Part 12
Il guaio, pur troppo, era questo, che io non potevo più muovermi di là, per correre all’ospedale di San Paolo. A tutta prima, non ascoltando che la voce del cuore, avevo chiesto licenza di escire; ma il cavalier Corte non durò fatica a dimostrarmi il pericolo grandissimo di andare da solo per via, in uniforme di soldato piemontese, dopo ciò che era avvenuto, e più la vergogna che sarebbe toccata a tutti loro, se mi fosse torto un capello. Ed era molto probabile che, se io cascavo nelle unghie di certa gente, mi si torcesse anche dell’altro.
— Caro mio, abbi pazienza; — conchiuse il capitano. — Bisogna escire tutti insieme, dalla locanda, e vedere il comandante di piazza, che ha una faccia da galantuomo. Poi, se sarà il caso di poter dare una scorsa all’ospedale, vedremo di appagare i voti del tuo tenero cuore.
— Ella ride, signor capitano; — risposi — Ma io....
— No, non rido; — riprese il cavalier Corte; — chiamo le cose col loro nome. Amare è una cosa naturalissima; innamorarsi in mezzo alle schioppettate è strano, ma non a dirittura impossibile. Credo perfino che sia il modo di innamorarsi davvero. Dorare a fuoco, sigillare a fuoco, non sono i modi riconosciuti, per rendere queste operazioni più salde? Eccoti dunque innamorato a fuoco, mio povero sergente! Ed ecco un messaggero che porterà notizie interessanti, anche per la tua impresa amatoria. —
Le ultime parole del cavalier Corte erano ispirate dall’apparizione di un soldato francese alla porta d’ingresso. Era un’ordinanza del comandante di piazza, e portava una lettera di lui al capitano Tibaldè.
Prese questi il foglio, lo aperse in fretta e vi diede una scorsa con gli occhi; poi lesse ad alta voce lo scritto.
Il degno comandante ci si mostrava abbastanza informato delle accoglienze toccate ai rappresentanti del popolo, ed anche delle parole insolenti che ci avevano fatto dare nei lumi. Soggiungeva la notizia, veramente poco piacevole, che il cittadino Tiravia percorreva la città, raccontando la cosa a modo suo, per metterci in mala vista, e spingeva quanto più poteva di gente alla Marina, dov’era il luogo d’imbarco, per aizzarla contro di noi. Disgraziatamente, il comandante di piazza non aveva una forza militare da opporgli; raccomandava ai cittadini assennati di concertarsi, d’intromettersi, di scongiurare il tumulto; frattanto, egli aveva fatto il proposito di unirsi a noi, risoluto di correre la nostra medesima sorte, per attestare in tal guisa che l’esercito francese non aveva preso parte in quella selvaggia imboscata. Conchiudeva, pregando il capitano Tibaldè d’indicargli l’ora della nostra partenza e di attenderlo per quell’ora all’albergo.
In verità, non si poteva procedere più nobilmente, e il capitano Tibaldè, commosso al pari di tutti noi, rispose subito a quel leale soldato che i piemontesi erano pronti fin d’allora a’ suoi ordini. L’ordinanza francese accettò un bicchiere del nostro vino, prese il viglietto del nostro comandante, e partì.
Non era più il caso di rimanere a tavola, ma di fare i nostri preparativi di partenza. Pagato lo scotto al locandiere, e la giunta dei danni arrecati al suo vasellame, ci restò appena tanto da pagare il nolo al padrone della feluca. A me, poi, non restava neanche più un ritaglio di tempo, per correre a San Paolo e dare un addio alla bella Adriana. Povero amor mio, sigillato a fuoco! Bisognava escir tutti insieme dalla locanda, andar serrati in colonna attraverso le vie della città, in mezzo ad un popolo ostile, ad una plebe aizzata contro di noi, fors’anche metter mano alle armi, e darne e buscarne, prima di raggiungere la calata del porto. Ero tutto stizzito, avevo un diavolo per occhio. Se fossi stato io il comandante, prima di andare al luogo d’imbarco, si sarebbe fatta una conversione a destra, fino a San Paolo, anche a risico di farci tagliare a pezzi sull’uscio dell’ospedale. Tanto, non c’era il pericolo di andarci egualmente, per farci rammendare gli strappi?
Mentre stavamo per infilar le tracolle e per mettere i cinturoni al fianco, secondo i nostri gradi rispettivi, venne il comandante francese, e fu accolto da noi con tutto il rispetto di cui era degno. Il capitano Tibaldè voleva raccontargli l’accaduto e dimostrargli come noi, irritati dalla strana pretesa del cittadino rappresentante, e provocati dalle sue impertinenze, meritassimo davvero quella protezione che il valoroso soldato di Francia era venuto così nobilmente ad offrirci.
— So tutto; — diss’egli, senza lasciarlo parlare; — un galantuomo, che per ragione d’ufficio aveva dovuto trovarsi nella comitiva del cittadino Tiravia, mi ha riferito ogni cosa. Ad un passaporto del generale Buonaparte e ad una capitolazione come la vostra, si ardisce di fare delle restrizioni? Ma io avrei voluto che foste tutti emigrati francesi, scambio di essere ufficiali del Piemonte. Che ci hanno da veder loro, in queste faccende? Il generale in capo dell’esercito d’Italia rappresenta qui il governo della Repubblica; dove egli dice «lasciate passare», a noi non resta che di presentare le armi. E poi, le insolenze non si sopportano, che diavolo! Avete fatto, bene; io, nel caso vostro, non mi sarei diportato altrimenti. Dunque, eccomi qua. Non ho forze disponibili per proteggere il vostro imbarco. L’ultimo battaglione che era in città l’ho avviato ieri a Cadibona. Qui non è rimasto che il numero d’uomini necessario per ricevere i feriti e provvedere alle sussistenze. Bella condizione, per un comandante di piazza, non è vero? Ma niente paura; si va egualmente alla marina e vi si mette a bordo. Un soldato francese è sempre abbastanza provveduto, quando ha la spada per compagnia e l’onore per guida. —
Parole stupende, e che non erano quelle di un millantatore! Il degno uffiziale sostenne le sue nobili promesse coi fatti.
— Siamo ai vostri ordini, comandante; — disse allora il capitano Tibaldè.
— Andiamo, dunque; — ripigliò prontamente il francese. — Ho già mandato avviso al padrone del legno di tenersi pronto a partire. —
In fondo alla scala il capitano Tibaldè si volse a noi, per farci un’utile raccomandazione.
— Amici miei, non facciamo bravate, vi prego. Andiamo tranquilli e modesti, come pacifici borghesi a passeggio. Ci guardino pure in cagnesco; purchè non c’impediscano il cammino, noi dobbiamo andare per i fatti nostri, senza voltarci di qua o di là a raccogliere le ingiurie, a restituire le provocazioni. Siamo intesi?
— Non dubiti, capitano! — rispondemmo. — Sarà obbedito qui, come in piazza d’armi.
— E come a Cosseria; — soggiunse egli, tentennando malinconicamente la testa, al fresco e doloroso ricordo di una nobile sventura.
Esciti sulla strada, incontrammo un gran numero di cittadini al largo della Concezione. Ma erano curiosi e non mostravano intenzioni ostili. Quasi tutti salutarono con molta urbanità il comandante francese, che procedeva a capo della nostra colonna.
Così uniti, e rispettati da tutti, ci avviammo alla porta di San Giovanni. A que’ tempi non era ancora scavata nel fianco grigio di Monticello la breve galleria che mette oggi speditamente dal Fosso alla Marina; e noi, per giungere al luogo d’imbarco, dovevamo attraversare la città.
Sotto l’arco della porta era una sentinella francese, che presentò le armi. Otto o dieci soldati di diversi corpi venivano incontro a noi; e, dopo averci fatto ala come tutti gli altri curiosi, ritornavano sui loro passi, in apparenza per seguitar la corrente, nel fatto poi per custodirci le spalle. Il comandante, pover’uomo, non aveva sotto la mano tanto di forze da comporre un drappello di scorta; ma si era affrettato a far correre la voce nell’ospedale, nel deposito delle sussistenze e dovunque fossero soldati suoi, che avrebbe vedute volentieri le uniformi francesi per le vie, nell’ora in cui dovevano passare i difensori di Cosseria, avviati al luogo d’imbarco.
I soldati avevano capito a volo; a taluni era giunto anche all’orecchio qualche cenno del tafferuglio avvenuto alla locanda della Posta. Perciò accorrevano tutti alla spicciolata, stavano a vederci passare e si collocavano tosto alla coda del cortèo, segnando il passo, come fanno i ragazzi dietro ai concerti militari, e senza aver l’aria di venire in nostro sostegno.
Per altro, anche quella incominciava a parermi una precauzione inutile del comandante di piazza. Lungo la strada di San Domenico molta gente si affacciava sugli usci delle botteghe, per vederci passare, ma non c’era alcun segno di fermento nel popolo. All’angolo dell’Annunziata, dove io mandai un’occhiata ed un sospiro verso l’ospedale di San Paolo, stavano in fila quindici o venti cittadini, che non mostravano affatto intenzioni ostili a noi, e che anzi salutarono cortesemente il bravo ufficiale francese. Nella Fossavaria, lunga e stretta contrada, tutta fiancheggiata di bei palazzi antichi, che avrebbero guadagnato un tanto ad essere cinque metri più indietro, la popolazione si vedeva pigiata nel vano degli usci, sulle soglie delle botteghe, ai davanzali delle finestre, in atto di guardare, ma senza alcuna voglia di gridare contro di noi. Quella era, insomma, la gentil Savona, la colta e garbata città che voi conoscete, e «del ligustico mar gemma seconda» come l’hanno chiamata pochi anni fa in un sonetto, stampato, se non m’inganno, per l’inaugurazione della sua civica biblioteca.
— Guardate che disdetta! — andavo borbottando tra i denti. — Se non erano le paure di questo comandante, potevo andare a San Paolo ed esser già di ritorno. Addio, bella Adriana! —
A San Francesco, nobile quadrivio della vecchia Savona, fummo salutati da un gran numero di persone civili, che si mossero volonterose e fecero schiera con noi. Così rinforzati scendemmo verso la piazza Colombo, o della Canapa, come più comunemente si dice, che ha da un lato il palazzo della Dogana e nel fondo la calata del porto, con la sua selva di antenne.
Laggiù c’era calca di popolo minuto; di laggiù venivano voci minacciose.
— Ci siamo! — disse il capitano Corte, voltandosi a noi, che chiudevamo la marcia. — Amici stringete il passo, e andiamo in colonna serrata. —
Al nostro apparire sul largo della calata, crebbero le grida e incominciò a volare qualche sasso. Ci fermammo, vedendo fermarsi il comandante di piazza. Ma questi, facendo una conversione a destra che noi non dovevamo seguitare, andò risolutamente incontro ai rivoltosi.
— Cittadini! — gridò egli severo. — Lasciate passare i soldati piemontesi. Essi hanno fatto bravamente e lealmente il loro dovere; fino a tanto che non siano restituiti alle loro case, sono affidati alla guardia della Repubblica francese. —
La moltitudine si era fermata, non comprendendo bene la lingua del comandante di piazza, ma intendendo benissimo che egli non amava punto la sassaiuola.
Uno, per altro, non la intendeva così, ed era per l’appunto quegli che aveva condotto laggiù tanta gente, incitandola contro di noi. Al viso enfiato e ancora sanguinante dalla rottura del piatto che gli aveva scagliato il conte Olignani, riconoscemmo il cittadino Tiravia.
Anch’egli si fece avanti baldanzoso, e così ribattè le nobili parole del comandante di piazza:
— La Repubblica francese non protegge gli emigrati, e non si lascia insultare dai loro amici. Essa protegge i buoni patrioti e dà loro facoltà di vendicare gli oltraggi ricevuti.
— Che discorso è questo? — replicò il comandante inasprito. — Chi parla in nome della repubblica francese? Essa, per il momento, in Savona, è rappresentata da me. Vi comando di rispettarla.
— Noi vi rispettiamo, cittadino comandante; — rispose quell’altro. — Vogliamo dare una lezione agli ufficialetti del Piemonte, agli aristocratici, ai degni puntelli della tirannide. Voi non avete sofferto, come noi, delle loro angherie.
— Come voi e più di voi ha sofferto la Francia, e si è lealmente vendicata; — disse il comandante. — Lasciate a lei la cura di far giustizia anche in Italia. E per ora, indietro! —
Così dicendo, il comandante si volse a noi, per invitarci a seguirlo sulla calata. Ma le grida della moltitudine ripigliarono allora più forti, volarono i sassi da capo, e qualcheduno dei gentili cittadini che ci accompagnavano ne fu sconciamente ferito.
Avremmo sopportato, se non si fosse trattato che di noi; ma non volevamo che un atto di umanità costasse la vita a tante brave persone. Perciò, vedendo che quei furiosi si serravano addosso alla nostra piccola schiera, tentando di romperla a di prenderla in mezzo, mettemmo mano alle sciabole, alle baionette, e caricammo all’arma bianca, come avremmo fatto un’ultima volta a Cosseria, se ancora fossimo stati lassù, e non al punto d’imbarco.
La moltitudine, che il cittadino Tiravia ci aveva aizzato contro, era quasi tutta di ragazzi. E questi, com’erano i primi ad attaccare, così furono i primi a dare indietro, a fuggire, rovesciandosi sulle ultime file e trascinandole nella loro medesima fuga. Contento di quella dimostrazione, e vedendo il cittadino Tiravia che fuggiva più presto degli altri, il comandante di piazza collocò tra noi e quella gente i soldati francesi che ci avevano seguitati, e ci condusse speditamente alla feluca, il cui capo di banda, molto basso, si appoggiava alla calata e poteva essere facilmente scavalcato.
Quella operazione durò forse un minuto. La folla se ne avvide, mentre si stava riordinando più lungi, e volle ritornare all’assalto.
I cortesi cittadini, che ci avevano accompagnati fin là, si erano intromessi, e con le loro esortazioni tentavano di calmare quell’energumeno Tiravia. Ma, egli che oramai non temeva più una seconda carica all’arme bianca, respinse ogni mite consiglio, e la folla incitata da lui alla riscossa, rovesciò quelle brave persone che cercavano di frenarla, soverchiò i pochi soldati francesi che avevano fatto argine ad una certa distanza dal punto d’imbarco, e venne ad assaltarci più inferocita che mai.
La feluca di padron Cabotto aveva sciolto il provese. I marinai poggiarono forte coi remi contro gli orli della calata, e quella spinta gagliarda bastò perchè il nostro legno, che era leggerissimo e pescava assai poco, si allontanasse di lancio una diecina di metri.
Il cittadino Tiravia doveva appiccare la sua voglia all’arpione. La moltitudine inviperita seguitava a vociare, a mostrarci i pugni, a scagliarci improperii e sassate. Ma la gran vela latina incominciava a prendere il vento e secondava il lavoro dei remi lunghi, usati a gran forza da quattro marinai, per condurre il legno sulla imboccatura del porto. I furibondi non potevano nulla contro di noi, e il comandante di piazza, ritto ed impavido sul ciglio della Marinella, ci salutava con la mano, augurandoci il buon viaggio.
Tutto ad un tratto vedemmo un lampeggio sulla riva, e cinque o sei palle fischiarono in aria. Erano i meglio armati della folla, che scaricavano contro di noi le loro pistole. Ma essi avevano mirato troppo alto, e i loro colpi non ci cagionarono maggior male delle loro imprecazioni.
Avanti la feluca! Avevamo oltrepassata la gran torre del porto, e salutata la bella immagine del Tempo, dipinta a buon fresco sotto la sua merlatura. Pochi minuti dopo eravamo in vista di Albissola, e, serrando il vento, che spirava piuttosto gagliardo da tramontana, andammo a forza di vele sotto il capo di Celle.
CAPITOLO XVI.
Piccola Odissea.
Padron Cabotto, armatore e comandante della feluca su cui avevamo preso imbarco, era un vecchio lupo di mare, che da cinquant’anni almeno batteva la costa. Qualche volta si spingeva da levante fino a Viareggio, qualche altra da ponente fino a San Remo, ma per solito andava a Genova, carico di terraglie savonesi, o di pentole d’Albissola. Faceva insomma il piccolo cabotaggio, ignorando probabilmente la relazione etimologica che esisteva tra il suo nome e l’ufficio, ignorando sopra tutto di appartenere ad una stirpe di famosi navigatori, che l’Inghilterra e la Francia si attribuivano a gara.
Vecchio ed amico delle vecchie istituzioni, che non gli avevano mai proibito di navigare con ogni vento, nè di apprender voti o regalar libbre di cera a Santa Lucia, patrona del suo legno e guardiana del porto di Savona, padron Cabotto non poteva veder di buon occhio i furibondi che ci avevano data la caccia, e li chiamava liberamente mascalzoni, non risparmiando al rappresentante del popolo il nome di affamato, ma soggiungendo o premettendo sempre la formola rispettosa: «con loro buona licenza.» Ne ridevamo, noi altri, ignorando dal canto nostro che quel titolo di affamato lo regalavano allora gli abitanti della marina ai loro vicini e consanguinei d’oltre Appennino; donde la necessità di chiederci scusa, ogni volta che gli veniva in taglio di applicare il solito dispregiativo al cittadino Tiravia.
Gentilissimo con noi, padron Cabotto ci offerse di assaggiare il cappone di galera, strana vivanda di biscotto inzuppato con olio ed aceto, a cui si mescolavano capperi, acciughe ed olive in salamoia. Era il piatto dei marinai, che s’alternava allora con lo stoccafisso nei due pasti quotidiani di bordo, e a noi parve detestabile senz’altro, forse perchè gli mancava il condimento della fame di Cosseria, e noi eravamo caldi caldi di un buon pranzo alla locanda della Posta.
Il qual pranzo.... Ahimè, come debbo io esprimermi, per farvi intendere tutti gli affanni e le angosce che ci costò prima di sera? Tranne il cavalier Buonadonna, isolano di Corsica, eravamo tutti piemontesi, cioè nati dentro terra, e quelle onde verdastre che non istavano mai ferme, se ci avevano rallegrati da principio come una graziosa novità, riuscivano poi ad intronarci la testa e da ultimo a rivoltarci lo stomaco. Aggiungete che con quel battere continuo dei marosi contro il fianco del naviglio non potevamo tenerci ritti in coperta, e che quando eravamo sdraiati ci pareva di tornar bambini in fasce e di essere cullati dalla balia.
Io, come permettevano le fisiche sofferenze, mi rifacevo spesso alle sofferenze morali, e pensavo alla bella Adriana. L’avevo perduta, irremissibilmente perduta, e dopo aver tanto lavorato, con arte sopraffina, per ravvicinarmi a lei! Perchè, veramente, quell’alzata d’ingegno del viaggio a Savona era stata mia, e tanta scaltrezza e tanta fortuna, senza giovare a me, erano tornate a danno di tutti. Avevamo corso il rischio di farci accoppare per le vie di Savona, e là, su quel mobile elemento, sostenevamo una nuova battaglia, di cui doveva soffrire il nostro stomaco, ma più ancora il nostro orgoglio militare, davanti ai quattro marinai della feluca, i quali andavano da poppa a prora e tornavano da prora a poppa, dondolandosi sulle gambe inarcate e non perdendo mai il loro centro di gravità.
Adriana! Adriana! La _Santa Lucia_, girato il capo di Celle e oltrepassata la spiaggia di Verazze, costeggiava le balze rocciose e biancastre d’Invrea. Non si vedeva più, come prima, nereggiare da ponente la fortezza di Savona, e a me, sparito appena dall’orizzonte il profilo di quel vecchio castello, pareva di essere spiccato per sempre dalla donna dei miei pensieri, di affondarmi nelle regioni iperboree, di andare agli antipodi, in un mondo senza luce, senza calore, senz’aria.
Frattanto, alla tramontana fresca rispondeva un vento gagliardo di mezzogiorno, contrasto non raro nel golfo ligustico: e il mare, di agitato che era sul capo di Albissola, diventava furioso davanti alla costa rocciosa d’Invrea. Vedevo il mare per la prima volta, e quei flutti mobilissimi, del color dell’acciaio, coronati di creste bianche, mi parevano animati, tanta era la rabbia con cui muovevano l’uno contro l’altro, tanto l’accanimento con cui si azzuffavano, rompendosi nel cozzo e distruggendosi a vicenda. E quei marosi enormi, che andavano impetuosi a frangere nelle scogliere del lido, levando in alto le candide spume, come facevano parer piccoli i nostri sdegni umani davanti a quelli del mare! Il matematico vede le forze motrici in atto, le masse moltiplicate per le velocità, calcola le resistenze, trova gli angoli, le curve, e tante altre diavolerie di quella fatta, con cui si sciolgono tutti i problemi della dinamica; il modesto osservatore non vede che gl’impeti, e immagina le guerre dei flutti, le collere di un popolo di mostri. Un soldato di Cosseria, davanti a quei cavalloni che d’ogni banda incalzavano su noi con le fauci aperte e spumanti, doveva pensare che fosse meglio aver da respingere un quarto assalto di tutta la divisione Augereau.
— Perchè non cerchiamo di tirarci più in fuori? — chiese il cavalier Corte a padron Cabotto. — Ho sempre sentito dire che al largo si naviga meglio.
— Eh, signor capitano! — rispose il vecchio lupo di mare. — Non dico veramente di no ma ci vorrebbe un altro legno, e sopra tutto un altro timone. Qui, sotto alla costa, abbiamo il mezzogiorno, che ci dà noia; più al largo avremmo anche la tramontana, che si farà più gagliarda quanto più andremo verso notte. Piacerebbe a lei di barattare l’approdo di Genova con un naufragio a capo Corso?
— No, davvero; — disse il mio capitano; — preferisco l’approdo a Genova, poichè voi ce lo promettete.
— Quanto a promettere, lasciamola lì, — replicò padron Cabotto. — In terra, alle nostre gambe comandiamo noi soli; in mare comandiamo noi, comanda il vento, e comanda qualche volta il timone, quando non vuole obbedire. —
Il mio capitano, che durava già molta fatica a discorrere, come a tenersi ritto, non ribattè parola, e padron Cabotto, che doveva stare attento alla barra, non aggiunse più altro alle sue profonde considerazioni.
Eravamo giunti in vista di Cogoleto, che è una delle sette patrie di Cristoforo Colombo. Di là da Cogoleto ci aspettava la gola del Leirone, con un refolo diabolico, che fece scricchiolare l’antenna e piegar la feluca sul fianco.
— Padron Cabotto! — disse il cavalier Corte, dopo essersi aggrappato ad una caviglia del capo di banda. — Se non si può andare in alto, stringiamoci alla terra. A questi giuochi d’equilibrio non si regge.
— Un po’ di pazienza! — rispose quell’altro. — Val meglio fare un po’ di ginnastica qui, che andare a rompere nei frangenti della costa. Vedrà, del resto, che sotto il promontorio di Arenzano il vento ci darà un po’ di respiro. —
Così avvenne di fatti. Passato il Leirone, e venuti a ridosso della pineta di Arenzano, il legno si raddrizzò; poscia, serrando il vento di mezzogiorno, corse in una sola bordata fino alla spiaggia di Voltri. Ma laggiù doveva essere un altro guaio; per lungo tratto di mare, davanti a noi, non si vedeva che spuma.
— Diavolo! — esclamò il mio povero capitano, levando gli occhi dal capo di banda.
— Quella è peggio del diavolo; — rispose padron Cabotto, — è la suocera.
— Come sarebbe a dire?
— Sicuro, la suocera che litiga con la nuora. Qui la discordia è come in casa sua. —
Il cavalier Corte ed io non intendemmo che a mezzo il linguaggio figurato del vecchio marinaio. Solamente più tardi io dovevo sapere che i liguri chiamano Suocera la Cerusa, torrente e valle omonima, a ponente di Voltri. Ma fin d’allora, mentre la _Santa Lucia_ era costretta a passare in mezzo a quel diavoletto, capii che il nome volgare di Suocera non poteva esser meglio applicato.
Del resto, Suocera più, Suocera meno, ogni gola di quei monti ci mandava la sua ràffica, e fra mezzogiorno e tramontana si faceva un ballo continuo. Nelle acque di Voltri bisognava prendere il largo, per andare con due o tre sapienti bordate ad infilare la bocca del porto di Genova. Ma il contrasto dei venti era più forte che mai; padron Cabotto, fermo alla barra, batteva le labbra e scuoteva ad ogni tanto la testa.
— Boridda, — diss’egli finalmente, rivolgendosi ad un vecchio marinaio che vigilava alla scotta, — non vorrei mica pagare il pedaggio al gatto mammone!
— Eh, padron Cabotto! — rispose quell’altro, con accento malinconico e calmo. — Questa è la volta che si bacia! —