Novelle

Part 16

Chapter 163,333 wordsPublic domain

— Ma si può spiegare benissimo! Combiniamo la spiegazione insieme. Ecco qui, per esempio. Quando l'avvocato s'alzò per uscire dal suo gabinetto, — dove il signor Alberto rimase solo per qualche momento, — alzandosi, fece scivolare il biglietto giù dal tavolino. Vicino al tavolino c'era il caminetto acceso. Il biglietto cadde sulla bragia e si bruciò quasi intero. Il custode lo raccolse la sera con altri pezzetti di carta, con cui era confuso, e buttò ogni cosa in una cesta. Lei, cercando una lettera smarrita, è andato a metter mano nella... Ma perchè le pare tanto strana? —

Riccardo, alzando improvvisamente gli occhi in viso allo scrivano, vi aveva colto a volo un'espressione così inaspettata di turbamento, che s'era lasciato sfuggire quella brusca interrogazione. Senza pensarci, egli aveva proposto di dar per vero quello che era in fatti accaduto, con la sola differenza che la mano nella cesta lo scrivano ce l'aveva messa il giorno dopo lo smarrimento del biglietto, invece di mettercela quel giorno stesso, come Riccardo proponeva.

— Perchè le pare tanto strana? — ripetè questi, fissando più attentamente lo scrivano.

Ma costui aveva perduto affatto la bussola.

Invece di rimediare alla meglio alla prima imprudenza, stette un momento senza rispondere, rosso, confuso, guardando qua e là per il pavimento, e poi rispose di mala grazia:

— No... Io non voglio mettermi in questi impicci...; e non voglio... far nascere dei sospetti!

— Dei sospetti? — domandò con grande meraviglia Riccardo. — Sospetti di che? su chi?

— Sospetti... — balbettò lo scrivano, al colmo della confusione — sulla mia onoratezza.

— Sulla sua onoratezza? — esclamò Riccardo guardandolo bene in faccia. — Ma che diavolo dice?

— Sì signore! — rispose ad alta voce lo scrivano, che accortosi del passo falso, avrebbe voluto rimettersi in piedi, ma non sapeva più dove aggrapparsi, e parlava a caso. — Sospetti sulla mia onoratezza! La mia onoratezza è al di sopra di tutti i sospetti! Sono abbastanza conosciuto! Nessuno può dir nulla sul conto mio! Ne domandi ai miei colleghi, al mio principale, a chi vuole! Non son discorsi da farsi! Io non c'entro e non ci voglio entrare! Ha capito? E il signor Alberto pensi ai fatti suoi e lasci in pace chi lo lascia in pace! E sia un discorso finito!

Riccardo diede in una sonora risata.

— Ma sa — disse poi incrociando le braccia e allargando le gambe — che si direbbe che il ladro sia lei?

Lo scrivano si fece smorto, e retrocedendo verso la porta, gridò con voce soffocata:

— Badi a quello che dice!

— Ah! ora comincio a capire! — rispose Riccardo rimettendosi il cappello, e slanciandosi avanti.

Ma a un tratto s'arrestò. Una mano sconosciuta aveva afferrato il braccio dello scrivano sul limitare della porta. Questi si voltò bruscamente e vedendosi in faccia l'avvocato, diede un guizzo indietro, e rimase un momento colle spalle al muro —, impietrito.

— Ebbene.... sì — mormorò poi con un filo di voce — son io!

E s'allontanò lentamente, strisciando la schiena alla parete, come un ragazzo minacciato d'una pedata.

XII.

Giulia, quel giorno, si era levata per tempo, dopo un sogno breve e agitato da sogni dolorosi. La sera prima Alberto le era parso più sconsolato del solito; più d'una volta essa l'aveva sorpreso colle lagrime agli occhi, e dopo averlo lungamente confortato a farsi animo, non ne aveva avuto altra risposta che: — Oh Giulia! io non posso più vivere così! — Essa s'era addormentata col cuore trafitto da queste parole, e svegliandosi le era parso di sentirsele mormorare all'orecchio.

Si vestì in fretta e andò a picchiare all'uscio della stanza d'Alberto, aspettando quel solito: — Avanti, — detto con voce stanca e melanconica. Non udì risposta; picchiò di nuovo: nulla; allora aperse ed entrò. Alberto non c'era. Giulia stette un pezzo immobile e pensierosa, cogli occhi fissi sulla candela quasi intieramente consumata. Poi s'avvicinò alla finestra e guardò fuori: il cielo era bigio e chiuso; un vago presentimento di sventura le entrò a poco a poco nel cuore; tornò nella sua stanza, sedette, appoggiò il capo sopra una mano, e ricominciò a pensare, immersa in una profonda malinconia.

Dopo un po' comparve sua madre, e sedette di fronte a lei, senza far parola.

Picchiarono all'uscio; Giulia andò ad aprire, ed una vecchia vicina mise il viso dentro, dicendo: — Sapete la novità?

— Non so nulla, — rispose la ragazza.

— S'è buttato giù un uomo dal campanile del Duomo.

— Quando? — domandò subito Giulia.

— Ieri sera.

— No, stamani! — uscì a dire un'altra donna, che arrivava in quel punto sul pianerottolo con un fagotto sotto il braccio; — stamani, mi hanno detto; fra le sei e le sette.

— Chi era? — domandò Giulia.

— Chi lo sa! — risposero ad una voce le due donne.

Giulia stette un po' pensando, poi disse tra sè: — Ma che! — e sorrise; poi si rifece pensierosa.

— Che cos'è seguito? — domandò sua madre.

— S'è gettato giù un uomo dal campanile del Duomo, — le rispose Giulia, rientrando nella stanza.

La madre fece un atto d'orrore, e fissando gli occhi in viso alla figliuola, dopo un po' d'esitazione, disse a bassa voce, con impeto: — Dio mio!... Che non fosse....

— Chi? — gridò Giulia.

— Il signor Alberto! — mormorò la vecchia atterrita.

— Il signor Alberto? — rispose la ragazza con un accento indefinibile di sorpresa e di spavento; — ma bada a quello che dici, mamma! Sei pazza?... Certe cose non si dovrebbero nemmeno pensare! — e si mise à piangere.

— Sapete, — disse in quel punto un'altra donna, fermandosi dinanzi alla porta, — dicono che l'uomo che s'è buttato dal campanile sia un impiegato.

— E io vi dico, — gridò Giulia, slanciandosi verso la porta — che ci lasciate vivere in pace! Andate in un altro luogo a far di questi discorsi! Ma, Dio mio! — soggiunse poi, avvicinandosi a sua madre; — avrebbe ben potuto dire una parola prima di uscire, e non lasciarci qui a pensare di lui chi sa che cosa! Bel modo d'andarsene senza dir nulla!... Sentite! — gridò correndo di nuovo sul pianerottolo, e fermando le donne che se n'andavano brontolando; — scusate! dite ancora una cosa! — Poi tornò verso la madre: — Mamma! non so perchè, ho paura! — Poi daccapo verso le donne: — Ma chi v'ha detto che sia un impiegato? Quando s'è buttato? Perchè?

— Per miseria, — risposero le donne; — si capisce!

— Per miseria! — gridò Giulia con una voce straziante.

— Ma che avete? — domandarono le vicine.

— Che cos'ho! — rispose la ragazza col viso pallido e alterato. — Ho che mi piglia la disperazione, capite? Ho che non so più quel che mi faccia!

— O che ha paura che sia il giovane che sta qui?

— Ma sì! — rispose Giulia, girando come una forsennata per la stanza in cerca del suo scialle; — non l'avete ancora capito?

— Ma non può essere! — esclamarono le vicine. — La si cheti! Non sarà lui! — e cercavano di trattenerla.

— Lasciatemi passare! — gridò Giulia, slanciandosi verso la porta.

— Ma non è lui! — gridarono in coro le vicine e la madre, trattenendola per le braccia. — Ma dove vuoi andare? Chetati, per carità! Non è lui!

— Lasciatemi andare, — urlò la ragazza fuori di sè, — o vi mordo!

Con un supremo sforzo si svincolò dalle donne e si slanciò sul pianerottolo.

Due sconosciuti l'arrestarono.

— È in casa il signor Alberto? — le domandò uno di quelli.

Giulia dètte indietro d'un passo lo guardò, e rispose con voce affannosa:

— No! Chi è lei?

— Io sono l'avvocato B*** — rispose questi, guardandola meravigliato.

— Ah sì? — gridò Giulia fissandolo con uno sguardo di pazza; — e lei ardisce di metter piede in questa casa!... Assassino! —

Ciò dicendo gli si slanciò addosso, e lo percosse con la chiave nel viso.

Poi cadde fra le braccia delle donne, esclamando: — No! non era un ladro! — e svenne.

— Se ne vada, — disse in fretta Riccardo all'avvocato. — Non è bene che stia qui, spiegherò tutto io, sarò a casa sua tra poco — E si chinò sopra Giulia, mentre l'avvocato scendeva le scale, sbalordito, rasciugandosi il viso grondante di sangue.

XIII.

Poche ore dopo Riccardo non c'era più e Alberto era tornato a casa. Con sua gran meraviglia egli trovò Giulia serena e sorridente. Prima la guardò un pezzo, almanaccando; poi le domandò la cagione di quella sua serenità. Giulia gli mise in mano un biglietto, dicendogli che lo aveva portato un signore. Alberto lesse: — “Il signor Alberto è pregato di recarsi questa sera alle sette in via (c'era detto la via, il numero e il piano), dove sarà data una risposta alla sua domanda di due giorni fa; spero favorevole. Riccardo.„

— Che domanda è? — chiese Giulia.

— La domanda d'un posto di scrivano in un ufficio d'ingegnere, — rispose Alberto con tristezza. — Andrò.... a sentirmi dire la solita cosa: — Ripassi tra un mese.

— Ma chi ci sta in quella casa?

— Non lo so. —

Giulia fece un atto di contentezza, ripetendo: — Non lo sa! —

E Alberto non proferì più parola.

XIV.

Alle sette egli tirava il campanello della casa indicata nel biglietto di Riccardo. Gli venne ad aprire un servitore con un lume in mano, gli fece attraversare due o tre stanze, e apertagli una porta lo pregò d'entrare e di attendere qualche momento.

Alberto entrò, e il servitore chiuse e disparve. Era una bella sala con un ricco tappeto, rischiarata da un lume splendido posto sopra un tavolino nel mezzo. Alberto sedette e guardò. Le pareti erano ornati di specchi e di quadri, i tavolini coperti di fiori, di libri dorati, di ninnoli; in un canto, sopra una snella colonnetta, sorgeva una statua d'alabastro con un braccio teso, che pareva accennasse lui; in ogni parte luccicava qualcosa. Era molto tempo ch'egli non aveva visto una sala così signorile e così bella. Toccò la spalliera d'una poltrona che aveva accanto: era di velluto. Guardò ai suoi piedi: c'era una pelle di tigre. Si voltò: vide una grande campana di cristallo con sotto un orologio di bronzo. Per tutto dove voltava lo sguardo, c'era un oggetto che costava almeno tre volte il suo stipendio di un mese. Egli stette un pezzo osservando ogni cosa con una curiosità infantile: i fiori dei ricami, le cornici degli specchi, i cordoni dei campanelli, i candellieri, i guanciali, i rabeschi. Poi si sentì preso da una tristezza indefinibile. Quello splendore l'offendeva come uno scherno alla sua miseria; quella statua che lo segnava a dito, gli faceva l'effetto d'una persona viva che gli dicesse: — Va via!; — il pensiero che tra qualche momento sarebbe comparso qualcuno, lo turbava; avrebbe preferito aspettare ancora; avrebbe voluto nascondersi, uscire in punta di piedi; si pentiva quasi d'esser venuto. — Che faccio io qui? — pensava. — Che cosa spero? Come può curarsi di me la gente felice che abita in questa casa? — Gli parve di sentire un fruscìo, sospettò che fosse una signora, balzò in piedi, e, guardandosi nello specchio, s'accorse che aveva arrossito. Sedè di nuovo e stette coll'orecchio teso. Finalmente gli venne addosso come un'inquietudine, una rabbia di esser costretto a star lì solo, in mezzo a quella ricchezza che l'umiliava, in quello stato d'aspettazione dolorosa. Ricordò le molte volte che aveva aspettato, da un mese a quella parte, in altre case, lunghe ore, per sentirsi poi rispondere: — Non abbiamo bisogno di nessuno. — Gli tornarono alla mente i sorrisi compassionevoli dei servitori e degli uscieri, quando lo vedevano andar via col capo basso; gli atti d'impazienza di coloro, a cui s'era rivolto con preghiere; tutti i disinganni, tutti i sacrificii d'amor proprio, tutte le umiliazioni sofferte in presenza di gente sconosciuta; gli si affollarono tutti questi ricordi, e quelli dei giorni che aveva patito la fame, e l'oppressero. E si domandò se avrebbe dovuto trascinare ancora per lungo tempo una così triste vita, perchè la trascinava, che delitto aveva commesso, quale condanna pesava sul suo capo. — Ma io non domando che di lavorare, — disse poi in un impeto di sdegno sconsolato: — dovrò dunque morir di fame? Dovrò rubare? Dovrò uccidermi? — Balzò in piedi, si sentiva addosso una smania che non aveva provata mai, avrebbe spezzato quanto gli cadeva sott'occhio. — Oh, infine, disse poi con voce soffocata, guardando con occhio bieco verso la porta, — io sono stanco! Che cosa fanno questi signori? Animo, fuori, gente senza cuore! C'è qui un mendico che aspetta! —

Stette aspettando un minuto, e poi afferrò il cappello e si mosse per uscire.

In quel momento sentì venire dalla stanza accanto una musica sommessa e dolce che gli parve di un pianoforte toccato da una mano leggerissima. Si fermò e si rimise a sedere. La musica a poco a poco si fece più rumorosa, poi di nuovo sommessa, poi forte un'altra volta; pareva un mormorìo di persona commossa che dicesse cose tenere e liete ad un amico melanconico, e le dicesse presto, con affanno, trattenendolo; pareva un misto di voci di donne e di bambini che confortassero un povero; gli ricordava la voce concitata di Giulia, quando diceva: — No, non parlar così, fatti coraggio, spera ancora. —

Alberto appoggiò il capo sopra una mano e pensò a Giulia con un sentimento di triste tenerezza.

All'improvviso s'aprì una porta; egli si scosse e s'alzò.

Una ragazzina bionda, bianca e rosea, vestita di bianco, coi capelli sciolti, s'avanzò timidamente verso di lui, seguìta da due bambini, uno di sei e l'altro di quattr'anni, che vennero a piantarglisi davanti cogli occhi attoniti.

La bambina si fermò a due passi da Alberto, aprì un foglio colle mani tremanti, e disse arrossendo, con voce sommessa:

— Ho da leggere la lettera.

— Che lettera? — domandò Alberto, maravigliato.

— La lettera — rispose la bimba — che ha scritto il babbo un momento fa, e me l'ha data perchè venissi a leggerla qui, dal signore che aspettava nel salotto.

— E chi è il suo babbo? — domandò Alberto guardando intorno a sè.

La bambina pronunziò il nome di suo padre.

Alberto balzò indietro, come se avesse ricevuto un urto nel petto. Il sangue gli si rimescolò da capo a piedi. Si ricordò in un momento di tutto: dell'accusa di ladro, della miseria, della fame, di tutte le angoscie che pativa da tanto tempo per cagione di quell'uomo; e si sentì soffocare dalla rabbia e dall'odio. Sul primo momento fu tentato di afferrare quella lettera, di lacerarla e di gettarla sotto i suoi piedi; e distese la mano... Ma incontrò lo sguardo timido e gentile della bambina, e si frenò; di rosso si fece pallido, si passò una mano sulla fronte che ardeva, si ricompose, e disse con voce mutata:

— Legga pure.

La bambina cominciò a leggere:

“Signor Alberto! Ho avuto la prova della sua innocenza; e ho saputo nello stesso tempo quali furono le conseguenze del mio deplorabile errore, quanto lei sofferse per cagion mia e che nobile cuore sia il suo. Ora io ho un dovere da compiere: quello di supplicarla di ritornare al mio studio, almeno una volta, perchè io possa dichiarare solennemente, in presenza sua e di tutti i miei dipendenti, che sono vergognato e desolato d'avere, in un momento d'aberrazione, calunniato un onest'uomo. Ma questo non basta. Poichè l'offesa è stata mortale, io debbo pronunciare la parola che suol costare maggior sacrifizio all'orgoglio; ma la pronunzio senza sforzo, senza esitazione, colla fronte alta, col cuore sulle labbra, cogli occhi gonfi di lagrime che mi fanno bene: — Signor Alberto, mi perdoni! — È un uomo vecchio che domanda perdono a un giovane di vent'anni, è un padre che lo domanda per mezzo dei suoi bambini. Li baci in fronte tutti e tre, signor Alberto. Io non le domando altra risposta. Se quando tornerò a casa, essi mi diranno: — Ci ha baciati! — io dirò tra me: — M'ha perdonato! — e me li stringerò al cuore con uno slancio di gioia e di riconoscenza.„

La bambina tacque e alzò i suoi belli occhi azzurri e umidi in viso ad Alberto.

Questi rimase qualche momento sbalordito, respirando con affanno, e guardando intorno a sè come per assicurarsi che quella era una realtà e non un sogno. Poi tutta l'anima sua si rischiarò improvvisamente, tutto quello che aveva in fondo di buono e di generoso gli venne su con un impeto irresistibile, strappò il foglio dalle mani d'Amalia, lo guardò, lo stropicciò colle mani convulse, sorrise, e poi gridò con voce tremante e sonora: — Ma sì! Perdono! Perdono! Perdono! — Dicendo questo, si gettò sui bambini, se li strinse tutti e tre contro il petto e cominciò a far cadere sulle tre testine bionde una pioggia di baci appassionati.

In quel punto si aperse una porta e comparì sulla soglia l'avvocato.

Alberto si slanciò verso di lui.

L'avvocato lo arrestò con una mano. Quella mano mostrava un ritratto. Il giovane guardò e gettò un grido di meraviglia e di gioia: — Mia madre!

Allora l'avvocato allargò le braccia dicendo con voce commossa: — Qua, povero Alberto! — e Alberto gli si gettò al collo singhiozzando.

FORTEZZA.

[Illustrazione]

I.

— Guarda, — mi diceva poche sere sono un amico accennandomi da una finestra di casa sua, che guarda sur una piccola piazza, un terrazzino al quarto piano della casa di fronte; — vedi quell'uomo? — Guardai, e vidi un uomo seduto in un canto, con un braccio disteso sulla ringhiera; ma non ne raccappezzai la fisonomia. — Quell'uomo, — riprese l'amico, — m'è antipatico a tal punto, che mi venne più volte l'idea di cambiar di casa non per altro che per procurarmi la consolazione di non averlo più da vedere. Tu mi domanderai perchè, e io ti dirò che non gli ho mai parlato, che non ho mai sentito la sua voce, che non so chi sia, che non so che cosa faccia, che non so che viso abbia, perchè la mia vista non arriva fin là, neppure col canocchiale. Quell'uomo m'è antipatico, perchè ogni sera, a quest'ora, infallibilmente, s'alza da tavola e si va a sedere in quel canto; e ogni sera, collo stessissimo movimento d'automa, mette una gamba sull'altra e stende un braccio sulla ringhiera. Non c'è caso che muova mai la gamba prima che il braccio, Dio ne guardi! Prima il braccio e poi la gamba. È già un uomo uggioso per questo, me lo concedi? Ma questo è il meno. Ogni sera, una donna che par sua moglie, prima ch'egli si alzi, va a metter la seggiola al posto, gli porta la pipa, gliela mette in mano, gliel'accende ogni sera, — e ogni sera lui si lascia servire, impettito e tronfio come un Sultano, senza fare il menomo atto per prevenirla, senza dar nemmeno a vedere ch'egli s'accorga d'esser servito. Poi.... ogni momento ha un bisogno, e la donna s'alza, scappa, ritorna con una bibita o qualcos'altro; e lui piglia e tracanna e si forbisce i baffi, con un gusto di sibarita egoista, senza darsi nemmeno la noia di restituire il bicchiere. Poi.... vengono amici a visitarlo, e lui non fa mai l'atto d'alzarsi, e sì che sta saldo in piedi e passeggia qualche volta sul terrazzino franco e sciolto come noi due. Non guarda mai giù, nè sù, nè intorno; non saluta; insomma, lui par fatto e messo lì, perchè il mondo gli giri intorno; lui fa l'idolo; lui è nato per farsi guardare e servire. E tu ridi! Per me son cose che fanno odiare un uomo; son fatto così; un altro non ci bada, io mi ci rodo. Io credo di conoscer quello là come conosco te. Vuoi sapere chi è? Io non lo so ma te lo dico come se lo sapessi. Quell'uomo là — e così dicendo appuntava il dito verso quell'uomo, guardandolo fisso come per cavargli dagli occhi il segreto — è un bottegaio bindolo, che comincia ad ammassar quattrini, e cova già fin d'ora la boria di quando sarà arricchito; e ha sposato quella donna per risparmiare la paga d'un fattorino in bottega e d'una serva in casa, e la tratta un po' peggio d'una serva e non molto meglio d'un fattorino; è spilorcio, fuorchè per soddisfare la sua golosità; potrebbe stare al terzo piano, e sta al quarto per economia, benchè non abbia figliuoli e non desideri d'averne; disprezza tutto quello che non è bottega; dà del ladro a tutti i ministri, del ciuco a tutti quelli che studiano e dello straccione a tutti quelli che hanno meno quattrini di lui.... E tu ridi! Tu non sai che l'antipatia è indovina! Io, vedi, sarei felice se mi si presentasse l'occasione di fargli una sgarbatezza; m'è odioso; sarò un visionario, un maligno, quello che tu vuoi; ma quando il cuore mi dice: — Quello là è un figuro; — io l'ho in tasca; e bisogna che lo dica e mi sfoghi. —