Novelle

Part 24

Chapter 244,061 wordsPublic domain

Io lasciai, prima anche di quel tempo, quella città e quel paese. E dacchè ci avevo veduta inutilissima l'opera mia, avevo pur tralasciata quella casa. In quel pericolo delle scene col marito, ella s'era pure affidata a me; e m'aveva domandata consiglio. Io avevo dato quello della franchezza, della confessione al marito. Ma ella aveva già il cuor troppo ammollito per risolversi a tal forte partito; e troppo guasto poi per ridursi a pentimento e mutazione. Così finirono nostre relazioni, non l'interesse mio alla infelice. Di tempo in tempo nelle mie lettere domandai nuove di Cecilia, e seppi con gran dolore che continuavano tutti eglino sempre nel medesimo modo. L'ultima volta che ne chiesi a un vecchio signore di quel paese, che passò di qua, ei mi rispose: «Ah, la Marchesa Cecilia! sì la Marchesa Cecilia, è persona veramente rispettabile, persona rara. Quello è un cuore, una costanza, una costumatezza esemplare! Immaginatevi, che son più di venticinque anni che ha sempre il medesimo amico. E il primo, sapete voi, il primo, e solo che abbia avuto mai! Non è di queste che mutano ogni dì, nè che si faccian servire da quanti forestieri capitano in casa con una lettera di raccomandazione; oppure senza distinzione di nobiltà, mezzo ceto, od anche peggio. No eh; la Marchesina non è mica di queste. E che differenza, Maestro mio, che differenza con queste giovani che ora non vogliono l'amico, non vogliono il cavalier servente! Certo non può esser altro che per averne dodici, o se non gli hanno, tant'è come se li avessero; il mondo lo dee credere di una che è senza servente. Perchè, vedete voi, per esempio, il cavalier Arrigo, per la Marchesa, è come un marito che....» «E il marito vero, il Marchese?» diss'io interrogando. «Il Marchese gran galantuomo, davvero. Credo bene che foste ancora da noi quando il Cavalier Arrigo cominciò a servir la Marchesa. E ci fu allora un po' di garbuglio; e chi disse una cosa, chi l'altra. Eh... Eh... ma voi ci eravate, e dovete sapere.... Basta, d'allora in poi non s'è udita più una parola cattiva di tutta quella famiglia. S'è riaperta la casa, buoni pranzi, belle cene al Casino, due o tre balli all'inverno; e vi posso dire che il Cavaliere serve anche al marito, perchè, avendo viaggiato assai in gioventù, ei conosce gli usi, le eleganze straniere, e gli fa far una figura stupenda con chichessia che gli sia raccomandato da Parigi o da Londra. E principalmente certi vini! Eh vi sono in quella casa certi vini, che io non avevo mai udito nominare altrove. E poi fa venire i bronzi, cristalli.... che è uno spettacolo, una cosa, dico anch'io come questi stranieri, da stupire di trovar tanto in Italia. E vedete voi, è tutto il Cavaliere; perchè il Marchese non ha mai viaggiato; e vuol bensì far all'amore or con questa or con quella, ma non ha mai potuto prender quell'aria di mondo, quel non so che.... Già adesso ci è il Marchesino.... e poi la Contessina....» «Ah che? È maritata adunque la bimba?» «La bimba? Oh bello, la bimba ha i suoi venti o ventidue anni, ed è maritata da quattro; bella donna anche lei, bella donna, ma un po' pinzocchera, un po' bacchettona, di queste giovani sempre col marito, giovani alla moda.... già, educata in un convento.» «Oh, in convento? E la madre so che facea conto educarsela in casa, e se ne faceva un piacere, una felicità....» «Oh questo poi, scusate, Maestro; ma voi non ci pensate. Il Marchese è un galantuomo, vi dico io; e quantunque sappia vivere come si deve nel mondo, ha religione, buoni costumi, e non sarebbe stato capace poi, di lasciar per casa una fanciulla a veder certe cose.... Capite bene.... E poi, Maestro mio, io so quel che mi dico quando dico che a mio tempo si faceva bene ogni cosa. Viver bene, civilmente, nobilmente, non da frati, scusate, ah scusate, Maestro, che credo voi siate stato frate; ma altro è il convento, altro è il mondo; e nel mondo si vuol vivere, si vuol far come tutti. Ma i figliuoli poi, e massime le ragazze, non si vogliono lasciar per casa a veder queste cose. _Omnia tempus habent._ Non so io pur bene ancora il mio latinuccio, Maestro mio? Nol so io pur bene? E credo che vuol dire che in questo mondo ci è tempo per tutto. Dunque viver civilmente in casa come persone civili e nobili del mondo, e metter il più presto che si può i figliuoli al collegio, e massime le ragazze al convento.» «Oh voi avete ragione! Più sovente che non si crede da taluni, è ben fatto mettere i figliuoli al collegio, e le ragazze al convento, ne' ritiri, ai convitti, dove che sia, piuttosto che in casa. E avete ragione di nuovo; il Marchese ha fatto da galantuomo facendo così. Ma la mia povera Cecilia! la mia povera Cecilia se ne faceva pure una sì gran festa! -- Guardatela, Maestro, -- diceva ella alzandola sulle sue ginocchia, guardate com'è bellina; come le sta bene questa cuffietta che le ho fatt'io; e quest'abito bianco che le ho ricamato. Vedete; ogni cosa che veste, glie la fo io; e questi bei capelli ricciuti, niuno glie li tocca se non io; e così vo' fare, così farò sempre. Al mio Ernesto è impossibile che attenda io; sarà forza dargli un maestro, metterlo in educazione, e separarsene sovente; ma costei, questo mio gioiello, questa cara creatura ella è tutta mia; ella sarà sempre mia; io le insegnerò ogni cosa. Quando io canto, o suono il cembalo, ella sta lì le ore intere ad ascoltarmi. Son certa ch'ella avrà un orecchio come nessuna; e quanto alla voce, poverina! ella è già dolce fin quando piange. Oh, Mariuccia mia, tu sei e sarai la cara creaturina; la più bella, la più buona, la più dolce fanciulla di tutta la città, e la consolazione, la felicità, la gloria della mamma. Oh, vien qua, Mariuccia mia, che ti baci, che ti stringa, che ti mangi, amor mio, creatura mia....» «Bravo, bravo Maestro,» ripigliò il vecchio signore, «questo è pure un bel pezzo di romanzo. Ma la realità non va così.» «Oh,» dissi io, «non fate ingiuria alla realità, al mondo, e massime alle donne. Non sempre così; ma pur talvolta grazie al cielo. Ed Arrigo, mi direste voi?....» «Il Cavalier Arrigo sta bene, benone: è ingrossato alquanto; ma un bell'uomo ancora. Poveruccio! ha pensato succedergliene una brutta, anni sono; ma poi.... basta, son di quelle cose che non se ne parla. Benchè già voi non ridite nulla. E sapete che questi antichi ufficiali.... Intendete bene.... s'annoiano talvolta.... ricordano la gioventù.... non son mai contenti del presente.... Capite eh?.... Ma la Marchesa, il Marchese, tutti si sono adoprati.... E in somma ei vive tranquillo oramai.... E di nuovo vi dico che egli e la Marchesina sono un par di persone come ce n'è poche, anzi, forse come non ce n'è più.» «E così sia, Amen,» diss'io, e lasciai la conversazione.

E qui lascio la mia narrazione, aggiunse il Maestro, domandandovi scusa d'avervi trattenuto tanto, in una storia che ora che è fatta intendo bene che non ha sale; ma quando le cose ci hanno colpito assai, ci par sempre di poterle narrar in modo da colpirne altrui; ed è solamente dopo la pruova che uno si ravvede. -- Ed essendo già stata recata la lucerna, e i tarocchi, ognuno si dispose a giuocare. E il Maestro, che, a malgrado di ciò che n'han detto taluni dal ritratto, non seppe mai tener le carte in mano, preso il cappello, s'avviò alla porta, ed io seguendovelo mentre usciva, «Maestro,» diss'io; «questa storia poi non la dite dove che sia; qui la potevate narrare senza pericolo, ma non vi sarebbe sempre prudenza.» «Che?» disse egli, «avete voi paura che mi strazino le donne come un nuovo Orfeo?» «Oltre le donne, so molti uomini che se n' offenderebbono, e....» «E s'offendano pure; così potessero le mie parole romper uno solo di questi brutti vili accoppiamenti che perdono, avviliscono, impoltroniscono tanti Italiani, che altrimenti sarebbero utili a sè, ai fratelli, al principe, alla patria: potesser massime corregger coloro che quasi scherzando li aiutano; e sarei contento di qualunque inimicizia mi procacciassi con ciò.»

IL FILOSOFO.

Non so perchè, nè veramente se succeda da tutti come a me: che certi vizj m'accorano più assai, se mi ci abbatto in contado che non in città. Forse viene da quell'idea, che, giusta o falsa, tutti pur più o meno abbiamo, delle corruzioni delle città, e della innocenza della vita villereccia; onde là i vizj non ci stupiscono, e qua sì. Fra que' vizj poi che in villa mi paiono, per così dire, più contro natura, egli è quello di ogni sorta d'ipocrisia. In città, dove ognuno vuole accostarsi a una parte e per essa alzarsi a far fortuna, è naturale che si affettino da ogni uomo or queste or quelle virtù affettate dalla parte. In villa, dove si vive più solo, e dove ci è meno a perdere e meno a guadagnare a non mostrarsi quale uno è, pare che sia anche più sozzo: appunto, come un tradimento par più vile, quanto più vile è il prezzo che se ne raccoglie.

Delle ipocrisie ce ne sono tante sorta, quante sono le virtù; anzi, quante sono le qualità anche viziose ma da taluni tolte a virtù. E così ci ha non sola ipocrisia di costumatezza, ma anche di dissolutezza; e non solo affettazione d'indipendenza, ma anche di servilità e finalmente ipocrisia di religione, ed ipocrisia d'irreligione. Queste due ultime poi sono così frequenti, che tal uomo di mal umore contro il mondo avrebbe a dire ch'elle quasi se lo partono. Nol vo' dir io; e credo che Iddio buono è conosciuto ed amato da molti uomini sinceramente pii, e pur troppo anche sconosciuto da molti sinceramente miscredenti. Infelicissimi questi, nè innocenti del tutto; perchè io credo ch'Egli si faccia conoscere qualunque il cerchi con ischietto e puro cuore. Ma lasciando al buono e sommo, e misteriosamente ma certamente giusto Iddio, il giudicio di ognuno, noi, con quel cuore ch'Egli ci ha dato, non possiamo altro che compatir tanto più a qualunque è più presso alla sincerità, e tanto meno a coloro che per istolta vanità e rispetti umani affettano quell'empietà che non hanno. E' ci ha a un di presso la medesima differenza che tra un musulmano nato e sincero; ed un cristiano rinegato.

Tra le cose che mi diedero maggior pena nella mia vita, rispetto a tante altre non disgraziata, ella fu questa. Quando io venni qua, lasciando il reggimento, e ripigliai la mia antica professione di maestro di scuola, perchè erano tempi di turbamenti e guai, ed io era quasi sconosciuto nel paese, gli uni dissero bene di me, gli altri male: e benchè gli uni e gli altri sbagliassero, sovente, quando a me stesso non parlavano, io li lasciava dire. Una sera il fattore del signore che era stato fuori tutto quel giorno, incontratomi in piazza, mi si accostò e dissemi che in quella terra dov'era stato, aveva veduto il sior Domenico che gli avea domandato di me, e, benchè non mi conoscesse, gli avea imposto che molto mi salutasse, e mi dicesse ch'_egli pure era filosofo_. Io lo ringraziai de' saluti; ma quando alla seconda parte della commissione, non intendendo che significasse, incominciai a domandargli chi e quale fosse quel sior Domenico, a me affatto ignoto, il quale mi mandava tal ambasciata. Il fattore risposemi, il sior Domenico esser il padrone di quella casa là, una delle più cospicue del paese; e non molto innanzi lo era pur anco di molti beni or venduti: ed era poi il marito di quella signora, e padre di quella fanciulla, che dimoravano in quella medesima casa. E non bastandomi siffatti particolari, e domandandone più, seppi come il sior Domenico era già stato il più ricco signorotto della terra e de' contorni, e felice in casa ed in tutto; finchè, venti e più anni addietro, al tempo de' primi turbamenti, e' capitò in mano di alcuni mal compagni e scellerati uomini, i quali abusarono di lui, e più della sua fortuna. Ondechè, adulato da costoro, incominciò a credersi un grand'uomo, e dispregiar sua casa e sua famiglia, e a poco a poco lasciolla, e lasciò sua moglie, e tolse casa da sè, ed un'amanza. La moglie ebbe a vivere sola come vedova; e la figlia riuscì a male, che avrebbe potuto riuscir a peggio; perchè ella s'incapricciò d'un suo servitore onesto e lo sposò, che avrebbe potuto farlo di qualche scellerato uomo che l'avesse messa in piazza e rovinata. Il sior Domenico, credendosi uomo letterato e sapiente, ma non sapendo che altrimenti far di sua sapienza, fece il medico, senza aver mai studiata medicina; ma, perchè anche mezzo rovinata sua fortuna gli rimaneva onde vivere, non che farsi pagare da chi veniva a consulta, egli li pagava; e perchè i contadini, diffidenti, a' medici veri e savj, sono confidentissimi a' ciarlatani, egli non mancava mai d'accorrenti, non ostante il cattivo esito che avean avute molte delle sue cure. Intese le quali cose, incominciai finalmente ad intendere di che sorta fosse la sua filosofia, e quella che a me pure attribuiva.

E' m'era certo paruto increscevole altre volte che alcuni buoni mi avesser tolto per cattivo; ma parevami più allora l'essere da un cattivo tolto per buono, e degno compagno suo. E cattivo pur troppo io vedeva essere questo sior Domenico. Chè il lasciar andar a male i proprii negozj, ed anche la moglie e i figliuoli, e viver con cattivi compagni e le amanze, e far il ciarlatano, tutto ciò è malissimo, ma pur in qualche modo scusabile, finchè l'uomo non sel voglia egli stesso scusare; ma quando la debolezza e l'amore al vizio cresce a tanto che il colpevole, anzichè lasciar il vizio, sceglie lasciar la sua ragione e la sua religione e il suo Dio, e se ne fa di quelli da sè che possano adattarsi a que' suoi vizj, allora riman poca speranza che si ricreda, allora è colpevole di colpa maggiore; e senza giudizio temerario nè difetto di carità si può dire cattivo. Nè avrei ardito dir tale il sior Domenico, se fosse stato tacitamente vizioso e stolto; ma perchè tale essendo, invece di vergognarsene, si diceva filosofo, e nutriva il vizio e la stoltezza in abito mentito, fra me stesso decisi che pur troppo era cattivo. Restava che io scoprissi perchè, così essendo, egli mi credesse compagno suo. Ma io era uscito volontariamente dal reggimento a un tempo che molti ne furon cassati, capitato qui incognito al tempo che molti si nascondeano; io cattolico sincero, io prete, ma nemico de' bacchettoni, degli ipocriti; io gran dilettante, fatto il dovere mio, di solitudine, e di lunghe passeggiate con un libro in mano; amico delle compagnie, ma di quelle dove più si parli che non si beva o non si giuochi, dove più si ragioni che non si mormori, dove più si cerchi a farsi buoni gli uni o gli altri in particolare, che non a piagnere sulla perversità del mondo in generale: tanto bastava e forse sopravanzava, perchè molti per odio e disprezzo mi dicesser filosofo; e intendesser filosofo cattivo; ed altri poi, come il sior Domenico, il ridicessero per amore. Perdonando io volentieri a quelli, io doveva perdonar a questi con tanto più amore: e così faceva io verso il sior Domenico; e volli tentare che non gli fosse inutile il saluto ch'egli mi avea mandato.

Trovata una occasione o pretesto, feci una gita da quelle parti, e capitai a casa sua. Nè occorre ch'io dica come feci cadere il discorso a ciò ch'io voleva, nè che discorsi gli feci poi, che sarebbero cose troppo serie per istar bene qui. Del resto, o le mie parole non fossero per sè stesse feconde, o Dio buono non le volesse allora fecondare, o troppo asciutto o mal apparecchiato il terreno, certo è che allora non fruttarono nulla, nemmeno a me la speranza che rimanesse nascosto il seme da germogliare in appresso. Feci in breve al filosofo la mia professione di fede di buon cattolico apostolico romano: ma non so s'ei mi credesse, o forse non s'ostinasse a tenermi, a mio dispetto, per confratello; ed io ci guadagnassi altro che soprappiù la taccia di timido e vergognoso, non ardito a confessare le proprie nascoste opinioni. Ma queste son delle cose dove più occorre il _fiat voluntas tua_, nè era la prima volta che io me n'era dovuto consolare.

Un anno appresso, un giorno ch'io aveva appuntamento col detto fattore per non so che, e lo aveva aspettato tutto il giorno, l'incontrai la sera ch'egli tornava, in vista molto affaccendato, e come uomo contento di sè; e appena ei m'ebbe scorto da lungi, venne a me, e senza dirmi o lasciarmi dir parola dell'affare che avevamo insieme: «Signor Maestro, ogni cosa è andata bene; ha fatto tutto ciò che si doveva fare, ed or ora gli mando la donna, e va benissimo; ma ci vuol fretta, perchè non può passar la sera, e questa notte certo ei morrà.» Io non intendeva una parola di tutto ciò, e volli fermarlo, ma non ci fu verso; ei si fuggì e fu in casa alla moglie e alla figliuola del sior Domenico, e fecele partir pur alla volta della terra abitata da questo; ed allora di nuovo venuto a me, che non richiesto non me n'ero impacciato, mi fece sapere come essendosi gravemente ammalato il sior Domenico, egli n'era stato avvisato il mattino per tempo, e subito ci era corso; ed arrivato, e trovatolo presso a morire, l'aveva voluto far confessare, ma quegli dapprima non acconsentiva; ma che avendo poi egli, il fattore, ragionato con lui, e parlatogli come si dovea, finalmente questi s'era fatto capace, e chiamato un prete s'era confessato, e stava per fare le sue divozioni, ed avea fatto testamento; e dove prima voleva diseredar la figliuola, ora le perdonava, e lasciavala erede di ogni cosa; anzi, poi erasi risoluto di voler abbracciare moglie e figliuola, e riconciliarsi con esse. Il fattore respirava, narrato tutto ciò, e «Ei ci è pur voluto fatica assai,» aggiugnea; «ma io gli ho parlato come si deve, ed ha fatto ogni cosa bene; non ha lasciato in povertà quelle povere donne. Io ci scapito, perchè se si vendeva la casa sua, io la comprava, e già ne avea la scrittura, in pagamento di un piccolo credito che ho con lui; ed ora non avrò la bella casa, e sarò anche gran tempo a riscuotere i quattrini; ma non importa, amo meglio così; hogli restituita la scrittura, e son nominato io esecutor testamentario. Ora addio, signor Maestro; riparto in fretta, e vado a vederlo morire.» Egli diceva tuttociò in tono frettoloso ma allegro anzi che no. Io gli prendeva la mano come per ringraziarlo, o almen lodarlo; ma egli fuggiva in fretta: poi, fatti alcuni passi, rivolgevasi, tornava a me più grave e serio assai, e, ripresami la mano e tiratomi appresso, ed accostata la bocca al mio orecchio, in tono basso e questa volta veramente funerale, «Signor maestro,» disse, «egli era.... C....»

Il mattino appresso vidimi comparire in camera il fattore, e disse entrando: «Egli è ito, e grazie al cielo ogni cosa par bene;» poi, scostato alquanto: «s'è abbruciato ogni cosa, libri, carte e che so io, certe minchionerie che s'è trovato. Hovvi portato solamente questo libraccio stampato, dove ci son nomi credo che ben vorrebbero ora non istar qui.» «E che ne volete far voi?» dissi, «questo prima d'ogni altro volevasi abbruciare; se no, portatelo al Curato; egli ne giudichi.» «E se vi han messo lor nomi,» riprese lo schietto contadino, «perchè non s'hanno eglino a vedere? Benchè avete ragione, e sarà bruciato.» Il libro stampato mostrava ch'egli era non C...., ma M.... Io meravigliavami come siffatte scelleratezze o scempiaggini fossero pervenute a infracidire anche il contado e le ville; e finiva d'intendere quale fosse la filosofia di quell'infelice; e sopra ogni cosa poi ammirava Iddio buono, che pur talora volevasi servire di tanto più rozzi stromenti, affinchè si veda ogni bene procedere direttamente da lui.

L'UFFICIALE IN RITIRO.

Vidi il mutarsi del destin fugace, Vidi che gloria in servitù declina, Vidi che solo nella tomba è pace.

_Diodata Saluzzo_.

Alberto era figliuolo d'un signore ricco; ma più che ricco, nobile e potente alla corte di.... al tempo dell'invasione de' Francesi in Italia. Scappato il suo Principe, deposto egli dei suoi impieghi, e rimasto in sospetto dei repubblicani possessori della potenza, fu anche in breve arrestato e tenuto in castello quasi ostaggio. Quei repubblicani utopisti, come li chiama il Botta, erano così poco sicuri del popolo sovrano, in nome di cui reggevano, che erano anzi obbligati a prendere precauzioni contra la sua indocilità a lasciarsi liberare e far felice. Alberto aveva allora di dodici in quattordici anni. Allevato signorilmente alla moda d'allora, cioè, come si dice volgarmente, nella bambagina, aveva studiato tanto bene che male; ma del resto era indietro di quattro o cinque anni in ogni cosa rispetto ai figliuoli di ogni buon borghese od artigiano, che non avessero tre o quattro persone da mettere intorno al preziosissimo erede. Usciva poco di casa, non aveva forse mai preso nè pioggia, nè vento; di rado il sole, non certo quel di febbraio o di marzo, micidiale, come si sa, ai figliuoli dei signori, quantunque cercato avidamente, e continuamente provato da quelli delle razze più grossolane. Le rivoluzioni mutando cose più gravi, mutò anche questa, che tuttavia non è forse così piccola. La madre di Alberto, ansiosa del marito ed inferma in casa, lo mandava su e giù al castello a portare e riportare le commissioni; e non c'era a pensare da mandarlo accompagnato dall'abbate o in carrozza, chè i Giacobini si sarebbero burlati di questi modi aristocratici, e gli avrebbero chiuse in faccia le porte. La rivoluzione apportò dunque ad Alberto la libertà; la libertà forse più effettiva che apportasse. E bisogna dire che tutte le regole ammettono eccezioni, perchè Alberto non ne abusò. È vero che la madre lo faceva seguire e vigilare da lungi, e che il giovane, anche quando l'avesse voluto, non avrebbe potuto fare grandi scappate. Ma i sorveglianti non poterono impedire ch'ei si trattenesse sovente a far conversazione alle porte del castello coi militari che le guardavano, conversazioni che si prolungavano sovente assai pel reciproco piacere del fanciullo avido di quelle novità, curioso e vivo per naturale, e di quei militari già vecchi di servigj ma giovani d'età, e a cui perciò era grata per qualche momento la vista, il cicaleccio d'un bello e vivace giovanetto, il quale ricordava all'uno il fratello, all'altro il figlio, lasciato come dicevano ai focolari. Tutti i maestri di studio del fanciullo, ma quelli principalmente di latino, si lamentarono d'allora in poi della svogliatezza e della dissipazione del fanciullo. La madre si lamentava del nuovo chiasso che facevasi in casa. Non era altro più che tamburi, esercizio, e bastoni rivolti in fucili, e grida di comandi militari gettati al vento.

Andate giù le repubbliche, prima per le vittorie austro-russe, poi per quelle stesse del Primo Console della repubblica francese, cattivissimo repubblicano, come si sa, il padre di Alberto rimase tranquillo ma disimpiegato, per propria volontà e fedeltà al suo principe cacciato. Ma uomo savio ed amorevole del figlio, non era di quelli che come la vecchia Elspat di Walter Scott vogliano imporre ai figliuoli i proprii odii od amori, od anche i proprii doveri che mutano colle generazioni e le età. La smania militare di Alberto era venuta crescendo cogli anni. Suo padre vedeva ciò tanto più mal volentieri, che l'entrare al servigio militare non era allora una celia come in tempo di pace, nè una carriera simile alle altre, ma anzi una successione di fatiche e pericoli gravissimi. Alberto era unico; onde che, non solo erano raccolti in lui tutti gli affetti paterni e materni, ma anche quel po' d'egoismo che entra naturalmente e debbe entrare in ogni affetto anche migliore, e che fa amare tanto più una persona che sia unico sostegno o conforto o speranza. Per altra parte, il padre di Alberto era uomo forte e domatore di ogni esagerazione o debolezza degli affetti suoi stessi; e provando egli tutto il piacere del riposo in vecchiezza, non credeva perciò l'ozio utile o nemmeno possibile alla gioventù; e vedendo il figlio vago della vita militare, dopo fattegli le dovute osservazioni e raccomandazioni, finalmente lo lasciò ingaggiarsi e partire, usando quel po' di credito che gli rimaneva a farlo raccomandare ai suoi superiori.