Part 13
Per intendere questa celia vernacola, non basta sapere che il gatto mammone è una grossa scimmia; bisogna ricordare che _Gatto maimone_ si chiamò volgarmente, nel Medio Evo, un feroce corsaro, forse Gaid el Memun, saraceno di Spagna, che diede gran noia ai genovesi sul mare. L’assonanza del nome mutò facilmente l’uomo in bestia; la fantasia popolare, dopo che ebbe compiuto il prodigio, diede alla bestia un alloggio conveniente al passo della Lanterna, e finse che per entrare in Genova bisognasse pagare al _Gatto maimone_ un pedaggio; curioso pedaggio, che levava ai fanciulli di Liguria la voglia di andare alla metropoli, poichè si diceva loro che, prima di entrare in città, dovessero baciare quella brutta bestia; e non sulle gote, pur troppo.
Ora che avete inteso la mia spiegazione, sentite quella di padron Cabotto. Il vecchio lupo di mare (bisogna sempre dir così, quando si parla di un marinaio) si volse al capitano Tibaldè, che stava seduto a piè dell’albero, in mezzo ad un crocchio di ufficiali, e gli disse:
— Signor comandante, per guadagnare il porto di Genova, sarà necessario prendere una bordata in fuori. Ma, a dir le cose come stanno, con questa mareggiata, io non rispondo di nulla.
— Che pericolo ci vedete? — chiese il capitano Tibaldè.
— Eh, per dire le cose come stanno, ce ne vedo parecchi; quello, per esempio, di lasciarci la tela, e l’altro più grave, di farci spezzare la barra del timone. E allora come si governa? L’uomo in terra, il timone in mare, e Dio da per tutto. Ora, se il timone ci manca e Dio non ci assiste, mi par già di vedere questa povera feluca nella scogliera della Lanterna.
— Diamine! E che cosa proporreste di fare?
— Di agguantar Pegli, signor comandante; — rispose padron Cabotto. — A Pegli c’è buona spiaggia, e noi portando la _Santa Lucia_ un miglio più sotto, avremo anche meno contrasto di mare. Vede quel fortino laggiù, sulla destra del paese? Girato quello, si mette la prora in terra e il mare stesso ci porta. Che gliene pare?
— Fate quel che credete meglio; — disse il capitano Tibaldè. — Voi ne sapete più di noi. Mi rincresce soltanto di non poter andare a Genova.
— Capisco, ma come si fa? Per girar la punta della Lanterna, con questo tempaccio, e mettendo che ci riesca, ci vorranno due ore, fors’anche tre. Da Pegli, per la via di terra, in un’ora di marcia, si può arrivare in città, e senza pericolo.
— Vada per Pegli; — disse il capitano Tibaldè, con grande consolazione di tutti noi, che avevamo lo stomaco affranto e la testa intronata dal mal di mare.
Padron Cabotto non se lo fece dire due volte, e affrettò a dare i comandi per quel cambiamento di rotta. Tirato un bordo in alto, verso il Deserto di Sestri, la _Santa Lucia_ girò sul fianco verso sinistra, mettendo la prora tra il fortino di Pegli e la foce della Varenna.
La povera feluca ballò per un pezzo il trescone sui flutti; finalmente arrivò in acque meno sconvolte, ed entrata a ridosso del fortino, potè gittare il provese ai pescatori che si erano affollati sulla spiaggia.
— Avete fatto bene a prender terra; — dicevano tutti. — Questa notte vuol essere una tempesta da romper le ossa a più d’uno. —
Non era facile afferrare la spiaggia, con quelle ondate lunghe che coglievano la poppa del naviglio, facendolo girare di qua e di là, e allontanando ad ogni tratto il burchiello che i pescatori avevano messo in acqua per noi. L’operazione del trasbordo fu lunga e pericolosa parecchio, non essendo noi avvezzi a sostenerci in aria con le funi, mentre il mobile appoggio di uno schifo si sottraeva al nostro piede, proprio sul punto che eravamo per raggiungerlo. Come Dio volle, in un’ora di stenti, e dopo qualche tuffo a mezza vita nell’acqua, ci ritrovammo tutti sul lido, ma stanchi, rifiniti, più morti che vivi, così debole era in noi la volontà e così fioco il pensiero. Altro che andare a Genova! Era notte, del resto, e bisognava pensare a trovarci un ricovero.
— Povera gente! — dicevano i pescatori. — Dove alloggiarli? Hanno bisogno di confortarsi lo stomaco e di passare la notte al caldo.
— Al convento dei Cappuccini! — propose uno di loro. — Non c’è che il convento dei Cappuccini, che possa avere alloggio per tutti. —
Guidati da quei bravi Pegliesi, ci trascinammo al convento dei Cappuccini. Udito il caso e riconosciuto facilmente il nostro bisogno, quei frati ci accolsero con molta amorevolezza, ci condussero a riscaldarci presso una buona fiammata e ci prepararono un’ottima zuppa. Eravamo in venerdì e non poteva esser zuppa di brodo; ma a stomachi vuotati dal mal di mare e sorpresi dal freddo di quella serata tempestosa, non poteva apparir differenza tra la zuppa e il pancotto. Un bicchier di vino e sei ore di sonno sulla paglia finirono di restaurarci.
La mattina seguente, ci parve di esser tutt’altri da quelli della sera innanzi. Fatto quel po’ di pulizia che potevamo lassù, mangiato un tozzo di pane e bevuto un bicchier d’acqua, ringraziammo quei buoni Cappuccini e ci rimettemmo in viaggio. Passavamo per luoghi amenissimi, in mezzo a ville sontuose, che ci davano una prima idea della grandezza genovese. Multedo, Sestri, il Deserto, Corneliano, che pezzi di paradiso! Ma noi si correva come cani frustati; quelle delizie non erano per noi, poveri viandanti stranieri, che dovevamo recarci a Genova, per prendere la via del Piemonte, e pensavamo con angoscia ai pochi soldi rimasti nelle nostre tasche, insufficienti a farci vivere per mezza giornata.
Ma infine eravamo giovani; la fortuna non aveva l’obbligo di aiutarci? A Corneliano, proprio sull’estremo confine del paese, ci fermammo qualche minuto ad ammirare un gran palazzo giallo, il più grande che avessimo veduto mai, dopo il palazzo Reale di Torino. Un vecchio signore, che faceva la sua passeggiata mattutina nel piazzale, ci vide e si accostò al cancello per chiedere chi fossimo e se egli potesse servirci in qualche cosa.
Rispose per tutti noi il capitano Tibaldè. E lì, di discorso in discorso, il vecchio signore, che già aveva fatto aprire il cancello e ci aveva invitati ad entrare nella sua villa, venne a riconoscere nel nostro comandante il figlio d’un gentiluomo piemontese, da lui molto conosciuto a Torino.
— Molto belle ore ho passato in compagnia del conte di Rolasco; — diss’egli. — Quando sarete di ritorno a Torino, signor cavaliere, vogliate salutarlo a nome del marchese Durazzo. Per intanto, non sarà detto mai che tanti valorosi uomini siano passati davanti a casa mia, senza onorarla di una loro visita. —
E ci tirò dentro, con quel suo garbo signorile, e ci fece passare due ore bellissime. Noi ammirammo la sua villa principesca, che si stendeva per lunghi viali, fiancheggiati di querci, fino alla riva del mare e alla sponda destra della Polcevera; visitammo nel sontuoso palazzo una ricca biblioteca e una strana collezione di animali; da ultimo sedemmo alla tavola imbandita per noi, rendendo piena giustizia alla cucina, ed anche alla cantina dell’egregio marchese.
Le oneste accoglienze di casa Durazzo ci tornarono di buon augurio. Dice un vecchio proverbio che chi ride in venerdì piange in domenica. Noi, il venerdì, avevamo passato una cattivissima giornata. Il sabato incominciava bene; la domenica doveva esser magnifica.
Il degno gentiluomo volle ad ogni costo farci accompagnare a Genova da uno de’ suoi camerieri, per agevolarci l’entrata e servirci in ogni nostro bisogno. Sarebbe venuto egli stesso, se ragioni di famiglia non lo avessero trattenuto laggiù. Preso congedo da lui, ci avviammo per il bellissimo ponte della Polcevera, che quattro anni più tardi doveva acquistare una fama europea dalla capitolazione del generale Massena, e dopo un’altra passeggiata in mezzo ad alti cancelli di ville patrizie e di palazzi monumentali, giungemmo al passo della Lanterna, che la Serenissima Repubblica genovese non aveva mai voluto allargare, e che offriva allora l’aspetto di una viottola campestre. Forse i reggitori di Genova erano stati consigliati a ciò dalle ragioni della difesa militare, forse da quelle, non meno forti in anime liguri, del rispetto alle consuetudini antiche. E certamente le une e le altre concorrevano a produrre un effetto stupendo. Accessibile a stento per quella viottola, che in tempo di guerra poteva essere facilmente difesa e magari anche colmata, la città dominante di Liguria, coperta dalla balza rocciosa di San Benigno e dal balzo della Lanterna, appariva inespugnabile per i mezzi d’attacco di quei tempi. Inoltre, varcata quella stretta, senza pagare il favoloso pedaggio al gatto mammone, riuscivate alla porta vecchia della Lanterna, donde vi si parava davanti agli occhi la scena meravigliosa della grande città, disposta ad anfiteatro sulle colline, intorno allo specchio azzurro del suo porto, protetta da una vastissima cerchia di mura e di forti, e chiusa a levante dalla lunga collina d’Albaro.
La regina del Tirreno ci accolse con la cortesia tranquilla e maestosa che è sempre stata nelle sue consuetudini. I patrizi, poco amici dei re di Sardegna, che già qualche volta avevano tentato d’impadronirsi della vecchia repubblica oligarchica, ma niente affatto persuasi della libertà francese, che ancora sapeva di sangue e d’anarchia, vedevano volontieri i difensori di Cosseria, che avevano saputo resistere per due giorni al vincitore di Montenotte. Il popolo, già in parte guadagnato dalle nuove idee, ma sempre costante negli usi del vecchio reggimento, non poteva venir meno alla sua fama di schietta cordialità. I genovesi hanno il far largo, come tutti quelli che son nati signori. Mi si dice che qualche volta amino beccarsi tra loro, e, se la cosa e vera, si può dire che proseguono le tradizioni della loro medesima storia, e non copiano niente da nessuno. Ma è certo altresì che coi forastieri sono molto buoni e nobilmente liberali, secondo il vecchio costume. Non parlerò dei signori, di coloro che potevano usarci cortesia senza sforzo, e che diffatti ci furono larghi di generose profferte; dirò invece dei modesti abitanti di Prè, del Molo vecchio e d’altri quartieri popolari, ove tutti c’invitavano a gara, e volevano sempre condurci a bere, senza lasciarci metter mano alla tasca. È anche vero che nelle nostre borse noi avevamo frugato invano, e che presto ci avvezzammo a non fare neanche l’atto di cercare i quattrini. Ricordo che in una via stretta e popolosa, tra il piano di Sant’Andrea e la piazza di Sant’Agostino, mi ero fermato a guardare certe melarance di Sicilia, molto appariscenti e tali da far venire l’acquolina alla bocca. La fruttaiuola, giovine bella e cortese, rivolgendomi il discorso in italiano, mi offerse di scegliere nel suo canestro, e non fu contenta finchè non mi vide accettare almeno una coppia d’arance, le più vistose e le più colorite del colmo. Non chiesi il suo nome, per mandarle almeno un ringraziamento; non seppi più nulla di lei; ma ne ho sempre conservata una dolce memoria nell’anima. Se ci rivedremo un giorno nelle isole Esperidi, le dimostrerò tutta la mia gratitudine e fors’anche le potrò rendere la pariglia, spiccando per lei dall’albero più gelosamente custodito la ciocca più colorita e più fitta.
Ma io andrei troppo per le lunghe, se dovessi qui raccontarvi partitamente ogni atto cortese di quei nobili genovesi. Alcuni egregi cittadini, saputo che noi eravamo affatto sprovveduti di danaro, e che per mero impulso di gentilezza verso il generale Buonaparte avevamo proposto di restituirci in Piemonte per la via di Liguria, ci offersero ragguardevoli somme. Il capitano Tibaldè non volle accettare che il danaro strettamente necessario per il nostro viaggio da Genova a Torino, una quarantina di doppie, se non erro, che furono subito spartite fra tutti noi, e che il buon cavaliere Tibaldè e il conte Olignani s’impegnarono a restituire, a mala pena fossimo rimpatriati. Ma qui, per non averlo a dimenticare nel corso del racconto, soggiungerò che quella somma non ebbero a restituirla i due generosi ufficiali. Il re di Sardegna, saputa la cosa, si affrettò egli stesso a far rimborsare puntualmente il gentil genovese che l’aveva fornita, non senza aggiungere alla restituzione la testimonianza della sua gratitudine particolare.
Tre giorni dopo, eravamo a Torino. E là, consegnato al comando militare il protocollo della capitolazione di Cosseria, avemmo parole di lode, a noi più care di ogni ricompensa, e libertà di restituirci alle nostre case, poichè le condizioni della resa non ci permettevano di servire per un lungo spazio di tempo contro l’esercito repubblicano di Francia. Io partii subito per Mondovì, e là, nel seno della famiglia, tra le affettuose dimostrazioni dei congiunti e degli amici, mi consolai degli affanni patiti. Ma non di una pena più acerba, che mi durava nel profondo del cuore. Dopo una settimana di riposo, io non reggevo più dall’idea di star chiuso laggiù. Il mio spirito varcava i monti delle Langhe, scendeva alla marina, guizzava per le corsie di un ospedale, cercando una immagine cara, sperando una felicità che mi era tanto necessaria quanto più mi sfuggiva. Il tormento del desiderio mi divenne ben presto insopportabile. Un giorno, che fu il 28 aprile, corsa appena la voce dell’armistizio di Cherasco, mi presentai al comando francese di Mondovì, e chiesi ed ottenni un passaporto per Savona. Il giorno seguente ripassavo sotto le rovine di Cosseria, e non mi bastò l’animo di salire sulla costa memoranda, dove tanti valorosi dormivano il lungo sonno della morte.
I borghi di Carcare e di Altare ospitavano ancora molti feriti, francesi, piemontesi ed austriaci, ma la più parte convalescenti, e già in volta coi loro bastoncelli per le vie, sulle piazze, o lungo le poetiche rive della Bormida. Al tiepido soffio di primavera rinasceva la natura, e in mezzo al suo verde rifioriva la vita. Quello spettacolo mi parve di lieto augurio per la salute di Adriana, a cui sempre ricorreva il pensiero, sulle famose ali del desiderio.
Giunsi poco prima del mezzogiorno a Savona, col cuore pieno di speranza e di allegrezza. Ero in abiti civili, che dovevano rendermi irriconoscibile anche al cittadino Tiravia, se pure quell’alto personaggio avesse avuto tempo e voglia di osservare un povero sergente mio pari. Del resto, possedevo il mio bravo passaporto francese, e con esso mi presentai subito al comando di piazza. Il degno comandante, a cui esposi la mia qualità e il mio desiderio di visitare i feriti dell’ospedale di San Paolo, mi riconobbe tosto e volle sapere da me, insieme con le notizie dei miei compagni, tutti i particolari della piccola nostra odissèa. Egli, dal canto suo, mi raccontò di aver rimesso a posto il cittadino Tiravia. Il giorno dopo la scenata del porto, gli erano giunte parecchie compagnie di soldati da Nizza, ed egli, fatto forte da quel po’ di presidio, aveva mandato il troppo rumoroso rappresentante a dar rappresentazione altrove della sua dignità improvvisata.
— Noi vogliamo distribuire i benefizi della libertà a tutti i paesi d’Europa; — mi disse in quella occasione il bravo comandante; — ma in Francia, e dovunque, il tempo dei matti furiosi è finito. —
Ottenuto un permesso in iscritto, mi congedai da quel gentilissimo ufficiale, e corsi all’ospedale di San Paolo. Con che cuore mi accostassi a quel luogo, immaginatelo voi.
Il soldato di guardia vide il permesso del comandante e mi accennò la scala, che era in fondo al vestibolo. Feci i quindici o venti gradini in un attimo, e trovai sul pianerottolo un custode, che mi condusse dal capo infermiere, ultima autorità a cui dovevo presentarmi per essere introdotto nell’ospedale.
Il capo infermiere lesse il foglio del comando di piazza, e, mentre mi accennava di entrare nella sala di ricevimento, disse ad uno de’ suoi uomini che passava in quel punto dal pianerottolo:
— Scendete in giardino e chiamate madamigella Adriana. C’è qualcheduno che domanda di vederla.
— Come? — esclamai. — È già alzata?
— Sì, da quattro giorni; e ieri ha incominciato a fare qualche passeggiata in città.
— Ah, sia lodato il cielo! — gridai. — Ecco una guarigione miracolosa. —
Il capo infermiere non potè trattenersi dal ridere.
— Ignorate il meglio; — mi disse. — I francesi guariscono tutti, qua dentro. —
Non era il caso di ricordare che io ero piemontese, e che nell’ospedale di San Paolo ci potevano essere dei feriti piemontesi.
— E come va, questa faccenda? — domandai.
— La vittoria è una gran medichessa; — rispose il capo infermiere. — Si è potuto dire ai feriti che il generale Buonaparte marciava su Cherasco, di vittoria in vittoria, che il re di Sardegna aveva dovuto chiedere un armistizio, e le piaghe si sono cicatrizzate di prima intenzione. —
CAPITOLO XVII.
Scuola d’amore.
Il capo infermiere mi avrebbe sciorinata una teorica compiuta intorno alla influenza della vittoria sulla guarigione delle ferite, se non fosse stato interrotto dall’arrivo di Adriana.
Io riconobbi il passo leggiero e svelto di lei, che era giunta allora sul pianerottolo, e subito dopo udii la sua voce argentina.
— Chi mi chiama? — diceva ella al custode.
— Un giovane cittadino, che è venuto con un permesso del comando di piazza; — rispose il custode. — Forse è un parente, cittadina.
— Che! — replicò ella. — Io non aspetto parenti. —
Ed apparì allora nel vano dell’uscio, dove fu trattenuta dal capo infermiere che ritornava alle sue faccende.
— Buon giorno, cittadina; — le disse costui. — Si va di bene in meglio?
— Come vedete, Roland. Ieri ho fatta una lunga camminata verso il mare. Sono anche entrata in un bel giardino, dove mi hanno regalato un mazzo di fiori. Oggi, dopo la zuppa, ci ritorno. Fa così bene passeggiar tra le siepi fiorite!
— Benissimo! Fortificatevi, cittadina Adriana; — riprese il capo infermiere. — Vi lascio col vostro visitatore. —
Io la guardavo, tutto confuso e palpitante, cercando e non trovando la frase, con cui attaccare il discorso. Ero colpito in una nuova maniera dalla sua gentile figura, che mi pareva tutt’altra da quella che avevo veduta ed amata sul colmo di Cosseria. Era sempre Adriana, con le sue belle fattezze, co’ suoi capegli biondi, la sua voce melodiosa e i suoi moti vivaci; ma, dopo tanti giorni di separazione, mi era diventata quasi straniera, e mi pareva di vederla allora per la prima volta. Era più bianca dell’usato, e ciò si poteva intendere facilmente, pensando che non faceva più la vita faticosa del campo; ma il suo aspetto non aveva punto sofferto, o si era prontamente rifatto dei danni patiti. Portava il braccio sospeso al collo e la testa leggermente inclinata sull’omero; ma quel nuovo atteggiamento la rendeva più bella, le conferiva una grazia incantevole. I capegli, non più coperti da quella berretta di panno, piantata alla sgherra, che dava un’aria così bizzarra al suo volto giovanile, mostravano tutta la loro pompa luminosa di oro filato. Per dirvi ogni cosa in poche parole, la vivandiera del reggimento era sparita: restava la vergine, e, se volete, anche la viscontessa Adriana.
Io la vedevo benissimo, poichè ella, entrando nella sala, era colta in pieno dalla luce della finestra. Ma ella non vide in me che un profilo oscuro, poichè, rivolto verso di lei, davo le spalle alle luce.
— Non mi riconoscete più, madamigella Adriana? — le dissi, con voce tremante di commozione.
Ella si avanzò, guardandomi con gli occhi socchiusi, come se volesse accrescere in tal modo la sua potenza visiva. Inutile sforzo; io restavo un enigma vivente per lei. Allora mi avvicinai, tirandomi un poco da banda, per modo che la luce mi cogliesse nel viso, e soggiunsi:
— Ebbene, madamigella? Non riconoscete ora il sergente piemontese di Cosseria?
— Ah! — esclamò ella, sorridendo. — È vero. In quegli abiti borghesi non vi avrei più ravvisato. Che buon vento vi ha portato a Savona?
— Il desiderio di saper vostre nuove, signorina. Son proprio felice di vedervi ristabilita e di sentire che siete già andata fuori, a passeggio.
— Sicuro, e con che gusto! Mi pareva di rinascere. Ancora dieci giorni di questa vita, e ritorno al reggimento.
— Ancora? — esclamai.
— Che volete? È la famiglia; — mi rispose.
— La famiglia! In mezzo a tanti uomini più disposti a riconoscere la bellezza che a rispettarla!
— Non dite male dei miei compagni! — gridò ella, interrompendomi. — Nel reggimento mi amano e mi rispettano tutti egualmente. Non vi dirò che sui primi giorni fossero tutte rose; no, certo, ed io ho dovuto rimettere a posto più d’uno. Ma il soldato non ha che una brutalità superficiale; nel fondo è quasi sempre un buon ragazzo; risente della famiglia e delle sue oneste consuetudini, che ha lasciate da poco. Basta mostrargli di non voler essere per lui che una sorella, all’occorrenza una madre, e se ne fa quel che si vuole. Io amo il mio reggimento e ci sto bene; non ho più altro appoggio nel mondo e non voglio avere che quello. Se anche volessi cambiare, dove mi troverei più tranquilla e più sicura? Io lo domando a voi. —
Rimasi perplesso, non volendo andar contro alla sua opinione. Ma mi premeva egualmente di ricondurre la conversazione ad un argomento più intimo, e ripigliai, dopo un istante di pausa:
— Vi ricordate del giorno che ci siamo conosciuti?
— Certamente; — mi rispose. — Un gran giorno, e faceva anche un gran caldo.
— E allora, — soggiunsi, — voi mi davate del tu.
— Ah sì! — esclamò ella, mostrandomi in un’allegra risata due file di candidissimi denti. — Mi avviene spesso di passar sopra a certe cerimonie.
— Perchè non ci passate ancora?
— Ma... Non saprei, veramente. Non siete più soldato. A proposito, e come va che avete abbandonato il servizio?
— La capitolazione di Cosseria ha voluto così. Non posso più ritornare sotto le armi fino a che la mia parola non sia cambiata con quella di un sott’ufficiale francese, il quale si ritrovi nella mia stessa condizione. Ora, con l’andamento che ha preso la guerra, mi par difficile che un certo numero di francesi abbia a finire come noi di Cosseria. Per effetto di un semplice armistizio il generale Buonaparte è già diventato padrone delle nostre piazze forti.
— Quell’uomo farà molto cammino; — disse Adriana. — Purchè sia fedele alla libertà, come la fortuna è fedele a lui! —
La fortuna del generale Buonaparte e la causa della libertà mi premevano poco, in quel punto, e cercai un’altra volta di ravviare il discorso.
— Dunque, — ripresi, — voi siete risanata; questo è l’essenziale. Ero tanto in apprensione per voi!
— Perchè? Le palle piemontesi, come vedete, non fanno mica troppo male.
— Ah, maledetta palla! — gridai.
— Ecco un nobile sentimento; — diss’ella — Ma viene un po’ tardi!
— Cattiva! — mormorai, chinando la testa fin presso al suo braccio. — Siete sempre in collera con noi? —
Adriana levò la fronte e mi fissò addosso i suoi grandi occhi bianchi, che luccicavano come diamanti.
— Scommetto, — diss’ella, — che siete venuto per dirmi delle sciocchezze.
— No, davvero; — risposi.
— E allora, sentiamo, perchè siete venuto? —
Così dicendo, la bella Adriana fece l’atto di adagiarsi meglio sul canapè, e volse la faccia annoiata alla statua giallognola di un benefattore dell’ospedale, che decorava una gran nicchia, nella parete di rincontro.
Io avrei dato non so che, per essere quel gentiluomo di marmo e non sentire la ferita che quella sdegnosa domanda mi faceva nel cuore. Ma quella domanda, sdegnosa o no, mi era stata rivolta; io non ero di pietra, dovevo farmi forza, e rispondere.