Part 12
Tutta la famiglia si strinse intorno al giovane senza far parola.
— .... A un certo punto mi accorgo che la folla ha svoltato a sinistra: tutti dietro. Adagio adagio con gran fatica, pigiati, oppressi, urtati da tutte lo parti, senza poter muovere le braccia, respirando a stento, si arriva, di strada in strada, sulla piazzetta dinanzi al ponte Sant'Angelo. Il ponte era stipato di gente; la folla si perdeva di là dal fiume verso San Pietro; tutta la sponda destra era un formicolaio. Il passaggio del ponte fu un affar serio; ci si mise più d'un quarto d'ora; i disgraziati che erano ai lati, spinti dalla gente del mezzo, dalla paura d'esser buttati giù, si attaccavano disperatamente alle spallette, e mandavano grida di spavento; si dice che siano seguite delle disgrazie. A poco a poco si arrivò di là. Tutte le strade che menano alla piazza rigurgitavano. Quando si fu all'imboccatura d'una delle due strade che vanno diritte alla Basilica, s'udì a un tratto un gran fragore sordo, cupo, come quello d'un mare in burrasca, che ora pareva lontano, ora vicino, e veniva verso di noi a ondate. Era la moltitudine accalcata in piazza di San Pietro. La folla si spinse innanzi con più impeto; gli uni sugli altri, portati, travolti, su su, fin che s'arrivò sulla piazza.... Dio eterno! se aveste veduto! Uno spettacolo da sbalordire. Tutta quell'immensa piazza piena zeppa, tutta nera, tutta brulicante, non c'era più piazza, era un mare. Tutt'intorno fra le quattro file delle colonne, sulla gradinata della chiesa, sotto il portico, sul gran terrazzo della facciata, sulle gallerie della cupola, sui capitelli, sui pilastri; e dietro, alle finestre delle case, sui balconi, sui tetti, sopra, sotto, a destra, a sinistra, da per tutto dove una creatura umana poteva posare il piede, o attaccarsi, o sospendersi, da per tutto teste, braccia e gambe spenzoloni, bandiere, gesti, voci. Tutta Roma era là.
— Oh Dio!... E il Vaticano? — domandarono le donne con grande trepidazione.
— Era chiuso. Sapete che un braccio del Vaticano dà sulla piazza, e lì c'è l'appartamento del Papa. Tutte le finestre eran chiuse, pareva un palazzo abbandonato; pareva, in quel momento, che avesse l'espressione d'una persona, fredda, rigida, impassibile, che guardasse giù con l'occhio spalancato ed immobile. La moltitudine guardava in su rumoreggiando. Si vedeva da una parte, verso la gradinata, un grande armeggìo di ufficiali e di signori, che pareva dessero degli ordini, ripetuti poi di bocca in bocca. L'agitazione andava crescendo. Eran tutti a capo scoperto: teste bianche di vecchi, teste brune di soldati, teste bionde di bambini; splendeva un bel sole; mille cose, mille suoni, mille colori ondeggiavano e si confondevano su quella immensa folla; le bandiere, i ramoscelli, i cenci sventolati, erano sbattuti qua e là, come se galleggiassero sull'acqua; il rimescolamento era tale, che pareva ardesse il foco sotto terra. Tutt'a un tratto s'udì e si propagò un grido da tutte le parti: — I ragazzi! I bambini! Avanti i bambini! — Pareva una cosa convenuta. In un punto solo, da ogni Iato della piazza, si videro sollevare i bambini al di sopra della teste, e le donne e gli uomini che li tenevan su, fendere la calca; tutti diretti verso il Vaticano; i ragazzi più grandi farsi strada da sè, scivolare fra le gambe della gente, a dieci, a venti insieme, stretti per mano; in pochi minuti, parte colle proprie gambe, parte spinti, parte portati, centinaia di bimbi, tutto un popolo di creature sino allora nascoste, si trovò affollato in un angolo della piazza; e intanto un gridìo assordante di donne: — Badate! — Largo! — Il mio bimbo! — Di lì a poco un altro grido, più forte, più imperioso: — Le donne! Le donne! — Un altro rimescolìo, un altro rompersi della folla in tutti i versi. Poi un terzo grido più formidabile: — L'esercito! I soldati! Avanti! — E di nuovo un sottosopra indicibile; ma in ogni parte ad un tempo, risoluto, rapido; nessuna delle difficoltà e delle lungaggini che si vedono in casi simili; tutti s'affaccendavano e servivano allo scopo; era una foga, un impeto, e pure un accordo meraviglioso; pareva che quella folla innumerevole fosse ordinata e ammaestrata. A poco a poco si rallentò il movimento, il chiasso si quetò, le braccia si abbassarono, tutti si guardarono intorno, e si vide ch'erano spariti, come per incanto, i bambini, le donne, i soldati. Stavan tutti da una parte della piazza, a destra, divisi in tre grandi schiere, dalla porta di San Pietro fino a mezzo il colonnato, rivolti verso il Vaticano, stretti ed immobili. La moltitudine proruppe in un fragorissimo applauso.
— Ma il Vaticano! — domandò per la terza volta la famiglia, tutta a una voce.
— Sempre chiuso e quieto come un convento; ma aspettate. All'improvviso l'applauso cessò, e si videro tutte le teste voltarsi indietro, e bisbigliare: — Silenzio! Silenzio! — La parola corse fino in fondo alle due strade che sboccan nella piazza. Il bisbiglio, di lì a poco, cessò affatto, e si fece una quiete, un silenzio, come io non avrei mai creduto che fosse possibile fra tanta gente: era qualcosa di sovrumano. In mezzo a quel silenzio, parve improvvisamente di sentire un vocìo leggiero, che non si capiva cosa fosse; un suono vago, diffuso, come se venisse dall'alto; a mano a mano, insensibilmente, crebbe; prima un alzarsi di voci qui, poi là, poi più lontano, incerte, discordanti; di lì a poco più unite, più risolute; infine, come per incanto, confuse; e un solo canto tremolo, argentino, soave, si levò al cielo, echeggiando, come la voce d'una legione d'angeli. Erano migliaia di fanciulli che cantavano l'Inno a Pio IX del 1847.
— Oh! Dio buono! — esclamarono la madre e le figliole, giungendo le mani.
— Quel canto si ripercosse nel cuore di tutti, scese proprio a toccare in fondo all'anima quello che v'è di più tenero; si sentì correre un fremito per la folla; si vedeva un gran moto di braccia e di mani, come di chi vuol parlare e non può; non si udiva che un mormorìo confuso. — Santo Padre, — pareva che si volesse dire da tutti, — guardate, sentite, sono i nostri bambini, sono i vostri figliuoli, che vi cercano, che v'invocano, che implorano la vostra benedizione; sono anime innocenti; arrendetevi alla loro voce; benediteli; fate che la patria e la fede siano un sentimento solo nei loro cuori; una vostra parola, Santo Padre, un vostro cenno, un vostro sguardo solo che annunzi il perdono e la pace, e saremo con voi, per voi, tutti, ora, sempre, per sempre! Sono i nostri bambini, i vostri figliuoli! — Migliaia di bandiere s'agitavano in aria, il canto tacque, seguì un profondo silenzio....
— Ebbene? — domandarono tutti affannosi.
— Sempre chiuso, — continuò il giovane. — S'alzò il canto delle donne. Si sentiva un tremito profondo in quella immensa voce; vi si sentiva un qualche cosa che prorompe soltanto dal seno delle madri; pareva piuttosto un grido che un canto; era soave e solenne. La gente, alle prime note, rimase immobile; subito dopo cominciò ad agitarsi, come mossa da un ardore irresistibile; le grida coprivano quasi il canto. — Sono le nostre madri, — si diceva, — le nostre spose, le nostre sorelle. Santo Padre, ascoltatele; esse non hanno mai avuto odio nè ira nel cuore; esse hanno sempre amato e sperato; esse credono e pregano; esse vi domandano di poter insegnare ai loro figliuoli il nome vostro insieme con quella d'Italia. Santo Padre, una vostra parola risparmierà loro molti dubbi dolorosi e molte lagrime amare; benedite le nostre famiglie, Santo Padre! —
Gli ascoltatori interrogarono collo sguardo e col gesto.
— Chiuso, — rispose il giovane — sempre chiuso. Ma allora proruppe un canto fragoroso e accelerato, a cui seguì un nuovo e più violento rimescolìo; erano i soldati. — Sono i nostri soldati, — dicevano tutti tra se, — saranno i vostri; sono i figliuoli delle campagne e delle officine; essi, Santo Padre, veglieranno alle vostre porte e scorteranno i vostri passi; essi, nati nella vostra terra, essi che udirono da fanciulli il vostro grido sublime di libertà, e combatterono contro lo straniero col vostro nome e con quello del loro Re sulle labbra e nel cuore; benediteli; voi li troverete stretti intorno al vostro trono nell'ora del pericolo, pronti a morire; una parola, Santo Padre, e queste spade, questi petti, questo sangue, son vostri! Essi vi domandano la benedizione della patria! Ricordatevi, Santo Padre, il vostro grido sublime!... — Una finestra del Vaticano s'aperse. — Allora il canto cessò, tacquero le grida, silenzio. Alla finestra non v'era anima viva. Vi fu qualche istante, in cui il respiro della moltitudine pareva sospeso. Si vide come un'ombra muoversi alla finestra, ma dentro, in fondo, e sparire. Parve di veder passare della gente, di sentir dallo strepito. Tutte le faccie, tutti gli occhi erano fissi, immobili là. A un tratto tutta la moltitudine, come ispirata, stese tutta insieme le braccia verso il palazzo, migliaia di donne levarono in alto i bambini, i soldati alzarono i cappelli sulla punta delle baionette, tutte le bandiere sventolarono, centomila voci si sprigionarono in un solo tremendo grido: — Viva! Viva! Viva! — Alla finestra del Vaticano si vide spuntare qualcosa, muoversi, luccicare, sollevarsi in aria di colpo.... Dio eterno! — gridò il giovane lanciandosi al collo di sua madre — era la bandiera italiana! —
Dire l'allegrezza, la gioia, l'entusiasmo di quella buona gente, è impossibile. Il giovane aveva parlato con tanto calore, s'era tanto innamorato del suo medesimo inganno che a poco a poco era arrivato fino a non accorgersi più che inventava; e veramente gli si erano inumiditi gli occhi e gli tremava la voce. Perciò nemmeno un'ombra di sospetto passò per la mente ai suoi genitori e alle sue sorelle. Si abbracciavano, ridevano, piangevano. Da quanti dubbi, da quanti scrupoli, da quante battaglie dolorose fra il cuore d'Italiani e la coscienza di Cattolici, si trovavano liberati! La conciliazione tra la Chiesa e lo Stato! Il sogno di tanti anni! Che tranquillità d'animo a allora in poi! Che bella vita d'amore e di accordo! Che respiro libero e sicuro! — Sia benedetto il cielo! — esclamò la madre, lasciandosi cader sur una seggiola, stanca dalla commozione. E poi daccapo tutti insieme intorno al giovane, chi pigliandogli una mano, chi tirandolo pei panni.
— È proprio vero?
— Non è un sogno?
— Continua, racconta tutto, il Papa, la gente, che cosa è stato....
— .... Quel che seguì allora, — riprese il giovane con voce stanca, — a dirvela schietta io non lo so, non me ne ricordo; fu un tale scoppio di grida, un sottosopra, una frenesia, un delirio tale, che solamente a pensarci, anche adesso, mi si confonde la testa. Io non mi vidi più altro intorno che braccia e bandiere alzate, che mi nascosero ogni cosa. Una gomitata che ricevei nel petto in uno di quei terribili rimescolamenti della folla, mi tolse quasi il respiro. Dopo qualche momento mi parve di essere un po' più al largo e mi gettai in una delle strade che menano al ponte, per uscir fuori da quella confusione. Da tutte le strade di Borgo Pio il popolo si precipitava con altissime grida sulla piazza. Si disse poi che la folla s'era slanciata alle porte del Vaticano per irrompere dentro; i soldati l'avevan dovuta contenere prima col petto, poi a forza di braccia, infine coll'armi; si parlava di gente rimasta soffocata nel serra serra. Dentro, nel Vaticano, che cosa sia seguìto per ora non si sa; si diceva che il Papa aveva dato la benedizione dalla finestra. Io non lo vidi. Affranto, sfinito, arrivai sul ponte e lo passai. Sempre accorreva gente da ogni parte, chiamati dalla notizia del grande avvenimento, che s'era propagata colla rapidità del lampo. Grossi drappelli di cavalleria accorrevano di trotto serrato. Guide e aiutanti di campo, mandati a portar ordini di qua e di là, correvano le strade gridando. La gente rispondeva dalle finestre. Vecchi decrepiti, malati, donne coi bimbi fra le braccia, s'affacciavano a' terrazzini, scendevan nella strada, interrogavano, si meravigliavano, si baciavano.... Io arrivai al Corso. All'improvviso s'udì un rimbombo terribile dalla parte del Pincio, poi un altro dalla parte di Porta Pia, poi un terzo dalla parte Porta San Pancrazio; erano tutte le batterie d'artiglieria dell'esercito italiano che salutavano il Pontefice con una salva precipitosa. Dopo poco s'udirono i rintocchi della campana del Campidoglio, poi man mano le campane di cento chiese, che si confusero in un concerto grandioso. La folla da Borgo Pio si riversò con impeto sfrenato sulla sinistra del Tevere, invase in pochi momenti le strade, le piazze, le case; scoprì gli stemmi papali ch'erano stati coperti; portò in trionfo busti di Pio IX, ritratti, bandiere; migliaia di persone si fermarono davanti ai palazzi dei patrizi romani più noti per devozione al Pontefice e proruppero in applausi, e quelli si presentarono sui balconi e misero fuori le bandiere nazionali.... Un momento, lasciatemi riprendar fiato. —
Ripreso ch'ebbe fiato, subito l'incalzarono con nuove domande: — E poi? E il Vaticano? E il Papa?
— .... Non so.... Non vi dico quello che era di bello, di grande, di meraviglioso Roma la sera. La notte era serenissima, e ci fu una illuminazione quale non s'è vista mai, credo, da che mondo è mondo: il Corso pareva tutto di foco; le chiese piene di gente con preti che predicavano; nelle strade musiche, canti, balli; cittadini che parlavano al popolo nei caffè e nei teatri. Volli vedere un'altra volta la piazza di San Pietro. S'era sparsa la voce che Sua Santità aveva bisogno di riposare; Borgo Pio era quieto come in una delle notti più quiete; la piazza era rischiarata dalla luna; una folla silenziosa stava raccolta intorno alle due fontane e sulle gradinate; molti seduti in terra, molti coricati; una gran parte, i più rifiniti dalle fatiche e dalle commozioni della giornata, dormivano; donne, soldati, bambini, alla rinfusa; centinaia di persone inginocchiate, e qua e là sentinelle di tutti i Corpi, con bandierine e croci piantate nella canna del fucile. Il terreno era sparso di bandiere, di foglie, di fiori, di cappelli perduti nel trambusto; le finestre del Vaticano erano illuminate; non si sentiva una voce; pareva che tutta quella gente trattenesse il respiro. Partii di là commosso, esaltato, pensando a tutto quello che avevo visto, all'effetto che avrebbe prodotto la notizia in Italia, nel mondo, in voi altri, in te, specialmente, babbo; mi trovai alla stazione quasi senza avvedermene, c'era una confusione, un gridìo assordante; salii sul treno, si partì, ed eccomi qua. La notizia è arrivata ieri sera a Firenze; mi dissero che fu un delirio; il Re è partito per Roma; la notizia s'è già sparsa per tutta la terra. —
A questo punto si lasciò cader sulla seggiola e tacque in atto di chi non ha più fiato in corpo. Poi s'alzò improvvisamente e scappò a intercettare i giornali che dovevano arrivare alla villa alle undici, sicchè la famiglia serbò la sua cara illusione fino a sera. Il desinare fu allegrissimo, il giovane continuò ad affastellare particolari su particolari, e la madre e gli altri, contentezze su contentezze, benedizioni su benedizioni. Quando tutto a un tratto si sentì un passo accelerato su per le scale, e poi una rumorosa scampanellata. Di lì a un minuto la porta s'aperse, e un prete lungo, asciutto, col viso pallido e la bocca torta, comparì sulla soglia. Era un prete arrabbiato, che la famiglia conosceva di fresco, e pel quale non aveva gran simpatia; ma che pure rispettava ed accoglieva in casa, più per ossequio all'abito che alla persona. Tutti, tranne il giovane, gli corsero intorno, gridando: — Ebbene! Ha sentito la gran notizia! Tutto è finito, grazie al cielo! È stata la mano di Dio! Che cosa ne pensa? Parli, racconti!
— Ma che notizia? — dimandò il prete, guardandoli in viso uno per uno con un par d'occhi stralunati.
Gli dissero tutti insieme, in fretta e in furia, delle feste, del perdono, della conciliazione.
Il prete guardò tutti con l'aria di chi temesse d'esser capitato in mezzo a un crocchio di matti; poi fulminò con un'occhiata il giovane, ed esclamò con un sorriso maligno di trionfo:
— Non c'è ombra di vero, per fortuna!
— Non c'è ombra di vero! — gridarono tutti, voltandosi verso il figliuolo.
Questi, senza scomporsi, fissò il prete, e con un accento misto di tristezza e di sdegno gli disse: — Ma, reverendo, non dica: per fortuna! Lei è italiano; dica: Peccato che non sia. —
Tutti gli altri rimasero per qualche momento come sbalorditi; ma poi, voltandosi di nuovo verso il prete, e piccati, come sempre segue, più contro chi aveva tolto che contro chi aveva dato l'illusione, ripeterono quasi involontariamente: — Sicuro! dica piuttosto: Peccato!
— Io? — rispose il prete, torcendo verso il suo petto un lungo dito nodoso; e poi con voce acre e vibrata: — Io non lo dirò mai!
A quelle parole il vecchio, ferito bruscamente nel dolce sentimento che lo esaltava, perdette, com'era solito, i lumi, e stendendo il braccio verso il prete, si lasciò sfuggire dalla bocca un: — Via! — che risonò in tutta la casa come una pistolettata.
Il prete disparve chiudendo la porta con impeto. Il giovane gettò le braccia al collo del padre; e questi, mettendo le due mani sulla testa del figliuolo, esclamò con un accento triste e affettuoso: — .... Ti perdono.
ALBERTO.
[Illustrazione]
I.
Era bello vedere il giardino della piazza d'Azeglio la sera d'una giornata di primavera, due anni fa, quando Firenze era ancora Capitale. Vi convenivano centinaia di fanciulli, molti di famiglie fiorentine, la più parte di famiglie d'impiegati d'ogni provincia; era il ritrovo delle Italiane e degl'Italiani più piccini e più belli che avevano condotti in quella città il Parlamento, i Ministeri e l'altre istituzioni dello Stato, il fiore dell'innocenza e della gaiezza della Capitale. Le madri, le governanti, le bambinaie stavan sedute sulle panche a destra e a sinistra dei viali; i bambini correvano in mezzo; nel centro del giardino sonava la banda. Fino all'imbrunire era un moto e un gridare continuo. Frotte di ragazzi uscivano di dietro ai cespugli, si sparpagliavano ridendo, s'inseguivano e ridevano, correvano a giri e rigiri come le rondini, e ridevano sempre, cadevano, sempre ridendo, e si rialzavano, e ricominciavano a darsi dietro. Qua una bimba perdeva il pettine, là un'altra la pezzuola, qualcuna si fermava per farsi riabbottonare lo stivaletto. Da un lato all'altro dei viali si chiamavano ad alta voce, e in un momento si sentivano cento nomi di santi, di guerrieri, d'imperatori, di poeti: — Maria! Ettore! Pompeo! — Non si capivan tutti fra loro. — Che hai detto? — domandava una toscana, chinandosi verso una lombarda che le aveva diretto la parola passando. Formavan dei cerchi a dieci insieme tenendosi per mano, e si mettevano a girare, e andavano tutti a gambe levate, e alle bambine più grandi si scioglievano i lunghi capelli, e le piccine piangevano. Tratto tratto, due che s'erano bisticciati andavano a chieder giustizia, seguiti da un piccolo drappello di curiosi, al tribunale di qualche mamma seduta in disparte. Altri, spossati dalla corsa, col viso infiammato, ansanti, riposavano sull'erba fin che avessero ripreso nuova lena per ritornare ai giuochi. E lontano, tra le siepi e gli alberi, si vedevano altre frotte di bambini biancheggiare un momento, poi sparire, poi riapparire; e da ogni parte si alzavano voci di gioia, di rimprovero, di meraviglia, di comando, e ad ogni passo si udivano accenti diversi che, richiamando alla memoria le diverse provincie, facevano passar dinanzi agli occhi una sequela rapidissima di visioni: il Canal grande, il Vesuvio, San Pietro, Superga. Il giardino Massimo d'Azeglio faceva esclamare, quasi con un senso nuovo di maraviglia e di piacere: — Oh qui si vede che l'Italia è fatta davvero! —
Una sera d'aprile del 1870, in una parte del giardino, dove il formicolìo dei fanciulli era più fitto, stava seduto sur una panca, solo, colle braccia incrociate sul petto, un giovane sui vent'anni, decentemente vestito, d'aspetto malaticcio, che pareva che dormisse. Stava appoggiato col capo all'indietro, come se guardasse il cielo. A un tratto, essendosi mosso leggermente per prendere un atteggiamento più comodo, gli cadde il cappello dietro la panca, e dal cappello saltò fuori un non so che di forma quadrata e di color rosso, simile a quelle buste, in cui si mettono le carte geografiche. Egli non se ne accorse e continuò a dormire. Alcuni ragazzi, passando, urtarono coi piedi in quell'oggetto e lo spinsero cinque o sei passi più in là.
Dopo alcuni minuti il giovane si svegliò, e accortosi di avere il capo scoperto balzò in piedi e guardò intorno. Vide il cappello, lo prese, vi guardò dentro, si turbò, e cominciò a cercare attentamente intorno alla panca.
Poi si fermò, e voltando gli occhi in giro, dimandò con voce inquieta: — C'è nessuno che abbia visto qui, accanto alla panca, un oggetto rosso, grande così, di cartone? —
Due o tre donne si voltarono.
— Vorrebbero farmi la gentilezza, — soggiunse il giovane, — di domandare ai loro bambini? —
Le donne rivolsero qualche domanda a mezza voce ai bambini che avevano intorno, e poi fecero cenno di no.
— Perdonino, — ripigliò il giovane con voce commossa, avvicinandosi alle donne, — è impossibile, l'oggetto m'è caduto di dosso un momento fa; mi facciano il piacere, domandino ancora, cerchino....
— O che s'ha a cercare? — usci a dire in tono dispettoso una donna; — quando s'è detto no, è no; è bell'e finita.
— Ma lei, — esclamò allora il giovane con accento più di dolore che di stizza; — lei non sa che cosa io abbia perduto! Potrebb'essere un oggetto prezioso! Potrebbe.... No, si fermino, — soggiunse con tono supplichevole verso due altre donne che se n'andavano, — si fermino un momento, le prego, mi aiutino,... non dimando che un momento! —
Si cominciava a radunar gente, le donne chiamarono i bambini e s'allontanarono.
Il giovane gridò ancora una volta: — Un momento! Mi facciano questo favore! — Poi riprese a cercare qua e là, quasi correndo, e parlando tra sè a mezza voce.
— Ha perso dei denari? — gli domandò un tale.
— No! — rispose, continuando a girare sempre più in fretta.
— Ha perso un anello? — domandò un altro.
— No! —
La gente s'allontanò a poco a poco.
Stanco di cercare inutilmente, il giovane si rimise a sedere, prendendosi il capo tra le mani e scuotendolo in atto sconsolato.
Era già quasi buio, il giardino deserto e silenzioso; non si udivano che le voci lontane degli ultimi bambini che andavan via.
— Senti, — diceva al suo compagno un monello ch'era rimasto ad osservare il giovane di dietro alla cancellata del giardino, — piange. —
Sentì queste parole un signore che passava, guardò dentro il giardino, entrò, e s'avvicinò alla panca.
— Che cos'ha? — domandò al giovane.
Questi non rispose.
— Posso far qualche cosa per lei? — ridimandò l'altro. — Mi dica che cos'ha; non glielo domando mica per semplice curiosità....
— Grazie, — rispose il giovane coll'accento di chi vuol terminare un discorso.
— Mi dispiace — ripigliò il signore — di non ispirarle fiducia. In ogni caso, qui c'è il mio indirizzo. Si faccia coraggio. —
Ciò detto se n'andò. Il giovine guardò intorno a sè e vide un biglietto da visita sulla panca; se lo mise in tasca, e riprese l'atteggiamento di prima.
In quel punto si sentì l'orchestra fragorosa del teatro Principe Umberto.
II.