Part 13
Ci sono in tutte le grandi città certe trattorie a terreno, composte d'una sala e d'una cucina con un'avviso sulla porta che dice: _pensione a quaranta lire il mese_. Si somiglian tutte: la sala è lunga e stretta; in una parete si vede il busto del Re; in un canto un padrone di cattivo umore, e in giro due o tre camerieri coi panni sudici, e coi capelli scarmigliati, che servono di mala grazia. Gli avventori sono quasi tutti giovani, che fanno il loro meschino desinare senza discorrere e senza alzar gli occhi. Non sono poveri, non sono operai, non sono studenti, non sono impiegati; è difficile determinare la classe sociale a cui appartengono. Son gente che vive alla giornata, sparsi pei fondachi, per gli Ufficii dei giornali e pei Ministeri; che ogni tanto, man mano che l'occasione del lavoro manca da una parte e si presenta dall'altra, mutan posto, occupazioni e nome; oggi procaccini di gazzette, domani revisori di conti, un altro giorno scrivani straordinarii. Dormono in una cameretta al quarto piano, fumano un sigaro al giorno, e vanno una volta al mese al teatro. Alcuni hanno i capelli lunghi; molti, l'inverno, son senza pastrano, e portano intorno al collo una sciarpa di lana o uno scialle vecchio; spesso s'incontrano fuor di città in qualche strada deserta, soli. Ce n'è degli scioperati; ma molti pure che risparmiano dieci lire sulle cento che guadagnano al mese; e le mandano a casa, o le mettono da parte. E sono i primi, per lo più, a levare di mezzo alla strada un ragazzo, quando sopraggiunge una carrozza, o a rialzare un vecchio caduto in terra, o a separare due monelli che si picchiano. Alcuni hanno sul viso un espressione costante di tristezza e guardan la gente in modo che par che rinfaccino a tutti qualcosa; altri invece hanno una fisonomia che esprime serenità, pace, sentimenti miti e benevoli. Tutti poi, o quasi tutti, mostrano di tempo in tempo qualche viva allegrezza di cui può esser cagione una lettera d'un parente lontano, o una buona parola d'un capo d'uffizio o l'aver trovato una camera che costi cinque lire di meno al mese. Vi sono nature ammirabili fra questa classe di giovani; cuori eletti, vite nobilissime piene di sacrifizii e di dolori terribili, sopportati senza lamento e in segreto.
III.
Il giovane del giardino d'Azeglio era di questi. Si trovava da pochi mesi in Firenze, impiegato come scrivano nello studio d'un avvocato che gli dava novanta lire al mese. Era nato a Palermo, dove aveva fatto i suoi primi studii, e perduto in tenera età il padre e la madre. Di parenti non gli era rimasto che uno zio, il quale l'aveva raccolto e mantenuto a malincuore per alcuni anni; e poi gli aveva fatto intendere poco amorevolmente che in casa c'era una persona a suo carico. Allora il giovane, sollecitato da un amico di Firenze a venire in cerca d'un impiego nel gran mare della Capitale, se nera partito da Palermo con qualche centinaio di lire, e molte speranze. Ma arrivato in riva all'Arno, dopo molto scendere e salire per l'altrui scale, aveva dovuto dare un addio alle speranze, e contentarsi di campare copiando. L'amico se n'era tornato in Sicilia dopo poche settimane, e il povero scrivano era rimasto solo nella città sconosciuta.
Toccava appena i vent'anni, ma ne dimostrava assai di più, come tutti quelli che han cominciato per tempo a faticare per vivere. Aveva l'intelligenza aperta e pronta, e non mancava d'una certa cultura, benchè fosse stato costretto a lasciar le scuole, quando appunto cominciava a capire e a studiare. Gli era rimasto in capo quello che rimane generalmente a coloro pei quali il passaggio dell'adolescenza alla giovinezza segna l'abbandono dei libri per le faccende; qualche data istorica, qualche verso di Dante, e i nomi degli scrittori contemporanei più popolari. Ma aveva quell'accorgimento modesto e guardingo, comune a pochi, col quale, non oltrepassando mai i confini del proprio sapere, si riesce a tenerli sempre nascosti; e si può parlare di ogni cosa, senza mai dire uno sproposito, o si sa tacere in maniera, che non paia vergognosa l'ignoranza.
Le sue novanta lire al mese gli bastavano; con quaranta mangiava in una piccola trattoria, con diciotto aveva trovato una cameretta al quarto piano, in una via appartata, in casa di una povera famiglia, che viveva d'una piccola pensione e dei pochi quattrini della dozzina. Questa famiglia era composta d'una vecchia, vedova d'un impiegato fiorentino, quasi sempre malata; e d'una ragazza di diciott'anni, che non faceva altro che assister sua madre.
Questa aveva fatto qualche difficoltà a ricevere in casa il nuovo inquilino; e perchè non c'eran mai stati che dei vecchi, coi quali poteva parlare dei suoi malanni, ed anco averne qualche aiuto, quando occorreva, più che di parole; e perchè, d'altra parte, un giovane avrebbe fatto chiacchierare il vicinato, e dato a lei la noia di dover tenere gli occhi aperti. Ma Alberto, fin dalla prima volta che l'aveva visto, le era parso così quieto, così raccolto, così pari pari, che s'era indotta, dopo un po' di esitazione, a dargli la camera. La figliuola, dal canto suo, non aveva fatto nessuna istanza, nè mostrato desiderio ch'egli entrasse in casa a preferenza d'un altro; ed anche per questo essa aveva acconsentito.
— Non ha di discreto che gli occhi, — aveva detto la figliuola il giorno della sua entrata in casa.
Era un inquilino che dava poca noia. Tornava verso le nove della sera, dava la buona notte, e andava a letto subito; la mattina, al levar del sole, era già fuori. Così entrando, come uscendo, non faceva il più piccolo rumore. Nella sua camera, quando la madre e la figliuola entravano per rifare il letto, ogni cosa era al suo posto come l'avevan lasciata il giorno prima; pareva che non ci fosse stato nessuno. I mobili erano spolverati, i panni spazzolati e piegati; alle donne non restava quasi nulla da fare. Pochi vestiti; scarsa biancheria e di qualità infima, due o tre libri, un piccolo baule, eran tutto il suo corredo; ma in ogni cosa c'era l'impronta d'una cura continua e rigorosa, d'una lotta ostinata della spazzola, del sapone e dell'ago, contro il tempo, le seggiole e i tavolini dello studio. — Povero giovane, — esclamava la vecchia, — si vede che è corto a quattrini; ma non gli manca il giudizio. — La figliuola, i primi giorni, le diceva che per essere tanto assestato a vent'anni, bisognava non aver sangue nelle vene, e che a lei gli uomini che rubavano il mestiere alle donne, non le piacevano; ma dopo aver ripetuto molte volte queste parole, una mattina aveva soggiunto: — Eppure, un giovane che vive in questo modo.... è simpatico! —
Era quasi trascorso un mese, dacchè il giovane era entrato in quella casa, e fra lui e le sue ospiti non eran corse altre parole che il solito buon giorno e buona notte. Una sera la madre fu presa da un accesso forte del suo male consueto, e il giovane venne pregato d'andare a chiamar il medico. Andò, tornò col medico, e, dopo che questi fu partito, restò nella camera accanto al letto della malata. La ragazza doveva scendere nella strada a pigliar certe medicine dallo speziale dirimpetto. Prima di scendere levò il lume di sulla tavola, perchè sua madre pativa la luce, e lo pose a piè del letto, accanto al giovane; poi s'avviò per uscire. Arrivata sull'uscio, approfittò del buio che la nascondeva, per voltarsi a guardare il suo inquilino. — O chi è quello là? — domandò a se stessa maravigliata. Il lume, rischiarando di sotto in su il volto del giovane, gli dava una sfumatura alla pelle e una vivezza d'espressione così nuova, che appariva quasi trasformato. — Par bello, — soggiunse la ragazza, e discese. Quando risalì, cominciò a discorrere, guardandolo. A ora tarda si separarono, ed essa ripetè tra sè stessa: — Non ha proprio altro di bello che gli occhi.... e la voce. —
Così, a poco a poco, ora per effetto d'un lume posto in un certo punto, ora per la espressione insolita d'un atteggiamento, ora per il suono particolare d'una parola, il giovane si venne mutando ai suoi occhi a tal segno, che in capo a due mesi non le pareva più quel d'una volta, accolto sulle prime con indifferenza e guardato non di rado con dispetto.
La madre di tratto in tratto cadeva ammalata, e ogni volta egli andava pel medico, e restava poi accanto al letto, quando la figliuola doveva uscire. Così nacque fra loro una certa dimestichezza. La vecchia aveva cominciato ad aprir gli occhi; ma non vedendo assolutamente nulla che le desse motivo di tenerli aperti, li aveva richiusi. Ringraziava spesso il suo inquilino delle cure che le prestava, e ne discorreva affettuosamente colla figliuola. Finirono col far conversazione ogni sera, tutti e tre, intorno al tavolino da lavoro; la madre parlando per lo più dei pettegolezzi delle vicine, ii giovane della sua Palermo, la ragazza di bazzecole, tanto per farsi veder sorridere e poter guardare negli occhi il suo ascoltatore, mentre egli guardava lei. Oltre gli occhi discreti e la voce bella, essa aveva scoperto il sorriso simpatico e le maniere “proprio gentili„.
Una sera stavano affacciati tutti e due alla finestra guardando giù; era buio e pioveva, e non si vedeva anima viva. A un tratto balenò in fondo alla via una luce viva e tremula; eran le fiaccole della Compagnia della Misericordia. — Che serata melanconica! — mormorò la ragazza, voltando le spalle alla finestra; — è una di quelle serate che verrebbe voglia di addormentarsi e di non svegliarsi più... Non l'ha mai provato lei questo sentimento? —
Il giovane sorrise, poi mormorò: — Lei ha ancora sua madre; come le possono venire in mente queste idee?
— E lei non l'ha più?
— Io non ho più nessuno. —
La ragazza fu scossa dall'accento di queste parole, lo guardò, e disse a bassa voce: — Non lo aveva mai detto. —
Dopo un altro momento domandò: — Non ha neppure fratelli? —
— No.
— Avrà degli amici in Firenze....
— Nemmeno.
— Ma come si fa a vivere senza voler bene a nessuno?
— E chi le dice ch'io non voglia bene a nessuno?
La ragazza lo fissò, sorrise, mosse una mano per ravviarsi i capelli, non potè, era imprigionata; mosse l'altra, era stretta anche quella; chinò gli occhi, li rialzò, non v'era più alcuno; fuggì essa pure. Da quel giorno, in quella casa, tutto mutò: pensieri, visi, atti, discorsi; la madre aprì una terza volta gli occhi, ma cogli occhi anche il cuore ad una speranza lontana; le conversazioni si protrassero ogni sera fino ora più tarda; la dimestichezza divenne intimità; e solo una volta ci fu un po' di malumore da una delle due parti. La madre propose al suo inquilino di fargli il desinare in casa: egli rifiutò; ma dopo due giorni si ristabilì la pace.
I due giovani eran tutt'e due piccoli e bruni; egli serio, essa allegra, e più bella; e si chiamavano Alberto e Giulia.
IV.
Alcuni giorni prima che seguisse il caso del giardino d'Azeglio, una sera, un po' avanti l'ora solita, Alberto tornò a casa col viso stravolto, e si chiuse nella sua camera senza dir parola. La mattina seguente si levò per tempo, e cercò d'uscire non visto; ma la ragazza, che stava in guardia, lo fermò in tempo, e prima con un piglio scherzoso di comando, poi con un accento commosso di preghiera, tentò di farsi dire quello che gli era accaduto. Alberto, più serio, ma anche più affettuoso del solito, le rispose che non gli era seguito nulla, che la sera innanzi sera sentito un po' male, e che il riposo della notte l'aveva rimesso. Ma era ancora pallido, e aveva gli occhi rossi. Giulia non credette. Pregò ancora, lo prese per mano, versò qualche lagrima, ma inutilmente; il giovane le strinse la mano e la guardò con tenerezza, e poi uscì senza dir parola. Da quel giorno in poi non parve più quello di prima. Anche le sue abitudini mutarono; tornava a casa ora molto più tardi, ora molto più presto che per il passato, parlava più di rado; e quantunque facesse uno sforzo continuo per parere, se non allegro, tranquillo, si capiva, al solo guardarlo, che era agitato e triste. La ragazza lo supplicava: — Parli! mi dica che cos'ha! non mi faccia soffrire! — E lui ancora più caldamente pregava Giulia che non si desse pensiero di quel suo cangiamento, ch'era effetto d'un malessere passeggiero. Ma intanto ogni giorno diventava più pallido e più melanconico, e lo sforzo che faceva per sorridere e per parlare, appariva sempre più evidente e più doloroso. La sera della scena del giardino tornò a casa per tempo, e Giulia lo pregò ancora, più teneramente che mai, di parlare; egli le rispose con voce stanca e tremante; — Fra qualche giorno.... oggi è impossibile; — e si chiuse nella sua camera, lasciando la povera ragazza desolata. La mattina dopo, prima che le donne si destassero, era già fuor di casa.
V.
La madre, benchè non avesse il capo ad altro che ai suoi malanni, s'era accorta del mutamento seguìto in Alberto, e ne aveva parlato più d'una volta colla figliuola; ma non le pareva cosa da doversene gran fatto impensierire. — È una di quelle malinconìe, — diceva, — a cui tutti i giovani vanno soggetti; qualche altro giorno e passerà. — Giulia però, che aveva l'occhio fine e l'affetto divinatore, non era dello stesso parere; il cuore le presagiva qualche cosa di sinistro; e l'ansietà le era cresciuta a tal segno, che, sentendo di non poter più durare in quello stato, risolvette di farsi dire la verità ad ogni costo, avesse pur dovuto minacciare Alberto di togliergli il suo affetto e di staccarsi per sempre da lui.
Venne la sera. Giulia e la madre cenavano, sedute l'una di fronte all'altra, ai due lati d'un tavolino, rischiarato da un piccolo lume a olio. La madre aveva fasciato il capo in modo che le si vedeva appena il viso, e stava tutta raggomitolata in un vecchio seggiolone, col mento sull'orlo del piatto e gli occhi socchiusi; sulla parete opposta s'allungava l'ombra di Giulia, con una gran capigliatura disordinata; la stanza era quasi buia, e non vi si sentiva che il monotono tic tac dell'orologio.
A un certo punto sentirono un passo su per la scala, la porta s'aprì, comparve Alberto.
— Finalmente! — esclamarono ad una voce le due donne.
Alberto sedette vicino alla tavola, Giulia lo guardò e gettò un grido:
— Dio mio! cos'ha? —
Alberto sorrise sforzatamente e rispose con dolcezza: — Non ho nulla.
— È impossibile! Lei ha un viso smorto che fa paura! — esclamò Giulia alzandosi.
— La prego.... — mormorò Alberto, pigliando Giulia per la mano; — si metta a sedere.... le assicuro.... che non ho nulla.... —
Giulia sedette, ma spinse da parte il piatto e incrociò le braccia con un atto dispettoso.
— Vuol provare un dito di vino? — domandò la vecchia.
Alberto ringraziò, facendo cenno che non voleva, e poi cominciò a guardar Giulia con un'espressione di tenerezza così triste, e stando in un atteggiamento che rivelava una prostrazione dell'animo così profonda, che la ragazza non si potè più contenere, s'alzò, accese un lume, e disse risolutamente alla vecchia: — Scusa, mamma, bisogna ch'io parli un momento con Alberto. —
La madre, alzando gli occhi a fatica, guardò lei e il giovane, e disse a fior di labbra: — Malinconìe; — Alberto entrò nella camera colla ragazza, lasciando la porta aperta. Appena entrato, si abbandonò sur una seggiola; Giulia sedette davanti a lui, e prendendogli una mano fra le sue, gli disse a bassa voce, e presto:
— Mi confidi quello che ha, glielo domando per l'ultima volta, così è impossibile andare avanti.... Non mi dica che non si sente bene; non mi basta; io voglio sapere il perchè non sta bene; una cagione ci ha da essere, qualcosa le dev'esser seguìto; la prego, me lo dica, non mi faccia più vivere in pena, ho già sofferto abbastanza; non ha fiducia in me? e se non confida i suoi segreti alle persone che le vogliono bene, a chi li andrà a confidare? —
Alberto, per tutta risposta, le baciò la mano; essa la ritirò.
— Vuol che glielo dica — riprese — che cosa le è accaduto? — L'ho indovinato. Lei ha avuto qualche grosso dispiacere allo studio. Un superiore le ha fatto un rimprovero a torto, lei s'è risentito, l'altro le ha detto qualche parola offensiva, e lei per non perdere l'impiego ha dovuto tacere, e per questo lei soffre; mi dica un po' che non è vero, se può? Mi sostenga un po' che non ho indovinato!
— No, — rispose con voce debole Alberto, riprendendo la mano di Giulia.
— Allora.... — questa riprese — lo so io il perchè. Il perchè è un altro. Vuole che glielo dica francamente? Lei ha giocato! — E lo guardò fisso. — Lei ha giocato, ha perduto, e adesso ha dei debiti che non sa come pagare. Mi confessi che il fatto è questo. Ma allora perchè non me l'ha detto subito? Doveva capire che quel poco che possiamo far noi, per cavarla d'impiccio, siamo disposte a farlo con tutto il cuore. Per conto mio, veda, se non ci dovesse rimaner in casa altro che un pagliericcio per dormire e quattro cenci per coprirci.... No, non sorrida, lei non può immaginare il male che mi fa il suo sorriso; io non dico nulla che non sia pronta a fare domani, subito, questa sera, se lei ci vuol mettere alla prova,... io conosco mia madre. Mi dica che ha giocato, via —
Alberto fece cenno di no col capo, e si coprì il viso con tutt'e due le mani.
— Ma che può esser dunque? — continuò Giulia, facendogli tirar le mani giù; — qualche promessa che ha fatto a sè stesso, e che ora le rincresce di non poter mantenere? Un progetto, per esempio, che lei aveva in capo, e che per eseguirlo aspettava, che so io? un avanzamento nel suo impiego; e questo non è venuto, e lei ha perso ogni speranza? È così? Un progetto, in cui entravo io forse? Dio buono, guardi che cosa mi fa dire! Ma se fosse questo, io le darei la mia parola, le giurerei qui, in questo momento, per quello che ho di più caro al mondo, che il bene che le voglio sarà sempre uguale, qualunque cosa le accada e in qualunque stato si trovi.... Lei non ha che vent'anni! C'è tanto tempo ancora! Non ci sarebbe da darsi pensiero per il tempo! —
Alberto mise una mano sulla spalla della ragazza, la guardò negli occhi, e mormorò: — Cara Giulia! se ti dicessi quello che ho.... ti affligerei troppo! Lasciami solo, te ne prego, ti prometto che un giorno ti dirò tutto; ora non posso, non ne ho il coraggio.... —
Giulia s'alzò improvvisamente, corse alla porta, guardò nell'altra stanza: sua madre dormiva. Richiuse l'uscio, tornò, e si gettò in ginocchio dinanzi ad Alberto.
— Per l'ultima volta, — proruppe con voce di pianto, — te ne scongiuro: dimmi quello che hai! —
Alberto stette qualche momento sopra pensiero, guardandola; poi si scosse, come se si fosse risoluto a parlare; aprì la bocca....
— Dunque! — esclamò vivamente Giulia.
— Guardami.., — ripose Alberto con un filo di voce.
Giulia si fece un po' da parte, affinchè il lume battesse in pieno nel viso d'Alberto; lo guardò attentamente, e poi, afferrandogli tutt'e due le mani, esclamò spaventata: — Ma tu soffri molto! Tu hai bisogno del medico, Alberto! Che hai? che ti senti? —
Alberto lasciò cadere il capo sopra la spalla di Giulia.
— Mio Dio! — disse questa, tentando inutilmente di sollevarlo — Mamma! mamma!
— No, non la chiamare, — mormorò Alberto senza alzare il capo, e mettendo le braccia intorno al collo della ragazza inginocchiata; — .... ti dico tutto.
— Presto!
— Senti, — continuò il giovane colla voce così bassa che appena si sentiva; mi costa uno sforzo che tu non puoi immaginare.... il doverti dire.... Non mi rincresce mica per me, Giulia, ma per te.... Tu mi perdonerai.... Io credevo d'avere il coraggio.... di tacer sempre; ma il coraggio mi manca.... io tradisco tutti i miei proponimenti.... ho aspettato fino all'ultimo.... dimmi che mi perdonerai!
— Oh sì! sì! — rispose Giulia piangendo; — ma parla!
— Ebbene.... ho da dirti una cosa.... che non ti posso dire guardandoti.... appoggia la testa qui.... così.... —
Giulia appoggiò la testa sul petto del giovane, e questi avvicinò le labbra al suo orecchio. Stettero qualche tempo immobili in quell'atteggiamento: essa col viso rivolto in su, e gli occhi socchiusi, come se dormisse; egli col capo chino e i capelli sparsi sulla fronte. Non si sentiva che il respiro affannoso di Giulia, e un gemito monotono della madre che dormiva nell'altra stanza. Era la prima volta che egli la teneva fra le braccia in quel modo, e per qualche momento la dolcezza di quell'abbraccio fu in tutti e due così viva, che quasi sospese in loro il senso del diverso dolore che li agitava; le guancie di Giulia si soffusero di rossore, e le sue labbra si apersero con un leggero sorriso; Alberto la baciò, e subito tirò indietro il viso come se si fosse scottato; tornò in sè, mise un gemito tronco, e riabbassando il capo in atto di profondo abbandono, mormorò nell'orecchio a Giulia: — Ho fame! —
Giulia balzò in piedi gettando un grido, e restò immobile, chinata, intenta, cogli occhi fissi in quei d'Alberto.
Questi si coperse il viso, ed esclamò con accento sconsolato: — Ah, non lo dovevo dire, Giulia! Perdonami! —
La ragazza gittò un altro grido acuto, straziante, cadde in ginocchio dinanzi ad Alberto, lo baciò, si rialzò, si guardò intorno, si cacciò le mani nei capelli, diede in uno scoppio di pianto, e gridò: — Io divento pazza! — Corse alla porta, chiamò ad alta voce: — Mamma! Mamma! — Rivenne indietro e ribaciò Alberto, si slanciò nell'altra stanza singhiozzando, ritornò a passi concitati tenendo il grembiale aperto colle due mani, vacillò e cadde.
In quel punto s'affacciò sull'uscio la madre.
Alberto, pallido, cogli occhi fissi su Giulia, colle braccia penzoloni, pareva fuori di sè; Giulia stava inginocchiata, col capo abbandonato sulle ginocchia di lui, immobile; sul pavimento, intorno a loro, erano sparsi dei pezzi di pane e delle frutta, che la ragazza s'era lasciata sfuggire cadendo.
VI.
Lo studio in cui lavorava Alberto, era in una delle strade più solitarie di Firenze. Vi lavoravano con lui tre o quattro giovani, tra praticanti e scrivani, coi quali aveva poca dimestichezza, perchè troppo diversi da lui di natura e di abitudini. L'avvocato, a cui apparteneva lo studio, era un uomo sulla cinquantina, d'aspetto severo, di modi bruschi e di poche parole; ma buono, si diceva, e giusto, e qualche volta anche affabile coi suoi sottoposti; a patto però che non gli contradicessero mai, che aspettassero la riparazione d'un torto, quando ne facesse, dal suo pentimento spontaneo, senza sollecitarlo con richiami o con proteste; galantuomo, in una parola, salvo l'orgoglio e l'indole irascibile, che lo facevan più temere che amare. Nei suoi giovani, anche più dell'operosità e del raccoglimento, gli piaceva la deferenza manifestata col contegno modesto e colle parole ossequiose; e perciò non gli era mai andato molto a genio Alberto, che soleva obbedire tacendo, salutare senza sorridere e rispettare senza inchinarsi. L'altro scrivano (eran due) era più nelle sue grazie, e a questo egli affidava di preferenza i lavori straordinarii che davano qualche piccolo guadagno, oltre lo scarso assegnamento mensuale. Questi era premuroso, sorridente, pieghevole; preveniva, con una rapidità mirabile, ogni suo atto; rifletteva, colla prontezza d'uno specchio, ogni suo sorriso; ripeteva, colla fedeltà dell'eco, l'ultima parola d'ogni sua frase; vestiva con un certo garbo; non portava quei soprabitini e quei calzoncini slavati e spelati d'Alberto, che pareva tenessero i punti per miracolo, e rinfacciassero continuamente all'avvocato la meschinità dello stipendio e la miseria dello stipendiato. Questi era intimamente e apertamente il prediletto. Per la qual cosa Alberto lo guardava bieco, non per invidia della predilezione, chè non era anima capace d'invidia; ma per l'ostentazione maligna che quegli faceva dei suoi privilegi, con un perpetuo leggerissimo sorriso di benevolenza protettrice, più insolente che la superbia. Aveva qualche anno più d'Alberto, era mingherlino, sempre vestito da zerbinotto, gaio, parolaio, seccante.