Part 14
— Son venuto per aver vostre nuove; — le dissi; — e un atto di amicizia come questo, se non è per avventura un gran fatto, non merita neanche il brutto nome che voi vorreste applicargli. Sceso coi miei compagni a Carcare, dopo la nostra capitolazione, e giunto alla presenza del generale Buonaparte, ebbi la fortuna di ottenere che noi ritornassimo alle nostre case per la via più lunga del mare, anzi che per quella dei monti. Vi avevo cercata in ogni ricovero di feriti; vi avevo seguita a Savona; speravo di vedervi qui, di conoscere il vostro stato, e di ritornarmene al mio paese con qualche speranza nel cuore. Un fatto disgraziato, di cui forse sarà giunto l’eco fino a voi, ci costrinse a partire tutti insieme, ad imbarcarci la sera medesima, senza concedermi il tempo di venire al vostro capezzale. Da Genova a Torino, da Torino a Mondovì, non ebbi più un momento di pace. Un aspro desiderio mi consumava, lontano da voi; volli ad ogni costo ritornare dove voi eravate, vedervi, sapere di voi, che avevo raccolta morente sotto i nostri ripari e consegnata ai vostri buoni compagni. Voi lo vedete, Adriana; queste non sono sciocchezze.
— Ne promettono, per altro; — rispose ella, inflessibile. — Al sentimento dell’amicizia sarebbe bastata una semplice nuova, chiesta ed ottenuta per lettera. Perchè venire fin qua? Perchè volermi vedere ad ogni costo?
— Perchè vi amo.
— Ah! La vecchia storia?
— È sempre nuova. Vi amo, come il primo giorno che vi ho veduta. —
Ella si scosse, a quelle parole, e mi gittò l’elemosina d’uno sguardo.
— È troppo poco, allora! — soggiunse. — Rammento di avervi chiesto qualche cosa, quel giorno. Ma il vostro amore, questo maraviglioso amore di cui oggi vi empite la bocca, era ben piccolo ancora! Eppure....
— Eppure?... Continuate!
— Eppure, in quel punto, non so come, tu mi avevi interessato, _blanc-bec_! Avevo detto tra me: Ecco un ragazzo, che può essere il destinato. L’uomo che ama davvero, si conosce all’occasione, ed anche l’uomo che si dovrà amare; se costui fa un sacrifizio per me... se mi butta a’ piedi tutto quello che ha di più caro...
— L’onore, Adriana! Non lo dimenticate; era il mio onore di soldato.
— Ebbene? Ed io non ti davo in ricambio il mio di fanciulla? Non hai voluto, e tal sia di te. Non mi ricordare quel giorno; non toccar più quella corda, che rende mal suono. Oramai è finita. —
Se l’aveste veduta in quel punto! Si era fatta pallida in viso, come una morta; le labbra scolorite tremavano; le pupille dilatate mandavano lampi.
Dimenticato il luogo in cui eravamo, non vedendo che quello sdegno, non pensando che a quella dolorosa sentenza, mi buttai in ginocchio davanti a lei, tentando di afferrar la sua mano.
— Oh, non parlate così, Adriana! — gridai. — Mi fate troppo soffrire. Il mio amore per voi non ha meritato questa severità di linguaggio.
— Su, via! — diss’ella sottovoce, ma con accento imperioso, e levandosi a mezzo, per obbligarmi a ripigliare il mio posto. — Anche il vostro onore d’uomo potrebbe soffrirne, se qualcheduno vi vedesse. Ma torniamo al vostro onor di soldato. Sapete che è veramente grazioso? Scommetto che sareste capace, se le circostanze ve lo permettessero, di riprender le armi contro di noi.
— Per la difesa della mia patria, senza dubbio! — risposi.
— Ebbene, la vostra patria è liberata dalle nostre armi; ma domani potrebbe essere invasa da uno sforzo supremo dell’Austria, e tutti i germi di libertà che vi ha deposti la Francia rivoluzionaria potrebbero essere soffocati. Perchè non entrereste nell’esercito francese?
— Sarebbe oggi una viltà; il Piemonte esiste tuttavia, e vive e regna a Torino il suo re.
— Il Piemonte! Il suo re! Quanti giorni dureranno essi ancora? In verità, ecco un acciecamento singolare. Il tuo paese sei tu, che non leggi nel libro del destino, già aperto davanti all’Europa; che non senti la voce della gloria, chiamante all’armi ogni valoroso, per la conquista di tutti i diritti; che intendi soltanto le ragioni della servitù, della abiezione in cui sei nato e cresciuto. Il tuo re... Parliamone, del tuo re. Egli è il vassallo dell’Austria, che lo ha condannato alle sconfitte e sarà lieta di farlo sparire dal numero dei sovrani d’Italia. Non capisce nulla, il tuo re. Aborre la Francia, ed ha ricusata la sua alleanza, perchè, dice lui, la più vecchia dinastia d’Europa non può far patti con la rivoluzione, nè avere amicizie con la canaglia repubblicana. Ce ne sono, dei nomi illustri, ed antichi quanto il suo, che hanno accettata l’alleanza col popolo, che hanno abbracciati gli immortali principii della redenzione sociale. Il mio, per esempio; — soggiunse Adriana, levando superbamente la testa. — Ho sangue dei Montmorency nelle vene, e i Montmorency risalgono al diluvio. Invenzioni degli armeristi, sicuramente; ma di queste invenzioni son tessute le genealogie dei principi di corona come quelle dei loro ufficiali più illustri. Comunque sia, — conchiuse la bella ragionatrice, scendendo da quelle altezze vertiginose, ove io non avrei potuto seguirla, — vediamo il presente. È un tiranno, il tuo re. Ci vedi onore a servir la tirannide?
— Il giuramento è sacro; — risposi.
— Il giuramento! — replicò ella con piglio sarcastico. — Di qual giuramento mi parli? Il giuramento dello schiavo al padrone non tiene; la rivoluzione è passata e lo ha distrutto col soffio. La rivoluzione è la luce, è la giustizia, è la verità. Ribellarsi alla verità per difender l’errore, ecco il delitto e l’infamia. Questo avevo il bisogno di dirti, _blanc-bec_! Tu potevi ottenermi, quel giorno, e salvare anche la vita a tanti soldati della libertà. Invece, che cosa è avvenuto? Migliaia di preziose esistenze sono state mietute, e per giungere allo stesso risultato, alla resa! Ma infine, tu hai fatto ciò che hai creduto meglio, ed io sono ben sciocca a dolermi. Volevo dimostrarti soltanto che non era una gran fiamma la tua, e che male ti vanti oggi di un amore, il quale non ha saputo umiliarsi. Ma questo, non te lo avevo io già detto, lassù? C’era bisogno di dirtelo ancora? È vero, non ti è bastato allora; hai voluto una nuova lezione. Basterà finalmente? Sarà necessario offenderti, per guarirti di questa tua sciocca passione, che non sa vivere, nè morire degnamente? Ecco qua: sei ridicolo, non mi piaci, non voglio saperne di te. —
Lo stato dell’animo mio, sotto quella pioggia fitta di amari sarcasmi e di superbi dispregi, non si descrive, s’immagina. Ella aveva detto bene pur troppo; la mia passione non sapeva nè vivere nè morire degnamente. E cercavo una via, e brancolavo miseramente nel buio.
— Povero amor mio! — mormorai, singhiozzando. — Ed ero venuto a voi con tante speranze?
— Torna indietro con quelle, o lasciale in un canto; è tutt’uno; — rispose ella, sdegnosa. — Vedete la pretensione di questo soldato! A quanti non è avvenuto di sperare invano? E che tesoro credevi tu di portarmi, con quel tuo carico di speranze? Va, piemontesino, va; tu non conosci le donne. Quanto era meglio per te il farti prete, e non sapere dei loro segreti se non ciò che t’avrebbero raccontato in confessione! Le donne, ragazzo mio, sono creature bizzarre, il cui modo di essere e di operare sfugge alle norme della vostra logica mascolina, rigorosa e meschina. Bisogna prenderle, quando vogliono concedersi; guai a non indovinare, a non saper cogliere il punto! C’è tale che le ha, e non le possiede, e non le possederà mai intieramente; perchè questo è il diritto, questa è la difesa dei deboli: di poter chiudere il cuore, di poter suggellare e sottrarre ai profani, ai violatori prepotenti, il tesoro delle proprie tenerezze, i sentimenti più dolci, le fragranze più soavi dell’anima. Se amerai un giorno, fa di meritare la donna che ti avrà resistito. Ma tu non la meriterai, tenendo gelosamente per te una parte di te. Darsi intieramente, buttarsi a capo fitto, senza riguardi umani e senza restrizioni mentali, commettere un grave errore ed una solenne pazzia, non temere di farsi deboli e vili, quando si poteva esser forti e grandi, questa è l’unica via per esser amati. Vedi? ti ho data una lezione. E valga il carico di speranze, che mi avevi portato. Ti va?
— Siete molto cattiva! — esclamai.
— No, sono sincera; un po’ selvaggia, se vuoi, ma non ti misuro la verità. Un’altra donna più raffinata, ma niente migliore di me, ti parlerebbe più accortamente, per giungere al medesimo fine; ti farebbe un lungo e melato discorso, tanto onorevole per lei quanto inefficace per te. Tu hai perduto un buon punto, e non vuoi persuadertene. Giovine inesperto, ma guidato dalla cieca fortuna, giungevi di primo lancio dove nessuno era giunto fino allora; l’occasione, in quel mentre, passava daccanto a te, e tu non hai saputo afferrarla. _Blanc-bec!_ — soggiunse ella ghignando, — _Tu as failli me blesser au coeur. Heureusement tu n’as touché qu’à l’épaule._
— Ah! — gridai. — Per questo mi odiate?
— No, non è per questo; — rispose. — Tu hai fatto il tuo dovere, in quel punto.
— Non ho mirato, per altro; — ripresi. — Non potevo credere che voi foste così ostinata, da presentarvi in prima linea, allo scoperto. —
La vergine del reggimento alzò sdegnosamente la spalla che il mio piombo aveva rispettata.
— Ecco un altro torto che ti sei fatto a’ miei occhi; — diss’ella. — Volevo esser mirata, amata ed uccisa. Per tua norma, io amo la tragedia e i suoi fieri contrasti.
— Ahimè! — risposi. — Voi amate anche un altro.
— T’inganni; non amo nessuno. Sono stati parecchi, i pretendenti; che ci vuoi fare? Ma nessuno ha mai saputo cogliere il buon punto. Ed altri lo cerca, che non lo ha trovato ancora.
— Chi, per esempio?
— Ah, pretino fallito! Debbo io confessarmi a te? Ebbene, sia. Credi forse di aver occhi tu solo? Metti anche il medico che mi ha curata.
— Il Nougarède?
— Ah, tu lo conosci? — chiese Adriana, stupita.
— Sì; egli è il primo che a Carcare mi ha dato notizie di voi, la sera del nostro arrivo al quartiere generale.
— Senti, — diss’ella, con un tono di voce da cui traspariva una sottile ironia. — Eri dunque tu la persona di cui egli mi parlava ancora ier l’altro? In un momento di affettuosa espansione il mio galante chirurgo mi ha detto: — «E pensare che io ho corso il rischio di non vedervi più, ventiquattr’ore dopo avervi prodigate le prime cure! Se qualcheduno, parlandomi con molta premura di voi, non mi avesse fatto pensar meglio al vostro stato, io non sarei venuto nella determinazione di condurvi coi feriti men gravi a Savona, e voi sareste rimasta a Carcare, nella piccola infermeria di San Sebastiano. In questo modo, Adriana, voi eravate separata per sempre da me.» Un bel pensiero, il suo, non è vero? Povera me, se il pietoso Nougarède non pensava a mettermi nel suo convoglio, per trasportarmi all’ospedale di San Paolo! Io perdevo l’occasione dei suoi sospiri e delle sue dichiarazioni irresistibili.
— È un bel giovane; — osservai, non bene persuaso della sincerità di quella canzonatura.
— Che ne sai tu? — mi disse di rimando Adriana. — Il bello che riconoscete voi altri non è quasi mai il bello che piace alle donne. Ed anche quello che può piacere a novantanove donne non piace alla centesima. Se così non fosse, povere noi! Una medesima tentazione dovrebbe perderci tutte. Io ho potuto osservare, nella bella tranquillità del mio spirito, che ogni donna la quale sia nulla nulla appariscente, o solo per qualche lato piacevole, è circuita, insidiata, direi quasi covata da cento adoratori, più o meno vicini, più o meno in vista, ma tutti assidui, tutti costanti ad un modo. Voi non la vedete, questa caccia, quando siete indifferenti; non ne vedete neanche la decima parte, quando siete interessati nel giuoco; eppure è così, e per via, nei teatri, nelle conversazioni, dovunque la donna va e gli uomini possono seguirla, è una gara di piccole attenzioni, di occhiate assassine, di manovre sapienti, che debbono far capitolare la piazza. Ella non bada a tutti quei fuochi incrociati; qualche volta ne ride; qualche altra volta si annoia; raramente le avviene di riconoscere i pregi personali di uno fra tanti; più spesso l’uomo che essa sceglie non è quello che a tutta prima le era sembrato il più bello. Che ci vuoi fare? La scelta, in amore, è quasi sempre istantanea. Un lampo improvviso che guizzi dagli occhi, un sorriso che fiorisca sul labbro, una parola che prorompa dal cuore, e sopra tutto il momento opportuno, il momento fatale perchè quei nonnulla sian colti in aria e facciano colpo qua dentro, ecco le ragioni della vostra vittoria e della nostra sconfitta. Tu l’hai avuto, piemontesino, il momento fatale; e quel momento è fuggito. Sei un altro, ora; sei uno dei cento, a’ miei occhi. Perchè ti preferirei al Nougarède? Perchè preferirei il Nougarède ad un altro? Nessuno di voi vale la prima pena del mio cuore; nessuno di voi vale la libertà divina, a cui mi sono votata, per cui corro il mondo, figlia adottiva dell’esercito repubblicano, vergine del reggimento, e se occorre casco ferita in un fosso, per essere raccolta in un carro d’ambulanza e finire in una corsìa d’ospedale. —
Così ragionava quella strana creatura, il cui linguaggio immaginoso e vivace contrastava chiaramente con l’atteggiamento stanco e rimesso, quando apparve sull’uscio il Nougarède. _Lupus in fabula!_
CAPITOLO XVIII
Si dà nei lumi.
Il chirurgo Nougarède era un bel giovanotto di statura giusta e di membra snelle, bianco di carnagione, ma il viso leggermente abbronzato dal sole e dall’aspra vita del campo. Aveva i capegli biondi, ma corti; bionda la barba, non folta, e tagliata a punta. Perciò la sua faccia dava piuttosto nel lungo, e il naso aquilino e le labbra finissime, sormontate da due baffettini sottili, gli conferivano un’aria molto elegante, ma anche un tantino presuntuosa. Io feci questa osservazione vedendolo allora per la terza volta e guardandolo più attentamente che non avessi fatto alle prime. Quella volta, poi, mi appariva anche arcigno e niente disposto ai convenevoli.
Così accigliato e duro, il Nougarède rimase un istante sulla soglia, mentre Adriana, sempre appoggiata alla spalliera del canapè, si voltava un pochino dalla sua parte, con una grazietta incantevole, a cui la inclinazione forzata della testa sull’òmero, dava un’espressione canzonatoria che mai. Per altro, egli non poteva stare più a lungo ritto impalato sull’uscio, a fare la controscena, come un personaggio da tragedia; e si mosse, finalmente, venne a due passi da lei, senza curarsi punto del visitatore importuno, e l’ammonì in questa forma:
— Adriana, lo sapete pure, che non potete ancora parlar troppo! —
La familiarità dell’apostrofe mi diede maledettamente sui nervi. E poi, sotto quella severità dottorale, avevo fiutato il geloso, quel personaggio meschino, dalla faccia scura, dagli occhi sospettosi e dai modi impacciati, che dove capita porta la sensazione del freddo. Non siate gelosi mai, o almeno fate di nasconderlo. L’uomo più garbato, più spiritoso e piacevole del mondo, se è geloso e si lascia scorgere in flagrante, perde ad un tratto tutte le sue belle qualità, per diventare uggioso, o ridicolo, e qualche volta l’uno e l’altro ad un tempo.
Adriana non si era mossa dal suo posto nè dal suo atteggiamento; ma aveva sentita la necessità di farmi capire che era seccata di quel tono severo e che tanta familiarità non era permessa neanche al suo medico.
— E chi vi dice, cittadino Nougarède, — replicò ella, battendo sul titolo, — che io abbia parlato troppo? —
Il cittadino Nougarède rimase un po’ sconcertato; ma si riebbe subito, e rispose:
— Il capo infermiere m’ha riferito che siete da oltre un’ora nella sala di ricevimento. Voi sapete che le passeggiate vi sono concesse, perchè possono farvi del bene. Un moto regolare, mettendo in opera tutti i muscoli, non ne stanca in particolar modo nessuno. Può recarvi incomodo uno sforzo parziale, specialmente quello del soverchio discorrere, perchè il polmone è costretto a lavorare di più, dilatando con troppa frequenza il torace, dove s’innestano tutti i muscoli della spalla, e in particolar modo il...
— Finitela una volta coi vostri paroloni, cittadino Nougarède! — interruppe Adriana. — Io non son fatta per capire tutta questa anatomia. Del resto, — soggiunse ella, con accento più rimesso, — io non mi son mossa un momento di qua; e parlo e lascio parlare, secondo le circostanze e l’umore. Quando vi capita una vecchia conoscenza, non bisogna mica lasciarsela sfuggire così presto! A proposito, debbo fare una presentazione. Eccovi qua una persona che dovete conoscere. —
Messo così alle strette, il Nougarède non potè più astenersi dal guardare verso di me. Stentava per altro a riconoscermi, e Adriana fu costretta a rinfrescargli la memoria.
— È il piemontese di Cosseria; — proseguì Adriana; — quello stesso che mi ha raccolta sul campo, per consegnarmi all’ambulanza, e che poi vi ha parlato di me, a Carcare; non ricordate?
— Ah! — diss’egli allora, accennando un sorriso.
Ma quel sorriso, che era fatto a contraggenio, gli morì sulle labbra. Nè aggiunse altro il cittadino Nougarède, nè fece alcun movimento cortese verso di me. In fondo, egli si trattenne, come io mi ero trattenuto, nè più nè meno. E ci eravamo fatti tanti complimenti a Carcare! Era bastata la presenza di una donna tra noi, per inimicarci di schianto. Le nostre mani, che si erano già strette con tanta effusione d’amicizia, provarono allora una ripulsione invincibile; non che restar penzoloni, cercarono istintivamente le tasche.
La ripugnanza del signor Nougarède non poteva sfuggire all’occhio attento di Adriana. E il diavolo volle che la capricciosa donna ne fosse annoiata, lì per lì, e che prendesse gusto a tormentare il geloso.
— Sì, — soggiunse ella insistendo, — è stato tanto gentile da ricordarsi di me. Che volete, cittadino? Pare che anche su lui io abbia fatto impressione.
— Anche su lui! — ripetè egli stizzito. — Le vittime sono dunque più d’una? —
Si era avanzato sotto misura, il poveraccio, e Adriana non volle risparmiargli il colpo di grazia.
— Vi fa meraviglia? — riprese. — È ciò che capita facilmente alle donne. Stavo per l’appunto dicendolo, quando voi siete giunto. Anche in questi tempi di sincerità repubblicana, gli uomini fanno tutti la corte coi metodi dell’antico regime. La buona novella è sparsa per tutto il mondo; ma in certe cose restiamo sempre ligi all’antico Testamento.
— E ciò vi dà noia? — chiese il Nougarède, che oramai non sapeva più a qual santo votarsi.
— No, anzi mi fa ridere. Mi avete trovata che ridevo. Il riso fa buon sangue. E poi, è così bello sentirsi dire certe cose! —
Il Nougarède perdette la tramontana senz’altro.
— Veramente, — diss’egli, — non è una cura prescritta in un ospedale militare. E mi meraviglio.... —
Così dicendo, si era rivolto a me. Io ero là ritto, seccato la parte mia, poichè non giungevo ad intendere che gusto o che ragione ci avesse madamigella Adriana a seguitare su quel tema scabroso. Forse si compiaceva di stuzzicarlo; forse voleva rimetterlo a posto, dimostrando anche a me che il signor Nougarède non aveva nessun diritto a fare il geloso. Comunque fosse, quel volgersi a me, e quella gran meraviglia, accompagnata da una reticenza così minacciosa, volevano una pronta risposta.
— Di che cosa, cittadino? — gli chiesi, con un piglio non meno arcigno del suo.
Ma egli s’inalberò. Di sicuro, il povero giovanotto aveva perduta la bussola.
— Una interrogazione, a me? — gridò egli, inasprito. — Vi avverto ch’essa è fuori di luogo.
— Una cosa è fuori di luogo tra uomini; — replicai; — cominciare e non finire una frase di dubbio significato. —
Caro il mio cittadino Nougarède! Egli non sapeva come io fossi rimasto male, esposto ai sarcasmi e ai dispregi della bella Adriana, e che buon vento me lo avesse portato tra le unghie.
— Vi trovo ridicolo; — diss’egli, crollando sdegnosamente le spalle.
— Io trovo voi impertinente e sciocco; — risposi.
A quelle parole, che gli rendevano raddoppiata l’ingiuria, fece per avventarmisi contro; ma si trattenne tosto, o perchè io paressi più forte e tale da respingere con vantaggio l’attacco manesco, o perchè gli venisse in mente di non dover fare una sfuriata là dentro. Si trattenne, dico, stringendo i pugni e le labbra; poi, abbassata la voce, mi disse:
— Sareste capace di ripetermi quelle parole con le armi alla mano?
— Sicuramente, quando vorrete; e meglio oggi che domani.
— Anche subito; v’intenderete coi miei secondi. —
Poscia, volgendosi a madamigella Adriana, soggiunse:
— Vi lascio ai vostri amori; ma, come medico, debbo insistere sulla raccomandazione di non parlar troppo.
— Sono stata zitta, finora! — rispose ella, senza punto scomporsi. — Voi mozzate le parole in bocca, con le vostre scenate. Avete il diritto di farle?
— Se vi piace, dico di no; ma le ho fatte.
— Non siete garbato, cittadino Nougarède. —
Egli voleva rispondere; ma io ero là, e non gli parve conveniente di proseguire il battibecco alla presenza di un terzo. Fece anche lui una spallata buonapartesca e diede una giravolta sui tacchi.
— Un momento! — gli dissi, vedendolo andar via.
— _Plait-il?_ — chiese egli, voltandosi a mezzo e fermandosi a guardarmi con piglio altezzoso.
— Siete un nemico, e tale vi voglio; — risposi; — ma siete francese e gentiluomo. Io, qui, son fuori di casa mia; non ho compagni d’armi, nè amici, nè conoscenti a cui rivolgermi, per chiedere la loro assistenza.
— Che intendete, con ciò?
— Non già di ritirarmi, come mi pare che abbiate capito. Volevo domandare a voi il servigio che io stesso vi renderei, se fossimo a Torino, o in altra città del Piemonte. Pregate due dei vostri francesi che vogliano accompagnarmi sul terreno. —
Il cittadino Nougarède stette pensieroso un istante; poi mi rispose asciutto:
— Sta bene; li avrete. —
E salutò, freddamente cerimonioso, ed uscì.
Io mi volsi allora a madamigella Adriana, per prender commiato da lei. La vergine del reggimento era sempre immobile al suo posto, appoggiata alla spalliera del canapè, e mi guardava cogli occhi semichiusi, come una bella dama dell’antico regime. Lo era infatti, ad onta delle mutate consuetudini. _Bon sang ne peut mentir_, dicono i francesi.
— Dunque, — incominciò, sorridendo, — battaglia?
— Come vedete; — risposi.
— Debbo io dirvi, — continuò ella, — che mi rincresce di essere stata cagione di questo litigio?
— No, non mi dite nulla. Capirete che il signor Nougarède è venuto in buon punto a levarmi d’angustie, con la sua furia gelosa.
— Ah, davvero? Ecco un servigio che egli non sapeva di rendervi. Diteglielo, al primo incontro; lo farete andar in collera più che mai. —
E rideva, la bizzarra creatura, rideva d’un suo risolino arguto, guardandomi con quegli occhi semichiusi, come una gran dama, molto bella e molto miope (secondo l’uso del secolo scorso), in atto di dirmi: «_Vous êtes parfait!_»
— Non io certamente; — risposi. — Diteglielo voi, viscontessa!
— Lascia i titoli antichi; — ribattè ella prontamente, ritornando nella voce e negli atti la vergine del reggimento. — Chiamami cittadina, ed anche semplicemente donna. È un nome di cui sono orgogliosa, quantunque lo avviliscano tanto, con le loro debolezze, le mie sorelle in Eva.
— Siete uno spirito forte. Perchè non posso esserlo io? — le dissi allora, sospirando.
— Lo sei, senza avvedertene, piemontesino astuto! Tu, a buon conto, ti cavi d’impaccio con uno sfogo di collera. Lo hai confessato poc’anzi, e in questo momento i tuoi occhi truci promettono un cattivo quarto d’ora a quel povero Nougarède. Ma bada, per altro; egli non è meno inviperito di te. Come maneggi la spada?
— Non saprei dirvelo; so che mi sta forte nel pugno.