Novelle

Part 7

Chapter 73,987 wordsPublic domain

Forza è talvolta a qualunque narratore accenare certe cose brutte e sconce, necessarie a sapersi per la storia. Ma io non sono di quelli che vi si dilettano, e se hanno a spiegarti qualche squisita scelleratezza, e' non te ne sanno perdonare la menoma particolarità. E benchè il parer intendersene, e giudicar gli uomini severamente, dicendo: così son tutti, così insegna la sperienza, io pur credetti a lor virtù, or non più no, e simili cose; dia ad uno storico una certa apparenza d'ingegno e maestria oltre il comune; ed all'incontro sembri cosa volgare e dabbenaggine il sovente ammirare e compiacersi della bontà altrui; tuttavia lo confesso, io non narro con amore, e non mi piace dire i particolari se non delle amorevoli e buone passioni degli uomini. E ricordomi che essendo a Roma, e tra per l'occasione di veder tanti bei monumenti, e per una certa natural disposizione che credo avrei avuta alla professione d'antiquario, avendo preso a studiare il Winkelmann delle arti degli antichi, fui lietissimo di trovarci fin da principio questo bellissimo precetto troppo mal seguitato dalla maggior parte de' così detti conoscitori, professori o dilettanti; che incominciando a giudicare dalle pitture e scolture, e' si vuol cercare di scoprire, conoscere e studiar le bellezze che sono in esse, prima di cercare e studiare i difetti. Ed è il vero che ammirando e contemplando le bellezze, gli occhi e l'animo si fanno ad esse, e diventano capaci di riprodurne altre simili; dove avendoli sempre fermi sulla brutezza, benchè si faccia con pensiero di fuggirla, sovente per forza d'abito ci si intoppa. Quando anche poi tu ne fossi fatto capace di fuggir la brutezza, nol sei di produrre la bellezza. Ondechè l'uno è studio attivo e creatore, l'altro passivo e solamente correttore. E così credo sia de' costumi degli uomini; che chi cerca, studia e contempla i dolci e buoni, addolcisca e migliori i suoi proprii naturalmente; dove chi s'avezza a contemplar sempre i costumi cattivi e feroci, non può a meno di non oscurare ed abbruttire i suoi. Nè è questa poi, ben sollo anch'io, tutta scelta propria; e pur troppo e' sono certi infelici che o in una parte della loro vita, od anche in tutta sembrano per destino collocati sì fattamente da non iscorgere mai dappresso nulla di veramente bello o buono o grande. Ma so pure che questo è caso più rado che non si pensa; e il maggior numero degli uomini hanno la scelta con uguale o con poco diversa facilità, di mirare alla faccia chiara e bella, ovvero alla scura e brutta della umana natura. Le mie narrazioni sono dirette a' primi, o de' secondi a chi abbia buona intenzione di passare, come gli sia possibile, tra' primi.

Del resto giustizia vuole io dica, che quantunque cattiva impressione il leggitore abbia dal riferito colloquio potuta prendere del cavaliero; questi tuttavia non era, nè uomo interamente corrotto, e, come se ne trovano, vecchio peccatore in giovane età; nè nemmeno un ragazzaccio senza parenti, nè educazione o scappato di casa. Era di nascita ed educazione gentili, avea padre e madre tenerissimi di lui, ed una sorella pura come una colomba sgusciata ieri; ed erasi un anno innanzi partito da lei candido quasi come ella stessa. Nè era poi stato mandato all'oste solo, e senza altra cura dei genitori, come fanno taluni che finchè hanno i figliuoli in casa li tengano attaccati alle gonne della mamma o della balia; e il dì che li rilasciano, non ne prendono più pensiero. Questi avean raccomandato il figliuolo a un vecchio servitore di casa, e poi a un vecchio amico che era de' principali signori della corte del Re di Francia. Ma il servitore era rimasto per via mezzo infermo, mezzo disgustato, ed era a lui sottentrato nella fiducia del giovane quello scellerato d'Uberto. Il vecchio amico non avea potuto fare che il giovane non istesse più volentieri co' giovani che con lui, e non prendesse loro modi e pensieri e costumi. I quali costumi poi erano cattivi non solamente come di giovani e di guerrieri, ma come di conquistatori e d'invasori. Perchè cotesta qualità di conquistatori e d'invasori è di natura sua così perfida e maligna, da guastare anche gli uomini che sarebbero buoni per natura sua. Onde Toniotto, quell'amico mio che servì in Francia, mi soleva dire, che noi i quali non abbiamo veduti i Francesi se non in Italia e vestiti di quella qualità, nè possiamo dire averli conosciuti in generale, nè immaginare quanto diversi e senza comparazione migliori sieno a casa loro. Così è, diceva egli, che quella facilità che hanno, e ci par incomoda talvolta, di stabilirsi senza complimenti a casa altrui, li fa al lor paese aprir le proprie case ed esser ospitali, con una grazia che non è di nessun'altra gente. Così quello sprecar e buttar via i quattrini per vanità e spensieratezza che li fa rimaner senza, e prendere, forza è pur confessarlo, senza grande scrupolo gli altrui quando possono, li fa, quando sono a casa propria, facili, generosi ed ingegnosi spenditori; onde non è gente meno avara, ma che sappia meglio farsi onore con la metà di quello che ci vorrebbe ad ogni altro. Così quell'arroganza impertinente a casa d'altri di dirsi il primo popolo del mondo, si riduce a casa loro, dove non hanno occasioni di odiose comparazioni, ad una tal qual giusta alterezza ed una fiducia di sè stessi, che non istà male agli uomini, nè uno ad uno, nè come nazione. Finalmente quel loro stesso peccato capitale, di che fanno conquistando sì grande scandalo, non comparisce di gran lunga tanto a casa loro, e quasi direbbesi che ne sieno rei meno che nessuno. E si vuol anzi confessare che non è forse paese dove si trovino tante coppie di buoni mariti e mogli; e famiglie di parenti e figliuoli e fratelli che vivano bene insieme, e donne bene occupate de' maneggi di casa e della buona educazione de' figliuoli. E perchè le lingue e principalmente le parole e le frasi che si trovano in una e non nell'altra, sempre mi parvero indizio non disprezzabile de' costumi delle nazioni; io osservava poi che i Francesi sono i soli che abbiano la parola _ménage_, che comprende tutta la famiglia vivente insieme al medesimo desco, anzi tutta la servitù, e quasi anche la materialità della casa e de' mobili, e d'ogni cosa in somma che è sotto al tetto domestico. Bella parola, da cui derivano due belli e dolcissimi modi di dire, _bon ménage_ e _bonne ménagère_. Voci anche queste che non suonano se non in Francia, e di cui la realità vi si trova, al dir di Toniotto, più frequente che altrove. Nè potrei dire io poi quanto mi satisfacessero questi discorsi dell'amico. Perchè da una parte il divino precetto di amar il prossimo qualunque sia, e la mia propria natura amorevole o forse molle, mi portavano ad amar tutti gli uomini e a trovar in tutte le nazioni da me conosciute, insieme con alcuni vizi o difetti proprii, molte qualità e virtù non meno proprie loro. Dall'altra poi non solamente gli esempi degli antichi che davano un solo senso e promiscuamente usavano quelle tre parole di straniero, e barbaro, e nimico, ma più poi gli esempi nuovi veduti e provati da noi stessi mi additavano in ogni straniero, con qualunque nome d'amico o d'alleato si chiamasse egli, un nimico da combattersi per tutti i miei concittadini secolari, e per me almeno da fuggirsi. Ma fattami da Toniotto, e conceputa da me quella distinzione degli stranieri a casa nostra o a casa loro, mi si aprirono per così dire subitamente gli occhi, e intesi come quei due sensi d'amore e di nimicizia possano amendue esser giusti e stare insieme. D'allora in poi, satisfatto del mio cuore, senza ritegno e senza scrupolo mi abbandonai ad amare e contemplar le virtù particolari d'ogni nazione straniera, finch'ella se ne sta a casa sua; e senza scrupolo anche tener per nimico e spoglio di virtù, e carico di vizii ogni straniero rivestito di quella corruttrice qualità di conquistatore.

Ora, fatte le mie scuse agli uditori di questa infilzatura di digressioni che fuggirò alla prima volta che avrò a ridir la storia, torno ad Alda la bella, e Giacometto l'innamorato, e Uberto il tentatore, e il Francese giovane e fragile alla tentazione. Era pensiero di questi due ultimi, venuto al primo, e approvato dal secondo, ora che Uberto s'era ficcato in casa alla povera famigliuola, studiarne bene gli andamenti, e come, ed a che ora, e per dove uscisse la fanciulla; e adocchiatala sola, come speravano, a trar le vacche a qualche deserto pascolo, o a far legne a qualche deserto bosco, od a qualunque faccenda in qualche simile solitario luogo, tendervi un agguato; e tra Uberto ed un suo fidato compagno rapir la fanciulla imbavagliata, e nasconderla fino a notte, e poi portarla giù in una cascina deserta già apparecchiata a ciò nel piano di Sant'Ambrogio. Ivi allora l'avrebbe raggiunta il cavaliero; il quale essendosi già con false nuove di mosse nemiche procacciato da' superiori l'ordine di venir alla Sacra, ora dicendo essersi trovati vani que' rumori, avrebbe così levato il momentaneo presidio. Ma siffatto disegno andò loro in parte fallito per l'amorosa gelosia di Giacometto. Il quale non solo trovò modo di far sottentrare alcuno de' suoi compagni nella cura de' pascoli, ed egli rimanersi alla stalla del monistero; ma lasciando pressochè del tutto stalla e monistero ed ogni altra faccenda ed ogni altro luogo, quasi intero il dì e la notte era o dentro o fuori la casa di Alda, o guardavala con quell'ansietà che fa un avaro intorno al segreto luogo dov'abbia seppellito il tesoro; che non ardisce starvi troppo appresso per paura di svelarlo, ma non ha cuore di perderlo d'occhio; e va e viene e lascia, e mira da lontano e torna, e di tempo in tempo trova qualche pretesto di seder sopra al sacrato terreno, ed allora solamente è appieno tranquillo. Che la bella Alda uscisse poi mai fuori della porta, ei nol soffriva nemmeno in idea; e faceva egli tutte le faccende fuori di casa; consentendo i parenti di lei, ed ella stessa, che, se era alquanto leggera e vana, era poi virtuosissima fanciulla: e benchè rozza ed inesperta, e benchè non ne dicesse nulla a persona, s'era pur accorta di qualche scellerata intenzione di Uberto. Perchè questi, vedendosi andar fallito il primo pensiero di coglier la fanciulla fuor di casa, e, come diceva egli, al volo, si rivolse a quello di adescarla a poco a poco, ed impacciarla nelle sue reti; e forse con intenzione di riuscir a due colpi in un tratto, provò a farle intorno l'innamorato. Ma quand'anche la fanciulla non fosse stata virtuosa, ella era troppo altiera da dover dare orecchio a costui non giovane, non bello, non tenero la metà come Giacometto. E così è, che pressato dal capitano a cui mancavano oramai i pretesti di prolungare sua dimora, finalmente si ridusse ad usar la forza aperta contro la meschinella. Aveva osservato che ogni sera, all'imbrunire, Giacometto a malgrado della sua gelosia era sforzato di lasciar la guardia de' posti interni ed esterni della casa di Alda, per ire al monistero quando si raccoglievano gli armenti e si disponeano per la nottata. In seguito della quale osservazione lo scellerato dispose l'insidia sua.

Cadeva la ottava o nona sera dall'arrivo de' Francesi là su. Erano tranquilli nella capanna, la vecchia madre a filar in un angolo del camino; il padre dall'altro lato a bere insieme con Uberto il vino d'Asti che questi avea recato; Alda ad apparecchiare la cena, epperciò ora affaccendata in questa, ora in quella parte della cameruccia, ora rannicchiata presso al fuoco, il cui lume faceva or più or meno chiara quella scena domestica. A notte chiusa incominciossi a udir presso alla porta un susurrare e disputare insieme come di due o tre soldati, ed Uberto a sclamar più volte: «Ubbriaconi! è questa l'ora di star fuori e turbar la pace della buona gente? A' vostri alloggi; che se lo risà il signor capitano.... Agli alloggi, agli alloggi; o sì ch'io....» Ma lo sgridare era nulla, e continuavan gli altri, e in breve ecco uno strido: «Son morto, aiuto, aiuto;» e spalancarsi la porta; e precipitarsi addentro due soldati, facendo chiasso come di quattro e sei; ed Uberto ad alzarsi, ed alzandosi dare una spinta alla pentola e scompigliar il fuoco; e in quella mezza luce, e quella confusione, uno de' soldati afferrar la fanciulla e imbavagliarla, e l'altro a levarsela in braccio, e portarla via; ed ella gettando un grido, ed i parenti accorgendosi in parte che fosse e domandando aiuto, Uberto a tirar la spada e far lo spaccamonte; e gridando «Bricconi, scellerati», a tener loro dietro come per inseguirli. Ogni cosa era ita loro a talento. I due rapitori non avean dato tempo ad esser conosciuti; Uberto avevo fatto sembiante non che d'innocente, ma di soccorritore; e i contadini credendola una baruffa di soldati, non che impacciarsene, si chiudevan nelle case. Così la meschinella era portata già fuori dell'abitato forse un cento passi, quando dibattendosi ella, che giovane e forte era, e stancando perciò colui che la portava, egli la mise un momento in terra per legarla, o meglio prendersela e portarla in due. Ma ella, come fu su' suoi piè, valendosi dell'istante, fuggì loro di mano, e di tutta corsa si diè a saltare e volare su per que' dirupi, scegliendo a posta i più scoscesi e pericolosi conosciuti da lei, non da' soldati, che men destri la seguivano a mala pena. Ma intanto Uberto aveva raggiunto i compagni, e senza fermarsi a rampogne, o a più infingersi, aiutava ad inseguirla, e chiuderle i passi. Così è che ella non volendo mettersi nella campagna più che mai deserta a quell'ora, si sforzava nella sua fuga non allontanarsi dall'abitato e vi girava intorno e s'accostava al monistero, dove sapeva essere gente, e Giacometto. Ma essendole chiuso il passo alla facciata e alla porta grande, a poco a poco veniva incontro alla parte opposta della cinta e si metteva per un ciglione scosceso, interrotto, e stretto e di poco più di un piè tra le altissime mura sovrapposte e il precipizio più alto e non meno a dirupo che sta di sotto. Quivi innoltrandosi con pericolo, a malgrado della sua destrezza, grandissimo, la inseguita fanciulla sperava ingannar gl'inseguitori; appunto come il camoscio di quelle alpi spinto da' cacciatori si slancia di rôcca in rôcca e si addentra più e più tra' precipizii, finchè vedendo rimasto sull'orlo opposto il cacciatore, si ferma egli e lo guata, e si crede pienamente sicuro. Stolto! che allora si è appunto, quando il cacciatore gli pone sopra a bell'agio gli occhi e lo schioppo, e lo fa morto precipitare nella frapposta valle. Così la meschina Alda giunta molto innanzi a quegli scellerati per lo ciglione a un luogo dove questo non che interrompersi finisce, e il muro sopra, e la rôcca sotto non fanno più che una sola superficie diritta a piombo, fermavasi quatta quatta e senza gridar nè fiatare, sperando non essere in quello spaventoso luogo seguita. Ma quale orrore, qual brivido di morte fu il suo quando le parve vedere, o vide le ombre nere di quegli arditi scellerati tentennanti avanzarsi per lo orrido sentiero, e già non esser più d'un trar d'arco da lei distanti! Diè allora in altissime strida per chiamare aiuto; ma era tardi oramai; niuno umano aiuto, quand'anche fosse udita, poteva impedire che quelli non la raggiugnessero ed afferrassero, e la portasser poi via, o la precipitassero. Meglio precipitar sè stessa; e mirava in giù se scorgesse luogo meno diroccato, o rovo o ginepro che la potesse trattenere; ma se v'era, non li poteva vedere. Meglio fidarsi alla providenza, al sommo Iddio che poteva mandare i suoi angeli a sorreggerla, al santo Arcangelo proteggitore speciale di quella popolazione, proteggitor dell'innocenza, combattitor de' mali spiriti, de' mali uomini. Sentissi a un tratto compresa di sovraumana fede e fiducia, guatò, fissò gli scellerati; e «Fermatevi», disse, «o ad ogni modo non m'avrete;» e non fermandosi quelli, e già essendo a dieci passi vicini ad essa, già a sei, già a quattro, dato un altro grido ed un altro sguardo alle mura, e non veduto anima; già sentendoseli incontro, già sendone come tocca, nomò San Michele, incominciò: «Nelle tue mani, o Signore....» e finì in aria la preghiera dell'ultime speranze.

Io non mi fermerò a descrivere lo stupore, la rabbia, la vergogna de' tre birbanti; e massimamente quando comparvero sopra le mura del monistero prima una e poi un'altra, e poi cento fiaccole; e sendo scoperti, e pensando alla ritirata, temettero fosse loro recisa, e a dispetto del pericolo si affrettarono anche più che non venendo. Nè dirò di Giacometto, il quale, come era sempre colla paura addosso che succedesse qualche cosa, fu il primo nel monistero che udisse il chiasso destatosi fuori alle grida de' parenti; e uscito e udito il caso, senza sostare od aspettare un compagno, erasi avviato dove gli si accennava; benchè essendo notte scura, e la fuggitiva cogli inseguenti molto innanzi, non sapeva dove andare, e dubitava, finchè udì le ultime strida di Alda sopra il ciglione, ed allora vi si mise addentro anch'egli di volo. Tutto era finito; ma non sapendolo egli, ed incontrando i tre che tornavano, in quel luogo favorevole ad una battaglia di uno contro tre, ed all'arma che aveva in mano, una lunga forca da stalla, egli sperava o per forza o capitolazione riavere l'amata, e presentando il triplice ferro al petto del primo, gliela domandò. Esitando questi, e non rispondendo altro che «largo largo» colla spada in mano e in atto di ferire; Giacometto, che non era allora in punto di gran pazienza, gli diè una grande inforcata pel corpo, e giù del precipizio, come avrebbe fatto d'un mucchio di fieno o di paglia, lo scagliò. Intanto giugneano due o tre de' suoi compagni stallieri con simili armi, e il combattimento essendo troppo disuguale, i due soldati superstiti, uno de' quali Uberto, ebbero per forza ad arrendersi, gettar le spade, e lasciarsi legar dai contadini. E fu per quelli gran fortuna, che essendovi già gran folla di questi, ne sopravanzò da trattener Giacometto, come seppe che Alda era precipitata. Voleva ammazzar gli scellerati, e dava in furie, e voleva sè stesso precipitare, quando incominciò uno a dire che giù, nella valle si vedevano lumi e si udiva un gran gridare e sclamare, e poi crebbero i lumi e le grida, e ben s'apposero, che era venuta gente intorno ai due precipitati. Nè sorgea perciò speranza nel povero Giacometto, finchè uno coricatosi e messo l'orecchio in terra, incominciò a dire che là giù gridavano miracolo, e tutti a far come lui, e Giacometto principalmente. Furonvi di quelli che udivano, e di quelli che no, e Giacometto era ora uno de' più creduli, ora de' più increduli; ma in breve tutti s'accordarono in dire, che il grido là giù era certo quello di miracolo, e tutti senza ben sapere che fosse, incominciarono a ripetere miracolo, e Giacometto a sperare, e tutti poi, quanto concedeva il luogo, a correre e cercare i sentieri che andavan giù, e intanto a lasciare quasi soli i prigioni. Ma fatti alcuni passi, e venuti dove s'allargava la via, erano fermati e ricacciati indietro dalla schiera de' Francesi che venivano in buona ordinanza, e le spade in mano ad aiuto de' loro compagni. Quindi a gridarsi da una parte: «Muoiano i Francesi; innanzi, figliuoli, le forche innanzi;» e dall'altra: «_Man bassa sulla canaglia, man bassa_, ammazza, ammazza.» Facevasi innanzi il capitano, che, fosse pentimento del succeduto, o timore di quello che potea succedere, sforzavasi in ogni maniera per rimetter pace; e solo che gli dessero i delinquenti, prometteva di farli egli castigare, e che tutto sarebbe finito. Ma non era udito da' terrazzani furenti e più numerosi; e le grida ricominciavano, e stavano per incominciar le ferite, quando comparì la processione de' monaci colle torce in mano e colla croce innanzi salmeggiando. I quali, ristando ognuno per rispetto, si misero tra le due schiere opposte, e finito tranquillamente il salmo, che diè tempo alquanto a sostarsi l'ire, incominciò l'abate una esortazione alla pace, dicendo: che sarebbe gran peccato e grande offesa a Dio, al santo Arcangelo, e poi al signor Re e al signor Duca, se per la scelleratezza di tre sciagurati tutta una popolazione di buoni contadini ed una schiera di bravi soldati d'accordo in punir i delinquenti si combattessero e scannassero senza profitto; che sarebbe ora tanto peggio, e l'ingratitudine degli uni e degli altri tanto più grave e perniciosa, che il santo Arcangelo aveva fatto, come egli udiva, ed aveva ferma fiducia, un gran miracolo; a cui ammirare ed esaltare dovrebbero attender tutti, anzichè a queste ire. Queste ire tanto più scellerate ed inutili, che di tutto quel chiasso non era così per rimanere, se non uno degli scellerati già punito, i due altri serbati a castigo ed esempio, e la vittima, la innocente insidiata vittima miracolosamente salvata a maggior gloria di Dio, del santo Arcangelo e della sua già gloriosa e miracolosa basilica. Detto ciò, il santo abate e i monaci avanzavansi maestosamente verso la truppa de' contadini, e dicendo «Andate a vedere il miracolo», tolsero in mezzo i due prigioni; ed essi innanzi, i Francesi dietro, si raccolsero al monistero, mentre i contadini si dispergevano e si precipitavano co' lumi in mano giù per li sentieri verso alla valle. Dal fondo della quale poi in breve videsi un altro stuolo più numeroso di lumi risalire, e poi raccozzarsi e frammischiarsi a mezza via; come vedesi talora farsi un solo di due voli di colombe, incontratisi da opposte parti a mezzo cielo. Nè Giacometto aveva aspettato il fine dell'_allocuzione_ dell'abate; che vedutolo venire, e ben prevedendo oramai non si combatterebbe, e del resto poichè sperava salva l'amata, avendo più fretta di rivederla che di vendicarla, s'era tolto di mezzo agli altri, ed era venuto giù per lo più scosceso e più diritto di que' sentieri.

Nè io sono così presuntuoso da credermi di potervi qui descrivere o l'affanno crescente del giovane quanto più s'appressava a quella folla là giù; o il suo palpitare quando chiaramente udì ridire miracolo, e udì nomar Alda, ed egli gridando domandò: «è viva? è viva?» e non gli era risposto, ed or gli pareva sì, ora no, e ridomandava e giungeva e si precipitava e la vedeva e cadeva a' suoi piè semivivo. Semivivo egli, viva ella all'incontro e giuliva, e più che mai bella, alzata in braccio da' circostanti, portata a cielo dalle loro lodi, e cospersa di un rossore che non sapevi se era resto di quello animosissimo e santo sforzo fatto da lei, vergogna delle ben meritate lodi, piacere e gloria di esse, o finalmente amore felcissimo di ritrovarsi, dopo tal timore, tutta pura in braccio all'amante. Tutti questi sentimenti ed affetti insieme e molti altri erano probabilmente. In breve si avviarono tutti quasi gli abitanti di Sant'Ambrogio e della Chiusa su per lo monte, con quelli detti di San Michele, e insieme giunsero alla porta del monistero. E benchè l'ora fosse tarda, e i monaci non consueti uscire in quella, tutti pure trovaronsi in pompa magna ed abito sacerdotale schierati là innanzi e l'abate colla mitria e il pastorale. I quali ricevendo con venerazione e quasi come una reliquia materialmente tocca dalla mano potente di Dio la santa fanciulla, intonando il _Te Deum_ entrarono in chiesa e cantarono poi il _Magnificat_ e la _Salve Regina_, e molti altri salmi e cantici in onore della Santissima Vergine e del Santo Arcangelo combattitore di chi insidia all'innocenza. E in questi e gli altri canti poi del mattutino e delle laudi che sottentrarono, passò così quasi tutta la notte fino all'alba; che essendo già partiti i Francesi senza chiasso co' due prigioni si raccolse ricondotta da' parenti, dagli amici e dall'amante la bella e forte fanciulla, così miracolosamente uscita pura dalle zanne del leone e dalle zampe de' lupi insidiatori.