avesse finito la sua invettiva; — vado su, m'avvicino in punta di piedi alla sua camera, e me lo vedo là, con uno specchio davanti e uno di dietro, che si lisciava i capelli come un damerino, e aveva messo sossopra ogni cosa: biancheria, panni, spazzole, saponi, boccette; pareva il cassettone di una sposa.... —
La signora rideva.
— Ma questo non è nulla, — proseguì la zia, dando un'occhiata verso la scala, dove la povera vittima stava aspettando; un puzzo indiavolato di sigaro, da non poterci respirare: ha fumato!
— Oh! — interruppe il padre fingendo un atto di collera.
— Ma gli ho dato una lezione! — la vecchia riprese, e faceva l'atto di dare uno schiaffo; e poi, rivoltandosi verso la scala: — Animo, avanti!
Il povero ragazzo, che aveva sentito tutto, veniva giù adagio adagio, umiliato, confuso, coi capelli in disordine, con una vecchia cacciatora indosso, chè la zia non gli aveva lasciato tempo di mutarsi, senza solino, senza cravatta, come un povero. Arrivato sulla porta, la zia lo cacciò dentro con uno spintone; egli si trovò davanti alla signora che gli era venuta incontro; la guardò, la vide ridere, si fece color del fuoco, si sentì mancar la parola, abbassò la testa e stette lì immobile, col respiro sospeso, nell'atteggiamento d'un condannato.
— Saluta dunque la cognata! — disse la zia.
— Signora!... — mormorò egli con un fil di voce; ma non gli riuscì di alzare la testa.
— Signora! — ripetè la vecchia spietata contraffacendolo; — e non hai nient'altro da dire a tua cognata? alla sposa di tuo fratello, che non hai mai veduta? Bell'accoglienza da fare a una parente! Compatitelo, Iride, è un ragazzaccio zotico, è sempre stato in campagna, non ha mai visto nessuno....
— Eh, già, — soggiunse il padre guardando fisso Furio, come avrebbe guardato un gatto imbalsamato dentro una vetrina, — già, a quell'età siamo stati tutti così, non si sa nè muoversi nè parlare; ma poi, col tempo....
— Costui non cambierà, sai; — la zia soggiunse, — è impossibile; si vede proprio che non c'è nato.
— O perchè? — disse la signora con un accento amorevole di difesa.