Novelle

Part 11

Chapter 113,923 wordsPublic domain

— No, Candida! — continuò affettuosamente il giovine pigliandola per mano, e conducendola in fretta vicino alla finestra, — non mi sfuggire; perdonami; tu sei buona, tu sei un angelo; ho visto un libro, i fiori, quel foglio di carta; io non sapevo nulla, io non potevo immaginare;... io sono stato un indegno; tu sei buona, Candida, perdonami; io non posso vivere con questo rimorso nell'anima; sarebbe una disperazione; non sono cattivo, Candida; te lo sarò parso, ma non lo sono, te lo giuro; parlavo per dispetto, credevo che tu mi disprezzassi e mi sentivo offeso; perdonami, dimmi che ti scorderai tutte le mie parole; io t'ho fatto del male, lo so, sì; tu neghi, perchè sei buona, ma t'ho fatto del male; se tu non mi perdoni, vivrò sempre col crepacuore e colla vergogna; io t'ho insultata, Candida; perdonami....

— Riconovaldo! — esclamò Candida con voce manchevole, cercando di sciogliersi dalle sue braccia. — Non è niente vero... vi siete ingannato.... lasciatemi....

— .... Tu sei offesa, — egli continuò con voce affannosa, baciandole il vestito a ogni parola, — tu non mi vuoi perdonare, è giusto; ma io non voglio lasciarti così, è impossibile, non saprei più che far di me, non mi potrei più soffrire, sarei troppo spregevole anche ai miei occhi; mi parrebbe sempre di vederti piangere, mi saresti un ricordo doloroso per tutta la vita, io non posso andarmene senza il tuo perdono; Candida, te ne scongiuro, perdonami... cara, buona Candida....

— Sì, perdono.... — mormorò con voce semispenta la ragazza, posandogli la mano sulla fronte per tenerlo lontano — ma andatevene, andatevene....

— No, perdono non basta, Candida; dimmi qualche altra parola; tu non hai detto perdono col cuore; dimmi che mi perdoni tutto, che dimenticherai tutto, che non mi credi un indegno, che le mie parole non ti faranno piangere, che le terrai come parole d'un insensato, dette in un momento di passione; io volevo essere stimato da te; io non posso sopportare l'idea che tu mi disprezzi, tu che sei tanto buona; dimmi che mi stimi ancora, te ne scongiuro; ho bisogno del tuo perdono e della tua stima!...

— La mia stima! — gridò Candida, frenando un vivo slancio d'affetto.

— Sì, sì, Candida, dimmi questa benedetta parola; dimmi così: — Riconovaldo, io ti perdono e ti stimo.

— Ebbene, sì! — esclamò essa, fissando i suoi occhi ardenti e soavi in quelli gonfi di lacrime del giovine; — io ti perdono, io ti stimo... ti stimo, e ti.... stimo! — soggiunse a bassa voce.

— Candida! — gridò il giovine balzando in piedi con rapidità fulminea, e stringendole la testa tra le mani; — tu volevi dire un'altra parola; dilla! —

E Candida gli bisbigliò all'orecchio: — T'amo! — e nascosto il viso contro la spalla di lui, diede in un pianto disperato.

XXIII.

In quel punto furono scossi da uno strepito sul terrazzino dalla parte della camera d'Iride; sentiron prima la voce di Furio, poi quella di Carlo, poi il suono d'un potentissimo schiaffo, un grido d'Iride, un rumore concitato di passi.

— Ah! l'avevo preveduto! — gridò Candida, slanciandosi fuori della camera; il giovane la seguì.

Furio, inconsapevole dell'arrivo di Carlo, tornando ch'era già notte alla villa, e vedendo il lume nella camera d'Iride, e lei appoggiata alla finestra colle spalle verso la campagna, era corso in punta di piedi sul terrazzino, era salito adagio adagio sul parapetto, e l'aveva baciata nei capelli, dicendole appassionatamente: — Caro angelo! — Il marito, ch'era nella camera, l'aveva rovesciato con uno schiaffo fuori della finestra, a viso in giù, sopra i vasi dei fiori.

Furio, atterrito, fremente, col volto sanguinoso, pallido come un cadavere, si precipitò per le scale in cerca d'un rifugio. Carlo lo inseguì; il ragazzo si cacciò nella prima stanza a terreno, ma non fece a tempo a chiuder la porta; il fratello entrò minacciando; egli, forsennato per lo spavento, afferrò un fucile da caccia in un canto e si mise in guardia colle spalle alla parete; Candida apparve sulla porta, Carlo incalzò più sdegnato; Furio, dando indietro ancora, urtò il calcio del fucile nel muro, il colpo partì, la ragazza scappò gettando un altissimo grido, Riconovaldo le volò dietro, Carlo scomparve... Furio lasciò cadere il fucile e restò là solo, immobile, pietrificato.

Seguì qualche minuto di silenzio profondo.

Riconovaldo ricomparve sulla porta e disse freddamente:

— Candida è ferita nelle dita.

— Ferita! — gridò disperatamente il ragazzo cacciandosi le mani nei capelli, e poi slanciandosi di corsa: — Oh Dio! presto! subito! Bisogna fasciarle la mano!

— No, — soggiunse il giovane fermandolo, — bisogna tagliarle il braccio. —

Furio svenne.

XXIV.

La mattina appresso Iride e suo marito partirono; in poche parole era stata chiarita ogni cosa; la condotta sconsiderata della signora era stata indovinata e posta fuori di dubbio alla prima; nè lei nè Carlo potevano più rimanere alla villa.

Furio ritornò in sè molto tardi; riavutosi dallo svenimento, lo aveva preso una febbre violenta. Quetata la febbre, e con essa il delirio, egli si trovò nella sua camera solo e circondato da un profondo silenzio come se la villa fosse stata abbandonata. Il pensiero di quel che era accaduto la sera lo assalì all'improvviso, lo prese un'angoscia disperata, e pianse amaramente per molte ore, esclamando fra i singhiozzi: — Candida! mia povera Candida! Che cosa ho mai fatto! — e desiderava di morire.

Stette per molte ore solo, senza sentire il suono nè d'un passo nè d'una voce, oppresso da uno sgomento indicibile.

A un tratto si spalancò la porta della sua camera. Egli balzò a sedere sul letto; ma non vide nessuno, non sentì nessuno; la porta pareva stata aperta da un fantasma.

Passò qualche altro minuto.

Sentì un rumore di passi lenti e gravi; tremò; qualcuno saliva su per la scala; passò suo padre davanti alla porta, senza guardare; passò la zia, passò il medico di casa, passò un signore sconosciuto, passò Riconovaldo, tutti silenziosi, col capo basso, tristi. Egli tese l'orecchio, sentì che salivano al secondo piano, e restò immobile col respiro sospeso. Allora gli tornarono in mente quelle parole: — Bisogna tagliarle il braccio; — e cominciò a tremare violentemente in tutta la persona.

Dopo pochi minuti s'affacciò qualcuno alla porta e disse:

— È finita. —

Allora Furio gettò un grido straziante e cacciò la testa sotto le coperte prorompendo in singhiozzi disperati.

XXV.

In quel frattempo Riconovaldo condusse nel salotto da pranzo i due vecchi, e li fece sedere davanti a sè, dicendo che lo stessero a sentire senza interromperlo.

— Vi ho fatti venir qui — cominciò con viso e accento severo — per dirvi che la cagione di tutto quello che è accaduto siete voi. —

Il vecchio si rizzò.

— Lasciatemi dire, — riprese Riconovaldo; — v'ho da dire una cosa che nessuno vi disse mai, o che voi non voleste mai capire. Ed è che per Furio voi non avete mai avuto cuore, che lo avete disconosciuto, trascurato, e tenuto in casa come un estraneo, credendovi sciolti da ogni dovere verso di lui con dargli da mangiare e da dormire... Lasciatemi parlare... L'avete creduto sempre uno scemo, ed è pieno d'ingegno; perverso, ed è pieno di cuore; e rivende in tutto e per tutto voi, suo fratello, me, tutta la mia stirpe e tutta la vostra. Voi lo avete sempre umiliato; gli avete turato la bocca ogni volta che v'ha domandato un po' d'affetto; l'avete tenuto qui per comodo vostro sei mesi dell'anno, come una fiera in un parco, a inselvatichirsi nella solitudine e a istupidirsi nella noia; gli avete fatto respirare per quattordici anni, non l'aria pura e benefica della famiglia, ma quella fredda e pesante d'una casa d'ospizio, come se l'aveste raccolto per la strada, o ve l'avessero dato a convitto; non avete avuto un palpito insomma, non vi siete dati una cura, non vi siete preso un pensiero, un solo pensiero per lui. Nessuna meraviglia dunque che questo ragazzo, con tanto affetto nell'anima, a cui s'impedì sempre l'uscita, l'abbia poi versato tutto con impeto alla prima occasione; nessuno stupore che le prime parole affettuose abbiano trovato in lui un'eco troppo viva, se non glien'avevate mai fatta sentire nessuna; nulla di più naturale che il primo viso di donna che gli si parò dinanzi, gli abbia fatto dar di volta al cervello, s'egli non n'aveva mai visti, se era stato sempre lontano dalla gente, se era sempre vissuto in mezzo ai campi come un eremita. Sacrificate una volta i vostri comodi, se avete cuore e giudizio, andate a stare in città, conducetelo con voi nelle case dei vostri conoscenti, fatelo stare in mezzo alle bambine, sfranchitelo, incoraggiatelo, amatelo, e fategli capire che lo amate, e penetrate un po' nell'anima sua e nella sua testa, chè non tutti son fatti a un modo e non bisogna giudicar tutti da noi. E finitela con questa maniera d'educazione che vuol mantenere l'autorità colla freddezza e la disciplina coll'umiliazione, e non fa altro che soffocar l'amor proprio, indurire il cuore, alimentare la diffidenza, seminar l'avversione e l'ingratitudine. È un'educazione da collegi. La casa non è un collegio. Nella casa non ci devono essere nè freddezze, nè odii, nè ipocrisie, nè oppressioni; nella casa si corregge, si consiglia, si prevede, si dà dei buoni esempi, e si ama, e così si compie il proprio dovere, si educano i figliuoli, si preparano gli uomini e si lavora per la società. Scusate se sono stato un po' duro, e ora andiamo a terminar questa scena.

Tutte queste cose erano state dette con tanto calore, con tanta forza, con un accento così fermo di persuasione, e tanto spedito, che i due vecchi, sopraffatti, non solo non trovarono modo d'interrompere, ma nemmeno quand'ebbe finito non riuscirono lì su quel subito a infilar due parole. L'ispettore avrebbe ben voluto dire, con aria di rassegnazione, che c'era _qualchecosa di vero;_ ma il giovane lo spinse leggermente fuori del salotto, senza lasciargli il tempo di rifiatare.

XXVI.

Riconovaldo s'affacciò alla porta della camera di Furio e lo chiamò per nome.

Furio, pallido e trasfigurato che metteva pietà, venne innanzi tremando e vacillando.

— Animo — disse il giovane — ora è tempo che tu venga a veder tua sorella.

— Oh! no! — esclamò il ragazzo con voce di pianto, retrocedendo; — non posso! non ho coraggio!

— Vieni! — ripetè Riconovaldo con accento imperioso. — È nostro dovere d'importelo e tuo dovere d'obbedire.

Furio obbedì; Riconovaldo lo prese per mano e lo condusse sopra; il padre e la zia lo seguirono.

Sul punto d'entrare nella camera di Candida, Furio si sentì mancar le gambe; il giovine lo sorresse e gli disse: — Coraggio! — ed entrarono.

La camera era quasi buia; Candida era a letto tutta coperta fino al mento; Furio gettando un grido disperato si lanciò verso di lei, ma si arrestò ad un tratto e cadde in ginocchio, singhiozzando: — Candida! Candida! io ti volevo tanto bene... perdono! —

Candida tirò fuori un braccio e fece l'atto di cingergli il collo; Furio s'alzò, chinò il viso sulla spalla di lei, esclamando con voce soffocata: — Oh Dio! Dio! che cosa ho fatto! che cosa ho fatto! — ed essa gli posò la mano sul capo e stettero un po' di tempo così.

All'improvviso Furio si sentì sul capo un'altra mano, e balzò indietro atterrito.

Candida, sorridendo, gli tese tutt'e due le mani sane e intatte come le aveva sempre avute.

Furio guardò, si passò una mano sugli occhi, girò lo sguardo intorno, lo rifissò sulle mani di Candida, cominciò ad ansare, a gemere, a sorridere, a mormorare qualche tronca parola, ad agitarsi tutto come preso da febbre, e poi, tutto a un tratto, raccolta con grande sforzo la voce, proruppe in un altissimo grido di gioia e si gettò fra le braccia di sua sorella.

— Povero Furio! — essa gli disse, accarezzandolo affettuosamente, — perdonami; ho fatto tutto questo per tuo bene; il dolore che hai sofferto per cagion mia t'ha guarito; ora sei contento e tranquillo; ma ho sofferto anch'io tanto per te; pensa quel che mi dev'esser costato il farti penare così! Riconovaldo m'aiutò, persuase il babbo e la zia, eravamo tutti d'accordo; tu mi perdoni, Furio, non è vero? —

Furio senza staccar la bocca dal viso di Candida accennò di sì.

— Ed ora, — uscì a dire Riconovaldo, — io ne ho già parlato al babbo e alla zia; Furio verrà a fare un piccolo viaggio con me, per compenso di quello che gli abbiamo fatto soffrire. —

Furio si gettò al collo di Riconovaldo. Questi si accostò a Candida, cinse con un braccio la testa di lei, coll'altro la testa di Furio, se le serrò tutt'e due contro il petto, e dopo aver guardato un pezzo i due vecchi meravigliati di quell'atto, sorrise e disse: — Non avete ancora capito che c'è qualche faccenda da accomodare? —

E allora Candida nascose dietro al capo di Furio il suo viso purpureo e radiante di fidanzata.

UN GRAN GIORNO.

[Illustrazione]

La famiglia G*** era in villeggiatura, a poche miglia da Firenze, quando l'esercito italiano si preparava ad andare a Roma. L'impresa non era veduta di buon occhio. Il padre, la madre, le due figliuole grandi, cattolici ardenti e patriotti tranquilli, volevano i _mezzi morali_. — Noi — diceva la signora agli amici — di politica non ce ne intendiamo, io poi meno di tutti; e se dovessi dirvi proprio chiaro e netto perchè la penso come la penso, mi troverei imbarazzata. Ma, che volete? Io ho un presentimento nel cuore, mi sento dentro una voce, un tremito, un qualche cosa che mi dice: — A Roma in codesto modo non ci s'ha da andare, non ci si deve andare, non ci si può andare. — Io mi ricordo del quarant'otto, mi ricordo del cinquantanove, mi ricordo del sessanta; ebbene, in quei giorni, non ho mai avuto paura, non mi son mai sentita nel cuore quest'ansietà che mi ritrovo adesso, pensavo sempre che la dovesse finir bene.... Ma questa volta, Signori miei, avete un bel dire, io vedo del buio nell'aria, e di molto! Voi ridete.... Pregate il cielo che un giorno o l'altro non s'abbia da piangere. A me quel giorno non par molto lontano.

Il solo che non la pensasse così, di tutta la famiglia, era il figliuolo: giovane di vent'anni, che appunto in que' giorni rileggeva la storia romana, e bolliva. Per questo, in casa, proferire il nome di Roma era attaccar battaglia, e ce n'era già stata una vivissima, dopo la quale avevano convenuto di non toccare mai più quel tasto.

Una sera, ai primi di settembre, ricevettero un giornale _ufficioso_, in cui si dava per certo che i soldati italiani avrebbero passato il confine. Il giovane gongolò. Il padre lesse l'articolo, stette un po' sopra pensiero e poi, crollando la testa, brontolò: — No! — e poi daccapo: — no! — e una terza volta: — no, no, no!

— Ma scusi, babbo! — esclamò il figliuolo infiammandosi.

— Non ricominciamo! — interruppe amorevolmente la madre. E per quella sera non ci furono altre parole. Ma il guaio serio seguì la sera dopo, poco prima d'andare a letto, quando il giovane, con una faccia franca, senza preamboli, come se fosse la cosa più naturale del mondo, manifestò l'intenzione d'andar a Roma coll'esercito.

Fu un grido generale di sorpresa e d'indignazione. E poi una tempesta di rimproveri e di minaccie: — Che non eran cose da poter onestamente desiderar di vedere; che purtroppo già ne toccava a ciascuno, come italiano, una parte di colpa, senza bisogno d'aggiungervi la responsabilità di testimonio oculare, e che qui e che là, e che infine tutto si poteva concedere e perdonare ad un giovane bennato, fuorchè la smania (furon parole della madre) di andar a vedere _bombardare un povero vecchio_. Bella guerra! bella gloria davvero! —

Quand'ebbero finito, il giovane strinse i denti, fece in pezzi un giornale, s'alzò con impeto, accese un lume, e andò a chiudersi nella sua camera, pestando i piedi come un attore italiano quando fa il re furibondo.

Ma dopo una mezz'ora, cheto cheto, in punta di piedi, ritornò nella stanza da pranzo. Non c'era più che il padre e la madre, silenziosi e melanconici. Egli domandò scusa al padre, che si lasciò stringere la mano brontolando; e poi ritornò verso la camera. La madre l'accompagnò.

— Dunque mai più di codeste idee, non è vero? — gli disse amorevolmente, ponendogli le mani sulle spalle.

Il figliuolo le rispose con un bacio.

E il giorno dopo passava il confine degli Stati Pontificii.

In casa, appena se n'accorsero, furono lagrime, furori, invettive, proponimenti di non volerlo più vedere, di non alzarsi nemmeno quando ritornasse, di lasciar passare un mese senza dirigergli una parola, di dar di frego al capitolo _minuti piaceri_ nel bilancio domestico, e cento altre cose. Per parte della madre, parole; ma nel padre propositi serii. Non era uomo da transigere; era buono, ma duro, e qualche volta, nelle sue collere, tremendo; e il figliuolo lo sapeva e lo temeva. Come dunque si fosse potuto risolvere a fargliene una così grossa, non si poteva spiegare. Le notizie del venti settembre non fecero che inviperire vie più padre e madre. — Ci sentirà, — dicevano a denti stretti, — ha da venire! — Le parole, i gesti, il contegno da tenersi, tutto era pensato e preparato: doveva essere una lezione solenne.

La mattina del ventidue, stavano tutti nella sala da pranzo, leggendo, quando sentirono un gran picchio nella porta, e subito dopo videro il figliuolo, rosso, ansante, abbronzato dal sole, dritto e immobile sulla soglia.

Nessuno si mosse.

— Come! — esclamò il giovane, incrociando le braccia, con aria di gran meraviglia. — Non sapete la novità? —

Nessuno rispose.

— Non v'hanno detto nulla? Non è venuto nessuno da Firenze? Siete ancora al buio di tutto? —

Nessuno fiatò.

— La presa di Roma.... — s'arrischiò a dire di lì a un po' una delle ragazze, dopo aver consultato il babbo con un'occhiata — .... la sappiamo.

— Come! Nient'altro?

— .... Nient'altro.

— Ma che presa di Roma! — proruppe il giovane con un grido che fece tremare tutti quanti; — che presa di Roma! Ve la porto io dunque la notizia! —

Tutti si alzarono e gli corsero intorno.

— Ma com'è possibile, — continuò egli a gridare agitando le mani, — com'è possibile che non sappiate nulla? Non s'è sparsa la voce per la campagna? Non si son radunati i contadini? Che cosa fa il Municipio? Oh! questa è inconcepibile davvero! Sentite dunque, mettetevi tutti intorno a me, vi racconterò tutto; mi batte il cuore che non posso quasi parlare....

— Ma che è stato?

— Niente! Non vi dico niente! Voglio raccontarvi le cose per filo e per segno, mi voglio sfogare, voglio che sappiate il fatto a poco a poco come l'ho visto io.

— Ma son le feste dei Romani?

— È il plebiscito?

— L'arrivo del Re?

— Ma no! ma no! È ben altra cosa!

— Ma parla!

— Ma sedete!

— O come non s'è saputo nulla qui?

— Ma che volete ch'io sappia? Quello ch'io so è che portarvi pel primo questa notizia è il più gran piacere che abbia provato in vita mia.... Sono arrivato stamani a Firenze, si sapeva tutto, son partito subito; — chi sa, — pensavo, — forse la nuova non sarà ancora arrivata a casa;... mi manca quasi il fiato!

— Di' dunque tutto, subito — esclamarono la madre e le ragazze mettendosi a sedere intorno a lui. Il padre era rimasto in disparte.

— Sentirai, mamma! — cominciò il giovane. — Cose da fare impazzire. Venite più in qua, così. Della mattina del ventuno sapete ogni cosa, non è vero? Entrarono gli altri reggimenti; folla, grida, musiche, come il giorno prima, fino alle dodici. Alle dodici, come per accordo preso, lo strepito cessò, prima nel Corso, poi nell'altre strade grandi, e a poco a poco per tutto. I drappelli dei cittadini si fermavano, facevano crocchio e parlavano sotto voce; poi si sparpagliavano in tutti i versi, salutandosi l'un l'altro, col fare di chi deve rivedersi poco dopo. Pareva che fosse corsa la voce di prepararsi a qualche gran cosa. La gente, incontrandosi, si parlava in fretta, e poi via, ciascuno per conto suo. Da un capo all'altro del Corso era un affaccendarsi generale; chi entrava nelle case, chi usciva, chi chiamava dalla strada, chi rispondeva dalle finestre; i soldati scappavano di qua e di là come se avessero sentito una chiamata; passavano ufficiali a cavallo di trotto; passavano uomini e ragazzi con fasci di bandiere sulle spalle e tra le braccia; tutti frettolosi e affannati, che parevano inseguiti. Io, che non sapevo nulla, e non conoscevo nessuno, guardavo in viso ora l'uno ora l'altro, tanto per veder d'indovinare qualcosa. Tutti parevano allegri, ma non dimostravano più l'allegrezza viva e sfrenata di prima; tutti lasciavano trasparir un pensiero, un dubbio, quasi un'ansietà; si capiva ch'era gente che macchinava qualcosa. Infilai una delle strade secondarie, andai oltre, mi fermai su due o tre crocicchi: in ogni parte lo stesso spettacolo; gran gente, gran moto, gran fretta, e un non so che nel modo di parlare e nei gesti, che avevo già notato nel Corso, come se tutto quell'armeggìo si volesse fare di nascosto a qualcuno, benchè fosse visibile a tutti. Passavano gruppi, drappelli, centinaia di uomini e di donne insieme, e non si sentiva un grido; andavan tutti dalla stessa parte, come a un luogo convenuto....

— Dove andavano? — domandarono il padre e la madre.

— Aspettate. Ritornai verso il Corso. Quanto più andavo innanzi, sentivo crescere un rumor sordo e continuo, come d'una gran folla. Arrivai: il Corso era pieno di gente, tutti fermi e rivolti verso il Campidoglio, come se aspettassero qualche cosa di là. Da piazza del Popolo a piazza di Venezia era tutt'una calca da non potervisi muovere. Si bisbigliava qua e là: — Or ora vengono. — Vengono di laggiù. — Chi viene di laggiù? — La colonna principale. — Viene la colonna principale. — Eccola. — No. — Sì. — A un tratto la folla si agitò con grande impeto, si gridò da tutte le parti: — Son là, — e in men che non si dica la via rimase sgombra nel mezzo come al passare di una processione. Tutte le teste si scoprirono. Io, che ero rimasto indietro, mi feci strada a furia di gomiti, e guardai.... Mi par di sentire il fremito che mi corse da capo a piedi in quel punto. Venivano innanzi generali in grande uniforme, signori in abito nero con ciarpe tricolori; in mezzo ai signori e ai generali, ragazzi, donne e uomini laceri e scamiciati; dietro operai, contadini, donne coi bimbi in collo, soldati di tutte le armi, signore eleganti, studenti, famiglie intere strette in piccoli gruppi tenendosi per mano per non perdersi; tutti affollati, pigiati in modo da poter appena camminare; e pure non si sentiva che un bisbiglio monotono come un ronzìo; silenzio dalle due parti della strada, silenzio alle finestre: era uno spettacolo solenne; faceva tra meraviglia e spavento; io ero estatico.

— Ma dove andavano? — domandarono con più viva insistenza il padre, la madre e le figliuole.

— Lasciatemi finire! — riprese il giovane. — Mi cacciai in mezzo. E con me vi si cacciarono man mano tutti quelli che stavano addossati al muro a destra e a sinistra. Figuratevi che serra serra! La folla pareva proprio un torrente, occupava tutti gli spazii; e ondeggiando sbalzava gente, come onde, nelle botteghe, nei portoni, da ogni parte dove vi fosse un po' di posto. Man mano che si andava, altre turbe di popolo si versavano nel Corso dalle vie laterali, affollate anche quelle da un capo all'altro; e la processione continuava a scendere dal Campidoglio, e correva voce che nel Campo Vaccino vi fossero ancora migliaia di persone. Gran gente arrivava da piazza di Spagna, gente da via del Babbuino, gente da piazza del Popolo. Avevano tutti qualcosa in mano, chi ghirlande di fiori, chi rami d'ulivo e d'alloro, chi bandiere, chi cenci legati in cima a bastoni; qualcuno portava persino immagini sacre spiegate con due mani al di sopra della testa; iscrizioni, emblemi, ritratti del Papa, del Re, dei Principi, di Garibadi; una varietà, una mescolanza, una confusione di persone e di cose, come credo non si sia mai vista sotto il sole; e sempre e per tutto quel bisbiglio sommesso, quell'andar lento, quella serenità, quella dignità, così strana e maravigliosa in tanta moltitudine, che mi pareva di sognare. —