Part 17
Bisogna conoscere questo giovanotto di vent'anni, buono, irrequieto e stizzoso, ed essere assuefatti alle sue bizzarre sfuriate contro i fantasmi ch'egli stesso si crea, per poter credere che abbia detto d'un fiato, e senza ridere, quella filastrocca di parole vane. Io guardavo intanto il supposto bottegaio, e la donna seduta dinanzi a lui sur un panchettino, colle braccia incrociate sulle ginocchia, in atto contemplativo; e come ho miglior vista del mio amico, mi parve di scorgere che l'uomo avesse una quarantina d'anni, e la donna poco più, benchè nè dell'uno nè dell'altra potessi ravvisare i lineamenti. Mi feci dare il canocchiale e lo appuntai verso la donna. Prima mi ballò dinanzi un faccione confuso; poi si fissò e lo vidi distintamente. Era proprio un viso di donna rassegnata a una vita di sacrificio: aveva i capelli grigi, la fronte rugosa, gli occhi grandi e melanconici; un non so che di grave e di raccolto, che rivelava un'abitudine antica di soffrire. — Par che l'amico abbia indovinato, — dissi in cuor mio, e rivolsi il canocchiale verso l'uomo. In quel punto egli si voltò, e mi presentò tutto il viso. — Chi vedo mai! — esclamai tra me stesso; — ma è possibile? — Allungai il canocchiale, riguardai. — Ma è lui! Non c'è dubbio! E quel viso visto cento volte nei ritratti! — E allora mi rivenne in mente un fatto da lungo tempo dimenticato, e quasi nello stesso punto, il principio e la fine del racconto che il lettore troverà più innanzi. L'amico mi domandò: — Ebbene? È o non è un viso di bindolo, di screanzato e d'orgoglioso? — Io non potei più sorridere, come prima, alle sue parole; gli risposi che veramente non era un uomo simpatico; ma che mi pareva d'averlo visto altre volte; che volevo levarmi la curiosità di sapere chi fosse; che sarei andato a chiedere informazioni di lui. Il giorno dopo, infatti, andai difilato a fargli una visita, col pretesto di saper chiaramente il fatto che lo riguardava, perchè, come gli dissi, avevo l'intenzione di scriverlo. Abituato a ricevere siffatte visite, mi accolse cortesemente, mi raccontò ogni cosa con grande indifferenza, come se parlasse d'un altro, mi parlò della donna (non moglie) che aveva con sè, delle abitudini della sua vita. — Stiamo insieme da dieci anni, — disse concludendo; — io ho della pazienza, essa pure, e si vive.... come Dio vuole. Le mie due grandi consolazioni sono la stima della gente e la devozione di questa povera disgraziata. — Andai a casa, scrissi tutta la sera e tutta la mattina seguente, e il giorno dopo mi recai dall'amico col manoscritto. Era l'ora che il “bottegaio„ stava a pigliar il fresco sul terrazzino. Dopo qualche altra chiacchiera, si rivenne a parlare dell'antipatia. — Amico, — gli dissi, — hai preso un granchio. — È impossibile! — egli rispose colla sua vivacità abituale. — Lasciamo gli scherzi, — io ripresi; — ti prego di leggere questi fogli: è un racconto storico, che ho scritto in questi giorni; il personaggio principale è il tuo “bottegaio„ antipatico; ti do la mia parola che, salvo i necessarii artifizii dell'esposizione, non ho alterato d'una sillaba la verità. — L'amico prese i fogli e cominciò a leggere. Dopo un po' alzò gli occhi, guardò l'uomo del terrazzino, poi me; e riprese la lettura. Via via che andava innanzi, guardava sempre più spesso me e l'uomo, l'uomo e me; e si faceva sempre più serio. Giunto all'ultime righe, gettò un grido di meraviglia, balzò in piedi, mi afferrò una mano e disse con voce commossa: — Mi dai la tua parola d'onore che è vero? — Te la do, — gli risposi. — E che è lui? — domandò ancora. — Che è lui, — ripetei. Senza dir altro, prese il cappello e uscì a passi concitati. Io mi affacciai alla finestra e lo vidi attraversar la piazza e infilar la porta della casa di fronte. Dopo qualche minuto notai che l'uomo del terrazzino era sparito. Di lì a poco ricomparve, e un momento appresso il mio amico riattraversò la piazza. — Io ti conosco! — dissi tra me, correndo ad aprir la porta; io lo so quello che sei andato a fare! — L'amico comparve sulla soglia. — Tu, — continuai ad alta voce, — sei andato a baciare in fronte quell'uomo! — Egli mi guardò, sorrise, e poi gettandomi le braccia al collo mi rispose con un grido d'allegrezza: — No, perchè n'ero indegno; sono andato a baciargli la mani.
II.
Era l'estate dell'anno 1861, allorchè la fama delle imprese brigantesche correva l'Europa; quei giorni memorabili, quando il Pietropaolo portava in tasca il mento di un “liberale„ col pizzo alla napoleonica; quando a Montemiletto si seppellivan vivi, sotto un mucchio di cadaveri, coloro che aveano gridato: — Viva l'Italia; — quando a Viesti si mangiavano le carni dei contadini renitenti agli ordini dei loro spogliatori; quando il colonnello Negri, presso Pontelandolfo, vedeva appese alle finestre, a modo di trofei, membra sanguinose di soldati; quando il povero luogotenente Bacci, ferito e preso in combattimento, veniva ucciso dopo otto ore di orrende torture; quando turbe di plebaglia forsennata uscivan di notte dai villaggi, colle torcie alla mano, a ricevere in trionfo le bande; quando s'incendiavano mèssi, si atterravano case, si catturavan famiglie, s'impiccava, si scorticava e si squartava; e a tener vivo e ad accrescere l'eccidio miserando venivan dalla riva destra del Tevere armi, scudi e benedizioni.
Uno degli ultimi giorni di luglio, poco dopo il levar del sole, per una valle deserta della provincia di Capitanata, andava verso San Severo un carabiniere a cavallo, il quale era partito la notte da quella città per andar a recare al comandante d'una “colonna mobile„ un ordine del colonnello. Egli portava sotto l'abbottonatura della tunica una lettera di risposta a quell'ordine, nella quale il comandante diceva che si sarebbe recato alle otto della mattina in un recesso d'un monte vicino, dove aveva saputo essere solita a riparare una mano di briganti che da qualche tempo infestava quelle terre. Il portator della lettera era un uomo sui trent'anni, alto, asciutto, con due occhietti scintillanti e due baffetti aguzzi, e quella ruga diritta in mezzo alle sopracciglia, che rivela abitudine di riflessione; la sua fisonomia spirava una gravità prematura, alla quale il grande cappello nero a due punte dava quasi un riflesso di tristezza; e il suo rigido atteggiamento, e le sue mosse franche e recise, attestavano un vigor d'animo rispondente ai bisogni dei tempi e dei luoghi. Andava di trotto per un sentiero serpeggiante, voltando il capo ora di qua, ora di là, a guardare i pascoli abbandonati, i monti rocciosi, il cielo limpidissimo, senza udire altro rumore che lo scalpitìo del suo cavallo e il tintinnìo della sua sciabola.
A un tratto, passando in mezzo a due siepi alte e fitte, vide un lampo e sentì un colpo di fucile. Mentre gira il cavallo e afferra la pistola, il cavallo vacilla; nell'atto ch'egli abbassa il capo per veder se è ferito, si sente afferrar di dietro; nel punto che si volta indietro, un uomo balza fuor dal cespuglio dond'era partito il colpo, e gli è sopra; dietro a lui, come un'ombra, un terzo; non ebbe tempo nè di sparare, nè di saltar giù, nè di mettersi in guardia; fu scavalcato e steso in terra. Qui provò a resistere, si divincolò, percosse, morse; ma non potè alzarsi; spossato, si arrese, e si lasciò disarmare. Nella furia, però, del dibattersi, avvolto da un nuvolo di polvere, avea potuto con un movimento rapidissimo mettersi la lettera in bocca, senza che se n'accorgessero i suoi assalitori. Gli legarono le mani dietro al dorso; lo alzarono in piedi; gli appesero al collo in fretta e in furia la sciabola, il mantello rotolato, la valigietta della sella; trascinarono il cavallo dietro la siepe, e poi via a traverso i campi, spingendo lui sbalordito e barcollante, con un frastuono infernale di bestemmie, di minaccie, di percosse, di risa.
Dopo una corsa di mezz'ora, essendo omai lontani dalla via battuta abbastanza da non aver più a temere sorpresa, rallentarono il passo. Erano arrivati alle falde dei monti, in mezzo agli alberi, in un luogo dove non si vedevan case, nè capanne, nè alcun segno d'abitazione. Il carabiniere, curvo sotto il peso dei suoi arnesi, non dava segni nè di terrore, nè d'ira; e il suo volto, pallido, ma non alterato, mostrava l'animo consapevole della sorte che l'attendeva, e il cuore preparato a riceverla. Egli non ignorava che cader nelle mani dei briganti, in quei giorni di rappresaglie feroci, era la morte; perciò in lui c'era già un po' della calma solenne della morte; e chi non l'avesse saputo, al solo guardarlo negli occhi avrebbe detto. — Quell'uomo va a morire. — Il brigante che gli andava innanzi, si voltava di tratto in tratto a lanciargli un'occhiata tra la curiosità e il sospetto. Quello che gli camminava al fianco, e che pareva il capobanda, guardava pure ora il prigioniero, ora il compagno, e ricambiava con questo un sorriso di trionfo.
— To', — disse poi tutt'ad un tratto, appendendo il suo fucile al collo del carabiniere; — portamelo.
— Porta anche il mio, aggiunse quello che andava innanzi, e fece lo stesso.
— E tu? — dimandò il capobanda, voltandosi verso il terzo brigante che veniva dietro, e che pareva il più giovane.
— Io? — questi rispose; — io preferisco tenermelo... non si sa mai!
— Gaglioffo! — borbottò l'altro, lanciandogli un'occhiata sprezzante; poi si voltò verso il carabiniere e gli disse: — Amico! — battendogli una mano sulla spalla; — ora ci dirai dove andavi! —
Il carabiniere non rispose.
— Oh! oh! — esclamò il brigante, chinandosi a raccogliere una verghetta. — Hai inteso? — e gli diede una vergata sulle mani.
Il carabiniere tirò innanzi senza rispondere.
— Parlerai, poveretto, — riprese il brigante, buttando via la verga; — comincian tutti come te, e tu finirai come gli altri. Sei di carne e d'ossa tu pure; quando sentirai pungere, griderai anche tu; va tranquillo! —
Ciò dicendo, gli diede un urtone per fargli infilare un sentiero lungo la sponda d'un rigagnolo; andarono diritti un pezzo, poi passarono un piccolo ponte, girarono attorno a un poggio, e cominciarono a salire per una viottola angusta su per un monte erto e roccioso. Il carabiniere, stretto intorno al collo dalle bertelle dei fucili, imbarazzato dall'aver le mani legate, soffocato dall'uniforme, grondante di sudore, saliva a sbilancioni, inciampava nei sassi, cadeva in ginocchio, e si rialzava a fatica, per tornare a cadere; e i briganti lo picchiavano, lo malmenavano, lo spingevan su a pedate, schernendolo, urlando: — Su, poltrone! Voialtri, quando ci cogliete, ci legate ai vostri cavalli! Una volta per uno, piemontese! —
Su, a mezzo il fianco del monte, erano aspettati. In un punto dove la roccia era tutta bricche, scoscendimenti e precipizi a filo, con appena qualche striscia di cespi e d'arbusti aridi, sotto una rupe cava e ricurva a guisa di volta, si stendeva un breve tratto di terra piano, cinto intorno intorno di macigni, parte franati dall'alto, parte — i più piccoli — spinti a forza di braccia tra i primi, in modo da formare con quelli una specie di baluardo. La rupe serviva di tetto e di parete a una capanna di legno, che occupava una quarta parte dello spazio chiuso. Sulla faccia interna dei macigni erano state incavate delle nicchiette, per riporvi roba, e degli scalini, dall'alto dei quali si vedeva giù tutta la china. S'entrava là per un'apertura poco più larga d'un uomo. Fuori, non appariva indizio di luogo abitato; dentro, pareva insieme una tana, un ridotto e un corpo di guardia. Nelle nicchie v'eran bicchieri, tazze di latta, tegami, pani, coltelli; dalle punte sporgenti dei macigni pendevano sacche e fiaschette; in un angolo c'era un mucchio di cenere e di tizzoni, e la roccia, di sopra, affumicata; sotto la capanna, paglia e panni ammontati. A guardar su, oltre la rupe, e dietro, e ai lati, non si vedevano che roccie, fessi profondi, e massi enormi quasi sospesi in aria, con qualche raro albero che appariva appena come un ciuffo d'erba. Sotto, i fianchi rotti del monte; più in là, pianura, e lontano, altri monti.
Un uomo, ritto sull'ultimo gradino d'una scaletta, coi gomiti appoggiati sul macigno, e il viso nascosto dietro due pietre, tra le quali sogguardava come attraverso una feritoia, stava aspettando la compagnia. Quando scorse il carabiniere, battè la mano, in segno di contentezza, sur una delle due pietre; e prese a seguitare coll'occhio intento ogni suo passo, accompagnando ogni percossa che gli vedeva dare, con un gesto e una bestemmia, come per accrescere forza al percussore e dolore al percosso.
Quando furono a pochi passi dal ridotto, scese e gli andò ad aspettare alla porta. — Arrivarono. — Il carabiniere, cacciato dentro con uno spintone, stramazzò in mezzo al recinto; entrarono in furia gli altri, ansando, sbuffando, buttando qua e là borse, capelli, armi; sedettero intorno, sui sassi, e stettero un po' di tempo silenziosi, per riprender fiato ed asciugarsi il sudore.
— Eccone uno! — esclamò poi il capobanda, voltandosi verso il compagno che era uscito a riceverlo.
— Bell'e vivo, — rispose questi. Poi, data un'occhiata al prigioniero e visto che avea gli sproni, domandò al capo: — E il cavallo?
— Non me ne parlare! — rispose il capo indispettito; — bisognerà che faccia in pezzi questa maledetta carabina: ho colto la bestia invece dell'uomo. — E qui fece in poche parole il racconto dell'accaduto.
— Non importa, — disse l'altro; — è stato un colpo da maestro. —
S'avvicinò al carabiniere, lo aiutò ad alzarsi, e dopo averlo fissato un po' in viso con un'aria di stupida curiosità, gli tolse di dosso i fucili, il mantello, la sciabola; poi gli levò il cappello, lo guardò di sopra e di sotto, sorrise e lo buttò in un canto. Il carabiniere, rifinito, si appoggiò alla capanna, e cominciò a guardare i briganti, ad uno ad uno, collo sguardo lento e grave d'un malato, il cui pensiero spazii già di là dalla vita. I briganti si misero a frugare nella sua valigietta.
Erano davvero ceffi degni del luogo e delle opere. Quello che pareva il capo, era un uomo sulla quarantina, basso della persona; ma corpulento, con una grossa testa, le spalle che toccavan le orecchie e le gambe arcate con due polpacci enormi; e dalla fronte ai piedi tutto largo, corto, tozzo, piatto, che pareva un gigante rientrato in sè stesso, che si fosse gonfiato di tanto, di quanto s'era accorciato; e nero, barbuto, baffuto e capelluto, in modo che non gli si vedeva che due dita di fronte e il sommo delle guancie. Degli altri tre, due parevan fratelli: avevano la stessa fronte angusta, lo stesso naso rincagnato, gli stessi occhi volpini, la stessa bocca senza labbra, curva in forma di semicerchio rivolto in giù, e lo stesso mento aguzzo e sbarbato; e l'uno e l'altro piccoli e nervosi. Tutti e tre aveano negli occhi quel non so che di cupo, di furbo, di lubrico, di spiritato, che esprime la mostruosa stravaganza di cotali nature miste di superstizione e di ferocia, di coraggio temerario e di abbietta vigliaccheria. Un po' cascanti sulla vita, avevano nel gesto e nel passo, e anche nei loro impeti d'ira, qualcosa della leggerezza molle delle tigri. Portavano un cappello a pan di zucchero, due alte ghette, e una giacchetta ampia ed aperta sul davanti, e tra la giacchetta e i calzoni usciva in giro, a sgonfietti, un po' di camicia, stretta da una larga fascia azzurra. Il quarto brigante, che pareva il più giovane, aveva un viso più umano; ed era anch'egli piccolo e sbarbato come i due che avevan aria di fratelli.
— Adesso — disse il capobanda, quando ebbe finito di visitar la valigia — fategli metter giù gli stracci, poi mangeremo due bocconi, e poi... la vedremo. —
I due fratelli s'avvicinarono al carabiniere, e uno gli slegò le braccia, mentre l'altro gli teneva il pugnale dinanzi al petto. Le due braccia slegate caddero penzoloni come le braccia d'un cadavere.
— Giù l'uniforme, — disse uno dei briganti.
Il carabiniere li guardò, e stette qualche momento perplesso, colla fronte corrugata e un labbro stretto fra i denti.
Il brigante più giovane lo guardava con tristezza.
— Tu — disse a costui il capo, che stava seduto presso la porta — va al tuo posto! —
Il giovane, come obbedendo ad un ordine abituale, salì la scaletta, da cui uno dei briganti aveva veduto venire i compagni; appoggiò i gomiti sul macigno, mise il viso fra le due pietre, e rimase immobile.
— Giù l'uniforme, — ripeterono i due briganti, alzando tutti e due insieme la mano.
— Dategli una ceffata, che gli lasci il segno delle dita! — gridò il capo.
Il carabiniere si scosse come se fosse stato punto in una piaga, poi chinò la testa in atto di rassegnazione, e si tolse l'uniforme. I due briganti la presero; frugaron nelle tasche, nelle maniche, da ogni parte; poi la gettarono sotto la capanna. Uno di essi frugò ancora il prigioniero nelle tasche dei calzoni, e disse al capobanda: — Nulla!
— Accidenti a lui! — questi rispose; — legatelo al ferro. —
I due manigoldi legarono il carabiniere colle mani intrecciate sul dorso a un grosso uncino piantato in uno dei pali della capanna. L'infelice era bianco come un morto e batteva i denti come pel ribrezzo della febbre.
I tre briganti cavaron dalle nicchie un po' di provvigione da bocca, sedettero sopra tre sassi, e cominciarono a mangiare, discorrendo tranquillamente, a sbalzi e a proposizioni tronche, come si fa quando si bada più a quello che si mangia che a quello che si dice.
— Hai sentito le notizie di Casalvecchio?
— L'affare di Don Alessio?
— Già; dugento ducati di taglione.
— Pagati?
— Pagati.
— Che chiappa!
— E trecento ducati al Sindaco.
— Furon discreti. Tra lui e suo fratello han di gran terre. Lungo il Fortore, per due miglia, è suo.
— Ma la più bella è stata a Biccari: sei cavalli, cinque fucili, mille ducati e otto sacchi di cacio-cavallo, d'un sol colpo. — Qui buttò una buccia d'arancio addosso al carabiniere, dicendo: — To'.
— E sento — riprese un altro — che c'è stato dei guai a Cerignola.
— Tra la banda di Salvatore Codipietro e i Piemontesi. Furono acciuffati all'impensata. È stato uno spionaggio del Sindaco. Sette presi.
— Col capo?
— No.
— Fucilati? —
Il brigante fece cenno di si.
— Madonna! — esclamò l'altro, e si voltò verso il carabiniere: — Hai inteso, eh? Ma vi renderemo la pariglia, non dubitare. Ha da venire il giorno che a ogni albero della campagna penderanno le budella d'un piemontese. Da' tempo. —
E tracannò un bicchier di vino.
— Guarda, — disse un altro, accennando il carabiniere ai compagni, — sta pensando.
— A che pensi? — domandò il capo, forbendosi i baffi.
— A màmmata? — ridomandò il primo.
— Dove la lasciasti?
— Sentiamo. —
E si voltarono tutti e tre a guardarlo. Il povero giovane chiuse gli occhi, stette un po' così, e poi li riaperse grandi ed umidi, e guardò lontano, di là dai monti.
I tre briganti risero.
— Ma il più bello — disse uno — è che non parla.... O che sarà?... Superbia?
— Modestia, — rispose l'altro con un riso sguaiato.
— Paura, — aggiunse il capobanda.
Il carabiniere scosse la testa come per dire di no-
— Ah! no? — esclamò il brigante, balzando in piedi; — ora vedremo. — E poi ai due compagni, con piglio risoluto: — Costui andava a portar qualche ordine per farci coglier nel covo. Abbiamo perduto anche troppo tempo. Facciamolo sputare.
— Facciamolo sputare, — risposero gli altri, alzandosi.
Il carabiniere si scosse, e alzò la testa in atto di chi dice: — Son preparato. — I tre briganti gli si piantarono dinanzi. Chi avesse osservato, in quel momento, il giovane che stava alla vedetta, lo avrebbe visto tremar come una foglia e voltarsi indietro, per non farsi scorgere, a poco a poco, col viso bianco dal terrore. Il capobanda se n'accorse, e gli accennò con un gesto imperioso che badasse al dover suo: quegli riprese l'atteggiamento di prima.
— Dunque, — prese poi a dire il capo, rivolgendosi al carabiniere, con un accento che non ammetteva più indugi, — di dove venivi? —
Il prigioniero corrugò le sopracciglia e fissò il brigante con uno sguardo profondo che annunziava una volontà più risoluta della sua, e non rispose.
Il brigante, senza dir altro, gli menò un così violento pugno sotto il mento, che s'intese uno scroscio come se gli avesse spezzati i denti. — Risponderai ora? —
Il carabiniere abbassò la testa, lasciò colare il sangue che gli empiva la bocca; poi, rialzando gli occhi in viso al brigante, con un'espressione d'imperturbata alterezza, fece cenno di no.
Il brigante si morse le labbra, ricambiò coi due compagni un sorriso forzato; poi, con tutta calma, pose la mano in tasca, trasse un coltello, l'aperse, sbottonò la camicia al carabiniere, e gli mise la punta della lama sotto la fontanella della gola. La vittima fece un movimento convulso come se la lama fosse già entrata. — Nessuna paura, — mormorò il brigante; — e fece scorrere il coltello, lentamente e leggermente, dal collo fino alla cintura, come avrebbe fatto sopra una tavola per tracciarvi una linea. Sul petto dello sventurato apparve una lunga riga rossa, somigliante a un taglio di rasoio, che subito disparve sotto le goccie di sangue che ne spicciarono fuori; e le goccie filarono giù, come lagrime, sotto i panni e sopra, sino a terrà.
— Ah! ah! — gridò con voce bestiale il capo; — lo cominci a vedere, eh?
— Guarda come corre! — disse l'altro.
Il giovane brigante si coperse il viso colle mani.
— Parli ora? — ridomandò il capo.
Il carabiniere guardò sgocciolare il sangue, poi alzò la testa, fissò gli occhi in viso al brigante, e colla medesima espressione di prima fece cenno di no.
I tre aguzzini si guardarono in viso con un'aria più di stupore che d'ira.
— Ma vuoi dunque morire, imbecille? — urlò improvvisamente il capobanda, mettendo il suo viso contro quello del carabiniere, in modo quasi da toccarlo, e scotendo una mano aperta accanto alla guancia di lui. — Non vedi che sei qui, nelle nostre mani, solo, e che ti possiamo sventrar come un cane? Cosa speri? Che ti vengano a liberare? Dì qualche cosa! Fa sentire la tua voce! Metti fuori almeno una parola! —
Il carabiniere rimase muto.
Preso da un accesso di rabbia, uno dei briganti alzò il coltello; ma il capobanda gli trattenne il braccio, dicendo: — No, il coltello! — e afferrò un fucile: — Questo bisogna che provi! — e alzata l'arma da terra, gliela battè con tanta forza sui piedi, che l'ossa scricchiolarono, il misero gettò un acutissimo lamento, e si contrasse tutto come preso da epilessia. Ma quasi nello stesso punto, traendo forza dal dolore, battè il piede offeso in terra, alzò la testa, e gridò con un ruggito: — No! —
I briganti lo afferrarono tutti e tre insieme pel collo, e stavan per fargli schizzar gli occhi dal capo, quando il giovane che faceva da sentinella, reso audace dall'orrore che non potea più vincere, gridò con voce e viso di forsennato: — Eh, ammazzatelo una volta, per dio! Tirategli una fucilata nella testa! Che serve farlo tanto patire? —
I tre briganti, colpiti più dalla sua audacia che dalle sue parole, si voltarono a guardarlo in atto di stupore; ma fu un breve stupore. Il capo si slanciò sul giovane temerario, e con un pugno nella nuca gli fece battere la testa sul macigno. Il giovane, sbalordito, riprese senza far parola l'atteggiamento di prima; ma nel punto stesso che gettava lo sguardo giù pel fianco del monte, fece un leggero atto di meraviglia, si sporse più innanzi, e restò immobile, cogli occhi fissi. Il capo dei briganti non se ne accorse, e tornò verso la vittima. Era livido, digrignava i denti e tremava; i suoi stessi compagni lo guardavano con trepidazione. Pose una delle sue grosse mani sul capo del carabiniere, alzò l'altra con l'indice teso in atto di minaccia, e guardandolo di sbieco cogli occhi iniettati di sangue, mormorò con voce strozzata: