Naja tripudians

Part 8

Chapter 83,741 wordsPublic domain

Gli sguardi attoniti di Myosotis incontrarono quelli di Neversol, che sdraiato sui cuscini in terra davanti a lei, la guardava.

— Perchè fuma in quel modo? — chiese. Una profonda inspiegabile nausea le saliva alla gola, un senso di repulsione, di orrore fisico profondo e indefinibile.

— Fuma dell'oppio, — spiegò Neversol. — Adesso dormirà. E sognerà.

— Dell'oppio? Perchè? È ammalato?

— Siamo tutti ammalati, piccola Myosotis, tutti ammalati, — disse Neversol, fissandole in viso gli occhi torbidi e profondi. — Ammalati della vita; ammalati di dolore, ammalati di piacere. Acquattate dentro di noi ci stanno delle belve che rugghiano e ululano, e ci rodono i visceri, ci dilaniano i nervi, ci succhiano le vene. E bisogna farle tacere e dormire.

— Che cosa dite? Di che belve parlate? — mormorò Myosotis.

— Le conoscerete, le conoscerete un giorno le belve della bramosia, della smania, della passione, della disperazione. Le conoscerete un giorno anche voi, o celeste-occhiuta Myosotis!...

A questo punto, Myosotis udì accanto a lei una risata di Leslie. Totò, che aveva attraversato la sala ed era venuto a gettarsi sul divano accanto alla fanciulletta, senza dubbio le raccontava qualche cosa di divertente che la faceva ridere del suo riso infantile e trillante; e a quel dolce suono Myosotis si riconfortò un poco.

Ma Neversol le parlava.

— Piccola Myosotis, la felicità umana è limitata, mentre i nostri desideri sono infiniti. Le possibilità di godimento sono fuori d'ogni proporzione colla nostra sete di piacere. Allora gli intellettuali, i raffinati, hanno voluto cercare fuori della vita, fuori della realtà, il filtro che plachi l'ardore d'inestinguibili desideri.... E l'hanno trovato nel bianco succo del papavero....

Tacque un istante, indi riprese:

— Il fumatore d'oppio, il morfinomane, il mangiatore di coca e di haschish tiene nelle mani la coppa di tutte le ebbrezze, tiene nelle mani la chiave del chiuso cancello che limita la gioia agli umani. Egli, quando vuole, s'avvia rapsodico e sonnambulesco per le mistiche lande del sogno, per paesaggi sterminati e favolosi.... fuori del tempo e dello spazio. Egli ha spezzato ogni ceppo. Il vero non lo trattiene; la realtà non lo intralcia; tutto a lui è possibile: la frenesia di fantastici amori, il parossismo di non sognate estasi.... Egli è rimosso da ogni miseria umana, liberato da ogni vincolo umano. Egli ha vinto Dio e la natura!...

Dal fondo della sala l'uomo dai capelli rossi si era alzato e veniva verso di loro con un calice di liquore iridescente in mano. Myosotis lo guardò con un senso di pietoso disgusto.

Era veramente assai brutto; aveva le orecchie sporgenti, e traverso i capelli radi e rossi si disegnava tutta la forma del cranio; sotto i baffi rossi una larga bocca dalle labbra tumide s'apriva nel riso come una caverna.

Porse il bicchiere a Myosotis.

— A voi, biondina; bevete un sorso del mio calice e conoscerete i miei pensieri.

— Grazie.... — balbettò Myosotis, — ma davvero.... non ho sete....

L'uomo diede in una grossa risata aprendo l'antro oscuro della sua bocca.

— Non ha sete! Oh guarda guarda!... non ha sete! Ma io sì che ho sete! — esclamò, chinandosi vivamente verso di lei.

Neversol, senza alzarsi, allungò di scatto il pugno chiuso e lo colpì in pieno stomaco.

— _Réservé!_ — osservò laconicamente.

L'altro aveva indietreggiato rovesciando parte della bevanda opalina sul tappeto.

— _All right_, — disse con una smorfia. Indi lanciò uno sguardo anche su Leslie, verso la quale si chinava Totò col braccio allungato dietro di lei sullo schienale del divano.

— All right, — ripetè; e tornò al suo posto in fondo alla sala accanto a Lady Randolph.

Questa aveva preso in grembo il gatto e con un dito ne sollevava la palpebre e ne esaminava le pupille.

— Ecco! — disse d'improvviso.

E come il gatto subitamente faceva l'atto di saltarle alla faccia, ella lo gettò per terra spingendolo lontano da sè.

Ora la bestia sotto l'influenza dell'ipnotico era in preda ad allucinazioni: fissava un punto della sala cogli occhi fosforescenti e il pelo irto; indi di scatto si lanciava addosso a una imaginaria preda. Rincorreva, balzando in qua e in là, una turba di topi invisibili; poi d'improvviso sostava immobile, impietrito!... D'un tratto, come se qualcuno lo afferrasse per la coda, si volgeva frenetico d'ira, scoprendo i denti in un ghigno selvaggio; roteava su sè stesso come una trottola.... poi irrigidito, teso, silenzioso, fissando un angolo colle saettanti pupille verdi, si avanzava lento, subdolo, strisciando sulla pancia, come una pantera che insegua nella jungla un nemico.

Lady Randolph sdraiata all'indietro tra i cuscini, con un braccio nudo poggiato sulla spalla dell'uomo rosso, seguiva ogni mossa della bestia impazzita con grandi scrosci di risa.

D'un tratto il terrore — come un'altra belva demente — balzò addosso a Myosotis e le conficcò le roventi zanne nel cuore. Era un terrore pazzo, cieco, frenetico, quale ella non aveva provato nè sognato mai; era come un lupo in furore che le mordesse e le squarciasse i nervi.

E accanto a lei trillò nuovamente la risata argentina di Leslie, di Leslie che si divertiva, di Leslie che non aveva paura.

Allora Myosotis ebbe il senso che tutto sprofondasse in lei e attorno a lei; le parve che la terra s'inabissasse sotto ai suoi piedi e ch'ella piombasse nel vuoto, affondasse nelle tenebre di un baratro beante e senza fondo....

Totò si era alzato e si era avvicinato a Lady Randolph. Ora le parlava a voce sommessa ed ella rispondeva non senza concitazione.

Frattanto Neversol, senza alzarsi, spinse il suo cuscino più vicino a Myosotis.

— Vi ricordate ciò che dice Amleto a Ofelia?... «_T'is a fair thought to lie between a maid's legs_».

E sdraiandosi all'indietro le appoggiò il capo in grembo.

Myosotis sussultò e volle alzarsi.

— Vi prego, vi prego, — balbettò in un singhiozzo, tentando di sospingere dalle sue ginocchia quel capo bruno; ma Neversol, stendendo le braccia, afferrò le due mani della fanciulla e se le strinse contro alle tempia.

— «È un dolce pensiero,» ripetè, — «giacere tra le ginocchia di una fanciulla».

Leslie si era voltata e il sorriso le si agghiacciò sulle labbra.

— Cosa fate a mia sorella! — esclamò. — Perchè la tenete così?

E con ambo le piccole mani e colle unghie tentò liberare dalla stretta di Neversol le mani di Myosotis.

Neversol rise e abbandonò la stretta; poi diede una tiratina di capelli a Leslie.

— Se tu farai come il gatto, — disse, mostrandole la mano graffiata dalle unghie aguzze di lei, — ti daremo lo stesso rimedio che a lui.

Poi, rivolto a Myosotis: — Vi ho fatto male? — chiese, prendendole una mano e guardando il cerchio rosso che la sua stretta aveva lasciato sul delicato polso. — Povera manina!

E alzandola alle sue labbra, la baciò.

Myosotis piangeva e non rispose.

Neversol si chinò verso di lei:

— Siete stanca, — disse. — Non vorrete già stare ad aspettare l'arrivo del.... personaggio? Non è vero? Ebbene, andate a dire a Milady che vi volete cambiare la veste; e poi salite nella vostra camera.

— Sì! sì! — esclamò Myosotis guardandolo con occhi lagrimosi. — Vieni, Leslie....

E le due fanciulle si alzarono.

Ma ecco che dal fondo della sala Totò tornava verso di loro. Era pallido e barcollava un poco. Teneva in mano una scatoletta d'oro piena di una fine polvere bianca. Ne aveva preso tra le dita un pizzico e lo fiutava.

Si fermò davanti a loro porgendo la scatola d'oro aperta. — Fiutate un pizzico di questa polvere, — disse ridendo e guardando l'una e l'altra delle due sorelle con gli occhi velati e socchiusi.

— Che cos'è? — chiese Leslie con aria un poco spaurita.

— È ambrosia! — disse Totò, — è la nivea polve della coca che dischiude le porte del paradiso.

— No! no! non la toccate, — disse Neversol respingendo il braccio di Totò. — E voi, — rivolto a Myosotis, — andate a dire a Lady Randolph che salite in camera vostra. Suvvia!

Myosotis, mansueta e tremante, traversò la grande sala, scansando terrorizzata il gatto che faceva ancora balzi e capriole, e si avvicinò a Milady.

L'istinto della sincerità non le permise di mentire. — Signora, — disse timidamente — mia sorella ed io siamo stanche dal viaggio. Se permettete, ci vorremmo ritirare....

— Ma che, ma che! — interruppe Lady Randolph colla sua voce metallica. — Non se ne parla. Sapete pure che aspettiamo delle visite illustri. Andate piuttosto a vestirvi come si conviene.

Myosotis chinò il capo.

— Andrò.... — disse, con un sospiro.

Milady la fissò in viso aggrottando severamente le ciglia; indi, senza più badarle, si volse a parlare coll'uomo rosso. Myosotis rimase lì, ritta, incerta un momento.... poi si volse, umiliata, e si allontanò.

— Vieni, Leslie, — disse, passando accanto alla sorellina; e quella subito si alzò per seguirla.

Ma Totò s'interpose. — Ah, no! disse posando una mano ferma sul braccio della ragazzina. — Questa sta qui.

Myosotis guardò incerta da Leslie a Totò, da Totò a Neversol; il quale disse:

— Salite, salite, — e nella sua voce vi era una acuta nota d'impazienza. — La piccina vi raggiungerà tra qualche istante.

— Già, — fece Totò.

Quel monosillabo suonò ambiguo all'orecchio di Myosotis. Guardò perplessa la sorellina, e questa con lo sguardo le fece comprendere che l'avrebbe subito seguita.

Lenta, trasognata, Myosotis lasciò la sala.

XXVIII.

Traversò la stanza da pranzo, fiocamente illuminata, e si trovò nella vasta sala d'entrata, illuminata anch'essa da varie luci velate di rosso. Tutto era silenzioso; un lungo corridoio sbadigliava nero davanti a lei, conducendo forse alle camere di servizio, ma nessuna voce, nessun passo si udiva; nulla se non il lento e ritmico battito della grande pendola nell'angolo accanto all'ingresso. Mentre Myosotis, incerta, si guardava intorno, la grande pendola suonò con rintocchi profondi di cattedrale, le undici.

Con un senso di smarrimento indicibile Myosotis si avviò verso la scalinata, passando tra i putti di marmo biancheggianti nella penombra, reggenti le loro lampade ormai spente.

Giunta al primo piano passò davanti al salone dove gli ospiti di Lady Randolph si erano radunati prima del pranzo; era buia e vuota; e bui e vuoti erano i corridoi che a destra e a sinistra si allungavano come braccia nere tese verso l'oscurità. Col fiato breve, col cuore in tumulto, Myosotis salì al piano superiore e spinse la porta della sua camera da letto. Questa era vivamente rischiarata; tutte le lampade color d'ambra erano accese e un gran fuoco ardeva nel caminetto, illuminando vivamente i turgidi cuscini di raso gettati sulla pelle d'orso davanti al focolare.

E Myosotis, ferma sulla soglia davanti a tutto quel chiarore, davanti a tutto quello sfarzo aspettante.... ebbe un nuovo sussulto d'infinita paura. Ebbe più paura che nei corridoi tetri, che nelle stanze buie e misteriose....

Paura!... Paura — di che cosa?

D'un tratto, portentosa e trasecolante, come un velo strappato da mano violenta, ella ebbe la rivelazione fulminea della propria ignoranza. Come un cieco-nato a cui una folgore istantanea dia la percezione della sua cecità, così un lampo di chiaroveggenza squarciò improvviso la tenebra in cui lo spirito della fanciulla era sommerso.

Fino a quest'istante ella aveva ignorato che ignorasse qualcosa: innocente di essere innocente, ignara della sua inconsapevolezza. Ma ecco che d'un tratto ella percepì di essere chiusa nel suo candore come in una prigione, avvolta dalla sua ingenuità come da una fitta nube, in cui disperatamente il suo spirito si dibatteva. L'istinto — folgore illuminatrice — aveva squarciato la sua notte, per rivelarle.... che cosa?

L'oscurità!

Colle mani strette alle tempia cercava di ragionare.

Aveva paura. Ma di che cosa?... L'oscura prescienza di un orrore ignoto le pareva più terribile di ogni altro terrore.

Aveva paura. Paura di questa gente. Ma perchè?

Non erano forse persone come tutte le altre? Persone ricche, persone vestite bene, persone affabili e sorridenti? Non erano già dei ladri che s'incontrano di notte per la strada, non già dei criminali feroci, o dei malati il cui contatto è letale.... Di che cosa, di che cosa dunque aveva essa questa paura insensata, frenetica?

Con tonante voce, l'Istinto, l'oscura guida, le rispose:

— _Fuggi!_

Fuggire! Sì, sì! fuggire! Prendere Leslie, chiuderla nelle sue braccia, trascinarla via!... Via? Dove? di notte, in questa immensa terribile città sconosciuta? Non importa! Via! via! nel buio, nella notte, nell'ignoto, ma via di qui.

Dabbasso qualcuno si era rimesso al pianoforte e suonava una gioconda barcarola di Schumann. Quella musica calmò per un attimo l'agitazione di Myosotis.

— Mio Dio! — pensò essa, — non è possibile che questa gente ci voglia trattenere contro la nostra volontà!... voglia obbligarci a restare per forza....

Pur mentre lo pensava cominciava a dubitarne.... e il terrore la riprese più forte.

— _Fuggite! fuggite_, — urlava il cieco Istinto, — _ponetevi in salvo! Gettatevi entrambe dall'alto di quel ponte sopra le nere acque del Tamigi...._ Questo è ancora salvarvi!

Ma come fuggire? Myosotis sentì che bisognava chiamar gente, invocare un aiuto dal di fuori.

Traversò precipitosa la stanza e andò a una delle grandi finestre davanti a cui pendevano, risplendenti e arabescate, le tende di broccato. Le scostò. E subito Myosotis si sentì riconfortata.

Pensò: Adesso passerà gente; io chiamerò e quelli si fermeranno. — «Cosa c'è?» — Venite, venite!... Salvateci! — «Salvarvi? Da chi? Da che cosa?»

E come avrebb'ella risposto?

Non importa. Bisognava aprire e chiamar gente.

Ma ecco che, scostata la tenda, si avvide che la finestra era saldamente chiusa da un'imposta, un'imposta quale Myosotis non ne aveva mai vedute; tutta d'un pezzo e interamente ricoperta da una spesso strato di feltro. Ella non vedeva nè come era chiusa, nè dove ne era il serrame. Cercò di scuotere l'imposta.... vi battè col pugno con quanta forza aveva, ma la sua mano cadeva senza alcun suono sulla spessa superficie felpata.

Myosotis si sentì mancare. Ma dunque.... erano veramente prigioniere, lei e Leslie! Ma dunque in questa camera, anche se avessero gridato e strepitato, nessuno dal di fuori le avrebbe udite? Nessuno sarebbe venuto in loro soccorso?

Fremendo, gemendo, mordendosi i pugni Myosotis corse all'altra finestra: era chiusa nello stesso modo. Allora si slanciò nella camera attigua — la camera color di rosa, la camera di Leslie....

E anche qui, dietro le tende di raso bianco a fiorami rosa, vi era la grande imposta ricoperta di feltro ed ermeticamente chiusa.

Allora Myosotis alzò le mani al cielo.... e si sentì morire.

Udì un passo, lieve, smorzato dal tappeto. Si volse e vide sulla soglia la cameriera, la vecchia cameriera dagli occhi di cane e di volpe....

Calma, corretta, composta, col suo grembiule bianco ricamato e la cuffietta candida sui capelli inargentati, chiese con voce ossequiosa:

— Posso aiutarla a vestire, signorina?

Myosotis non rispose. La guardò; le fissò in viso i suoi occhi terrorizzati; e la donna rispose a quello sguardo collo sguardo tranquillo di serva ben disciplinata.

Myosotis si guardò intorno, indi si avvicinò alla donna, si chinò verso di lei col volto terreo, colle labbra bianche, e sussurrò:

— Ho paura!

La donna non si mosse e non rispose.

— Ho paura! — ripetè Myosotis senza respiro.

Allora anche la donna si guardò intorno cauta, e, visto ch'erano sole, tentennò il capo.

— Poverina! — disse. — Lo capisco.

XXIX.

_Lo capiva!..._ Quella donna lo capiva!...

A Myosotis parve di non avere che in quell'istante conosciuto il terrore. In fondo al suo cuore aveva sperato che quella non la comprendesse; si aspettava che dicesse:

«Paura? Ma di che cosa?».

Ma la donna.... _aveva capito_.

Allora con un grido sommesso Myosotis le afferrò le mani, le vesti, aggrappandosi a lei convulsa. Ma subito la serva si divincolò dalla sua stretta, e indietreggiando verso l'uscio, coll'indice sulle labbra, fece cenno a Myosotis di tacere; indi sparì, rapida come un'ombra, dietro le tende che drappeggiavano la porta d'uscita sul corridoio.

Perchè, perchè era fuggita così?

Myosotis si volse e sulla soglia della camera rossa vide Neversol che la guardava.

Lungamente egli contemplò quella figuretta atterrita, come un serpente fissa l'occhio ipnotizzante sull'uccelletto che sarà sua preda. Indi con un sorriso si avanzò, tendendole ambo le mani.

Ma in quell'istante un grido, un grido stridente, acutissimo risuonò per la casa.

Era la voce di Leslie. Il cuore di Myosotis si fermò.

Con un balzo fu fuori della stanza e nel corridoio e giù per la scala. Ma più di lei fu rapido Neversol; la raggiunse sul pianerottolo e con una ferrea stretta sul braccio la fermò.

— Lasciate stare.... — diss'egli, ansando un poco, — lasciate stare!... Ormai.... è inutile!

Myosotis lo fissò sbalordita, con gli occhi sbarrati, colla bocca aperta.... non poteva parlare....

— Andiamo! tornate su, — disse lui, spingendola davanti a sè e forzandola a risalire qualche gradino.

Myosotis parve ubbidire, indi con uno strappo subitaneo che sembrava doverle rompere il braccio, si svincolò da lui e balzò giù per la scalinata. Come una freccia traversò l'anticamera, la sala da pranzo, e spalancò l'uscio del salone. Vide subito Leslie, seduta sul divano accanto a Lady Randolph.

Era appoggiata indietro tra i cuscini e aveva gli occhi socchiusi. La piccola bocca rosea era semiaperta, e il suo viso non esprimeva nè terrore nè angoscia. Myosotis vide che intorno alle narici e sulle labbra aveva qualche traccia di polvere bianca.

Perchè aveva gridato? E che cosa le avevano fatto per calmarla così? Myosotis rimase un istante immobile accanto all'uscio; poi s'avviò trepida verso la sorella fissando in quel viso di bambina assonnata i suoi sguardi esterrefatti.

Dormiva, Leslie? Dormiva?...

No. Tra le palpebre semiabbassate, le pallide iridi celesti guardavano Myosotis; la guardavano, senza luce, senza espressione.

Misericordioso Iddio! che cosa avevano fatto a Leslie?

Myosotis la chiamò per nome; ma quelle iridi pallide, quelle pupille velate non ebbero un tremito.

Fu Lady Randolph che rispose. Sollevandosi dai cuscini disse con voce aspra a Myosotis: — Lasciatela stare. È stanca. — E col suo braccio nudo e profumato cinse il collo della fanciulletta. A Myosotis parve di vedere la sorellina chiusa nelle spire di una mostruosa serpe bianca.

Si guardò intorno, frenetica; sentiva d'impazzire. Incontrò lo sguardo dell'uomo grigio, seduto sul divano dall'altro lato di Leslie; vide Totò al pianoforte colla testa rovesciata all'indietro che suonava come un sonnambulo, con un vago sorriso sulle labbra; e, chino sopra di lui, l'uomo dai capelli rossi che canticchiava.

E laggiù, fermo sulla porta, stava Neversol.

Allora nacque in lei l'astuzia, l'astuzia femminile.

Fissando lo sguardo su Neversol, tornò rapida e tremante a lui e gli toccò la mano con una lieve carezza della sua piccola mano diaccia.

— Chiamate Lady Randolph! — sussurrò. — Allontanatela da mia sorella.... ch'io possa parlarle....

Neversol le affondò negli occhi le sue cupe pupille.

— E poi?... Sarete buona?...

Myosotis rispose a quello sguardo col vergine sguardo celeste.

— E poi.... sarò buona, — disse.

Neversol traversò a lunghi passi la sala e senza indugio prese pel braccio Lady Randolph.

— Venite via. Ho da parlarvi, — disse.

Milady lo guardò, stupita, quasi non comprendendo, ed egli ripetè in tono perentorio la sua richiesta.

Lady Randolph, sciogliendosi da Leslie — che rimase immobile nel suo atteggiamento di torpore tra i cuscini — si alzò e seguì il giovane nella sala da pranzo.

Allora Myosotis corse ad afferrare le mani inerti della sorella; e le sentì molli e sudate.

— Leslie!... Leslie!

A sua meraviglia, subito la fanciulletta si raddrizzò come desta da un sogno.

— Cos'hai? cos'hai?... dormivi? — ansò Myosotis. — Rispondimi! Parla!

Leslie si rizzò, tutta lunga e flessuosa, con una strana mossa di leggerezza ed elasticità; e si guardò intorno con gli occhi brillanti. Poi d'un tratto fissò in volto la sorella:

— Andiamo via — disse.

Lo disse con voce così piana e strana che Myosotis credette di aver mal compreso.

— Andiamo via, — ripetè Leslie sempre con quell'aria fra l'allucinato e il sonnambulesco.

In quel momento Totò e l'uomo rosso, dal pianoforte si volsero a guardarle.

— Biondine, biondine! Cosa complottate — gridò l'uomo rosso. E rise.

E subito rise anche Leslie, d'un riso strano, d'un riso di bambina e di baccante.

Myosotis impietrita di stupore la guardò, ma ella non cessò di ridere anche quando i due uomini ebbero ripreso a far musica.

— Ma Leslie! Leslie!.... Non hai gridato? — ansò Myosotis. — T'ho pur sentito gridare?... Perchè?

— Perchè?...

Leslie aggrottò le ciglia cercando di raccogliere i suoi pensieri.

— Aspetta.... sì. Ho gridato, — balbettò, tremula e incoerente. — Volevo seguirti, ma lui.... — additando Totò — non ha voluto. Mi ha chiuso la bocca con una mano, e coll'altra.... mi ha fatto fiutare di quella polvere.... non so, mi ha chiuso la bocca.... soffocavo.... ho respirato.... e la polvere m'è entrata nelle narici.... Allora ho gridato....

Sempre collo sguardo vacuo e scintillante, Leslie si toccava la faccia, la fronte, la bocca.

— È strano.... ho qui un senso strano.... Non sento più niente.... come fosse tutto tramortito... — Fece qualche passo avanti, dei passi lunghi e lievi: — E poi, quando cammino.... non so.... mi pare di camminare sull'ovatta.... già! mi pare di camminare su tante morbide nuvole d'ovatta....

E rise di nuovo, con quel riso stravagante che a Myosotis gelava il sangue nelle vene.

— Leslie! Leslie! — singhiozzò quella; e le lagrime le sgorgarono dagli occhi.

Leslie si scosse. La vista di quel pianto parve ricondurla in sè. Improvvisamente si piegò verso Myosotis.

— Chiama aiuto! — disse con voce ansante, — chiama aiuto. Fa presto!

— No! Ti porto via con me, — esclamò Myosotis, disperata, tentando di trarla verso l'uscio.

— È inutile! è inutile.... Non mi lasciano uscire di qui! — sussurrò Leslie, febbrile e rapida. — Se a te riesce di uscire, va! Chiama aiuto!

Myosotis ristette un attimo a guardarla, indi si slanciò verso la porta della sala da pranzo; ma si trattenne a tempo ricordandosi che ivi si trovavano Neversol e Lady Randolph. Rapida e silenziosa tornò indietro e corse verso l'altra stanza, la stanza quasi buia dove stava sdraiato Dafne Howard.

Sulla soglia si volse ancora un attimo a riguardare Leslie. La fanciulletta pareva dormire, riversa nelle sue chiome sciolte che l'ammantavano di luce fino ai ginocchi.

Aveva gli occhi chiusi. E sorrideva.

XXX.

In un balzo Myosotis traversò quella stanza crepuscolare che l'oppio riempiva di un vapore denso e dolciastro, e, scansando la lunga figura supina, aprì l'uscio e si trovò in un corridoio che dava nella sala d'ingresso.

E là, nell'anticamera, seduta accanto al focolare, calma, corretta e composta, stava la vecchia cameriera, pronta ad aprire la porta agli illustri ospiti attesi.

Myosotis non pronunciò sillaba; cogli occhi stralunati, colle braccia tese come ad invocare da lei il silenzio, le passò dinanzi e strisciò, silenziosa come un'ombra, verso la porta d'ingresso. Con frenesia cercò la serratura....

La donna non si mosse; il suo sguardo acuto seguiva le movenze di quella figuretta brancolante intorno al chiavistello, poi i suoi occhi vagavano verso l'uscio socchiuso della sala da pranzo donde giungevano, in un sommesso mormorio, le voci di Lady Randolph e di Neversol.

Myosotis in preda a un terrore folle sentì che non poteva aprire la porta.

Allora ritraversò l'anticamera e cadde a ginocchi davanti a quella donna. Senza pronunciare una parola — per paura che la udissero! — la implorò, la scongiurò, afferrandole le mani, premendosele al cuore, agli occhi, alle labbra.... muta invocò Iddio e i Santi a commuoverla, a toccarle l'anima....