Part 5
— È strano, — disse Miss Jones, ferma sotto un portone, contando per la decima volta i pacchi, — prima ce ne mancavano tre; adesso ne abbiamo due di troppo.
Dopo molti calcoli e riflessioni e un gran tastare e pigiare e riaprire di pacchi, si trovò che difatti, dal banco del «_World's Emporium_» ne avevano portati via due che probabilmente appartenevano ad una signora che stava facendo delle compere accanto a loro.
Bisognò tornare indietro ancora una volta a quel negozio e riportarli con molte scuse e spiegazioni.
Esauste e snervate entrarono per far colazione in un democratico e affollato ristorante chiamato «A. B. C.», dove delle imperiose damigelle, con pettinature piramidali sormontate da piccolissime cuffie inamidate, passavano avanti e indietro con piatti e vassoi. Sedettero in un angolo, ma le signorine continuarono a passare, davanti al loro tavolo senza degnarsi di guardarle nè di ascoltare i loro timidi appelli. Dopo circa mezz'ora una di esse, che pareva la regina di Saba, si fermò al loro tavolo, porse un elaborato _menù_ e attese con sprezzante inarcar di sopracciglia e impaziente battito della punta d'un piede, la loro ordinazione. Questo le confuse a tal punto che finirono coll'ordinare in gran fretta dei cibi che detestavano; e Miss Jones rese vieppiù cupo ed affliggente il pasto con dettagliate e lugubri previsioni riguardanti il suo stomaco e la sua digestione.
Finito il lunch Miss Jones si accinse a raccogliere gli involti.
— Sarà ora di andare alla stazione, — disse. Ma Myosotis la trattenne. — No; lascieremo qui in consegna i pacchi. Abbiamo ancora una cosa da fare.
— Che cosa? — fece Miss Jones, ancora acidetta, ma alquanto placata da due tazze di thè e vari _plumcakes_.
— Adesso andiamo a fare una visita.
— Una visita? — esclamò Miss Jones. — Ma non conosciamo anima viva a Leeds!
— Si, sì, ne conosciamo una, — rise Myosotis, deliziosa sotto alla nuova «toque» con una ghirlandetta dei suoi fiori omonimi intorno al bordo, e con una cravatta «bleu Nattier» legata a fiocco sotto il largo colletto aperto. — Adesso andiamo a trovare.... la zia Marianna!
Miss Jones fece molte proteste ed obbiezioni. — Non le siamo state presentate.... non si può andare senza un permesso speciale in una redazione di giornale....
Ma Myosotis non si lasciò stornare dal suo proposito.
— È assolutamente indispensabile che io le domandi in che modo si deve salutare la dama d'onore di una regina. Vi saranno pure delle regole d'etichetta speciale!
Questo argomento convinse anche Miss Jones; e dopo aver consegnato, con raccomandazioni e mancia, i pacchi alla Regina di Saba, si informarono dell'indirizzo degli uffici del «Mondo e Focolare». Indi s'avviarono per le affollate vie di Leeds verso un alto e nero fabbricato torreggiante in fondo alla High Street.
— Non sappiamo neanche il vero nome di questa «zia Marianna», — brontolò Miss Jones. — E poi, andando così a domandar consiglio, certo bisognerà pagarla!
— Non credo, — fece Myosotis con un sorriso, pensando alla corrispondenza intima e tenera, scambiata tra lei e la buona amica sconosciuta.
Passando davanti ad un negozio di fiori Myosotis volle entrarvi; e ne uscì portando in mano un gran mazzo fragrante di delicate rose thee.
— Certo le farà piacere, — disse, volgendo a Miss Jones sopra le rose la dolce faccia ridente. — Forse, poverina, poichè è vecchia, nessuno pensa a regalarle dei fiori.
— Come fai a sapere che è vecchia? — chiese Miss Jones, con asprezza.
Ma Myosotis non rispose.
Arrivarono davanti al portone del giornale e, un pochino timide, entrarono nel cortile dove un autocarro stazionava, carico di enormi rotoli di carta. La macchina rotativa della stamperia faceva udire il suo rullo continuo ed assordante.
Spinsero una porta di vetro ed entrarono in un atrio. Miss Jones, affacciandosi a un finestrino dietro al quale lavoravano molte signorine, chiese:
— Si potrebbe parlare colla zia Marianna?
La signorina più vicina al finestrino rispose senza alzare gli occhi: — Redazione. Primo piano.
Salirono le scale oscure e strette e si trovarono davanti a un'altra porta di vetro: «Direzione e Redazione».
Seduto nell'anticamera un ragazzo con un berretto in testa portante la scritta: «Mondo e Focolare», stava leggendo un giornale illustrato e fumando un mozzicone di sigaretta. Anche lui, come la signorina, non alzò la testa al loro entrare.
Miss Jones ripetè la sua domanda:
— Si potrebbe parlare colla zia Marianna?
Soltanto allora il ragazzo — il tipico «_messenger-boy_» inglese — alzò la faccia pallida, sporca, e impertinente, e squadrò le visitatrici.
— Cosa volete? — chiese lui, senza togliersi di testa il berretto nè di bocca il mozzicone. — Non si lascia passar nessuno senza sapere che cosa vogliono.
Myosotis e Miss Jones si scambiarono uno sguardo. Impossibile dire a questo antipatico ragazzo: — Vogliamo sapere il modo corretto di salutare la dama d'onore della regina di Olanda.
Il ragazzo stette un poco a guardarle, poi guardò le rose in mano a Myosotis; indi, facendo a questa una smorfia che somigliava a una strizzatina d'occhio, disse:
— Potete scrivere qui i vostri nomi.... — E spinse verso di loro un foglietto di carta bianca non troppo pulita.
— Metterò io il mio nome, — disse la fanciulla. E china sul tavolo scrisse sul foglietto: — Myosotis. —
Indi, porgendolo al ragazzo, soggiunse:
— Dite alla signora che non la tratterremo che pochi istanti.
Stavolta non c'era da sbagliarsi; il ragazzo, con aria di burla, chiuse un occhio, poi gonfiò le guancie come se volesse scoppiare dalle risa.
— Lo dirò.... alla signora! — disse. E se ne andò sventolando il foglietto.
Rimase assente qualche minuto. Poi riapparve.
— Passate pure, — disse, e ancora facendo le viste di torcersi in silenziosa ilarità, riprese il suo posto e il suo giornale.
— Odiosa persona, — mormorò Miss Jones avviandosi per l'oscuro corridoio.
— Porta 7, — le gridò dietro il ragazzo.
Alla porta 7 Miss Jones bussò con molta decisione e risolutezza, poi entrò senza aspettare risposta.
Myosotis, timida, colle sue rose in mano, s'era fermata un poco indietro; ma d'un tratto pensò:
— La zia Marianna crederà che Miss Jones sia io! — Allora si avanzò rapida. Ed anche lei entrò dietro alla maestra.
Si trovò in un piccolo ufficio buio, colla finestra che dava su un muro annerito dal fumo e dagli anni. Ed ivi, davanti a una grande tavola ingombra di carte, sedeva un uomo.
Era un uomo sulla quarantina, largo di spalle, con una gran barba bruna. Egli teneva in mano il foglietto scritto da Myosotis, e contemplava Miss Jones con evidente stupefazione. Quella, traverso i suoi occhiali, lo contemplava con non minore sorpresa.
Dopo un momento di incertezza Miss Jones ripetè per la terza volta la sua domanda:
— Posso parlare colla zia Marianna?
Ora gli occhi di lui avevano oltrepassato Miss Jones, e si fermarono sulla figuretta nel vano della porta col suo mazzo di rose in mano. Un riso gli balenò negli occhi, e, alzandosi lentamente dal suo posto, disse:
— La zia Marianna sono io.
XVI.
Un silenzio esterreffatto seguì questa dichiarazione. Gli occhi di Myosotis, fissi su quel viso barbuto, si allargavano smisuratamente.... Egli vide quelle iridi balenare azzurrissime, poi con un rapido battere delle palpebre, velarsi subitamente di lagrime.
Erano lagrime di bruciante umiliazione. In un lampo tornarono alla mente di Myosotis le lettere ch'ella aveva scritto a quest'uomo, lettere puerili in cui gli aveva svelata tutta se stessa, in cui aveva descritto le sue intime sensazioni, in cui aveva persino descritto il colore dei suoi occhi e dei suoi capelli.... Tutti, tutti i suoi pensieri aveva detto a questo sconosciuto, credendo, di parlare ad un'amica, a una dolce donna dagli occhi profondi, dalla fronte serena sotto i capelli bianchi....
Un immenso rancore, quasi un senso d'odio, la invase; e colui che la guardava vide un pallore latteo salire lentamente a sbiancarle il viso delicato. E vedendola così pallida, colle sue rose in mano, un improvviso rimorso gli strinse il cuore.
Frattanto Miss Jones aveva ritrovato la favella.
— Ma come, — esclamava stupita, — è lei la persona che firma «zia Marianna?» Ma è possibile!... E come fa lei, un uomo, a intendersi di fronzoli e di fiocchi, di regole d'etichetta e di cosmetici?
Egli cessò di guardare Myosotis e si volse con cortesia verso Miss Jones. — Voglia accomodarsi, signora. — E additava una poltrona accanto al suo scrittoio; indi andò a prendere dal vano della finestra una seggiola e l'offerse a Myosotis. — La prego.... segga.
La fanciulla obbedì, come in sogno.
E come in sogno contemplò quell'uomo, alto, largo di spalle, dai folti, capelli ricciuti e un po' grigi, la fronte alta e sbarrata dalle sopracciglia dritte e nere come una spennellata d'inchiostro della china; e sotto a quelle nerissime sopracciglia due occhi chiari, infossati, taglienti....
Myosotis non udì nulla di ciò che Miss Jones gli diceva; la udì che rideva d'un riso un po' stridulo e affettato; finalmente vide che si alzava, che quell'uomo si alzava anch'egli; allora come un'automa ella pure si alzò. L'uomo le si avvicinò e chinando il capo dalla sua grande altezza le parlò.
— Lei deve perdonarmi — disse. — È da vent'anni che faccio la «zia Marianna», e, al principio, rispondendo alle sue lettere non pensavo affatto all'inganno. Poi le sue lettere mi piacquero tanto che.... non volevo che cessassero. Mi comprende? Mi perdona?
Ella non potè alzare gli occhi nè rispondere. Finalmente trovò un filo di voce per dire sommesso, con amaro rimprovero:
— Quella fotografia!...
Egli si avvicinò d'un passo. — È la fotografia di mia madre, — disse.
Un suono, una vibrazione nella sua voce, toccò qualche cosa nel cuore della fanciulla. Con subitaneo impulso ella tese verso lui la mano che teneva le rose.
— Allora... _è quella_ la mia amica! Porti le rose a lei.
Egli accettò il mazzo fragrante, senza rispondere, senza neppur ringraziare.
Miss Jones era già sulla porta e Myosotis la raggiunse.
Le due donne si ritrovarono nell'oscuro corridoio. Passarono davanti al ragazzo che leggeva e che non si mosse.
— Mio Dio! — esclamò Miss Jones appena furono in istrada, — che cosa fantastica! La zia Marianna, un uomo!... Chi mai l'avrebbe pensato! Probabilmente — soggiunse, — sarà molto povero, e non avrà trovato altro da fare.
— Già, — fece Myosotis ad occhi bassi.
E non disse altro.
D'improvviso Miss Jones si fermò.
— Giusto cielo! — esclamò, — abbiamo dimenticato di chiedergli come si deve salutare la dama d'onore della regina d'Olanda!
XVII.
«Signorina Myosotis,
«Lei deve perdonarmi. Non pensavo di vederla mai. Già, tra pochi giorni dovevo partire per la Scozia.... e, come ha detto lei, la Scozia è lontana....
«Le sue lettere, fin dalla prima, erano così deliziose! Non potevo non rispondere. E dopo, non ho più trovato il coraggio di disilluderla, nè di allontanare da me il suo affetto così dolce e fidente. E perchè avrei dovuto farlo?
«Non fu che ieri, vedendola impallidire, vedendo i suoi occhi riempirsi di lagrime, che ho capito di aver avuto torto, e mi sono pentito e vergognato come di una mala azione.
«Le ho detto che da vent'anni — cioè, dacchè dovetti lasciare l'accademia di pittura a Parigi per la morte di mio padre — lavoro per questo giornale. Vi compio le mansioni più svariate: sono il critico letterario e teatrale; sono il critico d'arte; e — dal giorno lontano in cui la prima ed autentica zia Marianna scappò col proto e con la cassa della redazione — sono la zia Marianna. Molte volte sono anche «Un fedele lettore», «Un abbonato che protesta», o «Un cittadino sdegnato», spinto a queste svariate attività dal buono ma tirannico direttore del giornale.
«Egli oggi assai si rammarica di veder partire nella mia persona quasi l'intero personale della sua redazione. Anche a me dispiace; ma faccio un passo avanti nel giornalismo: divento redattore-capo della Gazzetta d'Edimburgo.
«Mia madre, che è nativa di quella città, è felice di tornarvi.
«Ecco, signorina Myosotis, tutta la mia semplice biografia.
«Ed ora, se osassi, le chiederei un grande favore. — Oserò, tremando.
«Parto tra otto giorni. Vorrei prima di partire vederla ancora una volta; e vorrei che mi fosse concesso di scorgere per un solo istante la sorellina, la piccola Leslie, dai capelli biondi «come i raggi del sole e della luna misti insieme».... Vorrei portar via con me l'immagine sua accanto a quella di Myosotis....
«Non è la zia Marianna che lo chiede; è il critico d'arte — il pittore mancato — che vorrebbe portarvi via entrambe nella sua memoria come vi ha vedute nei suoi sogni: bionde come il miele, bionde come le primule, aureolate della vostra bianca giovinezza!...
«Il treno che mi porta verso la gelida Scozia passa dalla stazione di Westham — non lontano da Wild-Forest. Se scendessi, fra un treno e l'altro, potrei traversare le brughiere e giungere a Rose Cottage verso il mezzogiorno.
«Me lo permettete?
«Vedrò Leslie; saluterò vostro padre; dirò buon giorno alla vecchia Jessie.... (Come li conosco tutti traverso le vostre lettere!...)
«E dirò addio — addio per sempre! — a Myosotis».
«Laurence Wilmer».
XVIII.
Gli andarono incontro, le due sorelle, scendendo per la collina; le pallide luci autunnali avvolgevano il mondo di vaporosa bellezza.
Laurence Wilmer saliva dalla valle immersa nelle nebbie e nel grigiore; le due fanciulle scendevano a capo scoperto, tenendosi per mano, e sorridendogli da lungi. Intorno alle loro teste il sole del meriggio metteva una sfumatura di luce, un pulviscolo d'oro....
Egli le ricordò sempre così.
XIX.
Il dottor Harding fece assai buona accoglienza a Laurence Wilmer, e anche la temibile Jessie, messa al corrente di tutto, lo salutò con molti sorrisi.
Il dottore non volle che si parlasse di lasciarlo ripartire quella sera stessa, e gli fu preparata una cameretta gaia e imbiancata alla calce, da cui, per fargli posto, Jessie portò via molte provvigioni di mele, di pere e di cipolle.
La colazione fu assai allegra. La zia Marianna, come le fanciulle continuarono a chiamare il loro ospite, aveva molte cose divertenti da narrare riguardo alle sue molteplici attività giornalistiche. Parlò brevemente della sua giovinezza, dei suoi sogni d'arte troncati dalla morte di suo padre — tragica ed improvvisa morte che lasciava senza risorse la madre delicata e sofferente. Parlò delle sue speranze per l'avvenire.... quell'avvenire di cui, ormai, poteva dirsi sicuro....
Dati questi brevi ragguagli biografici, la zia Marianna non parlò più di sè, ma riuscì a far parlare tutti: la timida Myosotis, il riservato dottore, e Leslie, ridente e ritrosa. Anche la bisbetica Jessie, portando il caffè, si attardò a prender parte alla conversazione generale.
Dopo colazione le fanciulle lo condussero sull'aia a far conoscenza delle otto galline — gonfie e immobili pel freddo — e dei tre conigli bianchi e neri scampati alla truculenza di Whisky e di Soda e alla ferocia culinaria di Jessie....
Quindi gli venne presentato anche un piccolo maiale, convalescente dall'influenza, sdraiato sotto un mucchio di paglia dorata.
— È stato molto male, poverino, — sospirò Leslie colla sua dolce voce di colombella; — bisognava vederlo! Era tutto rosso per la febbre!... allora papà ha ordinato che gli si facessero due tagli nella coda, per cavargli il sangue.
— Sventurato! — disse Wilmer scotendo il capo con gravità.
— Sì, era terribile, — disse Leslie. — Figuratevi che i tagli glieli ha fatti Jessie, colle forbici. E lui gridava tanto che faceva star male tutti. Allora papà ha pregato Myosotis di suonare il pianoforte, perchè non si udissero quegli strilli.
La zia Marianna rise. — E che cosa ha suonato, signorina? — chiese, rivolto a Myosotis.
— L'inno reale, — disse Myosotis, tutta arrossente; e rise anche lei.
— Con molto pedale! — soggiunse Leslie.
Allora tutti risero; e il convalescente grugnì, rallegrato da quel piacevole suono.
In quell'istante passò accanto all'orecchio di Wilmer un insetto, volando con sonoro ronzio.
— Oh, guarda! un «fioralato!» — esclamò Leslie.
— Che cos'è? — domandò Wilmer.
— Ma, veramente, — spiegò Myosotis, — il loro nome giusto non lo sappiamo. Sono delle strane bestiole, che quando sono ferme sembrano dei fiorellini verdi. Perciò le chiamiamo così.
— Pensate, — disse Leslie, congiungendo infantilmente le mani in atto di pietà, — che non possono fare che un volo, uno solo! in tutta la loro vita! Appena hanno volato, muoiono.
— Già. — soggiunse Myosotis, volgendo a Wilmer gli sguardi luminosi: — le abbiamo tanto osservate: stanno dei giorni e dei giorni ferme, o quasi ferme, su un sasso o sul muro, come se pensassero: «Adesso.... dove volerò?», E si muovono appena, adagio, adagio, come piccoli bruchi senz'ali. Poi, d'improvviso si decidono e spiccano un gran volo!... E appena si posano, sono morte.
— Strano destino, — osservò Wilmer.
— Voi, — chiese Leslie, col suo dolce sorriso di bambina, — al loro posto che cosa fareste? Volereste? O stareste fermo per non morire?
Wilmer riflettè un istante.
— Credo che volerei subito, — dichiarò.
— Anche noi! — dissero insieme le due chiare voci giulive....
Oh, dolci, miti discorsi! A Wilmer pareva di tuffare lo spirito in una fresca fonte d'acqua montanina....
Il dottor Harding, da tanti anni esule volontario da ogni consorzio sociale, udendo quelle voci allegre uscì e si accompagnò a loro.
Un po' più tardi le fanciulle rientrarono in casa, chiamate dalla severa Jessie per qualche faccenduola domestica; ma i due uomini rimasero insieme a discorrere su molti e svariati argomenti.
Il dottore condusse Wilmer nel suo laboratorio e, lieto di avere un ascoltatore intelligente, gli espose ampiamente le sue teorie sulla profilassi e la cura della lebbra. L'enciclopedico giornalista che aveva una conoscenza superficiale anche degli argomenti prediletti dallo scienziato, s'interessò vivamente agli studi e alle esperienze di lui.
Con anche maggiore curiosità ascoltò le drammatiche narrazioni che il dottor Harding gli fece riguardo ai temibili serpenti velenosi dei tropici.
— Guardi — diceva il vecchio scienziato, curvo sopra una grande boccia di spirito che una enorme cobra riempiva dei suoi sinuosi avvolgimenti: — è questa la più formidabile e la più funesta delle colubridi; questa, la subdola e silente apportatrice di morte, dal bel nome femmineo: «_Naja Tripudians!_». Guardi che meravigliosa grazia sinuosa, che forma simmetrica, pura nelle sue curve come la voluta di un violino.... «_Naja Tripudians...._» — E la voce del dottore si attardò quasi con voluttà sulle sillabe che, nei ricordi, lo riportavano alla sua giovinezza nelle Indie, allorquando, invocato e adorato dagli indigeni come un dio, aveva creduto alla sua missione, aveva sognato di poter alleviare tante sofferenze, aveva sperato di liberare l'umanità da un mostruoso flagello....
— Ah! è questa la famosa Naja egiziana! — esclamò Wilmer chinandosi per meglio osservarla.
— Si, Naja Tripudians, — ripetè il dottore, — quel nome getta il panico nelle popolazioni dei tropici. Ricordo il caso di un negro ch'era stato morsicato da un rettile perfettamente innocuo, ma che, udendo pronunciare da un mio marinaio quel nome, morì quasi istantaneamente di terrore.
Wilmer Laurence, chino accanto al dottore, contemplava il sinistro rettile.
— Il primo effetto del veleno, — continuò Harding, — è uno strano senso di ubbriachezza; la vittima inciampa e traballa come se fosse ebbra. Poi ammutolisce, per paralisi della lingua e della laringe.... Finalmente cessa il respiro. E lo sventurato è morto. È morto; ma il suo cuore, strano a dirsi, batte ancora....
E il dottore prese allora a parlare degli studi e delle ricerche che da trent'anni gli riempivano spiritualmente l'esistenza; e quand'ebbe finito di parlare dei veleni ofidici, tornò ad enumerare i suoi esperimenti sui lebbrosi del Malabar.
D'un tratto si accorse che il suo interlocutore, pensieroso, non gli rispondeva.
— Forse l'annoio con queste disquisizioni, — fece il dottore con un piccolo sospiro. — È naturale che lei non si interessi soverchiamente a questi argomenti.
E si accinse a rimettere a posto ogni cosa per lasciare il laboratorio.
— No — protestò Wilmer, — non è questo. Non è questo che pensavo....
Il dottore chiuse a chiave la porta del laboratorio e si avviò, a fianco del suo ospite, per il viale del giardino, verso la casa. Davanti a loro Whisky e Soda si rincorrevano traverso le sfiorite aiuole stellate soltanto qua e là da margherite invernali, da asteri viola e pallidi crisantemi.
— Che cosa pensava? — chiese finalmente il dottore sostando a guardare i rami brulli e melanconici contro il grigiore del cielo.
— Pensavo, — disse Wilmer volgendo sul volto fine e stanco dello scienziato i suoi occhi vividi, — pensavo che mentre noi cerchiamo i rimedi alla lebbra e ai veleni di vipere in terre lontane, qui, nel nostro paese, qui, nelle nostre città, infierisce un morbo psichico, dilaga una infezione morale che contamina e corrompe tutto ciò che ci sta intorno. Pensavo, mentre lei parlava della Naja egiziana, alle vipere umane che amano mordere nelle carni pure, avvelenare le anime innocenti! Pensavo alle «naie» sociali delle nostre grandi città, di cui è tripudio il contaminare e corrompere ciò che ancora di candido, di sano e di sacro è nel mondo....
Il dottore si era fermato in mezzo al viale e contemplava il compagno cogli occhi ceruli un poco appannati; i suoi capelli bianchi e fini ondeggiavano, mossi dal freddo vento autunnale.
— Noi, — continuò Wilmer, — noi viviamo oggi in mezzo a questa lebbra morale e non ne temiamo il contagio; noi, ad ogni passo, sfioriamo un rettile umano che sprizza il tossico e la morte, e non lo distruggiamo, non gli schiacciamo la testa col piede. No. Passiamo oltre, cercando rimedio a tutti gli altri mali: alle infermità fisiche, alla miseria, alle rivoluzioni sociali, ad ogni guaio fisico e materiale.... Ma alla contaminazione dello spirito, alla cancrena dell'anima che in quest'epoca nefanda ci invade — chi porrà rimedio?... Questo io pensavo, dottore.
Si erano fermati in fondo al viale; il vento dell'est, freddo e rabbioso, faceva turbinare ai loro piedi le foglie morte dei roveri e degli ontani.
Il vecchio dottore ebbe un brivido.
— È triste ciò che voi dite, — mormorò.
Poi, rivolto verso il ponente (e giù, lontano, in fondo alla valle la nebbia si stendeva come una coltre sudicia sulle lontane città):
— Fa freddo, — disse. — Entriamo.
L'indomani all'alba Laurence Wilmer partì. Come egli stesso aveva messo per condizione, nessuno — eccetto la vecchia Jessie, che sempre si alzava all'alba — scese per salutarlo. Quando uscì dall'aia, pronto alla partenza, vide che le finestre della casetta erano ancora tutte chiuse.
Whisky e Soda sbucarono da sotto un gran mucchio di fieno, stirandosi, cogli occhi rossi, gli vennero incontro, scodinzolando, e lo accompagnarono per un tratto di strada, giù per la ripida discesa. Indi sparirono nella brughiera.
Ai suoi piedi il mondo dormiva, avviluppato nella nebbia.
Giunto all'ultima svolta, Wilmer si fermò e si volse indietro a guardare Rose Cottage, addossato alla collina. Il cancello era aperto sul giardino autunnale, coi suoi rosai spogli, i cespugli nudi, gli asteri e i crisantemi.
E Wilmer pensò che in primavera vi sarebbero le rose....
Sorrise a quel pensiero.
Indi si volse e riprese la strada ripida che scendeva nella vallata.
XX.
Era la vigilia della partenza per Londra.
La stanza raccolta e famigliare era illuminata dalla blanda luce della lampada e dagli sprazzi vividi del fuoco che ardeva nel caminetto.
Sul tavolo giacevano, negletti, i libri del dottore; i lavori delle fanciulle erano già piegati e riposti in un cassetto per rimanervi fino al giorno del loro ritorno.