Naja tripudians

Part 6

Chapter 63,711 wordsPublic domain

Myosotis moveva silenziosa per la stanza aiutando Jessie a preparare il thè; ma Leslie sedeva languida e oziosa accanto al padre e poggiava la testolina lucente al braccio di lui, guardando muta nelle fiamme.

Pensava all'indomani; alle giornate di svago, alle serate di divertimento che l'attendevano nella lieta e immensa capitale; pensava anche al babbo, che sarebbe rimasto qui, solo, per tante lunghe giornate e tante malinconiche sere.... A quel pensiero strinse più forte al braccio paterno la guancia accaldata.

Il babbo non si mosse. Allora Leslie volse il viso e premette sulla manica della vecchia giacca color tabacco un bacio.

— Pensa, papà, — disse piano, — che per Natale saremo di nuovo qui.

— Sì, sì, — confermò Myosotis avvicinandosi anch'essa e cingendo col braccio il collo di suo padre; — per Natale saremo qui. — E si chinò a baciargli i capelli troppo presto imbiancati. — Staremo a Londra tutt'al più quindici giorni.

Il chiarore della lampada illuminava quella testa argentea tra le due testoline dorate; e la vecchia Jessie, nell'ombra, col vassoio da thè tra le mani, le guardò e sentì nel suo rigido petto fondersi di tenerezza il cuore.

— Sicuro! staremo tutt'al più quindici giorni, — fece eco Leslie.

— Sono anche troppi, — brontolò d'improvviso Jessie dal fondo della stanza. E con una nota spezzata nella voce, soggiunse: — La vostra mamma, se fosse qui, non vi lascerebbe andare.

A quella frase tutti e tre trasalirono e volsero alla vecchia i loro visi sbigottiti.

— Perchè dici questo? — chiese il dottor Harding con voce turbata. Il nome della morta era sacro, nè si pronunciava mai che nelle più rare e gravi occasioni.

— E perchè lo dici solo adesso? — soggiunse Myosotis in tono di rimprovero. — Sai bene che non faremmo mai una cosa che la mamma non avrebbe voluto.

— Non so.... mi è venuto in mente così, — mormorò la donna. — Mi pareva di vederla qui....

E tutt'a un tratto Jessie si mise a piangere.

Subito le furono tutt'e tre d'attorno, carezzandola e confortandola; ma ci volle del tempo prima che cessassero i suoi singhiozzi. Finalmente la vecchia si asciugò gli occhi col suo grembiale azzurro, e uscì.

Gli altri si strinsero più vicini l'uno all'altro accanto al fuoco, senza parlare.

XXI.

L'indomani la casa fu tutta in trambusto di buon'ora; il dottore, colle fanciulle e Miss Jones, salirono nel calesse ordinato la sera precedente all'alberghetto di Wild-Forest, e Jessie andò a cassetta col vetturino e la cappelliera e la valigia.

Faceva ciò che d'inverno in Inghilterra si chiama «bel tempo»; cioè, non diluviava e non soffiava una bufera; c'era semplicemente una nebbiolina grigia e umida diffusa su tutto, e in un punto del cielo si scorgeva un piccolo cerchio scialbamente rossastro, che, con molto ottimismo e fantasia, si poteva anche chiamare il sole.

Rabbrividendo un poco, la piccola Leslie, sullo scanno mobile accanto a suo padre, gli si strinse vicino e gli prese e tenne stretta la mano. Di fronte a loro sedevano Miss Jones e Myosotis; questa taceva, pallidina, cogli occhi rossi. Ma Miss Jones si diffondeva in un verboso soliloquio che nessuno ascoltava. Rievocava i suoi ricordi di Londra; alternando alla narrazione delle sue passate esperienze molte considerazioni di ordine generale e raccomandazioni svariate alle due fanciulle.

— Meno male che avete fatto fare da Miss Knox quei due vestiti di mussola rigata.... Badate di non metterli che la sera; e non mai sotto ai mantelli quando uscite di casa!.... A proposito — s'interruppe d'un tratto — non so precisamente in quale quartiere di Londra sia la casa di Lady Randolph Grey: non mi avete mai fatto vedere la sua lettera. Starà certamente nel West End; è vero?... In Park Lane, o Pont Street, dove abita tutta l'alta aristocrazia londinese.... potrebbe anche stare nel South Kensington, che è divenuto estremamente _fashionable_, dacchè la duchessa di Marlborough....

A questo punto Miss Jones si accorse che nessuno l'ascoltava. Ma non per questo si scoraggiò. Diede una scrollatina al braccio della silenziosa Myosotis:

— Sulla sua lettera che indirizzo c'era?

— Sulla lettera di chi? — chiese Myosotis, trasognata.

— Ma sulla lettera di Lady Randolph Grey!

— Non so.... Argyle Square — rispose la fanciulla.

— Argyle Square.... Dev'essere vicino a Bond-Street, se non erro — fece Miss Jones, sopra pensiero. — È nel centro della città; non è proprio nel West End. Mi pare strano.... Tuttavia, potrebbe essere l'indirizzo di un Club aristocratico; ce n'è molti nei dintorni di Bond-Street e di Duke Street....

Ma siccome nessuno la seguiva in queste sue considerazioni, nè pareva soverchiamente interessarsene, finì col tacere anche Miss Jones; e la lunga discesa alla piccola città di Westham fu fatta quasi in silenzio.

Arrivarono alla stazione appena a tempo; il treno era già annunciato. Lasciando Jessie e Miss Jones a guardia delle valigie, il dottore prese a braccetto una di qua, una di là, le sue due figliole e camminarono in su e in giù per la piattaforma.

Non si parlarono. Pareva non avessero nulla a dirsi nel momento di questa loro prima separazione.

— .... E non mi prendete freddo, — disse il padre alla fine, come se tutti gli altri suoi pensieri li avesse già detti ad alta voce.

Entrambe le tepide e fragili braccia strinsero il suo braccio, ed ambo le giovanili voci dissero:

— Stai tranquillo!

Ma ecco arrivare il treno; e ritornarono correndo presso Miss Jones e Jessie che già da un pezzo, brandendo valigia e cappelliera, li chiamavano con gesti agitati.

Allora, con un rapido bacio alle due donne e un lungo bacio al padre, le due sorelle salirono nel vagone; indi si affacciarono subito al finestrino.

— Mi raccomando, — ansò Miss Jones, levando verso di loro il viso magro e nervoso, — in società non siate nè timide nè stupidelle; spero, in qualità di vostra maestra, che non mi farete sfigurare!

Jessie si avvicinò cogli occhi rossi.

— Mangiate tutto ciò che vi ho messo nel cestino, — disse, tendendo la mano ossuta, che le fanciulle strinsero sporgendosi dal finestrino. E soggiunse con voce un po' tremante: — E dite ogni sera le vostre preghiere.

Il padre non disse nulla. Teneva fissi gli occhi su loro; e quando il treno si mise in moto anch'esse lo guardarono fisso e a lungo... finchè non lo videro più.

Poi sedettero al loro posto e per un pezzo non parlarono.

Ma a poco a poco, come il treno si affrettava pulsando e palpitando, anche nei loro giovani cuori tornò, con affrettato palpito, la gioia.

XXII.

Il treno rallentava per entrare nella stazione di Liverpool-Street e le due fanciulle si sporsero dal finestrino.

— Ecco lo chauffeur! — esclamò Leslie.

— Dove? dove?

— Là, accanto a quella signora.... quella coi capelli grigi.... vestita di nero.

— Si, sì, — disse Myosotis un po' nervosa. — Chi sarà quella signora?

— Ha l'aria molto aristocratica, — disse Leslie; — che sia la dama d'onore....

— Può darsi, — disse Myosotis. Indi soggiunse: — Ma non credo che quella verrebbe alla stazione.

Il treno si fermò; le fanciulle presero le loro valigie e scesero.

Lo chauffeur si avvicinò, salutò, e risalì in treno per prendere la cappelliera.

— Sono sole? — chiese poi, guardandosi in giro.

— Si, sì; sole, — disse Myosotis.

— Ah, — fece l'uomo, — credevo che forse le accompagnava il signor padre....

S'avviò rapido, portando valigie e cappelliera, verso la signora dai capelli grigi che s'era fermata in fondo alla piattaforma.

Myosotis e Leslie lo seguirono, correndo un poco.

Giunte presso alla sconosciuta le due fanciulle la guardarono con timido sorriso, in attesa del suo saluto.

Ma lo chauffeur le parlava.

— Sono sole, — disse.

— Ah! sono sole? — La signora sfiorò le sorelle collo sguardo. — Allora io me ne posso andare.

— Si, sì, — disse lo chauffeur, avviandosi verso l'uscita.

Anche la signora si mosse, camminando accanto a lui. Si volse un istante e di nuovo sfiorò collo sguardo le due ragazze senza far atto di salutarle. Poi, rivolta allo chauffeur, disse:

— Che Gaby non si metta nei pasticci!...

Lo chauffeur si strinse nelle spalle.

— Mah! Peggio per lei, — osservò.

E piantando in asso l'aristocratica signora dai capelli grigi, si avviò in fretta verso la grande automobile verde che, guardata da un commissionario, stazionava all'uscita sotto la tettoia.

Trotterellando dietro a lui le fanciulle non parlavano più. Myosotis si domandava perchè mai quella signora quando aveva saputo ch'erano sole, se ne era andata. Le pareva una ragione di più perch'ella restasse con loro e le accompagnasse. Vagamente si domandò anche chi poteva essere «Gaby», e in che sorta di pasticci stava per mettersi....

Ma lo chauffeur aveva caricato valigie e cappelliera sulla Rolls-Royce, ed ora teneva aperta la portiera perchè le due giovinette salissero. Entrarono nella sontuosa vettura e sedettero, sprofondando nei morbidi cuscini.

Lo chauffeur chiuse Io sportello, salì al suo posto, e via!...

.... Via, verso il turbinante cuore di Londra traverso le strade nere e affollate della City; via, lungo i neri meandri del Tamigi, e su pel sordido Cheapside e il formicolante Fleet Street e il brulicante Strand; via, oltre la grandiosa Trafalgar Square, e giù per l'interminabile Oxford Street e su per Regent Street e Langham Place... e fuori, verso i quartieri più aperti e lussuosi del West End. Via, costeggiando un parco immenso, e poi di nuovo il fiume, e poi un altro parco, via!...

Rombando e strombazzando, tossendo e abbaiando, l'automobile verde correva rapidissima, lasciandosi dietro una strada dopo l'altra, una piazza dopo l'altra.

Ora si susseguivano interminabili, uno identico all'altro, dei piazzali quadrati, ognuno con un giardino nel centro, e intorno le facciate delle case alte e solenni. Nel crepuscolo invernale — fosco e fuligginoso crepuscolo londinese — tutto si confondeva, grigio su grigio, ombra su ombra; le case, le strade, il cielo.... Tutto era plumbeo e livido. Pareva di correre senza posa e senza meta entro un mostruoso cinereo labirinto.

Le fanciulle dapprima si erano scambiate qualche parola, commentando la velocità della corsa, la folla di gente affaccendata, l'altezza dei grandi ponti lanciati sopra le nere acque del Tamigi.... e poi le innumerevoli e interminabili strade e piazze che tutte si assomigliavano e si confondevano, livide sotto la livida cappa del cielo; tutte identiche l'una all'altra, a tal punto che si aveva l'impressione di ritrovarsi continuamente là dove si era già stati....

Ma ora tacevano, guardando fuori, sbalordite, senza pensiero. Non si preoccupavano più nè dell'arrivo, nè dell'accoglienza che farebbe loro Lady Randolph. Non si preoccupavano più di nulla, non pensavano più a nulla, cullate e intontite dal celere movimento dell'automobile che le trasportava, atomi inerti in questa immensa metropoli, verso la meta sconosciuta.

Finalmente — e ormai tutt'intorno a loro si era chiusa, come una muraglia torbida, l'oscurità — l'automobile si fermò.

Myosotis, che aveva chiuso gli occhi, si drizzò di soprassalto.

— Ci siamo!

— Che gioia! — esclamò Leslie, ravviandosi i capelli.

XXIII.

Entrarono, un po' stanche, un po' pallide, un po' freddolose, in una immensa e sontuosa anticamera decorata di arazzi e tappeti orientali; in un antico gigantesco caminetto ardeva il fuoco; e in un angolo una grande pendola antica ritmava lento e forte il passare del tempo. Le due fanciulle si strinsero un po' più vicine l'una all'altra, sentendosi piccole e sperdute.

Il servitore che aveva aperto la porta prese i bagagli dallo chauffeur, richiuse a chiave e chiavistello la porta, indi sparì colle valigie entro un vasto e lungo corridoio.

Sullo scalone apparve una cameriera in veste nera e cuffia bianca. Le ragazze furono contente di vedere ch'era vecchia e aveva l'aria mite.

— Se le signorine vogliono salire prima di entrare al salone...? — disse con voce piana; e le attese, ferma sull'ultimo gradino del sontuoso scalone, tra due putti di marmo che reggevano dei maestosi candelabri accesi. Le fanciulle traversarono timide la vasta stanza e salirono dietro la cameriera; i loro passi affondavano senza rumore nel folto tappeto rosso.

Giunte al primo piano udirono dietro una grande porta socchiusa il suono di parecchie voci; erano voci gravi, mascoline.... Ma già la cameriera le precedeva verso il secondo piano, ed esse la seguirono silenziose.

— Ecco la sua stanza, — diss'ella a Myosotis, aprendo una porta e scostando, per lasciar entrare le fanciulle, una pesante portiera di velluto cremisi.

Le giovinette si guardarono intorno stupefatte nella luminosa camera rossa; sul tappeto vermiglio erano gettate delle grandi pelli d'orso; nel caminetto un gran fuoco illuminava vividamente la tappezzeria color rubino, l'immenso letto a baldacchino e le larghe e profonde poltrone e gli enormi cuscini di raso scarlatto buttati per terra davanti al focolare.

— Ma è una reggia! — mormorò Myosotis, meravigliata e intimidita.

La cameriera aveva traversato la camera, ed ora, facendo scorrere sugli anelli un'altra pesante portiera rossa, aprì una porta che comunicava colla camera vicina.

— E questa è la stanza della ragazzina, — disse, guardando Leslie.

Leslie, sorridendo a quell'appellativo, seguì la donna verso la camera attigua, ma giunta sul limitare si arrestò con un'esclamazione di meraviglia.

— Myosotis! guarda!

Allora anche Myosotis si affacciò alla soglia e si fermò stupita.

— Mio Dio! — disse Leslie inoltrandosi con passo trepido, — pare di entrare nel cuore di una rosa!

Difatti la camera era tutta a tinte digradanti dal rosa pallidissimo al rosa profondo. Dalla tappezzeria carnicina, quasi bianca, i mobili di broccato e il morbido tappeto andavano via via facendosi di tinta più vivida e incarnatina, fino al centro della stanza dove troneggiava regale il letto colle seriche coltri di un rosa vividissimo. Era la stanza di una principessa. Intorno, dei larghi specchi ne riflettevano e moltiplicavano all'infinito il rosato splendore. L'aria era tiepida e profumata di _white-rose_.

Le due sorelle non trovarono parole; e come la cameriera si era allontanata un momento — la udivano nella sala da bagno accanto, che faceva correre l'acqua — si abbracciarono in un trasporto di gioia e di commozione.

Ma già la donna tornava, e Myosotis, esitante, la interpellò.

— Non dovremmo subito andare a salutare Lady Randolph?

— No, — rispose la cameriera, — Milady ha detto che è meglio, poichè ci sono visite a pranzo, che loro si vestano prima di scendere.

Myosotis si turbò un poco. — Molte visite? — chiese timorosa.

— Cinque, — rispose laconica la donna, andando verso un grande armadio a specchio.

Myosotis e Leslie si guardarono. Che effetto farebbero in questo ambiente i loro vestitini di mussola rigata fatti da Miss Knox?

— E le nostre valigie?... — chiese Myosotis guardandosi intorno.

— Non occorreranno, — rispose la donna.

Aveva aperto un armadio ed ora ne toglieva — oh meraviglia! — due vesti, una veste di velo celeste per Myosotis, una veste di mussolina bianca per Leslie; e nel fondo dell'armadio si scorgevano allineate molte scarpette di raso di tutti i colori, e su uno scaffale nell'armadio vi erano ammonticchiate delle calze di seta variopinta, e su un altro scaffale della biancheria iridescente e diafana come se fosse fatta di nuvole e di schiuma.

— Ma come?... Ma per noi! — esclamò Myosotis, stupefatta.

— Sì, sì; per loro, — disse la vecchia.

Leslie, quasi incredula davanti a tante meraviglie, congiunse le mani in un piccolo singulto di gioia.

— Oh! se papà potesse vederci, come sarebbe felice!

E di nuovo abbracciò la sorella; e avrebbe abbracciato anche la cameriera se avesse osato.

Questa, all'ingenuo grido della fanciulla, si era voltata improvvisamente a guardarla; ed ora i suoi occhi piccoli e vividi — occhi timidi come quelli d'un cane e furbi come quelli di una volpe — andavano dall'una all'altra delle due figurette ridenti, che fino a quel momento non aveva degnato d'uno sguardo.

Myosotis notò quell'occhiata e, interpretandola a suo modo, arrossì e volle scusarsi.

— Noi viviamo in campagna, — disse; — la mia sorellina non ha mai visto tante belle cose. Veramente, — soggiunse, spinta dalla sincerità, — non ne ho mai viste neanch'io.

— Ah? — fece la donna; e la nota secca e sprezzante che prima aveva intimidito le fanciulle, non era più nella sua voce. — Vengono dalla campagna, loro? Credevo che vivessero qui in Londra.

— Mai più! — disse Myosotis ridendo, tuttavia un poco lusingata da quella supposizione. — Non ci siamo mai vedute fino ad oggi. È la prima volta che lasciamo casa nostra, — soggiunse. — Allora capirà.... tutte queste belle cose ci fanno quasi paura!

La vecchia non rispose. Crollò le spalle e si volse per uscire. Myosotis si meravigliò un poco di quell'atto; ma già, tutto qui era inaspettato e strano.

Sulla soglia la donna si fermò.

— Se hanno bisogno di qualche cosa, suonino. — Poi, ricordandosi di un'ordine ricevuto, soggiunse (e di nuovo la sua voce parve alle fanciulle aspra e ostile):

— Ha detto la signora che lei, signorina, si pettini come al solito; e che la piccola qui, lasci i capelli sciolti.

E uscì.

Le due sorelle si guardarono sbigottite; poi risero, a lungo e allegramente.

— Ci si prescrive la pettinatura! — disse Leslie; — par d'essere in collegio.

— Par d'essere in un sogno, — disse Myosotis. Indi rapidamente si svestirono.

Andarono nella sala da bagno e videro la vasca già piena d'acqua, tiepida, opalina e profumata. Una dopo l'altra vi tuffarono i loro giovani corpi dalle membra sottili, ridendo e chiacchierando.

— Se Miss Jones ci vedesse!... Se la buona Jessie vedesse questa stanza!... E papà!... Come sarebbe contento che ci trattano così, come delle principesse reali!

La parola «principessa» le fece pensare alla dama d'onore, e questo temperò alquanto la loro allegrezza.

Misero delle calze di seta bianca che parevano ragnatele, della biancheria così fine che pareva di non averne; poi si pettinarono secondo gli ordini ricevuti. E finalmente fu il momento squisito di indossare quelle vesti fantastiche, meravigliose.

Leslie ebbe presto fatto d'infilare la sua vesticciuola di mussola bianca, vaporosa, cortissima, con una cintura di raso bianco à la Russe, a metà della gonna.

— Mio Dio, — esclamò ella specchiandosi, — sembro una bambina!

— Già! — disse Myosotis, contemplando perplessa la figuretta deliziosamente infantile che le si parava dinanzi: — Devono averti creduta più giovane di quello che sei. — E soggiunse: — Sembri vestita per la prima comunione.

— Ma guarda! m'arriva appena ai ginocchi, — disse Leslie inarcando le bionde sopracciglia. — Per fortuna le calze e le scarpe sono perfette!

E fece un piccolo passo di danza, per gaiezza di cuore.

— Meno male che ha le maniche lunghe, — osservò Myosotis, — e quel collettino di pizzo. Insomma ti sta divinamente! — E abbracciò la sorellina. — Sai che così, tutta bianca, con quei capelli sciolti.... sembri «Fiorin di Neve» dei racconti delle fate!

Allora Leslie, confortata, rise e si rallegrò.

Ma quando si trattò di vestire Myosotis la cosa si fece più grave. La veste di velo celeste era così stranamente fatta, che non teneva che su una spalla; al posto della manica sinistra non vi era che una spallina di nastro affrancata con un mazzetto di rose. L'altro lato della veste scendeva, senza manica, lasciando scoperto il collo e l'omero e parte del petto. Poi mancava la sottana. Almeno così parve alle fanciulle; il drappeggio era così trasparente, che certo ci doveva essere anche una sottoveste....

La cercarono nell'armadio. Non c'era.

Allora si decisero a suonare il campanello.

Per un po' nessuno venne. Risuonarono. Allora sulla soglia apparve Lady Randolph Grey.

Era vestita di un abito verde smeraldo tutto coperto di pagliette d'argento, stretto come una guaina.

— Bene arrivate, bene arrivate, — disse sorridendo e squadrandole con occhi di falco. — Deliziose, deliziose!... — esclamò. Indi traendo a sè l'arrossente Leslie; — Questa pare uscita da un educandato di suore; da un asilo infantile! — E la baciò e le carezzò colla bianchissima mano i lunghi capelli dorati.

— Mi sembra.... temo.... di sembrare proprio una bambina, — disse Leslie un pò turbata.

— Difatti, difatti! — rise la bella dama. — E bada, se chiedono la tua età dirai che hai dodici anni.

Leslie sgranò gli occhi e si volse sbigottita a interrogare collo sguardo Myosotis.

— La ringraziamo tanto per queste bellissime vesti, — cominciò quella. — Ma potrebbe.... — soggiunse timidamente, — farmi portare la sottoveste e le maniche?

— Che maniche? Che sottoveste? — chiese Milady.

— Ma per quest'abito.... — spiegò Myosotis, ritta davanti alla sua ospite e stendendo le braccia esili e ignude; i ceruli drappeggiamenti velavano appena l'ingenuo corpo giovanile.

— La manica? La sottoveste? per questa toilette di Doucet? — Milady scoppiò in una risata. — E perchè non l'impermeabile e le soprascarpe? Ma, mia cara, siete divina così! Vedrete che cosa ne diranno i miei invitati.

— La dama d'onore della regina d'Olanda? — chiese trepida Myosotis.

Lady Randolph dette in un'altra risatina perlata. — Ma che! Quella era una storiella a tutto benefizio di vostro padre!

— Come! — esclamò Myosotis, smarrita, — Non è venuta quella signora?... E le sue due figlie?...

— Niente signora, niente figlie! — disse Milady, sempre ridendo colla testa all'indietro; e il collo ignudo le si gonfiava morbido e bianco come quello d'una colomba.

Myosotis si sentì mancare un poco il respiro.

— Del resto, troverete delle conoscenze — continuò Lady Randolph. — C'è Gerardo Neversol. C'è Totò.... ve lo ricordate Totò?... Si rallegrano tanto di vedervi. E poi, — soggiunse traendo a sè Leslie, — c'è un vecchio diplomatico che ama molto le buone e belle bambine come te; e c'è un americano, un pò sordo, ma milionario.... Insomma, un pranzo di gala. Andiamo, andiamo, fate presto!

Myosotis e Leslie si guardarono ancora, smarrite e trasognate. La voce di Milady si fece un pò più aspra.

— Fra dieci minuti suonerà il gong per il pranzo. — Prese per mano Leslie. — Tu, piccola, vieni con me. — E la trasse seco, esitante e ritrosa. Indi rivolta a Myosotis: — Vi aspettiamo nel salone al primo piano, — disse.

— Vieni, vieni presto! Non lasciarmi sola, — sussurrò Leslie, separandosi a malincuore dalla sorella.

— Andiamo, — ripetè Milady, con una nota metallica nella voce.

E Leslie la seguì.

XXIV.

Rimasta sola Myosotis si guardò intorno smarrita. Che cosa fare? Era impossibile, impossibile scendere così. Per quanto ne dicesse Lady Randolph, era impossibile! Se avesse avuto uno scialletto, una sciarpa.... avrebbe potuto coprire quella spalla nuda, il petto, il collo. Forse la cameriera gliene avrebbe portata una?... Ma restava ancora la gonna, la terribile gonna, diafana, trasparente che lasciava travedere ogni linea, ogni curva.... Impossibile! impossibile!

Myosotis si sentì alternatamente avvampare e gelare al pensiero di scendere in quella guisa; suonò il campanello per chiedere che le portassero le sue valigie.

Nessuno rispose. Nessuno venne.

E i minuti passavano; tra poco suonerebbe il gong.

Seguendo un impulso fanciullesco, un'abitudine presa fin da bambina nei momenti d'incertezza o d'ansia, Myosotis cadde a ginocchi. Nella sua impudica veste di tulle cerula, s'inginocchiò accanto al letto e chinò il viso tra le mani. Iddio l'avrebbe aiutata, Iddio l'avrebbe consigliata.

E pregò. Pregò: — Buon Dio, aiutatemi!... Ditemi voi come devo vestirmi per scendere in quel salone. Aiutatemi buon Dio!... Consigliatemi. Ispiratemi!

Rimase immobile, aspettando il consiglio, l'ispirazione.

Non venne.

Una porta da basso si aprì e si richiuse, lasciando sfuggire il rumore di voci e di risate maschili.

Lenta, triste, Myosotis si alzò d'in ginocchio, lo sguardo turbato fisso davanti a sè.