Novelle

Part 23

Chapter 233,246 wordsPublic domain

Qui entrò il Marchese. «Gran nuova, gran nuova, Marchesa mia; gran nuova sta mattina in tutta la città.» «Che è?» diss'io, «forse si riaccende la guerra?» «La guerra,» sclamò la Marchesa, «di nuovo la guerra? Come? Quando?....» «E che guerra? Che guerra?» ripigliò il Marchese, «che v'importa la guerra, a voi o a me?... Per questo carnevale la Imperatrice Sessi, David, e Crescentini. Crescentini, udite voi? Che vi pare? Che opera, che opera stupenda! Che impresarj! Bravi impresarj! Già si sa, io l'ho sempre detto, bravi Francesi; e le idee nuove, le idee nuove sopra ogni cosa. Ah questi Francesi, queste rivoluzioni non fanno poi sempre male. Guardate un po' se queste direzioni di Cavalieri, queste anticaglie sarebbero mai state buone a darci Crescentini, David, e l'Imperatrice Sessi? Oh massime Crescentini! Beato Crescentini! Voi non l'avete mai udito, Marchesa? Oh quando udiate Crescentini! Bravi impresarii! oh benedetti Francesi! Bravi, bravi! Manca ora un buon maestro per iscrivere l'opera. Non è il più importante; ma anche questo fa. Ma chi vuol Guglielmi, chi Paer, chi Maier; così va. Questi partiti guastan tutto. E poi i pregiudizj di quelli che non vogliono Mozart, perchè è straniero. Ma è scioccheria; io dico che Mozart è stupendo. Che dite voi? Non vi pare ch'io segua bene i vostri principii, Maestro? Chè il bello è sempre bello; e il buono, sempre buono; e i virtuosi son sempre virtuosi dovunque sieno, e di qualunque paese vengano. Oh! io esco; perchè già, sapete, quando ci è qualche cosa a fare, io non posso reggere nè capir entro la pelle, e mi vuol attività per vivere. E se mi ci metto io, se ne prendo l'impegno, quando bisognasse andar dal generale francese, quando bisognasse scrivere a Parigi.... lasciate fare a me; o avremo un maestro di prima riga, o vi fo dar quel Don Giovanni che v'è arrivato l'altro giorno da Vienna, e che vi piace tanto, Marchesa.... Eh? che dite voi di questo pensiero?» Ma nè la Marchesa nè io avremmo potuto pronunziar ciò che pensavamo. L'attivo uomo se ne andò, ma egli avea guastato quant'io avevo fatto a suo pro. E, uscito appena, la Marchesa or ardente come brace, ora pallida quanto il suo abito bianco, e portando le mani agli occhi a nascondere qualche lagrima d'ira o vergogna, mi pregò di lasciarla; e, suonando alla cameriera, mi vi sforzò.

Tuttavia, a malgrado della sciocchezza, della dappocaggine del marito, e della comparazione col seduttore, forse, non dirò pe' miei conforti, ma per quelli che per mia bocca e per altri modi le mandava Iddio pietoso; e poi per li buoni consigli che le avrebbero dati i genitori, se ella li avesse chiesti, e per la consolazione de' suoi figliuoli; e in somma per tutti quegli aiuti che mai non mancano a chi li sa desiderare; forse, anzi certamente, sarebbesi salva la mia povera Cecilia. Ma qui è, o signori, dove non mi è possibile rattener l'ira, ricordandomi le sguaiatissime usanze, gli scellerati costumi, le nauseanti compiacenze ed arrendevolezze di tutti, in tutti i luoghi, ad ogni momento. Perchè, appena Arrigo aveva incominciato a girarle attorno, a seguir suo cocchio, a mostrarsele in palco, e poi in casa, che parve come una congiura generale di uomini e donne a pro de' suoi disegni, e contro la mia povera, la mia allora innocente Cecilia. Parevano, le giovani, rallegrarsi di non aver più un rimproccio vivente in mezzo ad esse, le vecchie, aver una scusa di loro passate laidezze. Veniva l'una, e, con destrezza infernale, tesseva le lodi d'Arrigo; l'altra le narrava ogni fatto, ogni passo, ogni parola di lui; e le facevano ad ogni ora del dì udire quel nome che la traeva di senno. Veniva un'altra ancora, e le lasciava intendere che Arrigo avea guardata o lodata la tale; e che dicevasi ne fosse innamorata; e le metteva la gelosia in cuore per farle proromper l'amore. «Ma non è vero, non crediate ciò,» aggiugneva poi una di quelle vecchie scellerate serbatrici delle tradizioni viziose, che non potendo più esercitare, aiutano il vizio, vere stipendiate del Demonio ad arruolare per lui. «Non è vero, non lo crediate mai. Arrigo è innamorato di voi. Innamorato morto, povero giovane! Il più bello, il più elegante giovane d'Italia! Sapete voi che la principessa tale quasi è morta di dolore d'esserne lasciata? Egli la lasciò per una cittadina di mezzo ceto; perchè, vedete, non è di quelli che cercano i titoli, o servono per vanità; egli ama la bellezza e lo spirito; epperciò dire che muore per voi. Oh se l'aveste udito, come parla di voi! Dice che non ce n'è un'altra in tutta Italia; che il meno è la vostra bellezza. E nemmeno non è la vostra voce che l'innamori; benchè dice che è divina, e non ha mai udita l'eguale: ma è il vostro spirito, il vostro cuore ch'egli ama; perchè, dice, non ce n'è nessuna come voi che gusti, che apprezzi le belle azioni, i bei fatti, a cui sia un piacere narrarli, e vedervi piangere od esaltarvi per essi. Se si fosse al tempo de' Cavalieri, ei vorrebb'essere il vostro, e portar vostri colori, vostra divisa e vostro nome sulle mura di tutte le capitali d'Europa; ma ei non ne dispera, dice, anche in questi tempi; e lo farà quando ci avesse a morire, che sarebbe bello per voi.... Eppure.... vedete il buon giovane!... voi gli fate una paura, che, daccanto a voi, non è più umile il vostro cagnolino.... Ed io glie l'ho pur detto l'altro giorno, che è un gran buon uomo. Non si tratta di morire; meglio è vivere e farla vivere, dicevo io. E in somma, anche voi siete di carne e d'ossa, e avete occhi, e un cuore quanto più bello, tanto più fatto per l'amore. L'amore, l'amore, figliuola mia, non si può vincere. Non si resiste alla simpatia, non si combatte una gran passione....» E simili scempiaggini e scelleratezze di parole, seguite poi da fatti peggiori; ora invitarli insieme a pranzi e cene, e in villa; e farli seder l'uno allato all'altro a tavola; e metterli ne' medesimi legni nell'andare e venire; accoppiarli, ordinando i balli; lasciar il luogo daccanto a lei nel palco, quando entrava egli, ed uscir tutti prima del fine, perchè le facesse il bracciero; e tutte quelle altre usanze e convenienze o sconvenienze de' teatri, che sono più di tutto la perdizione d'uomini e donne. Perchè, voi lo sapete bene, figliuoli miei, che io non sono in nulla teologo o moralista severo, e, quando una cosa non è dannata, io dico che è lecita, e tengo lecito il teatro, ed anche buono relativamente al peggio, che ci è sempre in ogni città grande. E direi forse buono anche in modo assoluto, se fosse da noi, come presso ad altre genti, maestro di alti sensi, o correttor de' costumi, in buone tragedie o commedie. Ma dico il vero, a malgrado del mio amor per la musica, quelle eterne opere, sovente così cattive, non sono quelle che traggono, o almeno al mio tempo traevano le donne in que' teatri allora oscuri, e in que' palchi troppo sovente vere culle di pettegolezzi, d'ozio, di nullità e di turpi amori. Ma lasciamo ciò. Quando tutti que' corruttori l'ebbero spuntata con lei, ed egli fu proclamato cavaliere servente e l'amico suo, invece di scapitarne ella nella riputazione, invece di udir rimproveri, o di veder visi severi, o il ritrarsi della gente, parve, all'incontro, come un giubilo, una congratulazione generale, e i volti le sorridevano, e le braccia e i cuori le s'aprivano; che non credo sia peggio il tripudio dell'inferno, quando ha tolta un'anima al paradiso.

Forse a voi parrà strano; che credo bene che ora non sia così nemmeno nelle città più corrotte d'Italia. Ma là, e in quel tempo, era la corruzione tale e così sfacciata, che ho veduto io più volte tutta la nobiltà andar quasi in gala e alla fila far le visite di condoglienza a una donna a cui partiva l'amico; e di congratulazioni a tal'altra a cui tornava. E il colmo poi e l'estremo danno di tal corruzione, è quando ella toglie ai mariti l'aiuto della pubblica opinione, e il cuore di opporsi virilmente. Il Marchese si risentì con un po' di mal umore; ma resistendo ella, ammaestrata oramai dal seduttore, quegli, per non far iscene, chiuse gli occhi, o tollerò. Io avrei voluto perderci la vita, se avessi potuto giovarci. Ma che farci io? Provai due o tre altre volte ad entrar in discorso; ma non mi venne fatto, scansandolo ella. Diradai mie visite; nè ella mel rimprocciava. Ma non le dismessi del tutto; parendomi non doversi mai abbandonar una persona caduta, per la speranza che rimane d'aiutarla a risorgere, o per quella di trattenerla dal cader più giù.

Io non so veramente se gli scellerati finiti e consumati si godano mai ne' loro delitti una vera felicità; questo sì è certo, che quanto meno è uno cattivo, tanto meno di felicità ei può trovare ne' vizii. La Cecilia era inebbriata, e come impazzita; e non solo la sua fisonomia, ma i lineamenti e quasi l'ossatura istessa del suo volto e di tutta la sua persona n'erano mutati. Ma erano fisonomia e lineamenti, ed ebbrezza, e pazzia, tutto triste. Arrigo poi partecipava alla ebbrezza e alla tristezza. Non certamente ch'ei fosse tenero ai rimorsi, com'ella, e nuovo nella carriera di tali amori; ma in questa, rado è che s'incontrino cuori scelti ed alti, come quello della povera Cecilia; ed incontrati da un cuore anche alto e generoso, impossibile era che non l'usurpassero tutto intiero, e nol traessero in tutta la sua miseria. E so che vi sono tali, romanzieri ed uomini di mondo, che dicono: che quanto è più forte un amore, e tra più scelti ed alti cuori, tanto più è scusabile, e tanto meno danno fa. Ma a me pare anzi tutto all'opposto. Chè, quanto a scusa, maggior peccato è deturpare un cuor alto, che un dozzinale; e, quanto a danno, troppo differenza è tra l'impressione leggiera non durevole di quegli amoracci d'ogni dì, e la mutazione, la rovina fatta da quelle che si dicono gran passioni tra due cuori forti. E se mi si mostrino di questi cuori pur rimasi forti ed alti a malgrado siffatte gran passioni, dico che è eccezione rara in ogni dove, rarissima poi, se non impossibile, in que' paesi, dove non vi ponendo ritegno i costumi lasciano i miseri colpevoli abbandonarsi, peggiorare, impigrire, annullarsi nella vita che segue di necessità.

Credo bene che chiunque mi vide allora in quella casa, e in que' frangenti, non mi accusò certo di parzialità per Arrigo; ed anzi duravo fatica a serbare per lui i sentimenti da cristiano, e a non odiare il seduttore della innocente. Tuttavia m'era forza vedere in lui non volgari qualità. Era di que' pochi Italiani a cui pareva che il servire coi conquistatori, l'imparar da essi le loro arti di guerra, l'addestrarvi le mani e i petti fosse il solo mezzo di alzarsi dal fango in che erano caduti; e facendosi rispettare da questi e da qualunque altri stranieri, diventar poi forti per sè, e capaci un giorno di decider le proprie sorti, anche a spese degli imprudenti maestri. Nè vo' esaminare se non entrasse forse un po' di tradimento celato in fondo a questo pensiero. Dico che tale era non che in lui, ma in moltissimi di quelli che si trovavano nello stesso caso. E, fosse questa nobil ambizione di servir poi un dì più direttamente la patria sua, o natural prodezza, e forza d'esempio, certo è che lo scolaro avea sì ben usate le lezioni da emulare i maestri; e in pochissimi anni era giunto già ai gradi superiori della milizia; e ciò che forse era anche più, era noto a molti de' primi generali, e, come dicemmo, allo stesso capo e principe di tutti, Napoleone. Era il tempo delle guerre corte e grosse, e quando contro la probabilità degli avanzamenti rapidissimi non v'era che un solo caso calcolabile, la morte. Ma questo a' venti anni non si mette guari in conto; e così Arrigo, non che speranze, aveva quasi certezza di arrivare in pochissimi anni, forse nella prima guerra, al grado desiderato di generale; quel grado, io mi ricordo d'avergli udito dire, dove comincia la possibilità di mostrar i proprii talenti militari, e dal quale per conseguenza si può salir senza intermediario all'altro grado dell'immortalità. Del resto, Arrigo di famiglia nobilissima, anzi illustre, aveva questo aiuto di più presso a quel governo che si diceva per anco repubblicano e democratico; ma dove la chiarezza de' natali era forse più vantaggiosa, che non in alcune monarchie. Napoleone, che apparecchiava tanta storia futura, amava pur la storia passata; ed era il tempo che già signore di fatto n'ambiva il nome, e nell'ozio d'una pace temporaria assumeva a poco a poco lo splendore d'un Re. Alcuni amici e compagni potenti d'Arrigo gli proponevano di farlo entrar nella corte militare del primo Consolo; oggetto allora di tutte le ambizioni, e via la più breve alla gloria ed alla potenza. Ma Arrigo, venuto in licenza per poche settimane, s'era fermo già non pochi mesi; e perduto poi nella sua gran passione, non che lecito, credette bello sagrificarvi sue speranze ambiziose; e non corrispose a quelle offerte. Intanto succedettero cose più gravi che mai.

La Marchesa diventò gravida. Il marito, paziente fin allora, turpemente paziente, pur infine si destò. Ma io non entrerò in particolari di queste turpitudini. Il marito non avea fatto scene fin allora per la sciocca paura d'esser tenuto geloso; fecene allora per la paura contraria d'aver nome di arrendevole. E tuttavia quell'uomo così disprezzabile, così disprezzato, riprendeva appresso alla colpevol Cecilia tutta la dignità di uno offeso; ed ella, precipitata dalla sua superiorità usurpata, già non ardiva nè alzar gli occhi su lui, nè trovarsi sola con esso, nè parlargli da paro a paro. Parvele insofferibile quell'umiliazione. Disegnò torsene ad ogni modo, e reclamò perciò l'aiuto di colui a cui aveva sagrificato ogni cosa; colui che avendo usurpato l'amore e i diritti maritali, era naturale che ne adempisse i doveri proteggendola. Ma gli è più facile sempre usurpar diritti che doveri. Arrigo impazzito d'amore avrebbe data mille volte la vita per trarla da quel colmo di disgrazia dov'ella era precipitata per lui. Ma qui il sangue, la vita, nè niuna qualità d'ingegno nè di cuore non servivano; ed all'incontro quanto avesse fatto avrebbe aggravato il male. Desiderava che il Marchese, provocandolo in qualunque modo, gli desse occasione di vendicarsi. Ma vendicarsi di che? Egli era l'offensore, egli il provocatore; egli contro cui si rivolgerebbe con esecrazioni tutto il mondo: quel mondo stesso de' viziosi che s'adopra tutto in aiuto de' suoi pari, finchè ogni cosa va loro bene; ma che li abbandona, li tradisce, li aiuta a precipitare, quando sono infelici. Ed è naturale, e come un disperdersi de' ladri dopo fatto un mal colpo. Il peggio era che ogni passo precipiterebbe più la sua amata. Che gli scandali soli precipitano le donne, è il gran principio de' viziosi. Quindi la necessità ai più generosi, ai più ben nati, ai più franchi fra essi, di diventar falsi, bugiardi, traditori, avviliti, avvilitori. Che differenza, a chi avesse potuto vedere e descrivere gli animi di Cecilia e d'Arrigo pochi mesi prima ed allora! Finalmente deliberarono torsi da tutto ciò, e fuggire. Lo scandalo sarebbe più grande; ma ei nol vedrebbono. Era disonore, ma non l'udrebbono. Ella aveva ad abbandonare i teneri figliuoli, a lei già così cari. Ma eran figliuoli dello oramai odiato tiranno; e poi le rimaneva quello che portava in seno dal suo amore. Egli aveva ad abbandonar la patria, le speranze, a tradir sua vita passata e futura. Ma che fare? oltre alla sua gran passione, era spinto ancora da quella specie di dovere assuntosi. Perdendo ella ogni cosa per lui, poteva egli dubitar di perdere la sua ambizione per lei? In somma avevano allestita ogni cosa; tempo, luogo, modo, tutto era disposto, quando, probabilmente per la grande angustia sofferta, l'innocente frutto dello scellerato amore fu in seno alla madre guastato. Il mondo, ingiusto calunniatore, ne disse orrori; ella fu per morire del male, dell'onta, del rimorso. D'Arrigo e del marito non dirò; non so che sensi potessero avere. Nè dirò che altre scene seguissero. Ma finirono con uno di que' patti taciti scelleratissimi, che pur piacciono al mondo, e che io ho pur udito talora lodare. Il marito tacque; tollerò: di nuovo persuadendosi che il mondo non avesse saputo nulla, si persuase che non era obbligato nè ad ira nè a vendetta; ovvero, pensò farne una degna, mostrandosi indifferente alla propria moglie, ed appassionato per le altrui. La avvilita Cecilia, abbandonata sempre più, sempre più s'abbandonò; e non avendo letto in volto altrui il disprezzo se non quando ella s'era vergognata, spogliò la vergogna, vestì quell'assicuranza, quella alterigia del vizio che è suo solo rifugio e suo colmo. E Arrigo.... Arrigo, da quanto buon cuore, da quanta generosità nativa o acquistata aveva mai avuto, o gli rimaneva, Arrigo era ridotto alla condizione, alla occupazione, al destino di Cavalier servente della Marchesina.

Già v'ho detto che per rimanerle appresso egli aveva ricusata l'offerta d'essere addetto alla corte militare di Napoleone primo Consolo. Poco dopo, e quando era Cecilia nella maggior miseria, e in punto di fuggir con lui per America, egli aveva ricevuto l'ordine di partir immediatamente pel campo di Bologna sull'Oceano dove s'apparecchiava la discesa in Inghilterra. Non volendo, non potendo lasciar Cecilia, tolse un pretesto di sanità, se n'esentò, e si fece dare un destino nella città dove s'era così malamente incatenato. E gli riuscì tutto ciò tanto più facilmente che quel campo non era guerra assoluta ed aperta; ondechè non era chiaro disonore rifiutar d'andarvi; ed era poi destino così ambito, che se ne trovavan dieci desiderosi da sottentrar ad uno dubbioso. Ma poco andò, e seguì quella guerra d'Austria che fu la prima di Napoleone Imperadore, e l'apice forse delle sue meraviglie militari; quel levar il campo di Bologna, quella marcia così precipitosa, così regolare dalle sponde dell'Oceano al cuor di Germania, quelle operazioni, quelle battaglie succedentisi di dì in dì, e in pochi mesi terminanti oltre Vienna colla gran giornata d'Austerlitz. Arrigo fece quella campagna.... da bracciero della Marchesina al teatro ed al corso. Non che non arrossisse, non arrabbiasse sovente di sua mutazione: ma prima, alieno d'ogni altro pensiero, e già avendo tralasciato le amicizie e le relazioni che aveva, non seppe, se non incominciata già, la mossa dell'esercito e il principio della guerra. Saputala, ne dubitò, come si suole di ciò che non si desidera; e massime di ciò che mette in impiccio. Non dubitandone già più, esitò pure, benchè brevemente; ma determinatosi, egli ebbe a sostener una dura contesa coll'amata; l'amata, perduta di riputazione, così allora sepp'ella dire, abbandonata dal marito, non più moglie, non più madre quasi per lui. E vinse bensì presso a lui il suo sangue, il suo ardor militare, e scrisse per domandar servizio; ma la domanda andò a Parigi, mentre il padrone era a Vienna. E il padrone non amava gl'indugiatori. Fecesi la pace intanto; e allora Arrigo ebbe risposta ricevendo un destino di pace, da ufficial di stato maggiore d'una divisione militare nel cuor della Francia. L'ira, la vergogna, il dispetto, l'amore, non lo lasciarono adattarsi al giusto castigo. Perduta l'occasione d'una campagna col grande esercito, e d'una battaglia come Austerlitz, per rimanere al suo amore, nol lascerebbe per andar a tener registri di situazioni militari in una cittaduzza oscura. Mandò sua dimissione. Fu accettata. Ed Arrigo, prima di venticinque anni, ebbe fisso il destino di tutta sua vita.... Cavalier servente in titolo della Marchesina.