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Part 9

Chapter 93,796 wordsPublic domain

— Sicuro, — egli rispose, e poi tra sè: — Ora è il punto di farle vedere che non sei quel che le pari; — sicuro; ma per capire questo principio bisogna capire i ragazzi, se no, è inutile; e i ragazzi c'è molti che non li capiscono, perchè per capirli bisogna studiarli e per studiarli bisogna amarli, e per amarli bisogna aver qualcosa qui, e molti qui non ci hanno nulla. Ma io credo che se spesso c'è da lamentare che gli uomini e le donne stanno male insieme da grandi, sia perchè non sono stati punto insieme da bambini. Curiosa questa di tenerli divisi nei primi anni con tanto scrupolo, mentre poi hanno da passare la vita uniti! Succede che la forza che li spinge gli uni verso gli altri, quanto più è frenata, più cresce, e poi quando s'allenta la mano, la congiunzione si fa con violenza, ed è male; come i ragazzi quand'escon di collegio che in un mese di scioperataggine si rifanno delle privazioni di dieci anni. Dicono: mandiamo i ragazzi a scuola dove imparano a conoscer per tempo gli uomini, chè la scuola è un'immagine della società. Bell'immagine della società se non c'è la molla, che è la donna! E poi se non si piglia per tempo quel non so che di fine e di morbido, direi quasi, nei modi e nel parlare, che ci vuole per stare in mezzo alle donne per bene, è difficile che si pigli in seguito; qualcosa di ruvido e di volgare resta sempre. Bisogna imparar presto a conoscere il verso del sesso gentile, se no poi, quando c'è di mezzo la passione, non se ne cava più un costrutto, e si vede degli uomini con tanto di barba, dei talentoni, che colle donne fanno una figura compassionevole, perchè si trovano come ad avere in mano uno strumento misterioso senza sapere da che parte rigirarlo. Per me, son fortunati quelli che vennero su da ragazzi in mezzo a un esercito di cugine: hanno tutti qualcosa di gentile o di dentro o di fuori. Messi in compagnia delle bambine, i ragazzi si studierebbero di piacere, senza nemmeno sapere perchè, e piglierebbero quelle maniere garbate e cortesi, che a poco a poco diventano qualità dell'animo. Anche quella libertà trascurata del parlare, che poi si muta in abitudine e non si perde più, credo che sarebbe un po' corretta, e sarebbe un gran bene. Ma poi, guardate anche un bambino d'ott'anni, quand'è con una bambina di sette: gli si sveglia subito un certo sentimento di superiorità protettrice, che gli dà qualcosa di generoso e lo inorgoglisce. Così per me non c'è nulla di più caro di quell'aria di donnina savia che piglia una bambina, quando passeggia a braccetto d'un ragazzo dell'età sua. Nell'uno come nell'altro sentimento v'è un germe di virtù che quanto prima fiorisce, tanto meglio. E appunto in questo modo io credo che si ritardi il progresso di certe idee, perchè l'immaginazione lasciata sola divora presto la strada, e il ragazzo che fantastica la donna da sè, nove volte su dieci la guasta. Educazione comune: io son di questo parere. Poi si diventa grandi, si va lontano, si dimenticano a poco a poco i nomi e i visetti delle compagne d'infanzia; ma si vedono sempre, in confuso, tutte quelle testine bionde; e in mezzo alle tempeste della vita quelle manine ci salutano da lontano. Io da ragazzo picchiai per la strada un monello più forte di me, perchè aveva toccato un ricciolo a mia cugina, mentre l'accompagnavo a scuola; vi giuro che questo ricordo m'ha salvato dal far più tardi parecchie bricconate. Che cosa ne dite? —

Qui tacque, e guardò Candida; ma essa aveva abbassato tanto la testa, e non potè vederla in viso. — Mi pare che tu abbia ragione — gli disse la sorella, che non gli aveva affatto badato; la zia restò muta; il vecchio fece il suo solito risolino di consenso benevolo, e brontolò: — Sì... c'è qualcosa di vero.

— Furio! — disse a un tratto Iride.

Furio balzò in piedi.

— Mi son cadute le forbicine.

— Eccole, — disse Furio porgendogliele ed aveva il viso acceso. Iride prese le forbici, lo guardò e disse tra sè: — Curioso!

— Sciocco! — soggiunse la zia, che pure lo guardava.

E Riconovaldo, pronto: — Caro! — e lo baciò.

E così i due vecchi incartapecoriti toccarono la loro prima sconfitta.

XI.

La mattina dopo, Candida tirò in disparte suo fratello e gli disse con piglio amorevole:

— Perchè ti confondi in quel modo, quando Iride ti guarda o ti parla? Che c'è da vergognarsi? Non sta bene; chi sa che cosa le farai pensare... Le farai pensare che sei cattivo, perchè sono soltanto i ragazzi cattivi che si vergognano. Bisogna che tu sia un po' più disinvolto; è una tua parente, in fin dei conti, è tua cognata e — accentuando le parole — potrebb'essere tua madre. E poi non istà neanche bene guardar la gente così fisso, che pare non si sia mai visto nessuno; e tu ieri sera la guardavi così; e dovresti invece tenerla come una sorella, con cui fossi sempre vissuto insieme, e portarti con lei come ti porti con me. —

Furio, a cui non passava per la mente che sua sorella gli avesse letto nell'anima, intese quelle sue parole alla lettera, e rispose: — Sì, — e poi domandò ingenuamente; — Ma tu perchè non guardi mai Riconovaldo, e quando parla non lo stai nemmeno a sentire?

— Perchè... —

Mentre Candida cercava una risposta, comparve Iride con un vestito scollato di mussolina bianca, che lasciava vedere le sue spalle bianchissime. Candida fece un segno impercettibile di maraviglia spiacevole e guardò Furio. Furio vide in confuso qualche cosa di bianco, e disparve.

XII.

Poche ore dopo, Iride stava appoggiata a una finestra del salotto da pranzo, colle spalle volte alla campagna, e diceva: — Ma che proprio non ci sia modo di sfranchire un pò questo ragazzo? — In quel momento sentì il passo di Furio che scendeva le scale, e soggiunse subito: — Ora mi ci metto io. —

Furio entrò di corsa, credendo che non ci fosse nessuno; appena entrato, si fermò.

— Vieni qua, — disse risolutamente Iride, vedendo ch'egli si voltava per tornare indietro.

Furio la guardò stupito.

— Qua, — ella ripetè in tono scherzevole di comando; Furio, adagio adagio, le venne vicino.

— Ancora, — soggiunse Iride sorridendo.

Furio s avvicinò fino quasi a toccarla, col viso acceso, cogli occhi bassi, colle sopracciglia corrugate che pareva che soffrisse: non aveva che un leggiero sorriso sulle labbra, forzato, tanto per non parere un orso addirittura. Iride lo guardava con un'attenzione piena di curiosità, come per leggergli dentro, chè quella confusione le cominciava a parere strana davvero.

— Dove andavi? — gli domandò dolcemente, dopo un po', togliendogli di sulla manica della giacchetta un non so che di bianco, rimastovi appiccicato. Furio seguì con occhio attento e stupito quella mano, e poi rispose timidamente:

— In giardino.

— Sul lago? — dimandò essa di nuovo, come distratta, per dare al dialogo un certo tono di famigliarità; e si chinò a guardargli l'altra manica, come se vi avesse visto una macchia. Furio intravvide di su in giù quello stupendo volume di capelli biondi, e rispose con voce malferma:

— ... Sul lago.

— Ma guardami dunque! — esclamò Iride con allegra vivezza; — ti faccio paura? —

Furio si scosse e le lanciò uno sguardo che voleva dir cento no, franchi, sonori, risoluti; poi riabbassò gli occhi più confuso.

— Oh che strano ragazzo! — proruppe Iride con uno scoppio di risa; e piegando all'indietro la testa e giungendo le mani, scopriva tutto il collo bianco e le braccia bellissime.

— Ma perchè non ti pettini mai?

— ... Mi pettino, — rispose balbettando il ragazzo.

— Ma sei sempre così arruffato! — soggiunse Iride, e gli passò una mano sul capo. Furio diede un guizzo, piegò sotto come una verga di giunco, e il suo rossore disparve.

— E adesso? — dimandò la signora, ritirando la mano.

— ... Che? — mormorò Furio, ricomponendosi.

— Che cos'hai?

— ... Nulla.

— Guarda come ti sei messo la cravatta. Se fossi tua madre, vedo che avrei un gran da fare per darti un po' di garbo. Ecco, guarda come si fa, fermo un momento: così... e così... —

E nel piegare e ripiegare la cravatta andava ripetendo quei _così_ con una vocina lenta e carezzevole, a pause, come si fa ai bambini quando non voglion lasciarsi vestire. Tutt'ad un tratto tirò indietro le mani e domandò: — Perchè tremi?

— Non tremo, — rispose in fretta il ragazzo.

— Ma sì che tremi, e sei diventato pallido!

— Io no.

— Ti dico di sì, figliuol mio; tu non ti senti bene, hai bisogno d'aria, dammi il braccio, e andiamo a fare una passeggiata nel giardino. —

Furio, esitando, le porse il braccio; la condusse, a passo incerto, fino alla porta, e lì l'affare si fece serio: doveva passar prima lui? prima lei? tutt'e due insieme? a braccetto o divisi? Iride, ridendo, passò la prima. — Ah! questo cavaliere... — esclamò poi, riprendendo il braccio del poveretto tutto vergognoso; — andiamo, via. —

Furio, che non aveva più quegli occhi dinanzi, ritornava a poco a poco padrone di sè e incominciava ad afferrare colla mente la sua felicità; ma, oh Dio! fatti dieci passi, cracche, le ha messo il piede sul vestito; Iride guarda, è stracciato.

— Ma guarda come cammini! — esclamò con voce stizzosa, arrossendo. — Non vengo più, ecco! — E si sciolse bruscamente dal braccio del suo cavaliere; ma subito ritornò verso di lui sorridendo, e gli disse: — Povero Furio, come sei rimasto male! — Poi, porgendogli la mano, soggiunse: — Qua, facciamo la pace. —

Furio pose la sua destra tremante nella piccola mano d'Iride, e continuò a camminare più impacciato che mai. Andavano per un viottolo fiancheggiato da due alte siepi. Iride fece qualche domanda al piccolo cognato intorno alla sua scuola, alle sue occupazioni, alla campagna, di quelle solite domande che si fanno ai ragazzi senza badare alla risposta, e poi, ridendo, lo interrogò della zia: — Un po' durotta, eh? — e l'interruppe per accennargli un fiore, che glielo pigliasse. Furio lo prese e lo teneva in mano per non saper come porgerlo.

— Animo, sii gentile, e mettilo qui, per bene. —

E si voltò di fianco e chinò con molta grazia la testa, perchè glielo mettesse nei capelli; Furio glielo mise.

— Dio mio! — gridò Iride, spaventata, dopo pochi passi; — che strada è questa? —

Aveva messo un piede sull'orlo d'un fossetto pieno d'acqua e c'era scivolata dentro un buon palmo. Con un leggero sforzo tirò fuori il piede tutto stillante. Allora Furio si buttò in ginocchio, e prima col fazzoletto e poi coll'erba del sentiero strappata in fretta e furia, cominciò a fregare lo stivaletto con una foga disperata.

— No, no, basta, — andava dicendo Iride: — basta, Furio, grazie, non ti affaticare, tanto son tutta bagnata, bisogna ch'io mi vada a cambiare, basta, lascia pure. —

E andava ritirando il piede, stretto intorno alla noce dalla mano del ragazzo, come da un cerchio di ferro.

— Ma basta! — proruppe Iride con uno scoppio di risa.

Furio si alzò tutto rosso, sudante e glorioso, e quando Iride si fu allontanata, diede in un riso represso, si strinse un dito fra i denti, si stropicciò forte le mani, battè i piedi, rise di nuovo, e alzando gli occhi al cielo esclamò con trasporto di contentezza:

— Oh Dio! Dio! Come sono felice! Non c'è nessuno più felice di me sopra la terra!

XIII.

A Iride non era nemmeno passato per la mente che sotto quella gran timidezza del ragazzo si nascondesse qualcosa; e non c'è da meravigliarsene. I ragazzi noi li crediamo sempre più ragazzi di quel che sono. E questo, perchè, al solito, vedendoli e trattandoli, non ci è presente alla memoria il grado vero d'intelligenza e di sensitività che avevamo noi all'età loro. Se ci fosse presente sempre, ci ricorderemmo, per esempio, quasi tutti che, da bambini, abbiamo sentito far dei discorsi, in presenza nostra, che noi ora, alla presenza d'altri bambini, non ripeteremmo; e allora coloro che li facevano, erano fermamente persuasi che noi non gl'intendessimo; e gl'intendevamo invece quanto loro, e facevamo le viste di no. L'intelligenza dei fanciulli precorre quasi sempre l'accorgimento dei genitori o degli educatori, o di chiunque abbia ragione di tenerli al buio di qualche cosa per un certo tempo; le cautele vengono quasi sempre tardi; e fra quando cominciano a capire e quando si comincia a sospettare che capiscano, tutti i fanciulli sono più o meno ipocriti, e la loro ipocrisia è tanto più fina e profonda, quanto più viva e più spesso delusa la curiosità.

Lo stesso segue degli affetti.

Un ragazzo di quattordici anni! Chi gliel'avesse detto, a Iride, ell'avrebbe dato in uno di quei suoi scoppi di risa freschi e sonori, che facevano restar a bocca aperta il suo piccolo schiavo.

XIV.

Riconovaldo, più che stizzito, offeso dalla indifferenza crescente di Candida, continuava a rodersi dentro, ad almanaccare la maniera di vincerla, a tentar anche d'irritarla, se non altro, e di farsi detestare a viso aperto; pur ch'ella smettesse di portarsi così, come se non s accorgesse di lui. Poichè dice bene il Leopardi, che gli uomini tollerano l'odio, e talvolta pure se ne gloriano; ma ad un segno o ad un sospetto che abbiano di noncuranza, pochi sono così forti che restino immobili, e non si diano con ogni mezzo a cercare di liberarsene, discendendo anco, se occorre, ad atti vili. E più che in altri doveva questo esser vero in lui, che, oltre al naturale sospetto d'esser preso per una testa piccina e un'anima vuota, aveva la coscienza altera della sua bellezza, e non si vedeva nemmeno guardato.

Visto che anche il suo tentativo oratorio era andato fallito, si persuase di quello che Iride gli aveva detto di Candida; ch'essa, cioè, sotto quell'apparenza modesta e dimessa, covasse dell'orgoglio e della pretensione; il che avviene più di sovente in chi meno vi ha diritto e lo dà meno a vedere. Per questo pensò di scegliere altra strada, e cominciò a fare il noncurante anche lui; ma Candida era sempre più fredda; e gli fu forza di smettere. Allora invelenì davvero, e andò più in là; cominciò a pungerla, parlando a sua sorella, con ogni sorta di allusioni fanciullescamente maligne. Un giorno si lasciò andare a questa: Candida era presente, e sua sorella gli domandò d'una certa signora vedova di sua conoscenza, perchè non si rimaritasse.

— Che vuoi che si rimariti quella creatura di carta pesta? — rispose Riconovaldo coi denti stretti. — Non se n'accorge mica lei di non aver marito; è una di quelle donne che vivono fuor delle leggi della natura; anzi, a voler parlar giusto, non è neanco una donna. Per meritare il nome di donna, non basta mica averne le forme; bisogna averne l'anima, gli affetti, le tendenze, e una donna che non ha tutto questo, non è una donna, come non son donne le bambole, le mummie, le statue, e quei vestiti interi che pendono dagli attaccapanni nelle botteghe dei mercanti di stoffe. —

Ma Candida persisteva; non faceva un atto di risentimento, non dava un segno d'impazienza; era indifferente e impassibile come una pietra; e sì che qualche volta Iride, indispettita anch'essa da quei modi, aggiungeva le sue alle punzecchiature del fratello, ed era un'alleata formidabile. Riconovaldo, punto fino a mordersene le dita, e incaponito sempre più nel suo proposito, mutò strada ancora una volta. A poco a poco raddolcendosi, e fingendo di pentirsi, o pentendosi davvero, del suo procedere scortese e maligno verso Candida, cominciò a farle la corte, come lui la sapeva fare, con quella grazia e quella finezza; prima alla lontana, timido; poi apertamente, caldo e soave; qualche volta quasi supplichevole. Ma Candida mostrava di non badar alla sua dolcezza più di quel che avesse badato alla sua malignità.

Riconovaldo, disperato di riuscire, ferito nel più vivo nell'amor proprio, arrabbiato, volle vendicarsi voltando la cosa al faceto, e seguitò a far la corte a Candida come l'avrebbe fatta a una vecchia di settant'anni per divertire una brigata di amici; con certi inchini, certi accenti, certi modi sdolcinati e grotteschi, che gli sarebbero stati bene colle scarpe a fibbia e la parrucca incipriata. E nello stesso tempo si buttò dietro le spalle tutti i precetti educativi del Tommaseo, che in presenza delle ragazze non bisogna prendere atteggiamenti sbadati, nè sdraiarsi con cascaggine patrizia, nè avvicinarsi tanto che sentano gli aliti e cose simili. Ma Candida sempre si tirava indietro, o torceva la testa e voltava le spalle, o s'alzava e se n'andava via.

Un giorno le presentò un mazzolino di fiori avvizziti e senza odore; quella volta essa corrugò le ciglia e arrossì; ma subito si ricompose, e senza far atto di sprezzo o di dispetto, buttò il mazzolino in un canto.

E i giorni passavano così e Riconovaldo sempre più si accaniva, non però senza comprendere, di tratto in tratto, quando la passione taceva, ch'egli aveva torto, e che la sua condotta era puerile e villana. In quei momenti egli provava per quella povera ragazza un tale sentimento di pietà, che quasi era per correre a domandarle perdono; ma al primo rivederla, così rigida e cocciuta, addio pentimento: la bile si risollevava più che mai.

Altro che ricrearsi un poco a spese di Candida, riscalducciandola con qualche sorriso e qualche parolina, come n'aveva fatto disegno nel partire per la villa!

Iride intanto continuava a fare il chiasso con Furio, ogni giorno, come quella volta della passeggiata. Erano venuti in una certa dimestichezza; Furio sera fatto un po' più disinvolto; era beato; Iride gli comandava come a un paggetto, gli faceva fare mille faccenduole di casa, lo teneva tutto il giorno in moto a sua disposizione. — Furio! — gridava, e subito si sentiva un: — Eccomi! — allegro e vibrato, e un passo precipitoso, e Furio era là, davanti a lei, ansante e infiammato. Più stava insieme con lui, e più Iride lo trovava curioso, chè non sapeva capire certi suoi mutamenti improvvisi di colore e di umore, e se ne divertiva; e vedeva ch'era buono e gentile, in fondo, e gli voleva bene. Ma quello stargli sempre così vicina, con quel viso, con quegli occhi, con quel benedetto vestito, con quella sbadata libertà di maniere, e in campagna, era un guaio.

XV.

Sulla facciata della villa, al primo piano, ricorreva un terrazzino lungo e continuo, sul quale davano le finestre della camera di Furio; a sinistra, quelle della camera d'iride; a destra, nel mezzo, quelle del padre. Dinanzi all'ultima finestra d'Iride, nell'angolo, c'erano quattro o cinque grandi vasi di fiori, e un buon tratto della ringhiera era coperto dagli ultimi pampini d'una vite piantata nel giardino. Era un cantuccio tutto coperto di foglie, nel quale non penetrava mai raggio di luce; una persona vi si sarebbe potuta rimpiattare senza essere vista nè dal giardino nè dalle finestre.

Furio, una sera ch'era andato a dormire, mentre tutti gli altri stavano ancora sotto a discorrere, si svegliò, oppresso dal caldo, dopo due ore di sonno, e si fece alla finestra mezzo vestito per respirare un po' d'aria fresca della notte. La notte era quieta e chiara che pareva giorno. Gli alberi del giardino, illuminati dalla luna, apparivano distinti, foglia per foglia, fino ai più lontani, come alla luce del sole. Furio, all'aspetto di quella splendida pace del cielo, si sentì entrare nel cuore una dolce malinconia; guardò lungamente il giardino, i sentieri lontani, le case sparse, i colli; poi incrociò le braccia sul parapetto della finestra, chinò la testa, e stette un pezzo così.

Quando si riscosse, credette che fosse molto tardi e che tutti dormissero. Come spinto da una mano misteriosa, scavalcò il parapetto, e senza quasi pensarvi andò avanti sul terrazzino. A un tratto si accorse d'esser vicino alla finestra della camera d'Iride, e gli corse un brivido da capo a piedi; ebbe paura. Le finestre erano aperte e la camera buia; pensò che già dormisse, gli parve di udire il respiro, si sentì salire una fiamma alla testa, si mosse per tornare indietro... Magli mancò l'animo: avrebbe potuto far rumore e svegliarla; era vicino ai fiori, sedette, e si nascose. In quel punto sentì un suono confuso di voci giù nella sala da pranzo. Gli si agghiacciò il sangue. Non erano ancora andati a dormire, andavano allora, si davano la buona notte; che fare? tornare a letto? farsi scorgere? No, impossibile; fermo lì, e zitto. Il cuore gli batteva forte. Dopo un minuto, sente un passo leggiero venir su per le scale, due o tre porte si aprono e si chiudono l'una dopo l'altra, man mano più vicine; ecco il lume; l'ultima porta s'apre, Iride è nella sua camera, mette il candelliere sul tavolino, s'affaccia alla finestra. Furio trattiene il respiro, si preme una mano sul cuore dalla paura ch'essa lo senta battere; Iride è lì, sopra di lui; s egli stende un braccio la tocca, ne sente il profumo, vede in confuso il bianco del suo vestito. — Oh per carità, va via! — dice il povero ragazzo tra sè. Iride si leva dalla finestra, canterella, tace, ricomincia, va e viene per la camera, si riavvicina al parapetto, ritorna dentro, mormora qualche parola indistinta...

Intanto s'è levato un po' di vento che spande intorno un delizioso odor di giardino. Le foglie della vite e dei fiori stormiscono rendendo il suono d'un bisbiglio concitato, tenero, supplichevole, che par che dica: — Iride, Iride, Iride. — E tutta la campagna tace e la luna splende.

Furio restò un po' di tempo immobile coi gomiti appoggiati sulle ginocchia e la testa fra le mani. Poi a poco a poco le sue gambe si rilassarono, la testa gli ricadde da un lato, si distese in terra supino e s'addormentò.

— Ma vedi che testa! Anche stassera mi son dimenticata di chiudere! — disse Iride, e scese dal letto e s avvicinò alla finestra. — Che buon odore di fiori! — esclamò respirando l'aria viva, e s appoggiò sul parapetto. A un tratto balza indietro, gettando un leggero grido. — Cielo! che sarà mai? — Si riaccosta alla finestra, tende l'orecchio: un respiro! Il coraggio della paura la prende, s'affaccia risoluta, guarda: — Chi vedo! Furio! Che sia svenuto! — Si veste in fretta, esce di corsa, arriva in punta di piedi all'angolo del terrazzino, e si china a guardare il ragazzo. Dalla cintura in su era tutto illuminato dalla luna; aveva i capelli in disordine, la bocca semiaperta e le guancie ancora umide di lacrime. — Dorme, — disse Iride dopo averlo guardato attentamente; — pare che abbia pianto... Ora gli asciugo le lacrime e si sveglia. — Adagio adagio allungò il braccio per pigliargli il fazzoletto ch'egli si teneva fermo sul petto con una mano aperta, nell'atto di chi preme qualcosa sul cuore. Iride glielo prese, lo guardò. Come! il suo fazzoletto! il fazzoletto ch'essa credeva d'aver perduto! Stette un po' sopra pensiero, e poi esclamò: — Ma è possibile? — Restò qualche minuto immobile a guardar Furio che seguitava a dormire, poi tornò lentamente alla sua camera, si riaffacciò alla finestra, lasciò ricadere il suo fazzoletto, e chiuse.

Furio si destò, si guardò intorno, e di nuovo gli parve che le foglie della vite e dei fiori, agitate dal vento, gli dicessero all'orecchio: — Iride, Iride, Iride. —

XVI.