Monsù Tomè

Part 11

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— Ah, se non ci fosse altra diplomazia che questa! — esclamò egli, muovendosi per uscire. — Sarebbe una diplomazia da valere tant’oro. Sbrigativa, sbrigativa vuol essere. —

E se ne andò, ripetendo ancora un paio di volte quel gustoso aggettivo.

Fu questo il mio primo incontro col grand’uomo, il cui genio portentoso ha scosso tutti gli uomini della mia generazione, la cui immagine ci è rimasta viva nella mente, e il cui ricordo ci strappa ancora le lagrime.

Io non so se vedo il Buonaparte d’allora con gli occhi stessi che videro poi Napoleone imperatore dei Francesi e re d’Italia. Forse, rispetto a ciò, nell’animo mio si è fatto un pochino di confusione. E tuttavia mi sembra di potervi assicurare che il generale Buonaparte ci appariva già un miracolo d’uomo. Montenotte e Dego, due strepitose vittorie in due giorni, erano presenti al nostro spirito profondamente turbato, e il nome di fulmine di guerra, che lo dipingeva con tanta evidenza, era già in tutte le menti, prima di essere su tutte le labbra. Notate che nulla, nel suo aspetto esteriore, annunziava il grand’uomo, se non forse la modestia somma del vestire, in mezzo a tanto sfarzo di mostreggiature, di sciarpe, di colletti arrovesciati e di penne, per cui si distinguevano i suoi generali, e che la sua personcina grama non ispirava certamente quella vaga curiosità, quel desiderio di analisi, che ci fanno ritrovare qualche volta i segni di un forte carattere e i presagi di una grandezza imminente sotto la grigia velatura di una mediocrità che non ha speranze per sè medesima, e non ne lascia concepire agli osservatori superficiali o distratti. Quel profilo d’imperatore romano che tanti hanno veduto in lui, glielo dovevano comporre più tardi, e neanche ben chiaro, ma vagante tra Cesare ed Ottaviano, i pittori e gli scultori come l’Appiani e il Canova. L’uso del potere supremo e gli agi della vita fastosa aiutarono nel corso degli anni a favorire il concetto degli artisti. Per allora, debbo confessarlo, il romano non c’era. Aveva le labbra e il naso sottili, più che non si convenisse all’ampiezza e alla prominenza della fronte, e gli zigomi sporgevano poco. Ma gli occhi, neri e vivi, con quella loro mobilità fulminea, resi anche più vivi e più neri dalla magrezza e dal pallore del viso, gli occhi, sicuro, promettevano Giulio Cesare, Ottaviano Augusto, e quant’altri grand’uomini ha dato Roma alla storia sua, alla storia del mondo.

CAPITOLO XIV.

Sulle orme di Adriana.

Come ci avrebbero invidiata i legittimisti di Francia la nostra mattinata del 15 aprile 1796!

Già da oltre un’ora splendeva il sole sopra la valle della Bormida e noi ci aggiravamo ancora, maledettamente seccati, intorno al pozzo della piazzetta triangolare di Carcare, aspettando un passaporto che ci era stato promesso per l’alba e che nessuno si degnava di rilasciarci. Gli Austriaci, che speravano forse di non essere troppo lontani dall’esercito del Beaulieu, si erano rassegnati alla benda sugli occhi, e quella stessa mattina erano stati avviati per Acqui ed Alessandria. Il capitano Tibaldè incominciava a credere che gli Austriaci fossero stati più furbi di noi, ed anch’egli, se non fosse stato per la proposta della sera innanzi, che lo vincolava davanti al generale Buonaparte come una parola d’onore, avrebbe chiesto di poter mutare il viaggio a Savona in una corsa a mosca cieca da Ceva a Mondovì. La qual cosa, come potete immaginare, non conveniva punto a me, che quella mattina sull’alba avevo veduto madamigella Adriana, ma non altrimenti potuto parlarle. La vergine del reggimento era sempre assopita; lo era almeno in quei pochi minuti che avevo rubati alla compagnia de’ miei superiori per correre all’ospedale di San Sebastiano, e il chirurgo continuava a fidar molto in quel sonno riparatore.

— Ho trovato una carriuola che pare fatta a bella posta per lei; — mi disse il chirurgo Nougarède. — C’è molta paglia ed anche un materasso; la povera ragazza non sentirà troppo le scosse e potrà anche dormire dell’altro. —

Madamigella Adriana era dunque partita, e noi eravamo ancora a Carcare. Quant’altro tempo ci saremmo rimasti? E prima di tutto, chi doveva rilasciarci il passaporto? Aiutanti di campo ed ufficiali di stato maggiore ne erano usciti parecchi, dal quartier generale; ma nessuno sapeva niente, nessuno aveva ordini, nessuno voleva cercare informazioni per noi. Avevano tutti da correre; saltavano in sella, e via di galoppo, o dalla parte di Millesimo, o da quella di Cairo.

Dopo un’altra ora di quella aspettazione, perdemmo a dirittura la pazienza e risolvemmo di andare dal generale in capo. Egli non doveva essere uscito ancora dal suo quartierino; lo assicuravano quelli della nostra comitiva che non si erano mossi dalla canna del pozzo, e che nella piazzetta triangolare avevano perfino passata la notte.

— Perdio! — esclamò uno dei nostri ufficiali. — Non sarà mica un recargli offesa, se andremo a chiedergli ciò che egli ci aveva promesso e che nessuno si è curato di darci. —

Detto e fatto, ci avviammo su per le scale. La sentinella, che ci aveva veduti ragionare con tanti ufficiali del quartier generale, non pose ostacolo al nostro passaggio, e noi giungemmo al primo piano, dove il general Buonaparte era alloggiato. Bussammo discretamente con le nocche all’uscio socchiuso, e nessuno ci rispose, nessuno si mosse per venirci a ricevere. Allora entrammo risolutamente, e da una anticamera vuota passammo in un salotto che era deserto egualmente. Bussammo ad un altro uscio, socchiuso anche quello, e, non avendo udito una voce per farci andar oltre o restare, spalancammo la portiera e riuscimmo in un’altra anticamera, dipinta a fregi ed ornati barocchi, con un grande camino di pietra bigia da un lato, un nuovo uscio daccanto al camino, e due di rincontro. Andammo a tastare quei due; mettevano a due ripiani di scale interne, l’una verso il pianterreno, l’altra verso il piano superiore. Non ci restava che di andare a quel terzo uscio, per cui si doveva entrare in una camera da letto, dalla parte del giardino. Nuova bussata e nuovo silenzio; pareva di essere in un palazzo incantato. Si prova allora a girar la maniglia; l’uscio si apre senza rumore; siamo sul limitare di una camera sontuosamente ornata, con quadri e specchi dalle cornici di stucco dorato, che si girano in capricciose volute, aderenti alla superficie dei muri. Spingiamo l’uscio, e vediamo il piede d’un letto, col copertoio di seta verde a fiorami. C’è là qualcheduno che dorme, e ne sentiamo il respiro misurato e monotono.

— È il generale Buonaparte; — disse il capitano Corte, che si era affacciato nel vano; — ritiriamoci. —

Il vincitore di Montenotte e di Dego dormiva solitario in quella casa, che per una strana combinazione era rimasta senza custodi. Ricordando i molti e fieri nemici che aveva a suscitargli la sua immensa fortuna, non posso trattenermi dal pensare che una così bella occasione di coglierlo non si offerse mai più agli uomini della reazione, che dovevano far capo, qualche anno più tardi, al tristo espediente della macchina infernale e alla congiura del Drake.

Al rumore dei passi e delle voci, il dormente si scosse, si svegliò in soprassalto, e, levandosi sul gomito, chiese ad alta voce:

— Chi è là? Dessolles?

— Scusate, cittadino generale, — disse allora il cavalier Corte, che era rimasto il primo sull’uscio, — siamo noi, gli ufficiali piemontesi.

— Ah! E che cosa volete?

— Il passaporto che ci avete promesso, e che nessuno ci vuol rilasciare. Ci mandano tutti da Erode a Pilato, e noi veniamo ad appellarci direttamente da Cesare. —

Il cavalier Corte non sapeva in quel punto di parlar così bene e di andare così diritto al cuore del generale repubblicano.

— Avete fatto benissimo, — rispose egli, ridendo. — Non capisco perchè sia andato fuori anche il mio aiutante. Aspettate un momento; mi vesto.

— Fate il vostro comodo, cittadino generale; noi andremo ad aspettare nel vestibolo.

— No, no, restate pur lì; — riprese egli, che era già sceso dal letto e si vestiva in fretta. — È affare di due minuti.

Aspettammo, com’egli desiderava, felici di essere riesciti nel nostro intento, senza averlo troppo disturbato.

I due minuti erano appena passati, che il generale Buonaparte, mezzo vestito, comparve nell’anticamera.

— Buon giorno, cittadino generale! — gli disse il cavalier Tibaldè. — Veramente ci rincresce di avervi dato noia a quest’ora...

— Che! che! Non importa. Il guaio è che mi sono coricato un po’ tardi, e diciamo pure sull’alba. Dove sarà andato, quel diavolo del mio aiutante? Ma basta, ecco qua la carta; è l’essenziale.

Così dicendo si era seduto alla tavola, che stava nel mezzo dell’anticamera, e con la sua rapidità prodigiosa scriveva il nostro passaporto. Mi pare di vederlo ancora, piantar la penna nel grosso calamaio bianco di maiolica di Savona, che aveva un bel putto a cavalcioni sul manico.

— Ecco fatto; — riprese, porgendo il foglio al capitano Tibaldè. — Non era una gran fatica, in verità. Ma bisogna perdonare ai miei ufficiali, che avevano troppi ordini da spedire. Del resto, — soggiunse argutamente, — bisogna anche ricordare il proverbio italiano: chi comanda e fa da sè, è servito come un re. —

Ho dimenticato di dirvi che il generale Buonaparte, con noi, parlava sempre italiano. In fondo, era la sua lingua materna, e tutti sanno che egli non lasciò passar mai le occasioni di parlarla.

Ringraziammo commossi, e prendemmo congedo dall’insigne capitano.

— Buon viaggio, signori; — diss’egli, accompagnandoci cortesemente fino alla soglia; — e siate felici, in seno alle vostre famiglie.

Confusi dalla bontà del grand’uomo, che veramente possedeva il segreto di conquistare gli animi con la gentilezza dei modi, come quello di conquistare i regni col genio delle combinazioni militari, scendemmo finalmente in istrada, e senza altri indugi ci avviammo verso la collina, a mezzogiorno di Carcare. Mezz’ora dopo, eravamo al ponte della Volta, presso Ferrania; un’altra mezz’ora più tardi, traversavamo il borgo operoso di Altare, donde, guadagnata l’erta del vecchio castello, riuscimmo al passo di Cadibona e alla vista della torre quadrata che segnava il confine e portava dipinto lo stemma della Repubblica genovese.

Di là s’incominciava a discendere, e lo spettacolo era meraviglioso davvero, per l’ampia distesa dell’orizzonte, sul cui lontano confine azzurreggiava il mare, e per la lieta ghirlanda dei paeselli, delle rocche merlate e dei ceppi di case campestri, che biancheggiavano sul colmo dei poggi, o lungo le falde boscose delle convalli, digradanti in dolce pendìo fino alla verde spiaggia ligustica.

Alla giocondità dei luoghi facevano un doloroso riscontro lunghe file di carri, che trasportavano sempre nuove compagnie di feriti a Savona, incrociandosi con le artiglierie, i treni, le munizioni, le proviande e i drappelli di soldati, che venivano in su, per raggiungere l’esercito repubblicano. L’ingombro della strada non permetteva di correre; nè gli ufficiali piemontesi avevano fretta al pari di me. Se fossi stato solo, che corsa! Avrei forse raggiunto il carro su cui era adagiata la bella Adriana, e che era partito dei primi da Carcare. Ma noi andavamo tutti insieme, al passo ordinario, e rallentando anche di più, dove la strettezza delle svolte rendeva meno facili i baratti dei carri. Solamente dopo due ore di discesa giungemmo al borgo di Lavagnola, donde, per una strada più larga, tutta fiancheggiata di ville signorili, entrammo dal ponte dello Sbarro nella gentile Savona, candida gemma incastonata fra i negri pini di Montecurlo e i flutti azzurri del Tirreno.

L’arrivo di tanti soldati piemontesi liberi ed armati destò la curiosità e la meraviglia di tutto il borgo che dovevamo traversare, innanzi di giungere alle porte della vecchia città. Le mura di Savona, già anguste ai tempi di Gabriello Chiabrera, erano ancora in piedi al tempo mio; ma la città si stendeva fuor della cinta, sfogava il soverchio della sua popolazione in due fitte contrade, una a ponente, lungo la marina, che portava il nome di Borgo da basso, l’altra a settentrione, verso l’Appennino, detta Borgo da alto, per cui passavamo appunto noi altri. Ma non ne uscimmo subito, poichè, prima di giungere al largo della Concezione, avevamo adocchiata la locanda della Posta, che con la bella apparenza del fabbricato e la maestosa grandezza dell’insegna ci prometteva un ristoro, di cui tutti sentivamo il desiderio. La sera innanzi, al quartier generale dell’esercito francese, si era piuttosto assaggiato il cibo, che mangiato per il bisogno dello stomaco. Si ordinò dunque da pranzo, e, nel tempo che si stava preparando ogni cosa, il capitano Tibaldè risolse di condurci, secondo l’uso militare, a riverire il comandante della piazza.

Prendemmo lingua dal primo soldato francese in cui c’imbattemmo, e questi ci condusse dalla porta di San Giovanni fino a mezza la via di Fossavaria, dov’era alloggiato quell’uffiziale superiore; il quale ci accolse benissimo, con le più grandi e sincere dimostrazioni di stima, dolentissimo per altro di non poterci offrir nulla.

— Son qua da due giorni soltanto, — ci disse il comandante, — e a mala pena insediato. Non posso far altro che mettermi a vostra disposizione, per tutto il tempo che rimarrete in questa città.

— Grazie, signor comandante; — gli rispose il capitano Tibaldé. — Non ci occorre altro che un imbarco, e noi vi saremo gratissimi, se con la vostra autorità ci aiuterete a trovarlo. —

Si mandò subito al porto, e si trovò una feluca, che era disposta a far vela in quel giorno, per trasportarci a Genova. Il bravo comandante la fissò tosto per noi e ci ottenne un nolo conveniente allo stato delle nostre povere borse. Preso congedo da lui e detto al padrone della feluca che ci saremmo imbarcati prima di sera, ritornammo alla locanda, dove il pranzo ci aspettava. Io frattanto avevo preso lingua per conto mio, ed avevo anche veduto, a poca distanza dal palazzo del comandante, la via dell’ospedale di San Paolo.

Il desiderio di fare una corsa fin là era grande nell’animo mio. Per veder subito Adriana, avrei rinunziato anche al pranzo. Ma il capitano Corte, a cui mi ero aperto, non approvò quella fretta.

— Vieni a ristorarti; — mi disse. — Avrai tempo a ritornare, mentre noi faremo quattro chiacchiere bevendo l’ultimo bicchiere. Anche la tua Clorinda, arrivata da poco, avrà bisogno di riposo.

Quell’ultima ragione finì di convincermi, e perciò seguitai la comitiva. Il pranzo era allestito e ci sedemmo subito a tavola. Si mangiò con molto appetito e si bevve a proporzione. Ma io, appena vidi le frutta, chiesi licenza al mio capitano e mi alzai per andare a San Paolo. Giunto all’uscio, dovetti fermarmi. L’androne era pieno di gente, che si affollava per entrare.

— Che cosa vorranno questi importuni? — pensai, mentre mi tiravo da banda per lasciare il passo libero.

Due o tre che venivano primi avevano la sciarpa tricolore intorno alla vita. Seguivano parecchie guardie di città; il restante erano camerieri, sguatteri e ragazzaglia curiosa.

— I rappresentanti del popolo; — disse un cameriere, annunziando quella visita inaspettata.

— Vengano; — rispose il capitano Tibaldè, levandosi in piedi. — Che cosa comandano? —

Gli uomini della sciarpa tricolore si erano inoltrati nel mezzo della sala. Uno di essi, che era il capo, cominciò in questa forma:

— Cittadini uffiziali.... —

Il capitano Tibaldè lo interruppe.

— Dica signori uffiziali, perchè siamo sudditi e soldati di Sua Maestà il re di Sardegna, e questo suo cerimoniale non è fatto per noi.

— Tutti sono cittadini, oramai; — rispose quell’altro, parlando italiano con uno spiccato accento piemontese; — anche voi, del resto, siete debitori della vostra libertà all’esercito della rivoluzione, che ha cambiato tante cose, e tante altre ne cambierà nei felicissimi Stati.

— Signor cittadino rappresentante, — replicò il capitano Tibaldè, — l’avverto che noi siamo debitori della nostra libertà a due giorni di risoluta difesa e ad una onorata capitolazione. Ma non è di queste cose che dobbiamo disputare con lei. Ci dica piuttosto in che possiamo servirla. —

Io avrei potuto escire, in quel momento, poichè i nuovi venuti occupavano il mezzo della sala, e il passo era libero; ma una giusta curiosità mi tratteneva presso i miei superiori e compagni d’armi, così improvvisamente disturbati nella prima ora di riposo.

— Dovremmo chiedere prima di tutto se hanno le loro carte in regola; — rispondeva frattanto il rappresentante del popolo, seguitando a parlar l’italiano con uno spiccato accento piemontese, e mostrando uno strano accanimento contro un manipolo dei suoi concittadini onorati.

— Abbiamo presentato testè il nostro passaporto al comandante francese; — disse il capitano Tibaldè. — Possiamo mostrarlo anche a lei e alle persone che l’accompagnano. Eccolo qua; — soggiunse, spiegando il foglio sotto gli occhi dei tre inquisitori; — come vedono, è scritto dal generale Buonaparte, e tutto di suo pugno.

— È in regola, sì; — replicò il primo rappresentante, che parlava per tutti. — Ma noi abbiamo altri doveri, che un semplice passaporto non può farci dimenticare.

— E sarebbero?... — chiese il capitano Tibaldè.

— Ecco, — rispose il rappresentante, mettendosi sul grave e volgendo uno sguardo baldanzoso sulla nostra brigata, — noi dobbiamo investigare se tra loro, in apparenza uffiziali piemontesi, non ci fosse per caso qualche emigrato francese. È chiaro, — soggiunse con arroganza il molesto personaggio, — che se un emigrato francese si nascondesse tra loro, nessuna capitolazione di guerra, fatta soltanto per soldati piemontesi, potrebbe sottrarlo alla legge repubblicana, e nessun passaporto coprirlo. —

La legge contro gli emigrati, che doveva essere abrogata qualche anno più tardi dal Buonaparte diventato primo Console, era molto severa, e nessuno di noi la ignorava. Essendo la città di Savona sotto il dominio delle armi francesi, quella legge malaugurata poteva essere applicata anche a Savona, e un emigrato francese, dato il caso che fosse tra noi, in uniforme di uffiziale piemontese, esser condotto davanti ad una commissione militare, giudicato sommariamente e passato per le armi.

Ora, davanti alla quistione posta con tanta asseveranza dal rappresentante del popolo, era naturale di chiedere se ci fossero emigrati francesi tra noi. A tutta prima mi era sembrato di no; ma pensandoci meglio, mi ero ricordato del cavalier Buonadonna, luogotenente della mia compagnia. Il cavalier Buonadonna non era piemontese, ma côrso, e perciò soggetto alla legge francese. Da parecchi anni aveva preso servizio in Piemonte, ma non tutti avevano dimenticata la sua nazionalità, ed era anche possibile che il cittadino rappresentante del popolo, piemontese egli stesso, lo avesse riconosciuto per via, mentre andavamo ad ossequiare il comandante della piazza.

Diavolo d’un rappresentante! Ci voleva proprio lui, per venire a scovare nella nostra comitiva un povero côrso, che era sfuggito all’occhio d’aquila del generale Buonaparte! Dio sa quanto fiele antico, qual lievito di rancori ignoti, fermentasse nel cuore del nostro concittadino e nemico! Non si odia mai tanto bene come tra fratelli, pur troppo; e quell’astioso rappresentante era capace di tutto. A quei tempi ancora, nella repubblica francese, i circoli e le congreghe patriotiche comandavano agli eserciti; nè il comandante di piazza, che si era mostrato tanto cortese con noi, avrebbe potuto salvare il cavalier Buonadonna, se il cittadino rappresentate del popolo gli avesse domandato solennemente di far rispettare contro di lui le leggi della Repubblica.

CAPITOLO XV.

All’arme bianca.

Ritto in piedi e con le spalle appoggiate al muro, stavo guardando il cavalier Buonadonna, mentre il così detto rappresentante del popolo aspettava una risposta alla sua intimazione. Il mio luogotenente era fermo al suo posto e in apparenza tranquillo, ma di sicuro aveva detto qualche cosa sottovoce al suo vicino di destra, poichè questi, che era il conte Giovanni Olignani, luogotenente nella prima compagnia dei granatieri di Susa, saltò su a rispondere per tutti.

Ah, signor conte Olignani, come vi avrei abbracciato volentieri, in quel punto! E come son dolente di non ricordar più oggi il riverito nome di quel rappresentante da strapazzo, nel quale voi riconosceste uno dei più rabbiosi gridatori delle vie di Torino! Anche la capitale del Piemonte, in quegli anni difficili, aveva avuti i suoi tribuni, e fra i tribuni, fra gli amici caldi e sinceri della libertà, a cui fin d’allora si poteva far di cappello, non mancava mica la roba di scarto. Ma basta, mettiamo, per i bisogni del dialogo, che il personaggio si chiamasse Tiravia. Il conte Olignani, prendendo a rispondere per tutta la brigata, lo apostrofò in questa guisa:

— Cittadino Tiravia, siamo venuti a fare il chiasso fino a Savona? E appoggiati alle baionette francesi, non è vero? —

Il rappresentante si volse stizzito al conte Olignani, che egli non conosceva, e da cui si vedeva in quella vece così ben conosciuto.

— Che c’entrate voi? — ribattè. — Risponda chi deve alla nostra domanda. Ci sono tra voi, o non ci sono, emigrati francesi? Il resto non importa, e alle sciocche impertinenze degli ufficialetti del re di Sardegna oppongo il più alto disprezzo. —

Il conte Olignani, già poco paziente per natura, non ci vide più lume.

— Ah, tu disprezzi? — gridò, afferrando il primo arnese che gli venne alle mani. — Ah, tu disprezzi, buffone? Prendi qua, e ripuliscimi il piatto. —

Così dicendo, gli scaraventò quel disco di maiolica con tutta la forza del suo braccio, moltiplicata da quella del suo sdegno. Il piatto, descritta velocemente la sua curva, andò a rompersi proprio sul grugno del rappresentante.

Il dado era tratto; non si poteva più dare indietro, nè parlamentare. Tanto meglio, del resto, perchè io non so veramente che cosa si sarebbe potuto rispondere, per salvar la testa del cavalier Buonadonna. Il ferito si disponeva a ribattere, spalleggiato dai suoi. Allora ci affrettammo tutti a prender le parti del conte Olignani. Il nostro parco era ben fornito di proietti. Volarono i piatti, da prima; seguitarono le posate, poi le bottiglie e i bicchieri. Sarebbe volato anche il trionfo di tavola, grazioso gruppo di maiolica savonese che raffigurava il ratto di Proserpina, se il nemico, oppresso da quella grandine fitta, non avesse abbandonato il campo di battaglia, fuggendo in disordine per le scale. Qualche altro po’ di cocci che scagliammo dalle finestre, persuase gl’importuni cercatori d’emigrati ad allontanarsi in fretta anche dai pressi della locanda.

Felici della nostra vittoria, riprendemmo posto a tavola, chiedendo altre bottiglie ed altri bicchieri. Non eravamo ricchi, davvero, ma avevamo ancor tanto da pagare i danni di quel tafferuglio improvviso, e bevemmo, senza darci pensiero delle conseguenze di una avventura, che si poteva credere burlesca. Infine, non avevamo risposto nulla, che ci potesse compromettere, alla domanda del cittadino rappresentante. Il cavalier Buonadonna, evidentemente, non era stato riconosciuto; altrimenti, il cittadino Tiravia, così invelenito contro di noi, non avrebbe tralasciato di nominarlo. Si doveva credere in quella vece che il nostro avversario, genericamente informato della presenza di emigrati francesi nell’esercito del re di Sardegna, volesse col suo zelo inquisitorio farsi un merito presso gli uomini della rivoluzione, ma senza essere ben certo di fare una presa tra noi. E noi, dopo tutto, mettendo mano ai proietti, non avevamo già inteso di rispondere con vie di fatto ad una intimazione legale, ma solamente di respingere e di castigare una plateale insolenza. Non si potevano chiamare ufficialetti i difensori di Cosseria, senza esporsi ad uno scoppio naturalissimo del più giusto risentimento; ed ogni giudice imparziale doveva darci ragione, primo fra tutti il comandante di piazza.