Novelle

Part 9

Chapter 93,827 wordsPublic domain

Ivi trovò nuovi tormenti, nuove seccaggini, nuovo malcontento di sè, d'altrui, d'ogni cosa. Partinne, e fu a Savoia, a corte di que' Reali, e guerreggiò per essi. Ma mutando corte e guerre, non mutò modi nè fortuna. Intanto tornò due o tre volte al castello Verde a riveder la madre; e ad ogni volta ritrovando là le tenerezze, le arrendevolezze materne, e poi le ammirazioni de' vassalli, e de' signorotti, e la alterezza baronesca; veniva riprendendo amore a quella vita, e pensiero di ritornarvi. La madre tanto più folleggiante che il figlio, il quale campagnuolo alla corte, pareva cortigiano alla villa, e narrava imprese e fatti o non suoi o non tutti suoi, ma creduti là con riverenza; la madre mal accorta, gli faceva premura di rimaner a posare delle fatiche, fermarsi seco, e prender moglie. Nè egli contrastava a questo pensiero; che pochi anni innanzi, per esempio quel dì che iva galoppando sulla via di Milano, sarebbegli paruto un vero peccato, o un danno fatto all'intera società in seppellire un così gran tesoro, come credeva sè stesso. Ora poi veniva affettando sperienza, disinganno, sapienza matura; i principi mali apprezzatori del merito, le corti guaste, le guerre empie, le imprese malmenate; nulla oramai valer gli sforzi di un semplice gentiluomo, quanto meno di uno, che grazie al cielo poteva dirsi signor di qualche terra, di qualche fortuna e qualche importanza per sè, senza aver a dipender da que' principi, quelle corti.... e qui rinnovellava la infilzatura d'ingiurie; e conchiudeva una volta con promettere alla madre di tornar in breve; un'altra volta di risolutamente abbandonar le corti e le guerre; e all'ultima con pregarla che il provvedesse oramai d'una moglie, primo e più importante arredo d'un castello e d'una vita castellana baronesca. La madre che in tutti quegli anni non aveva avuto altro pensiero, che di cercar all'intorno, ed anche nelle altre provincie d'Italia, tutte le fanciulle, che prima per nobiltà, poi per ricchezza, in terzo luogo per beltà, quarto per ingegno, e in ultimo anche per virtù paressero degne spose del figliuolo; la madre contentissima, non se lo fece ridire: ma aperto un certo scrigno di tartarughe e lapislazzuli, dove teneva ogni sua cosa più cara, ne tolse la lista o rosa di quelle fanciulle, ed anche due o tre ritrattini che si era procacciati. «E vedi, figliuolo,» diceva, «benchè semplice barone, l'amore e le cure materne pur ti trattano da principe. Ora, non meno che se lo fossi, io t'ho disposta ogni cosa in modo che puoi a tuo talento scerre tra tutte queste; chè qualunque tu scelga, ben ti posso dire appunto, non disdirebbe a niun principe.» E qui fecesi a recitare le genealogie, a far i computi delle eredità, e poi a comunicar tutti i contrassegni di corpo e d'animo avuti per danari, dalle balie o dalle cameriere; ed a bilanciare i quartieri dell'una co' tanti mille scudi di più dell'altra, e col buon naturale della terza: mentre il giovane toglieva d'ognuna il ritratto, e metteva anch'egli nella bilancia il più o meno di beltà. E qui saranno ingannati coloro che credono essere il mondo sempre e quasi unicamente retto dalla sacra fame dell'oro. Perchè nè madre nè figliuolo non anteposero, come crederebber costoro, la più ricca; e fu dato il pomo concordemente dai due ad una donzella in cui erano sì nobiltà e ricchezze sufficienti, ma non preponderanti; e la qualità preponderante agli occhi della madre fu l'esser quella per quanto sapevasi, la più dolce, la più gentile, la più arrendevol fanciulla di tutte, onde era a sperare crescerebbe ad ottima nuora; e pel giovane fu la bellezza che vedevasi al ritratto, e dicevasi dagli amici, e finalmente conobbe egli andandovi co' proprii occhi; bellezza od avvenenza così pura e semplice, e direi quasi così virtuosa, che mirandola un uomo e desiderandola, diceva inevitabilmente a sè stesso: costei per quanto desiderata non sarà isperata mai se non da uno; grande e doppia ragione poi di voler essere quell'uno. Che più dirovvi? Io mi sono allungato tanto in queste deliberazioni di Manfredi e sua madre, che m'è forza abbreviare, anzi passar del tutto la conclusione del matrimonio, lo splendido viaggio dei due al paese ed alla casa della sposa, le feste grandi che vi si fecero, il ritorno al castello Verde, le feste ivi rinnovate, gli addobbi nuovi, ed ogni altra cosa che si suol fare più o meno sempre, ma tanto più quando, ognuna delle parti essendo contentissima, pare che la gioia non possa capire in pochi, e chiami amici e parenti, a sollevarne come d'un peso.

E tuttavia, appunto da questi giorni di gioia incomincia la dolorosa istoria, che ho preso a narrare. Manfredi era allora di poco più che ventidue o ventitrè anni; e, come udiste, affettava senno e sperienza da più di trenta. Ma il vero è che non n'aveva per venti, nè per quindici. E il vero è che s'io avessi una fanciulla da maritare, meglio vorrei uno di questi giovinotti quasi bambini, che non sogliono esser guasti tuttavia: ovvero uno di quegli uomini, che se sono stati guasti, hanno avuto tempo da disguastarsi; anzi che uno di quell'età e virtù intermedia pericolosissima, che già accostato sovente il labbro alla incoronata coppa de' piaceri, non n'hanno tracannato tanto da provar gli amari effetti del veleno; e a cui la nuova proibizione di que' piaceri venuta col matrimonio, non è se non, come ogni altra proibizione, nuovo stimolo a' desiderii, nuovo gusto a riaccender le voglie spente e fastidite. Manfredi aveva avute sovente in casa, men sovente, ma pur talvolta anche in corte, di quelle che altri dicon buone, ed io dico male fortune d'un giovinotto. E 'l dico non solamente come prete, e maestro di scuola, o precettore che fui un tempo d'un giovane gentiluomo; ma in quel po' di mondo ch'io vidi allora mi accertai che, anche umanamente parlando, il guadagno portato seco da siffatte qualunque sieno fortune.... Benchè questo è assunto che menerebbe in lungo, e per avere speranza di correggerne il mondo, ei vi si vorrebbe trattare _ex professo_, ed io ho da gran tempo in pensiero un opuscolo, che sarebbe intitolato: _De' Cavalier serventi e patiti; loro storia, vicende e rivoluzioni; de' danni recati da essi all'Italia ec. ec._ Finora poi non l'ho fatto perchè fui sbigottito dalla mole dell'argomento; ed anche poi perchè mi fu detto che sarebbe un'anticaglia, e che ora non s'ode più dire nemmeno il nome de' serventi. Ma io ho certe ragioni di credere, che se non il nome, dura almeno non molto diverso il vizio; e durando, l'opera sarebbe pur utile, solo che non fosse tanta fatica averla a fare. Ma di ciò altrove; e farò allora una _nosografia morale_, o descrizione delle malattie che rimangono negli animi corrotti da quella sguaiata vita giovanile. Qui il mio assunto è dir d'una sola, la quale chiamerò poi _misoginomania_; ed è uno vero o talor affettato disprezzo delle donne, che suol rimanere in molti di coloro che ebbero, e in tutti quelli poi che vogliono far credere aver avute molte delle dette buone fortune. I quali van dicendo prima agli amici, e cresciuti i sintomi, anche per le vie e per le piazze, e fino innanzi alle stesse donne, che tutte le donne sono questo e sono quello, e si assomigliano quante vivono, e non ce n'è una buona, ed altri siffatti discorsi evidentemente maniaci. Segue poi, a forza di dir queste cose, il crederle, anche quando non si vorrebbe nè dovrebbe; l'esser geloso senza la menoma ragione, e il non voler parerlo; il fuggir come la maggior vergogna qualunque apparenza, qualunque segno di amore o di troppo rispetto alla propria donna; e così il render questa infelice e disgustarla. E se per gran bontà ella non si disgusta, il marito ad ogni modo ne teme; onde crescono di nuovo le gelosie, i sospetti, e poi i mali discorsi e i mali atti, e di nuovo i malcontenti; e così via via, che è un circolo vizioso ed un accrescersi ed infilzarsi di difficoltà, disgrazie e malanni, che tutti vengono dalle sopra lodate buone fortune. E questa fu la colpevole, pur quasi io dicea compassionevole storia di Manfredi. Perchè io compatirei a sue colpe, conseguenza della mala educazione; se non che queste colpe erano scontate dalla pura paziente vittima datagli indifesa nelle mani. Ahi povera Margherita! Sola, lontana dai parenti, senza sostegno, nè consiglio, nè conforto; aggiogata ad uno impuro, violento, e non per natura ma per ozio diventato grosso e maligno uomo; queste e tutte altre disgrazie sarebbero state nulla; se non che, incauta infelice Margherita! ella era innamorata. Fu egli Manfredi falso dissimulatore de' suoi brutti vizii, fingitor di virtù simili alle purissime della vergine ne' dolci mesi che precedono e seguono le nozze? Ovvero fu ella colpa di lei, cuore troppo aperto all'amor comandatole, ingegno troppo facile a fidarsi e a creder bene; od anche forse quando incominciò ad accorgersi delle male qualità del marito, femminil superbia e stolta speranza di averlo a convertire? Nol so; certo è che si vedono sovente accoppiate contro natura dall'amore persone troppo dissimili; e quelle che si potrebbero pur paragonare a tenere e bianche agnelle, ricercare d'immeritato affetto certi uomini, che son veri lupi neri ed immondi. Così è che Margherita la prima volta che era respinta; respinta essa! dalle braccia dello indegno marito, altro refugio non trovava che le medesime braccia, e sè stessa accusava, chi sa? di non bastante tenerezza, non bastante avvenenza, non bastante gentilezza, o spirito o grazie per quell'uomo che a lei era più che uomo, e come uno Iddio che non poteva aver colpa, nè far male nulla mai, nemmeno lo affliggerla. Ella raddoppiava così la tenerezza e le dimostrazioni d'amore e da soli e in compagnia; egli fuggendole in pubblico, avvezzavasi a non apprezzarle in privato. Ella aveva dimenticato ogni cosa, ogni affetto al mondo, per lui, e ne faceva gloria; egli avrebbe creduto vergogna confessare un amore appassionato, e ridurre i suoi pensieri a lei sola. Ella già ricercata e risplendente nel mondo, non altro desiderava nè amava come trovarsi nella solitudine con lui; egli già noiato e lasso del mondo, ora non voleva parer lasciarlo per amore o per gelosia. Condussela più volte seco alle due corti di Savoia e di Milano, e talora udendo lodare la bellezza e l'aggraziata modestia di lei ne tolse vanità; ma la celava al mondo per non parere innamorato, e alla donna per non accrescere in lei la vanità, e le occasioni di ciò a cui egli credeva e diceva già troppo inclinate le donne. E in somma in corte come alla villa, fra gli uomini e solo a sola, benché fin allora non paresse farle torto di nulla, pur fraudava lei di ciò che è diritto, e forse più che lo stesso amore, bisogno femminile, le dimostrazioni pubbliche e private della stima del marito. E di tal froda una donna quanto più è gentile, tanto più si risente; a spese del marito, se non la regge virtù contro il desiderio di vendetta; a spese proprie, se oltre all'essere gentile la natura sua è insieme virtuosa.

Vedeste voi mai una giovane poc'anzi fiorente di età, di bellezza, d'allegria, senza niuna ragione che si sappia, senza grave malattia, senza dire a persona che o come sia, senza lamentarsi, né pianger che si veda, ma tacita, e con gli occhi rossi, e la voce infievolita, ad un tratto dimagrare, impallidire, e sparire ed accasciarsi tutta? Costei, dite, langue d'un virtuoso amore. E languiva Margherita; e il languore togliendole il brio, e le forze, e parte della bellezza, ella stessa s'affliggeva di dover parere men gentile al marito; e questo affliggersi le accresceva il languore; e così ella ancora entrava in una progressione crescente di pene, mentre egli innoltrava in quella sua delle colpe. Nè andò guari ch'egli arrivò alla peggiore, e incominciò ad esser marito infedele. Non se n'avvide dapprima la troppo semplice. Nè poteva avvedersi di cosa ch'ella era incapace, non dico di fare, ma di fermarvi poca ora il pensiero; nè poteva pensar turpitudine di niuna donna; nè forse meno, colpe gravi del divinizzato marito; meno di niuna poi quella che la propria purità le faceva parer gravissima di tutte. E poi, come vi dissi, Margherita era innamorata; epperò cieca. Un anno o due era durato Manfredi ad affligger sua donna, pur senza tradirla. Tre o quattro durò poi a tradirla, che il sapevano tutti, fuorchè essa. Finalmente la semplicità e quasi incapacità di lei ad accorgersene accrescendo la fiducia al traditore e alle traditrici; e fors'anco taluna di queste non essendo, come succede, contenta di rapire la persona e il cuore altrui, se la legittima posseditrice non lo sapeva; finalmente la meschina udì e vide cose che ad altre sarebbero state certezza, a lei non poterono non dare sospetti. Ma che serville! se i sospetti le furono così crudeli, quanto sarebbe stata ad ogni altra la certezza. Nè era più oramai un lento languire e penare, ma un dolor pugnente, angoscioso, che le metteva come un ferro rovente al cuore, un cerchio di piombo al capo, un fascio di spine in letto; il letto, dove ora nemmeno un po' di riposo non potea trovar più! I giorni lunghi, le più lunghe notti, cuore, animo, pensieri, affetti di lei tutta, si consumavano in inutili deliberazioni. Come, che fare? aprirebbesene ella al traditore, o tacerebbe? E se parlava, come parlerebbe? Dolcemente? ma s'ei negava? Con rimprocci? ma s'ei s'offendeva? E se non fosse vero? Vorrebbesi prima verificar più; ma, come verificarlo? Osservando? ma oltreché sentivasi inesperta, che affanno, che crepacuore, incominciare, seguire una vita di sospetti, di spiagioni? Ma che dolore anche rimanere in quel dubbio! E fattesi queste e molte altre interrogazioni senza risposte, senza ragionamento finito, senza conclusione; non avendo pur mai una volta il pensiero, che sovente viene alle più virtuose, di fidarsene altrui: ma fidando al solo Iddio, finiva il più sovente con una preghiera di abbandono in lui e di rassegnazione; e cadeva poscia spossata in un sopore agitato, onde in breve si svegliava calda ed affannata a rinnovare i dolori. Povera, infelice creatura! il solo rimedio ch'ella avesse era quello di chi non ne sa trovare, e troppo debole per resistere fugge, e chiude gli occhi per non vedere. Sforzavasi tôrre il marito dalle corti, e tornar alla solitudine; e le riusciva facilmente, perchè quelli vi vedeva un modo di liberarsi da lei. Appena tornati al castello Verde, egli, o apposta per esser lasciato ripartire, o naturalmente perchè tolto di mezzo dalle male compagnie, dalle gozzoviglie, da' vizii usati, era come sviato, e sempre di mal umore, e più contro lei che gliel'impediva; certo è che egli la maltrattava in modo da farle quasi desiderare d'essere lasciata. Lo desiderasse poi ella o no, egli ve la lasciava sovente, ed ella talora, non resistendo a' gelosi timori, gli tornava appresso alla corte. Poi, non resistendo alla certezza sempre crescente, fuggiva di nuovo, e sola al castello. Così andò più volte, e s'accrebbero i suoi dolori per la morte dell'amorosa suocera. La quale benchè non fosse fatta mai confidente de' suoi dolori, e morisse come era vivuta cieca ammiratrice del figliuolo, pur era di qualche conforto talora all'abbandonata.

Un gran conforto pur ebbe ella: grande per sè stesso, grandissimo poi per la speranza che se n'avesse a riaccender l'amore male spento del marito. Dopo parecchi anni d'infecondo matrimonio, ella era incinta. A malgrado dell'abito preso di tacere ed affogare i proprii affetti, pur non potè, dandone novella al marito, non prorompere in uno scoppio di pianto, buttandosi nelle sue braccia. Nè egli potè non aprirle, e poi strignerla con un moto e un affetto che a lei parvero, e forse furono vero amore; o che quel pianto primo e solo rimproccio di lei, e quanto tenero in quell'occasione! isse a ricercare in fondo al cuore gelato le ultime scintille di affetti buoni; o che anche l'uomo più freddo, più insensitivo, e, per così dire, più sasso, sia come sforzato ad un pietoso amore verso colei che gli dà quella nuova a lui tutta gioia e speranza, a lei principio di dolori, di fatiche e di pericoli, con piacer pure portati per amore di lui. Ed era tanto maggiore il piacere di Manfredi, che la pena della infecondità di lei eragli accresciuta da quella superbia e quel senso di propria importanza baronale, che gli faceva stimare quasi pubblica calamità il non avere successore del proprio sangue. Tuttavia nè la riconoscenza, che sempre è poca cosa in un cuor per natura o corruzione dappoco, nè l'amor rinnovato, nè niuno buono sentimento durarono in lui gran tempo. Margherita erasi valuta di quell'istante per domandar al marito di ritornar con esso lui al castello, e rimanervi durante la gravidanza ed il parto. Manfredi aveva acconsentito d'andarvi, e data speranza di rimanervi: ma anche in quell'istante d'involontaria tenerezza, temendo d'impegnarsi troppo, aveva tolto pretesto di negozii o che so io per non promettere: ed ella, usata sempre ad accontentarsi di ciò che le era dato, era così partita seco, e poi stabilitasi meno disconsolata al castello.

Ed egli o per vergogna o per riguardo rimasevi pur più a lungo del solito. Ma non reggendo al vizio preso, in capo a pochi mesi sfuggì, e lasciolla di nuova sola. Allora, perchè, infermiccia com'era, non s'ardiva a cavalcare per tenergli dietro, e l'abbandono poi le si facea tanto più crudele, quanto meno l'avea sperato; ella ammalò. E forse poi con un poco di quell'artificio che la più semplice, donna usa a richiamarsi appresso il suo amore, ella ne scrisse al marito; e 'l marito, benché mal volentieri, tornò, e più mal volentieri rimase fino al momento che ella più che mai rifinita pur gli partorì una bellissima fanciulla. Manfredi parvene come ingannato o beffato, e mostrò essere di quelli, che finchè hanno figliuole sole, assolutamente non credono aver figliuolanza. Il qual sentire, quantunque innaturale, pur troppo sovente cape ne' cuori affazzonati di alcuni padri; in cuor di niuna madre non può, troppo essendo dalle medesime pene insegnato loro essere l'un parto non dissimile dall'altro. E talor anzi, principalmente le donne infelici nel marito, sperano più felicità da una figliuola, che s'immaginano come compagna e consolatrice, che non da' figliuoli cresciuti a somiglianza del padre. Con le quali speranze Margherita s'andava consolando delle pene antiche e nuove, quando lo scellerato (perché oramai parmi meritasse tal nome) scelse appunto quell'istante a dargliene una troppo più crudele d'ogni altra. Nè era la prima volta che avesse pensato a chiamare al castello le gioiose brigate di compagni e di donne, che troppo gl'incresceva lasciare, ed a cui gli premeva compiacere con questo variato divertimento. Ma fin allora Margherita, così facile a soverchiare ed opprimere in ogni cosa, era pure riuscita a difendersi, e, per così dire, a rispingere i nemici da quel ridotto, quell'estremo rifugio d'ogni donna tradita, l'albergo coniugale. Allora poi, accendendosi tanto più forte quanto più erano state represse le male voglie di Manfredi, e valendosi dell'occasione che la donna era confinata al letto, con un pretesto tal quale le annunciò l'arrivo d'una numerosa brigata, fra cui erano più d'uno di quegli oggetti della gelosia di Margherita. Margherita, solita soffrire, ed or tanto più che era più avvilita, e che ogni resistenza era inutile, soffrì senza dir parola, non senza lagrime. Le quali pur avrebbero potuto esser vedute dal marito se egli avesse voluto; ma non volendo, o non gli calendo, ella era ridotta a spargerle più che mai abbondanti, sul letto più che mai doloroso, e in solitudine più che mai assoluta, quando arrivò l'infame stuolo. Non salvavansi oramai più le apparenze nè dallo impazzito Manfredi, nè principalmente dalle impudenti persone, che appena introdotte signoreggiavano là, fors'anco oltre a quello che non avrebbe voluto egli. Era un continuo banchettare, gozzovigliare, danzare, cantare e far chiasso dì e notte, che contrastava colla buia, trista, solitaria e muta, ma di tempo in tempo assordata stanza di Margherita. Avrebbe accorato anche un indifferente. La misera non vi resse più. Non che rinforzarsi e riacquistare salute, andava infiacchendosi e peggiorando ogni dì, e traendo seco una febbriciattola mal avvertita dai fisici, e meno dal marito; se non che nel prolungarsi la malattia di essa egli vide nuova ragione di prolungar il soggiorno delle sue compagnie. Pure aggravandosi il male di lei, ei ne fu avvertito da un buono e savio medico. Il quale, essendo di quelli che sanno scorger le cause morali de' morbi, e credono quanto il possano dover pur a queste rimediare, accennò a Manfredi, come forse il romore, il sossopra, il chiasso della casa poteva nuocere alla inferma. Ma egli era già guasto fracido a segno, che non solamente non volle dar retta al buon fisico, ma poco meno che nol cacciò di casa; ed apertamente poi gli diè il torto, e disse queste essere sciocchezze, e cose che non se ne doveva egli impacciare; e che del resto non era Margherita così male, nè assolutamente male, come sel figurava, e, chi sa perchè, voleva far credere costui; e che gli altri medici non sentivano così. E di vero ei ne trovò, come succede, che gli dieder ragione, e prestarono autorità. Ed in somma fu conchiuso che Margherita stava bene, o quasi bene, e che si continuerebbe la vita allegra, e il consueto festeggiare. In mezzo al quale dicesi, che una buona vecchia, cameriera già della madre di Margherita, e che l'amava come propria figliuola, e s'affliggeva, ma non dolcemente com'essa, anzi mal tratteneva i rimprocci su tutto ciò che andava scorgendo, scorgesse una sera ciò che non poteva lasciar dubbio dell'infedeltà del padrone; ed anzi l'udisse, bagordando colle indegne, indegnamente sparlare, e farsi beffe della propria moglie. E s'aggiugne la donnicciuola non sapesse soprastar l'ira; e tornata alla padrona non gliela nascondesse; e questo fosse il coltello che andandole a cuore l'ammazzò. La sera appresso erasi apparecchiata una nuova festa bellissima; erano giunti convitati nuovi d'intorno, e da lungi; illuminate a centinaia di fiaccole, addobbate di ricchi parati le sale; allestita lautissima una cena; lietamente vestite ed adorne di fresche rose le danzatrici; incominciate al suono di numerosa allegra musica le danze; quando, udite uno o due strida, spalancata una porta, ecco in mezzo sparuta, torva gli occhi, ansante il petto, e avvolto il capo nelle bende, e la persona nelle lenzuola lunghe striscianti, fuor di sè furibonda la morente Margherita. Strillava con una voce acuta non più sua, nè quasi umana: «Manfredi, Manfredi, Manfredi,» e adocchiatolo, precipitò su lui, lo abbracciò e strinse tutto, e traevaselo seco appresso con uno sforzo ultimo; ma ivi morì. Il frastuono, il turbamento, la fuga universale che seguirono, non dirò io. Portata, adagiata in letto, nulla fu che la facesse rinvenire. Fuggì prima d'ogni altro lo spaventato, non pentito, nè sè stesso accusante, Manfredi; chè non gli restava cuor da tanto. E dissero anzi egli e tutti i suoi e le sue, essere Margherita stata sempre di poco senno, e debol cervello; morta ora impazzita. Com'era andata per la vita, così andò al sepolcro, abbandonata.