Part 15
Il giovane napoletano, che aveva ascoltato con profonda attenzione, gli strinse la mano, e gli disse con voce commossa: — La ringrazio. — Poi s'alzò in fretta, corse nell'altra camera, alla finestra, e alzando gli occhi umidi al cielo, esclamò con voce commossa: — Ed io mi credo infelice e mi rodo l'anima e trovo che la vita è una lotta, e non mi sento la forza di sostenerla? Ah miserabile, insensato ed ingrato!
VIII.
Riccardo (il giovane, di cui s'è taciuto il nome fin qui) cominciò quello stesso giorno a parlare ed a scrivere ad amici e a conoscenti, per veder di trovare un impiego ad Alberto. E vi si mise con tanto ardore, e con un così fermo proposito di riuscirvi, che quasi non gli rimase altro pensiero e altro desiderio nell'anima; e le sue malinconìe sparirono, e gli rinacque l'allegrezza. Aveva uno scopo, nel quale il cuore, la volontà e la coscienza si trovavano d'accordo; e non ci voleva altro per ridestare la parte più nobile di lui, che da qualche tempo sonnecchiava. L'immagine d'Alberto gli stava sempre dinanzi, e oltre la pietà gentile che gl'ispirava, gli faceva comprendere e stimare per la prima volta i grandi favori, di cui la natura e la fortuna erano state larghe con lui. — Insomma, — diceva sovente sorridendo, — questo giovine m'ha dimostrato matematicamente che io devo esser felice! Ah, quella scellerata abitudine di guardar sempre sopra noi stessi! — Ma benchè avesse molti amici, e facesse quanto era in lui per conseguire il suo intento, fin dai primi passi intoppò in tanti ostacoli e perdè tante illusioni, che si dovette persuadere che l'impresa era assai più difficile di quel che sul primo momento aveva creduto.
Da ogni parte egli trovava una concorrenza impreveduta e formidabile, e andava man mano scoprendo, con un sentimento di meraviglia e di spavento, l'immensa miseria larvata, decente, istruita, e ancora pudibonda, che affluisce nelle grandi città capitali, e fluttua alle porte degli Uffici e dei palazzi; una moltitudine, non prima conosciuta da lui, di gente capelluta, barbuta e macilente, d'impiegati destituiti, di professori disoccupati, di commessi licenziati, di ufficiali espulsi, di scrittori falliti, di vecchi, di malati, di rovinati, che presentano come documenti commendatizi libri, raccolte di giornali, cicatrici, bambini, polizze del monte di pietà e lettere di deputati e di senatori; bisogni, dolori, sventure, appetto alle quali la condizione in cui si trovava Alberto, giovane, sano e senza famiglia, poteva ancora parere una condizione fortunata. Su tutte le vie in cui si metteva, trovava un serra serra d'affamati; e si perdeva d'animo vedendo che non era quasi mai la raccomandazione dignitosa d'un uomo stimato, quella che otteneva la preferenza; ma il sorriso della signora leggiera, l'insistenza sfrontata del ciarlatano, la paroletta detta in buon punto a tavola fra il dolce e lo Sciampagna, l'armeggiamento, l'intrigo. Ma nel conoscere o nel sentir parlare di tanta gente per cui era una grande fortuna il trovar modo di non morir di fame, e in quella stessa difficoltà grandissima di trovare un pezzo di pane per il suo protetto, egli provava una compiacenza nuova ed acuta, un godimento saporito della sua pace e dei suoi comodi; un maggior gusto nel rannicchiarsi nella sua poltrona, al caldo, dopo un buon pranzo, col giornale in mano, pensando a quella povera gente “capelluta, barbuta e macilente„ che aveva incontrato lungo il giorno per le scale delle banche e dei ministeri; un sentimento che egli non voleva spiegar bene a sè stesso, ma di cui qualche volta si vergognava improvvisamente, sdegnandosi che gli fosse entrato nel cuore, a intorbidargli la sorgente della pietà vera e nobile, la quale, egli diceva, dev'essere un dolore. Ma per quanto facesse, egli non riusciva a scernere, in quella nuova contentezza di sè medesimo, ciò che gli veniva dalla coscienza, da ciò che gli veniva dall'egoismo, per poter respingere la parte impura, e godere soltanto della soddisfazione legittima, serenamente. E se ne rodeva. “Così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano„.
IX.
Intanto metteva ogni cura nel nascondere ad Alberto la mala riuscita delle sue ricerche; o almeno, per ogni speranza fallita, gliene faceva balenare una nuova, confortandolo con allegre parole; e quanto più andava penetrando nella sua anima onesta e buona, tanto più fortemente s'infervorava nel suo proposito. Ma Alberto non s'illudeva. Da qualche parola incerta, da alcuni turbamenti fuggevoli del suo giovine protettore, gli trapelava la verità; e man mano che si sentiva crescere per lui l'affetto e la gratitudine, la speranza gli veniva meno, e colla speranza quella po' di serenità, a cui gli s'era aperta l'anima dopo i giorni della disperazione. Egli tornava a prevedere molto triste il suo avvenire. Giulia e sua madre lo avevano indotto, e più che indotto, costretto a viver con loro come un fratello e un figliuolo; ed egli non dubitava punto ch'esse si sarebbero sobbarcate lietamente ad ogni sacrifizio per continuare a tenerlo in casa, finchè non avesse trovato un mezzo di sostentamento. Ma come gli sarebbe bastato l'animo di approfittare più a lungo di quella generosità? Egli aveva accettato la loro offerta, s'era arreso alle loro preghiere, colla speranza di potere uscir tra pochi giorni da quello stato, e affrettarsi a pagare, a prezzo di qualunque privazione, il suo debito di gratitudine. Ma i giorni passavano, e la sua condizione non mutava. Ogni volta che egli sedeva a tavola, per quanto quelle due buone donne cercassero di rallegrarlo in tutti i modi possibili, gli si stringeva il cuore. Quel sentimento d'alterezza, che l'abbandono, la disperazione e la fame avevano fatto per poco tacere, ora gli si ridestava più vivo e più geloso di prima; e quel sedersi alla tavola altrui senza pagare gli cominciava a parere un'umiliazione insopportabile. Egli capiva i mille sacrifizii che quelle due povere donne facevano per lui; e l'idea di costringerle a vivere in quel modo, forse per qualche mese ancora, lo spaventava. Avrebbe potuto valersi delle offerte di Riccardo, e pagare la pigione e la pensione con quei denari. Ma egli era certo che Giulia spontaneamente, e la madre per consiglio di Giulia, non avrebbero mai accettato un centesimo che potessero immaginare gli fosse stato dato da altri. Questi pensieri lo rendevano di giorno in giorno più triste. E questa tristezza era cresciuta ancora dalla previsione d'un giorno non lontano, in cui avrebbe dovuto a qualunque costo allontanarsi da quella casa, separandosi da Giulia, quando appunto cominciava a stimarla, ad amarla, ad ammirarla più di quello che avesse mai fatto pel passato; quando cominciava a sentirsi stretto a lei da tanti dolori; quando oramai la vita non gli pareva più bella e più desiderabile che per lei. Una sera mentre stavano desinando, e Giulia si sforzava di parere allegra, egli proruppe in singhiozzi.
X.
Quella stessa sera la famiglia dell'avvocato era tutta radunata nella stanza da pranzo, intorno a una tavola coperta d'un tappeto verde e rischiarata da un grande lume. Il padre scriveva senza alzar mai gli occhi di sulla carta, la madre leggeva, e in un canto giocavano e discorrevano i tre figliuoli: una bambina d'ott'anni, bionda, bianca e rosea come una bambino inglese, e due ragazzini, l'uno di poco più di sei anni, l'altro di cinque. La bambina avea i capelli sciolti, e tratto tratto, ridendo, scoteva il capo con un atto grazioso per ricacciarli dietro le spalle. Ad ogni movimento del padre taceva all'improvviso, e faceva cenno ai fratelli che tacessero; poi ripigliava a parlar sotto voce e a ridere. Nel punto che guardava il padre cogli occhi intenti, la bocca socchiusa e una mano sospesa nell'atto di dire: — Silenzio, — era bella come un angiolo; e la madre, in quel punto, l'osservava.
Sulla tavola, dalla parte dei ragazzi, v'era un biglietto da una lira; il bambino più grande lo prese, e avvicinandolo alla fiamma della candela, e guardando timidamente suo padre, disse sottovoce alla sorella: — E se lo bruciassi?
— Ebbene, — questa rispose ad alta voce, con un accento, in cui si sentiva la soddisfazione di poter insegnare qualche cosa; — purchè non lo bruciassi tutto, si potrebbe ancora spendere. —
Il ragazzo disse che non lo credeva.
— Ma certo! — ripigliò la bambina; — io lo so.
— Come fai a saperlo?
— Lo so, perchè l'ho sentito dire, e c'eri anche tu, il giorno che s'andò al Poggio Imperiale; e se ti ricordi, quel signore che ci accompagnò fino a Porta Romana, che discorreva con Carlotta, le diceva appunto che un suo amico aveva trovato un biglietto da cento lire quasi tutto bruciato, e gliel'aveva dato a lui, perchè andasse a farselo cambiar alla Banca con uno intero. E quei della Banca avevano visto che nel biglietto bruciato c'era un nome, che so? un numero, e il numero mostrava che il biglietto una volta era stato buono, e per questo glielo cambiarono. Hai capito?
— Signori che accompagnano Carlotta — pensò la madre, stringendo le labbra.
L'avvocato guardò sua moglie e disse sottovoce: — Hai sentito?...
— Non è vero, babbo, — domandò la bambina, — che i biglietti bruciati, quando ne rimane un pezzo, quelli della Banca li ripigliano?
Il padre accennò di sì, e ricominciò a scrivere. Di lì a un momento guardò intorno come se cercasse qualcosa; poi s'alzò, prese un lume e uscì dalla stanza.
Allora la madre si rivolse alla bambina: — Amalia, va a dire a Carlotta che venga nella mia camera, perchè le ho da parlare. —
Ciò detto s'alzò e uscì anch'essa; Amalia corse a far l'imbasciata a Carlotta, ch'era la governante.
Pochi momenti dopo rientrarono tutt'e due nella sala; l'avvocato non era ancora tornato.
— O dove sia andato? — domandò la signora. — Amalia, va a veder dov'è. —
Mentre l'Amalia s'alzava, suo padre ricomparve; lo guardarono: era turbato.
— In che modo, — egli domandò, fissando ora sua moglie ora la bambina, — in che modo si trova in casa nostra quest'oggetto? —
E mostrò non so che di forma quadrata e di color rosso che teneva in mano.
Amalia si fece color di porpora.
— Amalia, — disse il padre, — vieni con me. —
La bambina s'alzò tutta tremante, ed egli la prese per mano e la condusse fuori della sala, lasciando la signora e i due ragazzi attoniti. Di stanza in stanza, il padre e la figliuola arrivarono in uno stanzino basso, senza finestre, ingombro di mobili vecchi e di casse, e lì si fermarono.
Il padre avvicinò il lume ad un angolo, e accennando un buco aperto nel muro, domandò ad Amalia:
— Sei tu che hai nascosto qui quest'oggetto?
— .... Sì, — rispose la bambina.
— Quanto tempo fa?
— .... Un mese. —
Il padre stette un po' pensando; poi riprese Amalia per mano, la condusse in una stanza vicina, sedette, e domandò:
— Come t'è venuta in mano questa busta? —
La bambina diede in uno scoppio di pianto.
— Di' la verità, — egli soggiunse.
Allora Amalia, tremando, piangendo, balbettando, raccontò che una sera, nel correre con alcune sue compagne pei viali del giardino Massimo d'Azeglio, e proprio nel momento in cui girava attorno a una panca, aveva urtato col piede in quell'oggetto, e senza immaginare che potesse essere altra cosa che un pezzo di cartone, se l'era messo in tasca, perchè era rosso e le piaceva. Poi, ripassando da quella parte, aveva visto un giovane che si lamentava con le governanti, perchè i bambini gli avevano portato via una cosa, ed essa aveva capito che si trattava appunto dell'oggetto preso da lei, e voleva restituirlo; ma s'era già radunata tanta gente, e il giovane montava sempre più in collera, e lei non si sentiva più il coraggio di farsi innanzi. A un tratto la donna che l'aveva accompagnata al giardino, ch'era la governante dei bimbi d'una signora vicina, l'aveva presa per mano e condotta via, dicendo; — Andiamo, se no succede uno scandalo; — e allora lei s'era pentita tanto tanto di non aver restituito l'oggetto, e avrebbe voluto ritornare indietro; ma era tardi. Però, arrivando a casa, e scoprendo che in quella cosa rossa c'era un ritratto, aveva deciso di restituirlo a qualunque costo, e per molte sere, tornando nel giardino, se l'era sempre portato in tasca, sperando di ritrovare quel signore. Ma quel signore non s'era più fatto vedere, e lei, perduta ogni speranza, aveva nascosto il ritratto nello stanzino, senza dir nulla a Carlotta, pensando: — Chi sa! un giorno forse lo incontrerò, e allora glielo potrò rendere.
— Avevi mai visto quel signore? — domandò il padre.
— Mai, mai — rispose la bambina — è stata quella la prima e l'ultima volta.
Suo padre, dopo averla un po' fissata negli occhi, le fece cenno che se n'andasse; ed essa col volto ancora lagrimoso, ma tutta contenta di averla passata così liscia, scappò come un uccello. L'avvocato rimase pensieroso, col ritratto in mano. Egli l'aveva trovato in un buco dello stanzino, per caso, cercando un altro oggetto. Data un'occhiata all'immagine, aveva guardato il rovescio del cartone, e fatto subito un segno di viva sorpresa. Sul rovescio v'era scritto: — A mio figlio Alberto. Maria P. — ; il nome dello scrivano ch'egli aveva cacciato. Sotto questo nome v'era scritto in grossi caratteri: — 29 marzo, 27 lire. — Fitto, 18, pagato. — Resto: 9. — Queste nove lire erano ripartite, cominciando dal primo giorno d'aprile, in sette parti uguali, l'un numero sotto l'altro, come per fare una somma, e accanto a ciascun numero era scritto in carattere minuto: — Pane e frutta. — L'ottavo giorno d'aprile era ancora segnato con un 8, ma senz'altra indicazione di spesa; v'erano scritte invece colla matita le seguenti parole: — A vent'anni! Dio mio! —
Scorrendo quei numeri e quelle parole, l'avvocato era diventato pallido; ma subito gli era venuto il sospetto che quel ritratto fosse stato messo là a bella posta, perchè gli cadesse sott'occhio. Allora era rientrato nella stanza da pranzo, aveva fatto quella domanda, e, visto il rossore d'Amalia, chiesto e saputo ogni cosa.
— Dunque non è un artifizio! — disse tra sè, appena rimasto solo. — Questo ritratto è capitato qui per caso! Questo scritto dice la verità! Questo giovane non aveva denari, non poteva aver rubato, era innocente; ed io l'ho offeso, umiliato, cacciato, condannato alla miseria e alla fame! Ora bisogna ritrovarlo questo disgraziato! — soggiunse con voce commossa, balzando in piedi. — Bisogna andarlo a cercare, subito, dovunque sia! —
Qui si fermò, passandosi una mano sulla fronte. — Ma la prova, — disse, — la prova che mi sono ingannato, la sicurezza intera e assoluta chi me la dà? Che fu del biglietto? Chi può averlo preso fuorchè lui? —
E si rimise a sedere pensieroso. — Fosse caduto nel fuoco! — soggiunse dopo un po'. — Si fosse bruciato, mentre io uscivo dal gabinetto? —
Quella parola “bruciato„ gli richiamò alla memoria il discorso d'Amalia, il giovane che aveva accompagnato Carlotta, l'amico, la Banca;... gli balenò un vago sospetto. Si alzò per andare a chiamare la bambina; in quel momento entrò sua moglie.
— Senti, — gli disse questa sorridendo, — ho parlato con Carlotta, e le ho domandato chi fosse il signore che si dà la premura di accompagnarla quando conduce al passeggio la bambina. Non si turbò nè punto nè poco, e mi rispose, con una disinvoltura ammirabile, che quel giovane è una persona per bene, e per provarmi ch'è per bene davvero, mi disse ch'è intimo amico d'un tuo scrivano che gode della tua più grande simpatia.
— Quale scrivano? — domandò l'avvocato. La signora disse il nome dell'antico collega d'Alberto.
— E le domandai pure — soggiunse — che cosa fosse quell'imbroglio del biglietto. E lei mi ha detto che il fatto era veramente come Amalia l'aveva raccontato; ma che neanco in questo non vedeva nulla di male, perchè il biglietto era stato trovato in mezzo a una strada, e quel signore, prima di farlo cambiare, aveva cercato inutilmente il proprietario.
— Ma chi l'ha trovato il biglietto?
— Il tuo scrivano, quello che t'ho nominato. —
L'avvocato rimase sopra pensiero.
— Ma il ritratto? — domandò la signora.
— Va, — disse improvvisamente suo marito, — va a domandare ad Amalia quanto tempo fa e in che giorno quel tale gli parlò del biglietto.
La signora andò.
— Il tuo riverito scrivano — tornò a dire dopo un minuto, affacciandosi alla porta — ha fatto cambiare il biglietto uno degli ultimi giorni di marzo.
— Ah! — gridò l'avvocato, — non c'è più dubbio, dunque!
Così dicendo, preso da un sentimento improvviso di pietà e di rimorso, stropicciò colle mani convulse il ritratto, e poi, fissando gli occhi nell'immagine di quella povera madre, le lasciò cader sopra una lagrima e le chiese perdono.
XI.
La mattina seguente, Riccardo usciva di casa per tempo, e si dirigeva verso lo studio dell'Avvocato d'Alberto. Riuscite vane tutte le altre sue speranze di trovare un impiego al povero giovane, egli s'era domandato se non fosse meglio il tentare di farlo riammettere nello studio, procurandogli così, col pane di cui aveva bisogno, una riparazione d'onore, alla quale aveva diritto. — L'avvocato — egli pensava strada facendo — non ha ritrovato il biglietto, perchè, se ciò fosse, Alberto m'assicura che avrebbe riparato all'errore. Si potrebbe dunque fargli credere che è stato ritrovato molto tempo dopo, oggi stesso, da un altro impiegato dello studio, col quale io mi metterei d'accordo per inventare qualche storiella verosimile. Se il biglietto vero è caduto in mano di qualcuno, questi non verrà certo a dirci: — L'ho trovato io, e voi siete impostori; — perchè se non l'ha restituito finora, non potrà più restituirlo. Ma bisogna trovare chi si presti all'inganno. Ma chi si vorrà rifiutare, quando io vada là e dica: — Vi do la mia parola d'onore, tutti i miei amici sono disposti a darvi la loro parola d'onore che questo giovane non può aver rubato? E poi... e poi, se anche la cosa non riesce, sarà sempre bene che l'avvocato sappia che quel disgraziato giovane ha qualcheduno che lo stima e che lo crede innocente.
Era una giornata umida e malinconica che pareva promettere una settimana di pioggia. Arrivato in piazza del Duomo, Riccardo vide molta gente affollata intorno al campanile di Giotto, particolarmente ai due cancelli che chiudono lo spazio tra il campanile e la chiesa. Senz'avvicinarsi, domandò a un tale che cosa fosse accaduto.
— S'è buttato giù un uomo dalla cima del campanile, — rispose l'interrogato, con quell'accento forzato di pietà e quel sorriso di compiacenza satanica, che si vede in faccia alla maggior parte dei curiosi, in simili occasioni.
— È morto subito? — domandò Riccardo.
— Si figuri! — rispose l'altro, sorridendo di nuovo — s'è sformato! c'è un lago di sangue! Vada a vedere.
Riccardo tirò via; ma non aveva fatto ancora dieci passi, che tornò indietro in fretta e ridomandò con inquietudine alla persona di prima:
— Chi è quest'uomo che s'è buttato giù?
— Un tal Rivarolo, dicono; un impiegato, un uomo sui quarant'anni; se vedesse come s'è conciato il viso! È una cosa che fa orrore. Io fui dei primi a vederlo. S'avvicini prima che lo coprano.
Riccardo riprese la sua strada.
Dopo pochi minuti arrivò allo studio. Aveva già pensato con chi parlare, e perciò, entrando, domandò addirittura al custode chi fosse l'impiegato più giovane. Il custode gli disse il nome dello scrivano che noi conosciamo, e Riccardo, dandogli un biglietto di visita, lo pregò d'andarlo a annunziare.
Dopo un momento lo scrivano comparve. Era una figura meschina e volgarissima, improntata di quella goffaggine sdolcinata dei giovani di negozio, che sdottorano di mode colle signore. Attillato, come sempre, e sorridente, s'inchinò, fece entrare Riccardo in una stanza, chiuse la porta, e domandò con voce ossequiosa:
— In che posso servirla?
Riccardo era un bel pezzo di giovane, bruno e tarchiato, con un par d'occhi che saettavano e quel fare vivo ed aperto del gentiluomo napoletano, che mette in imbarazzo la gravità un po' tozza dei settentrionali. Appena si trovò di fronte allo scrivano (sul quale però non aveva il menomo dubbio), gli fissò in viso, secondo il suo costume, uno sguardo fine e profondo, che lo costrinse a fare un leggerissimo inchino.
— Io sono un amico d'un suo conoscente — disse poi in tuono pieno di cortesia — il signor Alberto P., che fu per qualche tempo scrivano in quest'ufficio.
Lo scrivano s'inchinò di nuovo.
— Son venuto qui — riprese Riccardo — non mandato da lui, ma a sua insaputa, spontaneamente, per impulso di coscienza, a pregar lei di aiutarmi a compiere un dovere.
Lo scrivano fece un atto interrogativo.
— Il signor Alberto, come lei saprà, — proseguì Riccardo — è stato accusato d'aver rubato un biglietto di cento lire sul tavolino del suo principale.
Il giovane mise un sospiro come per dire: — Pur troppo!
— Ebbene — soggiunse con accento risoluto Riccardo — l'accusa è falsa.
Lo scrivano gli fissò in viso uno sguardo turbato; ma non vedendo su quel viso nemmeno l'ombra d'un secondo pensiero, si rassicurò, e fece un cenno rispettoso che voleva dire: — Inclino a crederlo anch'io.
— Io conosco il signor Alberto, — Riccardo proseguì — lo conosco da molto tempo, intimamente, e lo credo incapace di commettere un'azione indegna; me ne rendo mallevadore come d'un mio fratello; altre cento persone, se occorresse, sarebbero pronte ad affermare lo stesso, la perdita del biglietto sarà una cosa inesplicabile; ma il signor Alberto è innocente. Ora egli si trova ridotto all'estrema miseria, e per di più disonorato. Di questa ingiustizia non avrà colpa che il caso, voglio credere; ma tanto più è dovere di tutti quelli che conoscono quel povero giovane, di fare tutto il possibile per restituirgli quello che ha perduto. Bisognerebbe trovar modo di farlo riammettere nello studio, persuadendo il signor avvocato che egli è innocente. Lei che è giovane, che ha cuore, che conosce quel povero infelice, m'aiuti lei. Facciamo fra tutti quello che si può far di meglio. Le assicuro che sarà una buona e nobile azione. Vediamo di trovare un modo per persuadere il suo principale.
Lo scrivano guardò attentamente Riccardo, e sentendosi sempre più rassicurato, esclamò con voce sospirosa e pietosa: — Ma come trovarlo questo modo, Dio buono! Non c'eran testimoni, il biglietto non s'è più ritrovato, nessuno ha saputo dare una spiegazione.... Dio lo volesse che si trovasse una spiegazione!
— Ma si può trovare — riprese Riccardo, incoraggiato dalla disposizione benevola del giovane — si può inventare! Dal momento che lei ed io siamo persuasi che il signor Alberto è innocente! Possiamo combinar tutto fra noi due, senza che ne sappia nulla nessuno nè ora nè mai. Creda, caro signore, che glie ne sarei grato per la vita!
E dicendo questo gli afferrò le mani e glie le scosse con uno slancio del cuore.
— Ma cosa dire! cosa inventare! — rispose lo scrivano, grattandosi il capo e fingendo di cercare.
— Si dice che il biglietto è stato ritrovato — esclamò Riccardo con vivacità — e si presenta all'avvocato un biglietto di cento lire! Il biglietto lo metto io; lei si presenta all'avvocato, fingendosi tutto contento d'aver trovata la giustificazione d'un amico, e gli dice: — Ecco il biglietto che lei credeva rubato, l'ho trovato io!
— ... Io? — domandò lo scrivano, turbandosi leggermente.
— Ma che cosa c'è di più naturale? — ripigliò Riccardo infervorandosi e pigliando la mano del giovane.
— Ma... — rispose questi esitando — ... ritrovare un biglietto... intatto... dopo tanto tempo... dove? in che maniera?... come spiegare che sia scomparso?