Part 8
Qui la cronaca, chiaramente scritta ad onor della basilica, non a passatempo degli oziosi leggitori, mutando a un tratto stile, come succede in ogni cronaca, dopo tanti minuti particolari di luoghi e di processioni, dice a modo di compendio: che il medesimo anno (ella non avea detto quale) la bella Alda e Giacometto si sposarono, nè li nomina mai più. Poscia aggiunge in poche parole: che essendosi fatto grandissimo romore di quel miracolo in Piemonte, in Italia ed in Francia, il Duca e il santissimo Abate domandarono al Re di Francia, che facesse giustizia de' due scellerati; ma alla corte del Re non che rendersi giustizia e far satisfazione al Duca e all'Abate (perchè alla fanciulla e a' suoi parenti non par che il cronachista le pensasse dovute), alla corte di Francia s'era negato, nefando a dire, lo stesso miracolo; onde poi molti e nuovi scandali eran surti. E così finisce questa storia nella cronaca. Quindi parrebbe che ogni discreto leggitore possa tenere con sufficiente probabilità che que' due giovani vivessero poi lungamente e felicemente insieme, e finissero in pace. Notizia, che cercatissima da me intorno alle persone per cui ho preso interesse in una storia, e pur tralasciata troppo sovente non solo da questi rozzi annalisti, ma talor anche da più colti e sperti narratori; forse perchè dopo aver parlato delle nozze ci credono inopportuna ed attristante quella menzione, quantunque addolcita, del nostro fine. A me all'incontro non pare si possa dire finita e compiuta la felicità di nessuno senza quel _finiva in pace_. Qui poi il mio rincrescimento che l'autore, se il poteva, non ce l'abbia detto, è tanto maggiore, che forza è pur confessarlo, altre leggende e tradizioni narrano tutt'altrimenti il fine di questa storia.
E prima, certo è che nessuna di quelle non nomina nè punto nè poco Giacometto o suo amore. In secondo luogo, fanno Alda precipitata non dal dirupato ciglione, ma da una finestra. Terzo, aggiungono, che insuperbita ella tentò Iddio e rifece per danari il medesimo salto, ma vi rimase degnamente punita e morta. In ultimo una certa breve notizia della Badia stampata nel seicento, colloca la storia in quel secolo o nel precedente. Ora io non voglio entrare in una discussione critica della preferenza che merita la cronaca mia, benchè ne sarebbe a far una bella dissertazione accademica di storia patria; e lascio anche la disputa di Giacometto, e quella della finestra o del ciglione. Sì dico, mi pare improbabile che Alda quantunque ignorante, quantunque insuperbita o mal consigliata, potesse risolversi mai a rifare il pericolosissimo salto per danari. Ma volendosi, come mi pare si debba, ammettere le universale tradizione di questo secondo salto fatto per motivi umani; questi forse sarebbero molto probabilmente trovati, seguendo la narrazione mia, e ponendo poi tutta la storia verso il 1200 o 1300. Perchè qualunque fossero le virtù di que' secoli (ed ogni secolo non meno che ogni popolo ha le sue), certo non fu questa di una religione abbastanza ben intesa, e un rispetto a Dio abbastanza profondo per non tentarlo. Ondechè non approvati mai dalla Chiesa, ma esercitati sovente anche coll'autorità di alcuni ecclesiastici erano appunto quelli che si chiamarono _Giudizii_, ma furono vere tentazioni _di Dio_. Quindi è che raccozzando insieme i particolari già da noi dati, si potrebbe dire: che domandando giustizia e riparazione l'Abate, e negandola i Francesi, e il principal argomento del primo essendo l'asserire il miracolo, e dei secondi il negarlo; venissero poi gli uni e gli altri al compromesso di volerlo far rifare, e la fanciulla, inclinata alquanto come vedemmo a vanità, vi si lasciasse persuadere. La qual interpretazione mi par naturale e buona, e non vi posso vedere difficoltà, se non una; ed è che la pericolosa pruova fosse lasciata fare dall'innamorato Giacometto. Ma anche questo pur troppo si spiega. Pochi mesi dopo il loro matrimonio doveva l'infelice novello sposo ire a' pascoli delle somme alpi: e lui assente potettero succedere tutte quelle brighe che condussero la giovinetta a sua morte. Anzi poi non sarebbe da dubitare di questa spiegazione se fosse vero ciò che mi disse un amico, e di che voglio un giorno andarmi ad accertare; che in uno di que' pascoli solitarii, dove non sogliono rimanere a dimora nè vivi nè morti, vi sia un luogo che le guide mostrano a' viaggiatori col nome di tomba di Giacometto; e dicono che fu d'un montanaro che rimasto là durante una state, e invano aspettato e poi pregato che scendesse l'autunno, fu lasciato solo con alcune provvisioni per l'inverno; ed alla primavera ne fu trovato il corpo illeso fra' ghiacci; e fu poi seppellito e lasciato là nella solitudine dove aveva voluto morire.
MARGHERITA.
Ei non ha cosa di che io cerchi più correggere i miei scolari, come delle sciocche paure e superstizioni che quasi tutti mi vengono arrecando dalla casa paterna. Delle quali, ogni volta che io volli chiedere ragione agl'ignoranti genitori, il più sovente trovai che non davano credenza essi medesimi a quelle befane, a quegli uomini, o lupi neri, a quegli spiriti, di che andavano spaventando i paurosi monelli. Ma dicono non potersi educare bambini, nè far loro fare ciò che si vuole, o trattenerli da ciò che non si vuole senza queste paure. Stolta pigrizia di questi, come di molti altri educatori! che studiano diminuire le difficoltà non a' loro fanciulli, ma a sè stessi; e quando loro è chiesta una spiegazione, danno invece una bugia; e invece d'una correzione una bussa o una paura. Molte di queste poi, principalmente se il luogo aiuti colla spaventosa apparenza, rimangono anche negli adulti, e passano d'una in altra generazione, asserite finalmente come cose vere, e credute ab antico. Tuttavia, perchè uso andar cercando quel po' di bene che si trova quasi sempre anche nel male, credo che di quella non mal intenzionata origine delle superstizioni popolari venga che quasi tutte hanno in sè qualche insegnamento virtuoso; ed alle novelle di esse rimane siffatto vantaggio sopra molte di quelle immaginate dagl'ingegni più colti, ma più corrotti.
Questi, e molti altri pensieri nati di essi, io andava seguendo sta sera come il sole cadente dietro le alpi di Susa veniva cogli obliqui raggi allungando le ombre, ricercando i chiari-scuri, e distinguendo con infinite mezze tinte giallognole ogni vetta, ogni paesuccio, ogni castello di questi Appennini, Astigiani e Monferrini; i quali all'altr'ore del giorno non sembrano che onde indistinte di un mare di colli. Aggiugnevasi nel cielo, rasserenatosi dopo un grosso temporale, quell'umido trasparente che accresce la luce, avviva i colori, e diminuisce le distanze apparenti di ogni oggetto. Così è che io distingueva chiaramente il castello di C., detto anche volgarmente il castello Verde e le sue torri; cui niun moderno novelliere dubiterebbe dire romantiche, solo a vederle spiccar di mezzo a' neri boschi, campo adattatissimo a tal quadro. Quanto più poi, se fermandosi all'ombra dell'une o degli altri, e interrogando qualche romito là presso, o qualche pastore o pastorella sbigottita, od anche un parroco, o un vecchio nonno, ne avessero la narrazione popolare seguente!
Ei fu già nel castello Verde un vecchio e potente signore, che dopo molte vicende di guerra e di corte ritrattosi là a viver solo con una moglie giovinetta, e avuto poi un figliuolo unico, ambi lo educavano con quello sviscerato amore e quella cieca arrendevolezza, solita in chi cerca nell'educazione più piaceri che doveri, nociva sempre all'infelice educato. Peggio è se la vita solitaria della famiglia accresca nel bimbo l'idea della potenza de' genitori, e dell'importanza di sè stesso, e gli tolga le occasioni di emulazione, e gli incoraggiamenti de' compagni. Tra i molti danni di sì fatte educazioni, uno de' più frequenti, ed a parer mio de' peggiori, è, che fatto adulto il mal amato giovinastro, come prima va a mettersi fra gli uomini, il mondo e i negozii, ei trova uomini, mondo e negozii troppo diversi per lui da ciò che gli erano tra le mura paterne. Ondechè, non reggendo all'impensata contrarietà, non mira ad altro che a tornare a quelle mura dov'egli è libero e signore, e se il può, vi corre in fretta: ed ivi poi tra i servi e i rozzi adulatori da campagna vive vita inutile, e poltrisce nell'ozio e in tanti vizii, quante forse avrebbe avute virtù vivendo vita attiva ed occupata. Così accadde a Manfredi, rimasto per più disgrazia orbo del padre intorno ai diciotto anni. Pochi o niun uomo nacque mai con tanti buoni favori del cielo. Così i mali favori degli uomini non glieli avessero guasti! Alto, ben formato della persona, membra erculee per la forza, ma per le proporzioni piuttosto simili a quelle snelle ed eleganti del gladiatore Borghese o del Meleagro; capelli ed occhi come corvo; naso più romano che greco, ma qual s'addiceva, con bocca un po' ampia ad esprimer forza ed impero, benchè la bocca sapeva volgersi in un tratto a una espressione soave di dolcezza e d'amore, che avrebbe, potuto essere angelica; ma fu detta indemoniata da chi la conobbe. Così era del suo ingegno alto, pronto, aspirante; onde aggiungendovi la forza, che vien dall'uso buono e costante di quelle qualità, sarebbe stato ottimo; ma lasciato avvezzarsi ad intraprender molto, seguir poco, adempir nulla; indifferentemente poi avviarsi alle cose buone e alle mediocri, e talor anche alle cattive cui (dicevasi) il tempo e gli anni insegnerebbergli a discernere; ma gli anni non facendogli discernere se non il dolcissimo pendio delle cattive, e non insegnandogli se non passioni nuove e crescenti; fu sprecata così, menomata e corrotta l'opera, che era uscita pur bella, della mano del Creatore. Il primo pensiero di Manfredi, signore di sè e della fortuna paterna, fu lasciar il castello e la villa, e recarsi alla corte de' duchi di Milano, dove il padre aveva già avuta intenzione di mandarlo. Erane poi stato trattenuto gran tempo da quel cieco amore, che non gli concedea scostar da sè il figliuolo così tenero; poi dal pensiero migliore di voler pur morir nelle sue braccia; ma in ultimo morendo avea ordinato che ei non tardasse più. Nè la vedova madre, svisceratemente e anche essa irragionevolmente tenera del figliuolo, ma avvezza a seguire la volontà del marito, seppe contraddire a quest'ultima sua. Ondechè, compiuto appena il tristo ufficio delle esequie del marito, diedesi senza intervallo a quello degli apparecchi per la partenza del figliuolo. E perchè il pensiero di questi apparecchi, del corteggio, delle cavalcature, e degli equipaggi del giovine, quantunque frivolo possa parere a noi, era pure stato l'estremo del morente barone, che n'avea date minute instruzioni alla moglie; questa anche in ciò non fu se non esatta esecutrice; e in breve ogni cosa fu in pronto; e fermato il giorno, e sparse molte lagrime prima rattenute, poi dirotte all'istante della partita, ella gli diè l'ultimo abbraccio; e risalita sulla torre settentrionale mirò alla cavalcata, finchè la potè discerner fra gli andirivieni de' boschi vicini, sulla via a Casale e a Milano.
Quanto breve poi a descrivere e facile a immaginare è il dolor rassegnato d'una madre che faccia il primo sacrificio al figliuolo, tanto numerosi, varii, intricati, ed anche opposti sono i pensieri del giovane, che, rotti per la prima volta i lacci della casa paterna, corre tutto speranza e presunzione ad incontrar quel turbine, quella bufera del mondo, quantunque pericoloso, oscuro e nemico glielo abbian dipinto i disingannati genitori. Qual giovane è allora che non creda anzi questi ingannati, o forse ingannatori; e più o meno dentro a sè non li accusi, o di animo stato sempre poco atto a godere, condurre, e per così dire possedere il mondo, o di spiriti ora invecchiati e depressi, che faccian loro dimenticare i piaceri avutivi a lor tempo? «Ed io pur ne vuo' il mio satollo» diceva Manfredi, come uscito appena dalla vista del castello, e non avendo più a rispondere a' segni lontani della madre, smetteva con quelli ogni pensiero del passato, e precipitava sull'avvenire, fantasticando tacito contro l'uso suo, e senza rispondere alle adulazioni degli otto o nove scudieri e donzelli che il seguivano: «Ed io pur ne vuo' il mio satollo. E me l'avrò; se mai ricchezze, se gioventù, se bellezza, se cuore ardito e mano pronta e buona spada il possono o per amore o per forza procacciar a nissuno. E vengano pure opposizioni, rivali, contrarietà. Non io forse sono avvezzo a vincerle? Chi era ugual mio negli esercizii cavallereschi tra i vicini signori? Chi appresso le damigelle, o le villanelle all'intorno? Chi di queste poi troppo ritrosa? Or bene. Sieno pure più gentili costumi là in corte; ei non saranno più schivi. Sieno più rivalità, saran più vittorie. Quanto più mi si è venuto allargando il mondo finora, tanto mi si sono moltiplicati piaceri ed applausi. Or mi si allarghi, ed apra pur quant'è grande. Qui sono io corpo, animo e volontà da abbracciarlo tutto intero.» E così dicendo, con uno di que' moti involontarii che chiamano il cavallo a parte, e come alla confidenza de' pensieri del cavaliero, od anzi fanno dei due quasi una sola creatura, ei se lo spingeva insensibilmente fra le gambe; e il cavallo partiva di trotto e galoppo, a portar veloce il suo signore a quel mondo agognato.
Io poi non verrò descrivendo l'arrivo di Manfredi, la sua presentazione al Duca, ed in corte, o quella delle lettere commendatizie lasciategli dal padre per li molti amici che credeva avervi. Sì è necessario avvertire che di questi amici trovò, che alcuni erano morti, senza che il vecchio barone nella sua solitudine ne avesse pur saputo nulla; altri erano caduti in disgrazia del Duca, o s'erano ritratti per istanchezza, e quando il giovane presentava loro le lettere, rispondevano: «Dio volesse che potessi giovarvi ad alcuna cosa; ma vedete come elle vanno; io non m'impiccio in nulla;» e poi davansi a far tali orazioni in bigoncia contro la corte e il principe ed ogni cosa, che il giovane, se avesse loro creduto, sarebbene partito di volo. Degli altri, gli uni, abbracciato il giovane, e invitatolo a pranzo, credevano aver pagato il debito dell'amicizia; altri gli davan commiato dicendo: «Se posso giovarvi mai, fate conto di me:» ed alcuni, fingendo durar fatica, o durandola in effetto a ricordarsi suo vecchio padre, finalmente con un «Povero uomo! adunque è morto? mi duole assai;» facevano intendere chiaramente che erano seccati di quell'appello ad una troppo antica amicizia. Nè tuttavia questi furon tutti. E ne furono pure che aprirono a Manfredi come a proprio figliuolo non solamente le braccia e la casa, ma ciò che è più, e più assimila un amico ad un padre, i consigli, i conforti, e gli aiuti, di che ad ogni ora abbisogna un giovane quando viene dimesticandosi col mondo. Benchè difficilissime a darsi e riceversi sono siffatte cure. Difficile a un padre stesso l'adoprarvi efficacemente or l'amore or l'autorità, e sempre l'esempio necessario con amendue. Quanto più a chiunque supplendo il padre, per far ch'ei faccia, non può arrecare nè tanto amore nè tanta autorità, e mette poi anche meno impegno in aggiugnervi gli esempi. Nè è dunque da stupire che de' pochissimi amici vecchi trovati da Manfredi arrivando a Milano, o colpa loro che presto si stancarono di quell'ufficio di dar ammonimenti non o mal seguiti, o colpa sua che si stancò di andar a udir ciò che non voleva fare; non è a stupir, dico, che nè anco uno a capo di pochi mesi gli rimanesse. Sì invece sottentrarono appresso a lui una mano di amici giovani più grati assai, più facili, più allegri, e come ei non dubitava, più adattati. E tanto bene s'adoprarono nelle lor cure questi nuovi educatori, e tanto naturali disposizioni poi, tanto buon volere vi arrecò per parte sua l'educato, che in capo a que' pochi mesi egli era addottrinato, e fatto a tutti gli andamenti della vita cittadinesca, a tutte le sguaiatezze delle corti, e a tutte le sfrenatezze delle brigate giovanili, quasi come s'ei fosse lor nato in mezzo. Tuttavia la differenza si scorgeva sempre, e qualunque lode i compagni gli dessero apertamente, ei continovavano di nascosto e dietro a lui a farne le beffe, e trattarlo di ragazzaccio nuovo, e gentiluom campagnuolo.
In realtà Manfredi era dappiù di essi, non solamente per quelle qualità native che ben coltivate sarebbero state virtù, ma anche per molte di quelle che fanno primeggiar uno stesso vizioso in mezzo a' viziosi, come bellezza, ingegno, facondia naturale, destrezza, coraggio. Ma gli mancavano poi cento di que' minori, anzi minimi pregi, che pur sono tanto lodati nel mondo, forse perchè il solo mondo li può dare; come il vestirsi, il porgersi, l'andare, il cavalcare, il salutare, ed anche parlare alla maniera che in quel dato luogo e tempo si chiama eleganza; e non era tale ieri, e non lo sarà domani, e non è altrove; onde chi non v'è nol può indovinare; ancora certi modi di dire ed esprimersi che non sono di niuna lingua, ma quasi un gergo di quella corte o di quella brigata; e chi non ne è non li può sapere, e chi non li sa vi fa tuttavia la più trista figura, e udendo non intende, o volendo parlare non è ascoltato, e vede un sorriso che il fa ammutolire. Finalmente mancavagli la cognizione delle persone e delle storie d'ognuno e d'ognuna; onde ad ogni tratto era costretto a dimandar chi è costui, o costei, e che è ciò? I quali tutti, benchè non paiano, pur sono arresti e difficoltà da sgomentare qualunque più ardito principiante. Nè i compagni li sogliono risparmiare; e tanto meno, quante più qualità invidiabili scorgono in uno, e quanto più temono esserne un giorno soverchiati. Ma se Manfredi avesse allora avuta la coscienza delle proprie virtù, e fattosi innanzi con buono orgoglio avesse detto a sè stesso: «Or ben ti sta; che vai gareggiando con cotestoro? o che indegno arringo è egli questo? ma vengano ad uno di prodezza, di fortezza, di sapienza, di virtù; e ben m'affido vincere tali omicciattoli;» se a tali pensieri poi avesse aggiunto i fatti, non sarebbe andato gran tempo che tutti que' suoi indegni, pur fortunati emuli, rivali, e soverchiatori sarebbero stati sforzati a riconoscere la sua superiorità. Sforzati, dico, da quell'istesso mondo che non è poi così gramo e scemo come si va dicendo, e che se non riconosce le virtù solamente asserite, più o meno presto poi riconosce quelle rivendicate coi fatti. Ma è necessario per ciò pazienza ad aspettare il tempo e le occasioni, ardire ad afferrarle, e principalmente animo e cuor virile a fecondarle. Nè erano siffatte qualità in Manfredi, avvezzo a trovar lisciati e fioriti i sentieri della vita; a disperdere, quando non a mal usare, gli spiriti giovanili; principalmente poi a non aspettare mai ciò che voleva, nè voler mai ciò che gli era d'uopo aspettare; onde non poteva bene eseguire niuna impresa aspra, nè spiritosa, nè lunga, che son pur le gloriose. Così è che essendo entrato in certe compagnie armate dal Duca, ei vi si portò sì con valore, e due o tre volte fu lodato da' compagni, ed anche dal condottiero; ma perdeva il frutto d'ogni cosa, mal reggendo ai disagi, alle fatiche, alle seccaggini della guerra; mal obbedendo ai superiori; mal comandando agli inferiori; mal tollerando i compagni; ond'era mal tollerato, e tanto peggio che era straniero e nuovo, due peccati dificili a farsi perdonare nella milizia. Finalmente, perchè l'invidia genera invidia, e troppo sovente a forza di patirne s'impara a sentirla, Manfredi, cui non pareva esser tenuto quanto valeva, cominciò ad esser emulo, e poi geloso, e finalmente invidioso degli immeritati successi altrui; e allora non reggendo più all'odio eccitato e sentito, tormentato di fuori e di dentro, tolse la prima occasione di tregua o pace, e tornò in fretta a Milano.