Naja tripudians

Part 7

Chapter 73,739 wordsPublic domain

Ed eccolo il consiglio! Ecco l'aiuto, ecco l'ispirazione! Là, davanti a lei, sul letto, come l'aveva gettato spogliandosi, stava il suo abito da viaggio, il disprezzato abito bleu-marin, un pò polveroso, un pò usato, un pò logoro; ma chiuso e intero e opaco e decente.

In un attimo Myosotis era sgusciata dai veli ceruli, s'era tolta le calze e le scarpette bianche, aveva rimesso le sue calze di filo nero, le sue scarpe da passeggio raccomodate. E il gong non aveva ancora suonato, ch'ella era già vestita e pronta a scendere.

Tuttavia, esitava sul limitare; ondate alterne di caldo e di freddo la facevano sudare e tremare.... Certo era doloroso presentarsi in quella guisa al pranzo di gala di Lady Randolph; certo sarebbe penoso aprire la porta di quel salone e rivelarsi così mal vestita agli occhi sdegnati di Lady Randolph, allo sguardo stupito dei suoi invitati. Ma mille volte peggio sarebbe stato scendere in quei ceruli veli trasparenti, presentarsi seminuda al cospetto di quegli uomini....

E Myosotis con un piccolo singhiozzo, girò la maniglia e scese.

XXV.

Gli occhi che si volsero a lei parvero, certo, stupefatti; e in quelli di Lady Randolph brillò non solo la sorpresa ma la più schietta disapprovazione.

Senonchè Myosotis scordò quasi subito sè stessa e l'impressione che poteva fare ai convitati di Lady Randolph, quando il suo sguardo attonito cadde su Leslie.

La bimba — invero ella pareva appena sulla soglia dell'adolescenza — sedeva in un grande scanno, rosea e ridente, con un calice pieno di un liquore dorato nella piccola mano. Intorno a lei, seduti o appoggiati all'alto schienale della sua sedia, stavano quattro o cinque uomini; uno, alla sua destra, Myosotis lo riconobbe subito: era il «Principe di Galles» — era Totò.

Teneva anche lui un calice nella mano, e si chinava ridendo verso la fanciulletta, narrandole qualche cosa.

Quando entrò Myosotis vi fu un attimo di silenzio; poi tutti i presenti ripresero a conversare, e nell'angolo intorno a Leslie ricominciarono i frizzi e le risate.

Non vi fu presentazione di sorta. Myosotis rimase, un pò impacciata, accanto alla porta finchè Leslie la chiamò.

— Vieni qui, vieni qui, Mymì!

Così la chiamavano talvolta a casa, e Myosotis nuovamente si stupì della disinvoltura della sorellina fra tanta gente sconosciuta. Traversando la sala per andare accanto a lei, passò davanti a Lady Randolph, semisdraiata su un divano d'angolo, e la guardò, trepida, quasi implorandone il perdono.

Ma Milady non fece atto di vederla. Parlava con un uomo bruno e grasso; parlavano francese, e Myosotis, pur indovinando che si trattava di lei, non comprese ciò che dicevano.

— Assaggia, Myosotis, questa bevanda americana. Si chiama «Manhattan cocktail,» ed è un filtro che fa vedere il mondo tutto color di rosa con un occhio, e tutto color di cielo coll'altro!... Difatti, — e Leslie chiuse con aria birichina un occhio, fissando coll'altro l'abito bleu scuro e il volto rannuvolato della sorella, — guardandoti così.... io ti vedo tutta color del cielo.... quando vuol far temporale!

Tutti risero, come se Leslie avesse detto qualche cosa di assai spiritoso, ma Myosotis non riuscì neppure a sorridere. Si sentiva la gola arida, le labbra secche; si diceva che a questi estranei, avvezzi alle donne brillanti della migliore società, Leslie doveva parere una bambina stolta e sfrontata, e lei stessa, nel suo brutto abito da viaggio, una «zucca villereccia,» goffa e intontita. Il suo pensiero corse alle raccomandazioni di Miss Jones.... a casa sua.... al babbo, solitario davanti al fuoco nella grande stanza vuota.... alla vecchia Jessie che diceva le sue preghiere ad alta voce in cucina.... E a tali ricordi le salirono cocenti le lagrime agli occhi.

Dal fondo della sala le mosse incontro Lord Gerard Neversol, ed ella provò un senso di sollievo vedendo quel viso conosciuto. Non che egli le fosse soverchiamente simpatico; tutt'altro; ma almeno non era nè un perfetto estraneo come gli altri, nè odioso come Totò, nè ostile come ormai sentiva essere Lady Randolph.

Neversol le disse qualche frase insignificante ch'ella quasi non udì ma che le diede il tempo di calmarsi, e subito risuonò l'appello insistente e sonoro del gong. Allora tutti si alzarono e discesero alla sala da pranzo.

Era una vasta sala severa e sontuosa. La tavola scintillava di cristalli e di vasellame dorato. Nel centro un ammasso di gardenie diffondeva nella stanza un profumo che stordiva.

Anche a tavola Myosotis si trovò accanto a Neversol; all'altro suo lato sedette l'uomo bruno e grasso che aveva parlato francese con Lady Randolph. Egli, appoggiato indietro nella sua seggiola, la guardò molto fissamente e a lungo. Ella rispose timida allo sguardo di lui, aspettando che le rivolgesse la parola; ma quegli, dopo qualche istante, volse via il capo e si dedicò risolutamente al suo pranzo. Nè durante tutto il pasto le parlò.

Leslie era in fondo alla tavola fra Totò e il «diplomatico» — un personaggio magro, sulla cinquantina, tutto grigio: i baffi grigi, gli occhi grigi, la pelle grigia; pareva impastato di cenere e d'acqua sporca. — La piccola ciarlava e rideva colla massima disinvoltura. Beveva anche, a piccoli sorsi, con delle smorfiette puerili e graziose, dello champagne, insistendo però che Totò vi mescesse molt'acqua.

Il quinto convitato, un uomo dai capelli rossi di una bruttezza ripugnante, parlava con Lady Randolph, bella e arridente a capo tavola. Talvolta dicevano delle cose che certamente dovevano essere molto spiritose, perchè tutti davano in grandi risate; ma a Myosotis sfuggiva il senso dello scherzo.

— Stasera verrà Dafne Howard, — disse Milady sorseggiando una miscela di gin e curaçao, poichè lo champagne non le piaceva.

— Dafne Howard! — esclamò l'uomo rosso. — E dove l'avete pescato?

— All'Alhambra, — disse Milady. — Totò ed io siamo andati a vedere «Messalinette» e l'abbiamo riconosciuto subito. Vero, Totò?

Totò non rispose.

— Che parte faceva? — chiese Neversol.

— Ma è questo il bello, — rise Milady — che, appunto, Messalinette era lui!... Figuratevi che sul programma si fa chiamare «Mademoiselle Lisa Douceur!»

Gli uomini risero.

— Bel tipo, Dafne Howard! — disse il diplomatico. — Ha poi lasciato la sua ballerina russa?

Totò alzò il capo.

— Da un pezzo, — disse, secco secco.

— Stasera, ad ogni modo, viene qui col colonello Weisz, — osservò Lady Randolph, sogguardando con un sorriso Totò.

Questi si strinse nelle spalle.

— Se credete che me ne importi!... Mi usciva da tutti i pori, quel mostro, — disse.

Nel silenzio che seguì si udì la soave vocina di Leslie.

— Verrà qui un mostro stasera? — chiese essa con curiosità al suo grigio e macilento vicino.

Quello rise. — Ma no, anzi; è una persona assai decorativa, Dafne.

— Dafne?... — disse la fanciulla; — è un signore o una signora?

— È un lusus naturae, — esclamò l'uomo dai capelli rossi, sporgendosi avanti a guardare Leslie, — prezioso per chi ama le anormalità.

Di nuovo tutti risero. Ma Leslie e Myosotis si scambiarono un'occhiata perplessa. Evidentemente Miss Jones non aveva insegnato loro tutto ciò che era utile sapere in società.

— _N'appuyons pas_, — intervenne Lady Randolph, crollando le belle spalle nude. — Tanto, qui non abbiamo che dei piccoli volatili del Campidoglio.... o di Strasburgo, che sia.

— Io adoro il _pâté de foie-gras_; — disse Neversol; e di nuovo tutti risero.

E siccome la guardavano, rise anche Myosotis per darsi un contegno. Tuttavia le parve che la conversazione fosse assai incoerente.

Il pranzo si protrasse a lungo.

Leslie, colle guancie accese, rideva sempre di più a tutto ciò che le raccontavano Totò e il diplomatico; aveva un'aria strana, esaltata.... Myosotis la guardava attonita, e non badava nè a Neversol che le diceva molte cose incomprensibili, nè all'uomo grasso che le stava dall'altro lato.

Questi nè parlava nè la guardava, e Myosotis si disse che certo doveva trovarla noiosa e antipatica; e se ne rammaricava, perchè trovava ch'egli aveva una buona faccia di papà indulgente.

Strano a dirsi, per errore, egli continuava a mettere il suo piede su quello di lei.

Ella, confusa, temendo di offenderlo, diceva: «_pardon!_» e ritirava con cura il piede da sotto al suo.

Quando questo accadde per la quarta volta, egli si volse e la tornò a fissare come l'aveva fissata al principio del pranzo. Myosotis si sentì diventar molto rossa sotto quello sguardo — già, l'aveva sempre avuto quel vizio di arrossire per nulla! — e come lui continuava a guardarla, ella continuò ad arrossire finchè ebbe gli occhi soffusi di lagrime.

In quel punto tutti gli altri discutevano forte coll'uomo rosso e nessuno badava a ciò che l'uomo grasso poteva trovare da dire a quella ragazza noiosa e mal vestita. Egli si appoggiò indietro nella sua sedia, mise le mani in tasca e disse:

— Si può sapere perchè siete qui?

Myosotis, alzando a lui il dolce sguardo azzurrino, rispose:

— Lady Randolph ha avuto la bontà di invitarci....

Egli aggrottò le ciglia. — E voi, perchè avete accettato l'invito?

Myosotis sorpresa da quella domanda non seppe che cosa rispondere.

— Si può sapere, — riprese lui, e la sua voce era rude e severa, — perchè avete portato qui quella bambina?

Myosotis lo guardò sempre più stupita.

— Ma.... non so.... — balbettò confusa. Le pareva che quell'uomo grasso, dall'aria buona e paterna, avesse assunto d'un tratto l'atteggiamento di un inquisitore; sotto le ciglia aggrottate egli la saettava con sguardo sdegnato. E siccome sembrava aspettare ch'ella parlasse ancora, la fanciulla soggiunse: — Siamo venute qui per fare delle conoscenze.... per incontrare....

— Per incontrare _chi_? — La voce era così aspra, l'espressione del viso così feroce, che Myosotis tremò.

— Per incontrare.... la dama d'onore della regina d'Olanda, — disse quasi senza voce la fanciulla.

— Cosa?... Cosa?... La dama d'onore.... cosa? — Il volto dell'uomo grasso si era fatto paonazzo.

— Della regina d'Olanda — ripetè Myosotis, — e le sue figlie. Dovevamo incontrarle qui. Perciò papà ci ha lasciate venire.

D'improvviso l'uomo grasso scoppiò in una immensa risata, una risata così potente che faceva sobbalzare tutta la sua grossa persona, e diede col pugno un colpo sulla tavola che scosse tutti i piatti e fece tinnire le posate d'oro.

— Che cosa c'è.... Cosa c'è di così buffo? — chiesero gli altri.

Lady Randolph Grey si volse con un sorriso di compiacimento.

— Eccellenza, avete dunque fatto conoscenza colla vostra piccola vicina? E la trovate divertente?

L'Eccellenza non rispose; continuava a ridere, colla grossa bocca aperta e il grosso corpo scosso dall'ilarità: ma strano a dirsi quel riso a Myosotis non pareva allegro; pareva terribile, pareva furente, pareva minaccioso....

La conversazione riprese, e l'uomo grasso non parlò più a Myosotis. Accese un sigaro e fumò in silenzio, guardando la tovaglia, come soprapensiero. E ogni tanto Myosotis lo vedeva lanciare verso Lady Randolph uno sguardo strano, fosco, quasi vendicativo. Quando furono portati il caffè e i liquori, egli si alzò e andò nella sala vicina — di cui il servitore aveva aperto i battenti — e Lady Randolph lo seguì quasi subito, lasciando intatta sulla tavola la sua tazza di caffè.

Dopo alcuni momenti ella ritornò, sola; era pallida, colle labbra molto rosse come se le avesse morse a sangue.

— E Sua Eccellenza? — chiese Totò.

— Se n'è andato, — disse Lady Randolph, riprendendo il suo posto.

— Che gioia! — esclamò Neversol. E gli altri risero.

Lady Randolph non volse mai lo sguardo verso Myosotis, e questa ebbe l'impressione — certamente assurda — di essere odiata da quella donna.

La conversazione per un poco languì, ma dopo qualche tempo Lady Randolph parve tornata di buon umore.

Dietro un suo cenno tutti si alzarono e andarono nella sala vicina. Era una grande sala rettangolare, di cui le quattro pareti erano circondate da divani profondi e morbidi su cui si ammontichiavano dei grossi cuscini di raso multicolore. Nei caminetti alle due estremità della sala ardevano due fuochi immensi che illuminavano di baleni irrequieti e improvvisi la stanza. I lumi erano bassi e velati, taluni di viola, taluni di una tinta glauco-azzurra, ciò che, unito ai bagliori oscillanti delle fiamme, dava una stranissima colorazione, ora perlacea, ora cadaverica, ai volti.

Myosotis potè finalmente riavvicinarsi a Leslie, e cingendole col braccio l'esile vita, sedette accanto a lei sul profondo e morbido divano.

Totò si era messo al pianoforte e mollemente, con maestria trascurata, suonava delle danze sincopate, conturbevoli e suggestive. Gli altri uomini erano intorno a Lady Randolph e le parlavano a bassa voce.

E Myosotis reclinata sui cuscini accanto a Leslie, sentendone così da vicino il calmo e dolce respiro, e sulla sua mano, come un morbido manto, i lunghi capelli sciolti di lei, si disse che era lieta d'essere venuta. Pensò che il lusso era piacevole, che la musica di Totò era dolce a udirsi, e che la vita era buona a vivere....

Con lieto impulso si chinò a baciare la guancia di Leslie.

Quella si volse a lei e sorrise.

XXVI.

In quel momento si udirono di fuori dei lamenti e degli urli. Parevano le strida di un bambino che si sgozzasse.

Le fanciulle trasalirono; ma Lady Randolph rise, e Totò non cessò di suonare.

— È Moses, — disse Lady Randolph. — Neversol, aprite la porta.

Il giovane, con un'alzatina di spalle, obbedì, e un grosso gatto bianco balzò nella stanza; gridando e miaulando si lanciò di qua e di là, ora saltando sui divani e conficcandovi le unghie, ora gettandosi a terra e strisciando appiattito sul tappeto. Pareva in preda a delle torture infernali.

— Eh già! è tardi, povero bello! — disse Lady Randolph — ti avevamo dimenticato! — E, rivolta alla vecchia domestica, che in quel momento entrava portando un piccolo astuccio, glielo prese di mano, l'aprì, e ne tolse qualche cosa di lucido e brillante.

— Cos'è? — chiese Myosotis a Neversol, che aveva traversato la sala e s'avvicinava a loro, — cos'ha quella povera bestia da gridare così?

— È morfinomane — disse Neversol crollando le spalle con gesto di disgusto.

— Come? — esclamò Myosotis.

— Cosa vuol dire? — chiese Leslie, sbarrando gli occhi.

— Vuol dire, — disse il giovane gettando un cuscino ai loro piedi e lasciandovisi cadere, — vuol dire che noi, depravati, per non goder soli e non soffrir soli, amiamo dare i nostri vizi agli altri.... a _tutti_ gli altri! È questa — soggiunse con una piccola risata amara — una caratteristica speciale di tutti gli auto-avvelenatori. Però dico francamente, per conto mio, le bestie.... le lascerei stare.

Alzò gli occhi per guardare le due bionde fanciulle che lo ascoltavano sbigottite, attonite, come s'egli parlasse un linguaggio a loro sconosciuto.

Frattanto Totò aveva smesso di suonare, e, a un cenno di Lady Randolph, le si era avvicinato.

— Tienilo fermo, — disse quella; e il giovane afferrò il gatto e, appressatolo a Lady Randolph, lo tenne stretto per le quattro gambe.

Dal loro posto sul divano le ragazze non videro ciò che Lady Randolph faceva alla bestia, che urlava torcendosi nella stretta di Totò. Ma un senso d'orrore, di nausea indefinibile, di terrore profondo le invase.

— Ma cosa fanno?... Cosa fanno? — gridò Leslie impallidita.

— Si divertono, — rise Neversol; — gli fanno una puntura di morfina.

— Ma perchè?... perchè? — ansò Myosotis presa da un brivido d'indescrivibile orrore.

Il giovane crollò di nuovo le spalle.

— Ve l'ho detto. Perchè amano veder godere. E perchè amano veder soffrire. La vedrete or ora quella bestia sotto l'influenza del narcotico.

Totò aveva lasciato ricadere il gatto e Lady Randolph, raddrizzandosi, disse con una morbida voce gutturale:

— Ecco.... ecco.... povero Moses! — E riconsegnò l'astuccio alla vecchia domestica.

Stette anche quella a guardare per qualche istante il gatto, poi, crollando la testa, se ne andò.

La bestia aveva cessato di urlare, e ferma in mezzo alla sala si guardava intorno con occhi fosforescenti, il pelo irto, ritta la coda smisuratamente gonfia. Girò la testa con aria inquieta di qua e di là, come aspettando.... indi un lungo tremito le passò pel corpo; il suo manto di pelo bianco si rizzò.... poi si riappianò subitamente, liscio e lucido. L'animale fece qualche passo incerto, indi, lento e maestoso andò ad accoccolarsi accanto al fuoco.

Tutti gli invitati di Lady Randolph, seduti o sdraiati in diverse posture sul divano quadrangolare, contemplavano con occhi un pò vacui le mosse della bestia; e gli sguardi di Myosotis e di Leslie vagarono smarriti dall'uno all'altro di quei visi che l'ebbrezza e la depravazione velavano di voluttuoso inebetimento.

Ora il gatto, grosso, gonfio, acquattato sulle zampe davanti al fuoco, era evidentemente pervaso da un senso di beatifico benessere, di intenso e ineffabile godimento. Tutto il suo corpo vibrava emettendo un rombo sonoro, un cupo e profondo rullo. Myosotis lo contemplava inorridita, nè sapeva spiegarsi perchè quella manifestazione di godimento le ripugnasse ancor più, le incutesse ancor più avversione che non gli spasimi e gli urli di poc'anzi.

Leslie fissava anch'essa con pupille dilatate l'animale, e il suo viso era bianco come un lino.

— Lo vedrete più tardi, — disse Neversol, — quando cesserà l'effetto della morfina e comincerà quello dell'apomorfina.

A Myosotis pareva più che mai di sentir parlare un linguaggio sconosciuto. — Che cos'è l'apomorfina? — chiese.

— È il veleno creato nel corpo dalla morfina; dà delle sofferenze atroci. E l'unico contravveleno dell'apomorfina è appunto.... la morfina stessa! Vedete il tragico circolo? La catena senza fine? il serpente che si morde la coda?...

Myosotis non capiva niente; ma a quest'ultime parole il suo volto si illuminò.

— Noi, a casa, c'intendiamo molto di serpenti, — disse, rincorata di trovarsi su un terreno conosciuto. — Mio padre ci ha insegnato a conoscere tutti i diversi rettili, e gli antidoti per il loro morso.

Neversol alzò il capo e diede in una risata.

— Vediamo un pò!... e se io vi dessi un morso.... qui, — e stendendo la mano le toccò lievemente la guancia, — di quale antidoto vi servireste?

Myosotis si ritrasse vivamente. Ma cosa aveva questa gente? Cosa dicevano? Cosa facevano? Erano tutti pazzi?... I suoi grandi occhi smarriti si riempirono subitamente di lagrime.

In quel momento la domestica aprì la porta e un giovane entrò.

— Oh, Dafne! — esclamò Lady Randolph, tutta sorrisi; e anche gli altri mossero incontro al nuovo arrivato; tutti, eccetto Totò, il quale era tornato al pianoforte, e non cessò dal modulare accordi e arpeggi in minore, con languida bravura.

Ma, si chiese Myosotis, era proprio un uomo, il giovane alto e snello, che salutava tutti colla bianca mano tesa e la vermiglia bocca atteggiata al sorriso?... O era una donna vestita da uomo? O un uomo tinto come una donna?

Molto alto e snello — press'a poco della stessa statura di Totò — egli si avanzava con quell'enimmatico sorriso sulle labbra scarlatte nel viso pallidissimo; era violentemente profumato; i capelli folti, lucidi, nerissimi, divisi da una parte, lasciavano da un lato scoperta la fronte bianca, dall'altro gli cadevano inanellati e lucenti sul sopracciglio.

Neri, grandi e tinti erano gli occhi, occhi lunghi e languidi ch'egli teneva quasi sempre abbassati; ma quando d'un tratto alzava le palpebre l'effetto dello sguardo era impressionante.

— E Weisz? Dov'è rimasto? — Chiese Milady.

— Verrà più tardi, — disse il giovane, guardandosi intorno e sfiorando appena collo sguardo le due figurette sedute in fondo alla sala.

— Più tardi? — esclamò Milady, in tono di rammarico.

— Sì, sì. Molto più tardi, — disse il giovane.

Traversò a lunghi passi la sala andando verso il pianoforte dove sedeva Totò. A lui pose una mano — una mano lattea ed ingemmata — sulla spalla; poi, come Totò continuava imperturbato a suonare l'aria di «Mélisande», il nuovo arrivato aprì la rossa bocca e cantò: cantò, con una voce di soprano delicata e vibrante, prendendo gli acuti con una strana e dolce morbidezza.

Sì, sì; certo era una donna! pensò Myosotis meravigliata. Ma non appena se l'era detto, che, finita la frase musicale, l'artista pronunciò in una profonda e sonora voce baritonale:

— E così, _Amberlocks_, trovate che canto bene?

Totò, «dai riccioli d'ambra», non rispose e chiuse il pianoforte.

Gli occhi tinti di bistro di Dafne Howard vagarono in giro alla sala e si fermarono dapprima su Leslie e poi su Myosotis.

— Quanta gioveniscenza! — esclamò, tornando alla sua strana voce affettata di falsetto, e volgendosi a Lady Randolph. — Dove le avete pescate? — Senza attender risposta continuò: — Bene, bene. Stasera Weisz conduce qui.... — e disse sottovoce una parola (un nome, o un titolo?) che le fanciulle non afferrarono.

A quell'annuncio Lady Randolph si turbò assai.

— Cosa dite! — esclamò agitata. — viene qui? Lui stesso?... Stasera! Ne siete certo?

— Sì, sì, — fece Dafne, — e riparte all'alba per Parigi. Lo farete condurre a Hounslow a prendere l'Airco.

— Ma Weisz poteva preavvisarmi! — esclamò Lady Randolph. Indi attraversò la sala e si avvicinò a Myosotis. — Aspettiamo degli ospiti augusti, — disse; — il vostro abbigliamento, — e sfiorò collo sguardo sdegnoso l'abito di Myosotis, — è assai stonato. Vi prego di andarvi a cambiare.

Myosotis si era alzata in piedi all'avvicinarsi di Lady Randolph ed ora le stava dinanzi tremante e incerta.

Le venne in soccorso Neversol.

— Per ora la lascerete qui, — disse con voce recisa. — A me piace così. Pare una governante d'Interlaken che avevo da ragazzino per insegnarmi la ginnastica e il tedesco, e che m'insegnò il significato delle parole _schwärmerei_, _träumerei_, _eselei_.... M'insegnò anche il delizioso proverbio del suo paese:

«_Jedes Thierchen Hat sein Plaisirchen_»

che in lingua meno barbara vorrebbe dire: «Ogni animaletto ha il suo diletto.»

Lady Randolph aggrottò le ciglia. — Essa non può rimanere vestita in quella guisa.

— Si andrà a far bella più tardi, — dichiarò Neversol. — Tanto, il personaggio non verrà prima di mezzanotte. Vero, Dafne?

— No, no, — disse Dafne. — E a me, Myra, farete intanto preparare il ciandù.

— Il ciandù! Volete dunque dormire?

Gli altri protestarono. Il diplomatico grigio scosse il capo.

— Male, male, Dafne!

E l'uomo dai capelli rossi esclamò: — Ma no, ma no! Restate con noi stasera! State sveglio, Dafne! State sveglio.

Dafne aprì la bocca tinta di cinabro, e in registro di soprano sopracuto gorgheggiò:

«_Dormiam!.... Di gioia la vita è avara E sol ne' sogni felicità!_»

. . . . . . .

— Myra, — ripetè rivolto a Lady Randolph, — fatemi preparare il ciandù.

XXVII.

Immobili, attonite come due bambole, le due fanciulle sedevano sul divano assistendo ad uno spettacolo che non comprendevano, udendo delle parole che non intendevano.

Ma era questo il mondo? Era questa la vita?... E allora Wild-Forest? Che cos'era? Era lo stesso mondo? Popolato della stessa gente?... Nelle sbigottite iridi cerule fluttuavano i dubbi, la stupefazione.

Alla loro destra, traverso i battenti aperti della stanza attigua, scorgevano, disteso su un mucchio di cuscini, l'ambiguo Dafne Howard, senza colletto, la gola bianca scoperta come una donna scollacciata.

La vecchia cameriera si affaccendava intorno a lui, intenta, grave, come la sacerdotessa di qualche misterioso rito. In terra, accanto alla forma supina, era accesa una lampadetta ad olio; ed ora la donna china sopra il lumicino, faceva riscaldare qualche cosa sulla punta di un lungo e sottile istrumento di metallo. Ogni tanto toccava leggermente la sostanza scaldata.... D'un tratto la tolse dallo specillo, la fece girare e rigirare rapidamente entro le dita per formare una piccola pillola.

Ora avvicinava al giovane la lampadetta, e gli poneva tra le labbra il bocchino di una lunga pipa.

Allora Dafne Howard aspirò, lentamente, lungamente, cogli occhi socchiusi....