Part 18
— Senti... In mal'ora t'è venuta l'idea di fare il cocciuto con me... Tu non sai chi sono... Io ho fatto rizzare i capelli sulla testa a gente che aveva più fegato di te.... Tu non hai idea di quello che son capace di farti soffrire... Io son capace di pugnalarti fino a domani senza toglierti la vita.... di ridurti a non aver più figura d'uomo.... di strapparti gli occhi dal capo.... Sai quello che è seguito agli altri.... non mi mettere al cimento.... di' quello che devi, prima che mi monti il sangue alla testa....
Dicendo le ultime parole, gli levò la mano dal capo, — la guardò, — c'eran dei capelli. Indispettito, glieli buttò nel viso e gli rimasero attaccati alla bocca. Il carabiniere, per liberarsene, sputò. I briganti presero quell'atto come uno spregio, e non si contennero più. Gettando tutti e tre insieme un grido di rabbia, chinando il capo, torcendo gli occhi, gli si slanciarono addosso come tre fiere, e cominciarono colle punte dei pugnali, coll'unghie, coi denti, colle ginocchia, coi piedi, a torturarlo, in fretta e in silenzio; or l'uno or l'altro sostando un momento per riprender fiato; dicendosi l'un l'altro: — Adagio! — per avvertirsi di non ucciderlo; e pestavano, punzecchiavano, mordevano, e cadevano in terra stille di sangue, brani di camicia, ciocche di capelli; e non s'udiva che il respiro affannoso dei tre carnefici, e il rumor dei pugnali che s'urtavano, e il singulto secco della vittima; erano accecati, ebbri, imbestialiti; non parevano più tre uomini, ma un mostro di tre corpi avviticchiato ad un uomo: presentavano tutto quello che posson avere insieme di orribile la demenza, la viltà e la ferocia.
— Non lo uccidete ancora! — ricominciò a gridare il giovane con grande affanno, voltandosi e rivoltandosi rapidissimamente ora verso i briganti, ora verso la campagna, e alzando a grado a grado la voce come se volesse coprire un rumore che s'avvicinava. — Non lo uccidete ancora! Aspettate! Dirà tutto! Se lo uccidete, non saprete nulla! Provate ancora una volta! Ha fatto segno che vuol parlare! Lo ucciderete poi! Gli darò io una pugnalata nel cuore, se non gliela darete voi! Mettete giù i pugnali! Picchiate solamente coi pugni! Non vedete che muore? —
Senza cessar di gridare lanciò un'occhiata fuori, vicino, al piede del baluardo; poi balzò in mezzo al recinto, e mutando tutto ad un tratto viso e intonazione di voce, gridò con un accento d'inesprimibile disprezzo:
— Ah! vigliacchi! Tre contro un moribondo!
— Dannazione! — urlò il capo dei briganti, slanciandosi col pugnale alzato contro di lui.
— È tardi! — questi rispose con un fremito di gioia, e accennando la porta, gridò: — Guarda! —
Nel punto stesso che gli altri due briganti, avvertiti dalle parole del giovane, gettavano in fretta e in furia un ampio mantello addosso alla vittima, e mentre il capo afferrava il fucile per gettarsi contro il nemico misterioso che s'avanzava, scoppiò uno strepito d'armi, di passi, di voci, balenarono baionette e canne di fucile dinanzi alla porta, sopra i macigni, sull'alto della rupe; e irruppe dentro uno stuolo di carabinieri, che in un baleno circondò, oppresse, disarmò e buttò a terra quanti trovò nel recinto. Seguirono alcuni momenti di silenzio, durante i quali non si udiva che il respirar grosso e frequente dei carabinieri trafelati.
— Soccorrete il moribondo! — gridò all'improvviso il giovane brigante, che stava inginocchiato anche lui, come gli altri, colle mani appoggiate in terra, sotto la baionetta d'un carabiniere.
— Qual moribondo? — domandò il capitano, facendosi innanzi, polveroso ed ansante.
— Là! nell'angolo! — rispose il giovane, accennando.
Tutti si voltarono a guardare: nessuno scopriva nulla.
— Sotto il mantello! ripetè il brigante.
Il capitano, seguìto dagli sguardi di tutti, s'avvicinò alla capanna, afferrò il mantello e lo buttò in terra. Un grido generale d'orrore risonò alla vista di quell'orrenda cosa. L'infelice prigioniero, inginocchiato in terra, colle braccia ritorte indietro, e il capo spenzolante sul petto, era tutto lividi e piaghe e sangue, che parea scorticato; e faceva uno sforzo per alzare la testa.
— Slegatelo subito! — gridò il capitano. — Dategli da bere! —
Tre carabinieri accorsero, lo slegarono, lo posero a sedere, e cominciarono ad esaminar le ferite; gli altri, acciecati dall'ira, percotevano i briganti col calcio del fucile.
— Giù le armi! — gridò il capitano. E poi, voltosi verso il giovane brigante: — Parla tu! —
Il carabiniere che lo teneva gli permise d'alzarsi in piedi.
— Quando fu preso quell'uomo? — domandò il capitano; — di' la verità prima di morire.
— Quell'uomo — cominciò il giovane con voce affannosa, tremando ancora d'orrore e di spavento... — quel carabiniere... l'hanno preso stamani... l'hanno condotto qui... l'hanno legato... volevano che parlasse... lui non voleva... non parlò... gli saltarono addosso... Io ho veduto! Mio Dio! Mio Dio!
— Ma tu chi sei? — gridò il capitano, strappandogli il cappello.
Tutti si voltarono ed esclamarono: — Una donna!
— Sì! — gridò questa come una forsennata; — sono una donna... m'hanno rubata... son quindici giorni... mi misero il coltello alla gola... m'hanno condotta con loro... Ma io non mi sono macchiata le mani di sangue, no! lo giuro! io li accompagnava soltanto perchè non m'uccidessero! Io sono di San Severo... sono una povera contadina...
— Perchè non hai tirato una fucilata nella testa a uno di costoro?
— Non ho avuto coraggio... mi avrebbero messa alla tortura... Bisogna vedere quello che fanno... Credevo di diventar pazza... Se aveste visto... Ma lui (e accennava il ferito), lui è stato un Dio... ha sofferto tutto... non ha detto una parola! non una parola!
— Trascinate questi vigliacchi ai piedi della loro vittima! — gridò il capitano.
I carabinieri trascinarono i tre briganti dinanzi al ferito, a cui era stata fasciata la testa con una pezzuola che gli cuopriva il viso.
— Son qui io! — gridò il capitano, chinandosi verso l'infelice, che cominciava a ridar segni di conoscenza; — sei salvo! sei in mezzo ai tuoi compagni! fatti coraggio! guarda! i tuoi assassini sono inginocchiati davanti a te! —
Il carabiniere alzò lentamente la testa e si scosse tutto. Poi stese una mano, la posò sulla testa del capo dei briganti, la ritrasse, sorrise colla bocca insanguinnata — sporse il capo innanzi — e gli sputò sulla faccia.
— Cos'è questo? — dimandò il capitano, raccogliendo un non so che bianco e molle che gli era parso veder cadere dalla bocca del disgraziato.
— ... La... risposta... al colonnello... — rispose il ferito con un filo di voce.
— Al colonnello di San Severo? La mia risposta? Quella che t'ho data questa mattina? —
Il carabiniere accennò di sì.
Il capitano si slanciò su di lui, gli mise un braccio intorno al collo e lo baciò sulla fronte; poi balzò in piedi e gridò ai suoi soldati: — Inchinatevi davanti a questo valoroso, figliuoli! Egli portava al colonnello la mia lettera che annunziava la nostra partenza, l'ora e dove andavamo; se i briganti la leggevano, eran salvi; la mise in bocca, e non parlò per non tradirsi, e sopportò i tormenti in silenzio! È un eroe! È un martire! È un'anima grande!
— Sì! — gridarono tutti i carabinieri insieme, con una voce che veniva dal più profondo dell'anima.
— Baciategli i piedi, vigliacchi! — gridò il capitano ai briganti.
L'uno dopo l'altro, strisciando in terra come serpi, baciarono i piedi al ferito.
— Capitano! — gridò allora la donna, fissandolo con due occhi di pazza; — io potevo dar l'avviso, quando voi venivate... non lo diedi, vi lasciai venire... Fatemi una grazia in compenso... Io sono una donna perduta... Io non posso più tornare a casa... Fatemi fucilare con costoro!
— No! — gridò con un estremo sforzo il ferito.
Tutti si voltarono.
— Voi... — continuò l'infelice con voce fioca, tendendo una mano sanguinosa verso la donna, — dovete fare un'opera di misericordia...
— Quale? dite! Dio mio! Io ve lo domando per carità! — gridò la donna, gettandoglisi ai piedi colle mani giunte.
— ... Accompagnarmi... — mormorò l'infelice.
— Dove? — domandò là donna.
— Da per tutto! —
Tutti si guardarono meravigliati.
— Cosa volete dire? — ridomandò la donna.
— Voi non le avete viste tutte... le mie ferite... — rispose il carabiniere; — Guardate! —
E sollevò il fazzoletto che gli copriva la fronte. Tutti s'avvicinarono ansiosi, guardarono, e gettarono un grido straziante di orrore e di pietà. Lo sventurato era cieco.
— Alla morte! — urlarono allora tutti i soldati, percotendo i briganti coi fucili e coi piedi. — Alla morte! — La voce del capitano non riuscì a dominare il tumulto; i carabinieri si slanciarono fuori, travolgendo gli assassini nella corsa precipitosa.
— Farete... quest'opera... di misericordia? — domandò il ferito alla donna, quando furono soli.
Questa alzò gli occhi al Cielo e disse: — La mia vita è vostra. —
Allora si strinsero la mano, e una fragorosa scarica, che scoppiò giù nella valle, parve salutare il nobilissimo patto, che lega da dieci anni la donna pietosa all'eroe.
LA CASA PATERNA.
DALLE MEMORIE DI WILELM VAN MINDEN.
[Illustrazione]
.... M'era già venuto più volte il desiderio di fare una corsa a Kalmert per rivedere la casa dove nacqui e i luoghi dove passai i primi quindici anni della mia vita. Ma sempre, al momento di partire, m'era mancato il coraggio. In quella città era seguito l'avvenimento che aveva dispersa la mia famiglia, in quella casa avevo provato il primo grande dolore della vita, — c'era morto mio padre; — temevo perciò di risentire, tornandovi, un'emozione troppo dolorosa. Così avevo rimandato la mia gita d'anno in anno, sperando sempre che l'anno dopo mi sarei sentito più forte; e n'erano passati venti: vale a dire tutta la parte migliore della mia vita. Ma una mattina di gennaio, finalmente, avendo scoperto, pettinandomi, una ciocchetta di capelli bianchi che sino allora era stata nascosta sotto un pietoso ricciolo biondo, dissi risolutamente a me stesso: — È tempo, — e partii la mattina stessa per poter tornare a Bois-le-Duc la sera. Vent'anni! — pensavo durante il tragitto, guardandomi nei vetri del vagone; la pinguedine, la barba e il sole di Borneo, m'hanno molto cangiato; nessuno mi riconoscerà; nessuno verrà a distrarmi dallo scopo triste e caro insieme del primo viaggio; posso andar là col cuore in pace. — E infatti le mie previsioni non furono deluse.
Nevicava; la campagna era tutta bianca; il treno, quasi voto; i miei compagni di viaggio, appena arrivati a Kalmert, montarono in carrozza e disparvero; io m'incamminai tutto solo verso la città, e arrivai in cinque minuti, agitato da una curiosità e da un'impazienza penosa, all'imboccatura della strada principale.
Qui mi fermai, e guardai dinanzi e intorno a me con un grande stupore.
Riconoscevo la strada e gli edifizi; ma ogni cosa mi pareva stranamente cangiata; la strada divenuta strettissima; le case rimpicciolite; i muri invecchiati, non di venti anni, ma d'un secolo; tutto diventato nero, squallido, lugubre; mi pareva una città colpita da un grande infortunio, nella quale anche gli edifizi fossero afflitti e pensierosi. Andai innanzi, riconoscendo ad ogni passo una cantonata, una finestra, una porta, una bottega, che mi ridestavano cento reminiscenze infantili, e mi trovai presto nel cuore della città, in mezzo a una folla di signori e di signore che uscivano dal duomo; poi chè era domenica, e appunto il momento in cui terminava, come vent'anni prima, la messa signorile di mezzogiorno. In meno di cinque minuti, riconobbi cento persone; ma come cangiate! Nei primi momenti non mi parve credibile che venti anni avessero potuto trasfigurare una popolazione in quella maniera; e pensai che qualche sconosciuto malanno avesse aiutato l'opera distruggitrice del tempo. Quelli che avevo lasciati coi capelli neri, eran diventati grigi; quelli che avevo lasciati grigi, eran diventati bianchi; questi s'era incurvato, a quello s'erano infiacchite le gambe; il tempo, passando su quella gente come un nemico rabbioso e capriccioso, aveva qui schiacciato un occhio, là strappato una zazzera, a uno rotto i denti, a un altro vuotate le guancie. Vedevo dei miei compagni di scuola, una volta sottili come un filo, impinguati in maniera da non esser più riconoscibili fuori che all'espressione del viso; delle ragazzine, che avevo viste andar alla scuola, leggere come farfalle, colla colazione nel canestro, diventate pezzi di donne gravi e lente, circondate di bambini; signore che avevo lasciate sfolgoranti di gioventù e d'allegrezza, avvizzite, rugose, col capo basso e un velo nero sul viso; famiglie già numerose, ridotte a tre o quattro persone; faccie che erano sparite affatto dalla mia memoria; larve di miei antichi maestri delle scuole elementari, che credevo già sotterrati da dieci anni; giovanotti che avevo visti bambini in braccio alle fantesche, piantati in atteggiamenti dongiovanneschi davanti ai caffè; una ragazzaglia sconosciuta, una serie di coppie matrimoniali imprevedute e imprevedibili, un gran numero di persone allungate, raccorciate, arrotondate, assottigliate, scontorte, ingiallite, imbellite, rimminchionite; e malgrado la quasi eguaglianza dei cangiamenti in meglio e dei cangiamenti in peggio, quasi tutti mi parevano annoiati o tristi, e provavo un sentimento di pietà vedendoli svoltare coppia per coppia, famiglia per famiglia, in quelle stradette tortuose e oscure, e sparire gli uni dopo gli altri sotto le porte basse di quelle piccole case. Dopo pochi minuti restai quasi solo.
Attraversai parecchi vicoli cupi, fiancheggiati da casupole di cattivo umore, e riescii in _quella_ strada e vidi _quella_ casa.
Provai un'emozione viva; ma la vinsi subito.
Cercai con gli occhi la porta di casa del pollaiolo, del lattaio, del fruttivendolo, dell'oste: erano tutte o chiuse o socchiuse; la strada era deserta; la neve quasi intatta.
Passai innanzi al portone del cortile di casa mia, e m'affacciai alla porticina: non vidi nessuno.
Entrai: la porta della casetta del portinaio era chiusa; andai innanzi lentamente sotto un lungo pergolato che riesciva in faccia alla scala.
E fin qui non sentii che un po' di batticuore. Ma quando mi trovai dinanzi al portico della casa, in quel piccolo spazio dov'era affollata la parte maggiore e più intima dei miei ricordi; quando vidi la porta dell'uffizio di mio padre, quella scala, quel terrazzino, quelle finestre contornate di viti, — tutto ancora tal quale l'avevo lasciato; — allora mi sentii oppresso improvvisamente da una violenta emozione, e i miei occhi si riempirono di lacrime.
Guardai alle finestre: non v'era nessuno. Mi voltai indietro, verso la casetta del portinaio: nessuno. Tutte le porte erano chiuse, e tutto era bianco di neve, e continuava a nevicare.
Come mi balzava il cuore! Quanta gente c'era per me in quella solitudine! I vecchi medici di casa attraversavano a passo lento il cortile, le fantesche morte scendevano la scala colla sporta al braccio, i miei amici di infanzia saltellavano sotto il portico, il mio ripetitore di latino faceva capolino in fondo al pergolato, mio padre usciva dall'uffizio rimettendo gli occhiali nell'astuccio, mia madre mi faceva cenno dalla finestra che non stessi a pigliare il sole di mezzogiorno, mia sorella inaffiava i fiori nel giardino, mio fratello leggeva forte nella sua stanza, il mio vecchio gatto nero si arrampicava su per le viti, i miei passeri cantavano nelle loro gabbiette verdi, le porte e le finestre s'aprivano e si chiudevano; tutto si moveva, tutto parlava, tutto mi guardava; ed io stavo là sotto quei mille sguardi e in mezzo a quelle mille voci, sopraffatto da un sentimento inesprimibile di tenerezza, di malinconia e di stupore, e incerto se dovessi trattenermi o fuggire.
Un po' di neve che cadde da un albero sopra i miei piedi, mise in fuga tutti quei fantasmi, e mi risentii sicuro di me stesso. Allora cominciai a considerare attentamente il luogo. Come tutto era diventato piccino! Quella casa, che m'era sempre parsa un grande edifizio, non era che una casetta di villaggio; il pergolato, che m'era sempre parso altissimo, lo toccavo quasi col cappello; il muricciuolo dell'orto che non ero mai riuscito a saltare, potevo scavalcarlo senza scompormi; mi pareva di essere diventato un gigante, sentivo che la mia persona era d'ingombro; e non so perchè, questo mi rincresceva. Provavo quasi tristezza d'essere tanto ingrossato. Mi pareva che tutti gli oggetti che mi circondavano dovessero dire: — Chi è quell'omaccione? noi non lo conosciamo. — Certi sfondi, certi prospetti lontani del giardino e del cortile, s'erano ravvicinati; i muri di cinta s'erano ristretti; non mi sapevo dar ragione d'aver veduto per tanti anni, in quello spazio così angusto, delle vaghe immagini di steppe, di valli e di strade senza fine, e d'aver provato un certo sentimento di viaggiatore avventuroso andando, nei giorni di pioggia, da un'estremità del cortile all'estremità opposta del giardino. Toccai la cancellata del giardino; era aperta, entrai. La neve copriva i sentieri, le spalliere di mortella, le aiuole, i fossi; ma riconobbi ogni cosa al primo sguardo. Rividi la finestrina dell'uffizio di mio padre, alla quale, ventitrè anni prima, una mattina d'aprile, egli s'era affacciato, dicendomi con voce fresca ed allegra: — Wilelm, in questo momento compisco settantaquattro anni! — Rividi il capanno di gelsomini sotto il quale m'ero preparato alla mia prima confessione, e dov'ero rimasto molte ore immobile e pensieroso il giorno in cui, tornando dalla scuola, avevo visto per la prima volta un cadavere. Rividi il piccolo canneto da cui per parecchi anni avevo tratto spade e lancie per il piccolo esercito di monelli cenciosi che combattevano sotto il mio comando contro i _vigliacchi_ della parocchia di Sant'Ambrogio. Dietro ogni cespuglio s'alzava un fantasma; pullulavano da ogni parte centinaia di ricordi: ricordi di persone morte, di parole dette da gente dimenticata, di scene miste di realtà e di sogno, di certi giochi di luce, di mattinate piovose, di fragranze dell'aria, di letture, di fantasticherie, di rimorsi infantili, di proponimenti di cangiar vita, di certi rami di piante incurvati in una certa direzione, di certi insetti visti in quel dato punto del tronco d'un albero, dei primi improvvisi e misteriosi rimescolamenti del sangue provati nel veder venire verso di me, in mezzo al verde e all'ombra, la figura leggera e bianca d'una cugina di tredici anni che avevo sognata la notte. E più andavo innanzi, più le immagini mi si presentavano fitte e vive. Non badavo più alla neve, non pensavo più che qualcuno potesse vedermi dalle finestre e prendermi per un matto o per un ladro. Tutta la mia mente e tutto il mio cuore erano nel passato. Mi pareva che molte voci sommesse mi chiamassero per nome, o mi dicessero mille cose incomprensibili in suono di lamento, ed io rispondevo confusamente, giustificandomi e promettendo non so cosa, e guardavo intorno con un sentimento di rispetto e di pietà come se quel giardino fosse un camposanto, e quei rialti di neve nascondessero dei morti.
Così arrivai sotto una tettoia in fondo al giardino, sedetti, rivolto verso le finestre, e mi misi a pensare. I miei pensieri mi conducevano a un sentimento amaro della vanità delle cose umane. — Ah, come sono invecchiato! — dicevo tra me. Se quando scorrazzavo ragazzo in questo giardino, qualcuno m'avesse predetto quello che poi è accaduto, mi sarebbe parso d'essere chiamato ad una felicità immensa. Eppure, io sono da questa felicità assai più lontano ora di quello che lo fossi in quegli anni. Sono partito di qui pieno di speranze e d'ambizioni, temendo quasi che la vita non fosse abbastanza lunga e la terra abbastanza vasta, per quello che avevo da operare e da godere; ed ecco che, dopo pochi anni, tornando qui ancor giovane, non ho più altro desiderio che d'andar a terminare la mia gioventù lontano dai rumori del mondo, in una villetta solitaria, colla mia famiglia e i miei libri! Molte fatiche, qualche piacere, una passeggiera soddisfazione d'amor proprio, e tutto è finito. Partito appena per il grande viaggio, son già sulla via del ritorno. Non aspiro più ad altro che alla pace della coscienza e della vita. Non sento più nemmeno l'amarezza del disinganno. Falsi amici, false speranze, vanità, gloriole, piccoli piaceri e piccolissime passioni della vita vissuta finora, li vedo ai miei piedi, e li guardo senz'ira e senza rammarico. Non disprezzo, non accuso nulla e nessuno, non mi credo migliore dei miei simili; non sento altro che una immensa sazietà, una profonda stanchezza, un invincibile bisogno di solitudine e di silenzio. Chi ama il mondo, si slanci innanzi, s'apra la via, trionfi, splenda e s'inebrii; l'invidia non trarrà più dal mio cuore un sospiro. Io non domando più altro al mondo che un po' di verde e un po' d'aria, e a Dio la forza di resistere alla disperazione il giorno in cui rimanessi solo sopra la terra....
In quel momento vidi comparire dietro i vetri d'una finestra un viso di cui i fiocchi fittissimi della neve velavano la fisonomia.
Mi parve che mi guardasse.
Pensai allora che era mio dovere o d'andarmene o di salir su a dar spiegazione della mia presenza in quel luogo. Questa riflessione mi diede coraggio a fare quello che da principio non avrei osato: a chiedere il permesso di visitare l'interno della casa.
Uscii dal giardino, salii le scale e bussai alla porta, che s'aperse subito, mostrandomi un viso meravigliato, che evidentemente m'aspettava. Era il padron di casa; un uomo sui cinquant'anni, d'aria benevola; dietro il quale faceva capolino una signora attempata, di fisonomia dolce e triste, che pareva sua moglie.
Dissi il mio nome ed esposi il mio desiderio, spiegandolo.
Il mio nome non riuscì nuovo, la mia voce commossa spiegò i miei sentimenti meglio delle parole; fui invitato ad entrare.
Entrai.