Novelle

Part 25

Chapter 253,869 wordsPublic domain

La vita militare di Alberto fu quella di tanti altri giovani italiani di quella età. Entrato da semplice soldato, ma con tutti i vantaggi d'una buona educazione, e con quelli anche delle raccomandazioni, utili sempre anche dove si avanza col merito, come certo era il caso nell'armata francese, Alberto passò rapidamente per tutti i gradi di sotto-ufficiale, non senza dare indietro una o due volte per qualche scappata giovanile, ma riprendendo il posto poi alla prima occasione dove ci fosse a mostrare valore, attività o intelligenza militare. Diventato ufficiale, decorato, ed avanzato a tenente e capitano, ebbe la disgrazia di perdere il padre che era venuto a vedere più volte con licenze nei brevi intervalli di pace, e che aveva consolato colla sua buona riuscita.

Ripatriato a quella funesta occasione, e giunto già ai venticinque anni, fu naturalmente pressato dalla vedova madre e dai numerosi parenti di voler lasciare il servigio ed accasarsi. Ma egli aveva preso più che mai amore a quella vita che gli era così ben riuscita; e non solo l'amava per sè stessa come prima e per isfogo dell'ardor giovanile, ma oramai anche un po' per l'ambizione che appunto incomincia a spuntare a quell'età, e che era poi così allettatrice in quel tempo, in cui, se non mancava la vita, non potevano mancare a un prode gli avanzamenti anche più grandi e quasi infiniti. E un Italiano aveva forse allora una virtuosa ragione d'ambizione, più che ogni altro. Era bello, era glorioso mostrare ai compagni francesi che non si valeva men di loro; era allettante il giungere a comandare quei prodi, il sollevarsi dalla condizione di vinti a quella di vincitori, il rivendicare, non colle parole, ma colle azioni il nome troppo vilipeso d'Italiano. Tuttavia, non volendo Alberto contradir troppo ai parenti e massime alla tenera madre, non domandava in grazia se non ancora una guerra, e prometteva tornarne poi docile al giogo matrimoniale. Eragli conceduta per forza tal condizione, pure aggiungendovene tacitamente un'altra: che intanto, e dai parenti, e dalla madre, e da lui istesso si cercherebbe tra le ragazze della città che venivano su, quella che tra i due o tre anni accordati gli potesse poi meglio convenire.

Alberto s'adattò facilmente a sifatta non troppo crudele condizione. Era il discorso che venivan facendo più sovente egli e la madre, il discorso di che mostravasi questa più consolata, quando la sera tornava il buon figliuolo appresso a lei rendendole conto della giornata e delle persone da lui vedute. La buona madre vedeva in tale abitudine come una guarentigia delle disposizioni tranquille e casalinghe del figliuolo, e si meravigliava, inesperta ch'ella era, che un giovane dissipato dalla vita militare si riducesse così facilmente a quelle tranquille e solitarie abitudini. Ma il vero è, che il maggior vantaggio dell'attività giovanile è appunto questo, di far meglio e più presto sentire la dolcezza della vita e degli affetti della famiglia. Quelli soli, i quali non hanno provato altro, rimangono inquieti e troppo giovani, per così dire, tutto la loro vita.

Fra le fanciulle della città di cui in quel dolce consiglio di famiglia s'andavano esaminando e pesando attentamente i pregj, l'educazione, la fortuna e la bellezza; era una quasi ancora bambina, ma che appunto perciò conveniva meglio, figlia di un borghese ricco ed impiegato da quel nuovo governo il quale soleva trarre a sè tutte le notabilità, e formare di esse non solo il corpo governante, ma la stessa sua nuova ed amalgamata nobiltà. Giulia era dunque figlia dell'or barone D....; e bella, ricca, bene educata, era già vagheggiata non solo da quanti giovani, ma da quante madri di giovani erano nella città, come poi invidiata e veduta di mal'occhio da alcune delle altre fanciulle, e da quasi tutte le madri di fanciulle che erano in quella. Alberto, portato dal barone che teneva una delle più splendide case che fossero colà, vi si vece osservare in breve per l'eleganza e la scioltezza de' suoi modi militari, i quali contrastavano tanto più coi modi ora impediti e goffi ora effeminati ed affettati degli altri giovani allevatisi intanto all'ombra e nell'ozio municipale. Non è meraviglia quindi che con quelle intenzioni, quantunque ancora indeterminate, di piacere, che aveva Alberto, ei piacesse alla fanciulla più degli altri che si presentavano come suoi rivali.

Or dimmi tu, lettor cortese; t'è egli succeduto mai di fare all'amore senza saperlo; di trovare sovente una persona che non ti pareva d'aver cercato; di rimanere a lungo con lei senza indovinare che ti piace, di ballare con lei quasi sola al ballo, di sedere appresso a lei nelle conversazioni, sempre a caso ti pareva; ed un bel giorno poi, ripensandoci lungi da lei e tutto solo a una passeggiata, o al canto del camino, di accorgerti a un tratto che sei e fosti da gran tempo innamorato? Questo appunto avvenne ad Alberto. Credeva non far altro che esaminare a sangue freddo la Giulia come tutte l'altre. Ma ei l'esaminava molto più sovente; e più volentieri, e con più soddisfazione dell'esame fattone. Diceva: Non son sì pazzo, d'innamorarmi due o tre anni prima, che intanto, oltre la morte mia, possono succedere le mille cose, e fra l'altre questa probabilissima, che s'innamori e ne sposi un altro. Ricca, bella, bene allevata e gentile, costei certo non aspetterà ch'io torni o non torni dalla mia guerra; e poi, io stesso chi sa alla guerra quante altre ne vedrò, e se non m'innamorerò davvero e non tornerò io stesso ammogliato. Benchè sarà difficile, lo confesso, di trovar cosa così graziosa ed avvenente. -- Ma in ciò dire scuoteva il capo, come per iscuotere l'inopportuno e pressato pensiero d'amore che gli veniva; e in quell'atto, e al portare la mano alla fronte e alle chiome accorgevasi d'essere osservato da lei, quasi che arrossiva, se le appressava per non far vista di nulla.... e mostrava anzi evidentemente di non aver pensato se non a lei. La giovanetta non era tarda; s'accorgeva di sì fatte cose, non dirò meglio ma quanto ogni altra; sorrideva dove un'altra più avanzata d'arte e d'età ben si sarebbe guardata di sorridere, accettava i suoi inviti senza far vista d'essere altrove impegnata; gli faceva luogo accanto a lei quando le si veniva appressando; si rallegrava e sorrideva alle sue prime parole; e in somma non mostrava di capire, nè volere, nè contraccambiare il suo amore, più che se egli fosse stato suo fratello, o più che se non ci fosse e ci dovesse mai essere amore tra una fanciulla di quindici anni, e un giovane di venticinque. Erano i più sinceri del mondo tutti e due nel non pensare ad amarsi per un mese intero; il mese appresso erano sincerissimamente innamorati tutti e due, e se l'erano fatto intendere, o forse, chè no 'l so bene, chiaramente detto l'uno all'altro.

Allora non fu piccolo imbroglio per Alberto. Stava, od andava? faceva all'amore, o la guerra? S'ammogliava, o tornava a riprendere una vita tutta stenti e pericoli? Tornò a questa, chiamato che fu da una nuova rottura di guerra che sopravvenne. Gliene dolse, ma non esitò; non erano tempi allora in che s'esitasse tanto; e chi men esita, men si duole, ognun lo sa. Era il tempo poi in che più prevalse quel proverbio, che tra due che si separano il più da compatire è quel che resta. È naturale, chi partiva allora aveva immense, veramente strepitose distrazioni. Adunque compatisci, o lettore, se vuoi, solamente la Giulia; se non che è pena persa; chi fu mai da compatire a quindici anni? E meno una bella fanciulla.

Eppure pianse di soppiatto tre o quattro giorni; ricusò un ballo; otto o dieci giorni non pensò ad abiti nuovi nè a mode; quindici o venti altri, o forse un mese intiero, prese malamente tutte le sue lezioni. Se io scrivessi un romanzo, non direi così; perchè è intenzione mia d'interessarvi alla Giulia: ma scrivo storie vere; e poi mi piace di fermarvi un momento a guardare la figura d'un'allegra e leggera giovanetta; la mestizia e la serietà degli affetti vengono pur sempre troppo presto.

La guerra a cui era stato chiamato Alberto, era quella terribile del 1812 in Russia. Alberto fu di que' pochi che ne riportarono inconcusso l'animo, salva ed intera la persona. Ma si succedevano scavalcando l'una su l'altra le campagne d'estate e d'inverno; dopo quella di Russia, quella di Polonia e Prussia, poi quella di Vestfalia, poi quella di Sassonia, poi Leipzig, e Hanau, e finalmente l'ultima campagna di Francia sempre più presso, e finalmente sotto le mura stesse di Parigi. Vorrei potervi dire che Alberto fu dei pochi che ricevettero a Fontainebleau l'ultimo addio del sommo capitano, che sparsero quelle lacrime virili, che lo videro abbracciare le aquile così gran tempo vincitrici; vorrei, dico, potere accrescere la gloria di Alberto con dirvi di lui tutto ciò. Un romanziere non lascierebbe nemmen qui passar l'occasione. Io vi dico schiettamente, che Alberto non si trovò a tutto ciò; e che stanco e ferito egli, fra molti del suo reggimento, domandò e ricevette facilmente la sua licenza col suo grado di caposquadrone per ritornarsene in Italia. Avrebbe potuto rimanere in Francia al servigio; ma molte ragioni lo fecero partire; fra l'altre questa, che mutar padrone è sempre spiacente, e gli pareva meglio non farlo, non essendoci obbligato.

Perchè del resto non avrebbe avuto ragioni urgenti di tornare a casa. Aveva in quei tre anni perduta la dolce madre, la tenera compagna e confidente delle ultime serate che aveva passate nella sua patria. E la patria gli era cara sì, ma quasi non la conosceva. Quanto poi alla Giulietta, a quest'ora, chi sa, sarebbe sposa e forse madre. In quegli ultimi rovesciamenti, e massime dopo la morte della madre, ricevendo pochissime lettere da casa, non sapeva più nulla di quanto fosse colà succeduto.

Tuttavia, giunto a casa e pur assestando i suoi affari, una delle prime cose di che s'informò, fu del padre di Giulia, del suo impiego, del suo titolo, e massime della figliuola. Seppe che l'impiego era perduto, il titolo sparito, le ricchezze scemate assai, e poi, quasi conseguenza di tutto ciò, che la figliuola era rimasta, ed oramai rimarrebbe forse gran tempo, da maritare. «L'ex-barone,» diceva l'interlocutore, «avrà ancora le pretensioni di prima per la figliuola; costoro si sono immaginati di diventar nobili davvero. Ma sì che il pover'uomo se n'avvedrà; i veri nobili non vogliono certo più della figliuola, e la povera zittella ne rimarrà in mezzo fanciulla in eterno.» L'interlocutore credeva di vedere a ciò sorridere Alberto, che in vece mordevasi sotto i baffi le labbra.

Andò di quel medesimo giorno a far visita all'ex-barone; trovollo, come uomo di senno ch'egli era, non troppo diverso nella diversa fortuna. Diversissima sì la fanciulla; più bella che mai, o almeno gli parve tale; ma seria, soda, composta, tacita, e timida. Sarebbesi avvilita della disgrazia? Alberto nè toccò delicatamente con qualche parola; la fanciulla parve alzarsi come in trono, il trono dell'avversità, dal quale non meno forse che da ogni altro si mira ogni cosa dall'alto al basso. Alberto aveva un animo gentile; è dire che rispettava sopra ogni cosa la sfortuna e la sua alterezza.

Avrebbero naturalmente avute mille cose da dirsi. Non se ne dissero una. Anche gli animi più aperti si sentono imbrogliatissimi al ritrovarsi in situazioni tutto diverse da quelle in che già si lasciarono. Alberto non poteva più trattare Giulia come una bambina, e una bambina allevantesi e sbocciante tra le felicità e gli allettamenti. Forza era trattarla bene o male da fanciulla matura d'anni e di cuore. Era forza amarla o disprezzarla. Alberto l'adorò.

Fra pochi giorni si seppe in tutta la città. Alberto non ne faceva mistero; addobbava la casa, correva i mercanti, scriveva a Parigi per far venire mode, stoffe e gioielli. Le nozze parevano dover essere delle più splendide ed allegre. Tanto più chiasso, tanto più invidia nelle cittaduzze. E quella città era tale, a malgrado della Corte. Che anzi, la Corte era quella che faceva il grande impiccio. «Come mai non ci aveva egli pensato Alberto? La sposa non era nobile. Era impossibile, sarebbe stato inudito che una pari sua, una borghese fosse presentata a Corte. Eppure entrerà ella senza poter esser presentata una donna nella casa illustre dei....? «Ma Alberto domanderà la grazia,» dicevan gli uni. E gli altri: «Non la domanderà.» E i terzi: «Quando la domandasse, non l'otterrà. Ma se vi dico ch'ei non ci ha pensato. Che s'è incapucciato come se fosse un giovanetto di diciott'anni, e n'ha pur vent'otto.» «Gli è quell'astuto ex-barone che gliel'ha fatta. Quei liberali son più furbi di noi. Ei se l'è accattato; e la fanciulla anche non sta indietro in furberia nemmen ella, e chi sa...» Questi ed altri caritatevoli generosissimi discorsi si tenevano dalle nobilissime e più brave persone della città.

E dall'altra parte i borghesi, nella cui classe era di nuovo entrato l'ex-barone, non si restavano nè gridavan forse men forte. «Costui,» dicevano del barone, «ha sempre avuta ambizione. S'è fatto titolare negli anni scorsi, ed ora, distitolato egli, vuol titolare almen la figliuola. Che smania d'uscire dalla propria condizione! Sempre costui ha praticato, s'è ficcato co' nobili. Che non fa come noi, che li lasciamo stare, quanto almeno ci lasciano? Che bisogno abbiamo noi di costoro? I nostri scudi vagliono i loro, le nostre donne son belle quanto le loro....» «E per Dio,» aggiugneva un giovane, «anche le nostre spade, o le nostre pistole.» Scusa tu, o lettor mio; so anch'io che questi discorsi non avrebbero dovuto entrarci per nulla. Ma c'entrarono e si fecero, epperciò io fedelmente te li ripeto. Orgoglio di qua, orgoglio di là; non so quale il primo o il più urtante. So ch'è un gran peccato di qua e di là, che le persone bene educate di ogni città non si veggano, non si parlino, non si amino, non si maritino, direi così, a perfetta vicenda, e senza ammetter mai altra distinzione che quella vera e buona della più o men buona educazione; gran peccato che di una città, sovente già piccola, si voglian fare e si facciano, a danno comune, due diverse e troppo piccole città.

Ad ogni modo, così era a quel tempo in quel paese di che io vi parlava. Tanto che quelle nozze, che s'erano annunciate così splendide ed allegre, furono anzi serie e guaste, e quasi solitarie. Mancaronci molti parenti di qua e di là, e fu un disappunto grandissimo per quei pochi che ci andarono. Quanto poi a Giulia e ad Alberto, essi se ne accôrsero veramente; che non sarebbe stato possibile non udire gli strilli, o non vedere le smorfie di tanti intorno ad essi. Ma se n'accôrsero il meno possibile, e, per così dire, materialmente soltanto: e quanto alla loro interna gioia, quanto al reciproco amore principalmente, ei non ne fu guasto nemmeno d'un atomo, nè per un momento. Gli innamorati hanno un così buon naturale! Direi che è disprezzo di quanto può guastare la loro felicità; ma non è nemmeno disprezzo, che in tal sentimento entra di necessità un poco d'odio, e di questo nemmeno un briciolo è possibile alle anime veramente e felicemente innamorate. Giulia ed Alberto erano in tal felicità da non potersi guastare da nessun pettegolezzo, e non s'accôrsero se ci fosse poca o molta gente nel salotto, quando il lasciarono di soppiatto per ritrarsi insieme amendue.

Ma il male dei pettegolezzi gli è che non restano sempre pettegolezzi, e, crescendo a poco a poco, prendon forma e fronde, e portan frutti finalmente d'invidia. Alberto fin dal domane delle nozze s'era portata via con seco la sposa novella ad una sua villa discosta quasi una giornata dalla città, per passare colà, tranquilli o inebbriati d'amore, la loro _luna di miele_, secondo l'espressione e l'uso straniero, molto più opportuno certamente che non era l'uso antico da noi, di passare que' lieti e soavi giorni a salire e scendere in visite le scale di tutta la città. So che v'ha chi dice, anche fra gli stranieri, che siffatto uso non è buono, e che quel trovarsi così faccia a faccia per sì gran tempo l'un coll'altra ti fa discoprire subitamente i difetti reciproci, ti sfiora l'amore, ti noia insomma prima che il mese sia compiuto. Non decideremo la lite; la quale forse non si può decidere in generale per tutti i casi; benchè, tra uno ed una di poco amore e di poco divertimento, credo che anche senza la luna di miele verrà la freddezza e la noia; ma tra uno ed una in cui sia abondante il capitale d'amore e d'ingegno, siffatto capitale, col contraccambiarsi, non può a meno che aumentarsi. Ma lasciamo ognuno, principalmente in queste cose, fare a modo suo; anche le visite, se a lui piace.

E il fatto sta che al non farne c'è pure un grande inconveniente. La gente oziosa, a cui le visite servono pure (vedete se son da compatire!) di occupazione o di divertimento, non vi posson perdonare di defraudarle di questo. Supponete una vecchia vedova solitaria che non ha affari al mondo, che non lesse o non legge più una parola, che va in chiesa come andava al teatro, e per tutto conforto vede nel giorno tre o quattro vecchi, scapoli o vedovi come lei; non è ella una buona fortuna, una vera festa giustamente desiderabile per lei, l'aver a vedersi venire in quella camera solitaria ed invecchiata, due giovani freschi, allegri, agli abiti, al volto, alle parole, e fino ai passi e al modo d'entrare ed uscire? Se è buona la vecchierella, è un vero piacere per lei quello spettacolo dell'allegria e della gioventù, che le ricorda, senza rimorsi, i suoi giorni più felici. Se è cattiva, e se tal vista desta in lei amare memorie, rincrescimenti ed invidia, è pure un piacere vedersi presentare due novelle prede delle sue triste passioni, ed è perciò un disappunto, un dispiacere il vedersene frustrare. Potrei moltiplicare assai siffatti esempj; e vi capaciterei facilmente di questa nuova massima di politica sociale: che chi non fa visite s'espone a gran rischj.

Or mettete sul conto di Alberto e Giulia, oltre siffatta imprudenza, quella tanto maggiore d'aver, a malgrado del doppio veto reciproco, voluto accoppiare ed effettivamente accoppiato in loro le due diverse, se non avverse, condizioni di nobili e borghesi; più il peccato originale in lei d'esser più bella dell'altre; in lui d'essere, se non più ingegnoso, almeno di un ingegno più sviluppato, e se non più coraggioso, almeno d'un coraggio più provato; più il peccato, che era grosso allora agli occhi di molti, d'aver servito in Francia; più l'imprudenza con che Alberto ardiva talora criticare alcune antiche usanze, che gli fece subito dar l'epiteto, allor novissimo, di liberale; più.... le mille conseguenze e peccati veniali provenienti o accompagnanti quelli altri mortali od originali; e facilmente immaginerete che quando Giulia ed Alberto tornarono senza pensiero, e tutto preoccupati ancora dell'unico pensiero che avevano avuto nella loro dolce solitudine di parecchi mesi, essi furono accolti in città con visi arcigni, sorrisi sforzati, e scantonate e scarti per le vie, riverenze composte, ed alzarsi dal loro lato nei salotti, con cicaleggi poi a bassa voce, ed occhiate, e risi amari, ed esser ridotti sovente, in mezzo al mondo, a conversar tra l'uno e l'altra men lietamente che nella loro solitudine.

Tutto ciò non fa piacere a nessuno. Ma già si sa che i dispiaceri son più sentiti dagli uni che dagli altri. E il maggior male è, che i naturali i quali sentono più i dispiaceri, sono appunto i meno capaci di evitarli, o rimediarli. Un uomo freddo, tardo, serio e poco socievole, non si sarebbe accorto quasi, o, se mai, avrebbe portato con impenetrabile dignità quella ingrata situazione. Alberto la sentì forte, e la portò male. Quando vedeva quelle principianti sgarbatezze, in vece di parere non avvedersene, ei s'accigliava e le rompeva, andando francamente incontro ai mezzo sgarbati; i quali, per lo più, diventavano a un tratto garbatissimi. Fu detto una volta sola, che uno di quelli perseverasse nella sgarbatezza; e fu detto allora che s'incontrassero al mattino appresso, e fosse data al perseverante una lezione di civiltà. Ma che serve? Si possono impedire le sgarbatezze, non si possono esigere le amorevolezze; e queste mancavano sole alla felicità dei due sposi. Tra i due, Alberto era quello che ne pativa più. Le donne, quegli angeli in terra, quando amano e sono amate, non vedono più in là del loro amore. L'uomo, all'incontro, vuol sempre proteggere il suo amore, e s'esagera sovente siffatto dovere. Vuole che la sua amata sia amata, rispettata, ammirata, e gli pare di mancare a sè ed a lei, di non rivendicare per lei ed effettuare i suoi diritti. Aggiugni che Alberto, vivuto tanto lungi del paese, era pure amante sviscerato di esso. Era di quelli che in mezzo ai compagni francesi aveva sempre sostenuto che Napoleone era italiano di schiatta, di sangue e di nascita; ei l'aveva servito tanto più volentieri per ciò; non l'avrebbe lasciato mai, se fosse stato possibile; non l'essendo, aveva molto volentieri veduto tornare i proprj principi, a cui la propria famiglia era sempre stata devota, e aveva veduto poi con sommo piacere ritornare di provincia a patria indipendente, sebben piccola, il suo piccolo paese. L'inconveniente de' grandi, quel non aver più nè lingua, nè memorie, nè interessi, nè affetti comuni tra i sudditi dell'immenso impero, quel perdersi ogni individuo tra i milioni accumulati, se gli erano fatti sentire alla prova, e l'aveano se mai guarito d'ogni entusiasmo per la gran nazione, il grande impero, la grande armata, il gran padrone. Aveva, come tanti altri, salutata d'un inno di gioia l'aurora delle restaurazioni.

Già v'ho detto che Alberto non è un eroe da romanzo, e che ve lo dò qual era in natura co' suoi vizj, come colle sue virtù. Alberto era ambizioso. E tanto, che mancandogli un oggetto o un modo di ambizione, ei s'era facilmente rivolto a un altro. Aveva troppo ingegno per non vedere a un tratto che colla caduta di Napoleone eran cadute le gran carriere, le grandi avventure, erano sparite le larve ed i bastoni di marescialli, i sogni di glorie europee. Rideva egli stesso alcuni anni più tardi di que' sogni; ad uno che per burlarsi di lui gli diceva: «Confessate il vero, voi non speraste meno già che d'avere un giorno un esercito intiero ai vostri ordini, e di dare un giorno o l'altro a capo di esso qualche gran battaglia come maresciallo?» «No,» rispose sorridendo, «ma come re; ce n'erano allora degli altri venuti da più lontano.» Ma celiando egli stesso dell'antica sua ambizione, non celiava della nuova. Aveva pensato, ripatriando, di riprendere nel suo piccolo paese tutti i vantaggi che ci avean trovato i suoi maggiori addetti sempre al servigio del principe, ed aggiugnervi quelli personali che sentiva in sè del proprio ingegno e della propria esperienza. S'era consolato, come diceva all'incirca che si consolerebbe Cesare; aveva mutato le speranze di essere uno de' grandi d'Europa in quelle d'essere uno de' primi del suo paesuccio. È vero che l'ambizione d'Alberto non era di ricchezze, di titoli o di nastri; aveva tutto ciò, e, se non l'avesse avuto, il suo animo era più ambizioso che di tutto ciò. Sia meglio o peggio, egli ambiva il potere. Con questo voleva fare il bene della sua patria; ma già s'intende a modo suo; e con ciò urtava i modi altrui.