Part 9
* * *
Con che gioia salutai l'alba del domani, che ce lo mostrò nella culla, tranquillo e con gli occhi aperti! E con quanto terrore vidi approssimarsi l'ora fatale di metterlo a dormire un'altra volta!
— Ora sentirai che smanie — dicevo ad Evangelina, quasi per tentare mio figlio a darmi una mentita.
Evangelina non mi rispose, e Augusto non si lasciò pigliare nel mio tranello, e pianse come non si piange nemmeno nelle grandi afflizioni; però questa volta pianse con metodo, concedendosi ogni tanto un brevissimo intervallo di silenzio per ripigliare fiato. In uno di tali intervalli mi giunsero all'orecchio queste parole pronunziate dal mio vicino di casa, con l'intenzione palese di farle passare attraverso la parete:
— Che cosa fanno a quel bambino? Gli cavano la pelle?
— No, signore — risposi imitando il suo accento — lo fasciamo appena.
Evangelina rise, Augusto ricominciò a piangere.
La cosa andò così per parecchi giorni ancora; provammo di tutto, a fasciarlo in un'altra camera, ad aspettare che il sonno lo pigliasse in braccio alla mamma per adagiarlo poi nella culla; ma quando ci allontanavamo in punta di piedi, il piccolo disgraziato si svegliava, riconosceva la _situazione_ e ci richiamava con uno strillo.
Si vedeva chiaro, era un puntiglio; ogni sera mi pareva di non doverlo perdonare vita natural durante a mio figlio; e ogni mattina, alla sua prima occhiata innocente, si faceva la pace.
E poi, s'egli faceva le bizze al momento di andare a letto, tutto il giorno invece era buono come il pane, buono come la pappa e come le minestrine che gli piacevano tanto.
Già cominciava a sorridermi, ad allungare la mano quando voleva afferrarmi per la barba, a dirmi certe sue paroline garbate che io intendeva benissimo, se dalle braccia della mamma voleva venire nelle mie. Faceva anche di più; stava ritto senza cadere, sol che avesse una seggiola a cui appoggiarsi ed il suo bubbolino coi sonagli per passare il tempo.
Insomma ci faceva felici, e prometteva di farci felicissimi più tardi.
Avere nella vita uno scopo che si è prossimi ad ottenere e che, ottenuto, non mozzerà le ali di nessuna illusione, non è forse la maggiore delle felicità della terra? — Lo scopo nostro era di vedere Augusto camminare da solo di stanza in stanza, per pigliar possesso di tutta la casa paterna.
VI.
Una mattina, appena levati da letto, prima ancora di prendere il caffè, chi trovammo in cucina? La balia!
Era partita da Musocco all'alba, in compagnia del suo Giuseppe, unicamente per vedere la _sua_ creatura; Giuseppe era andato per certa faccenda di semente di bachi, tornerebbe più tardi, perchè anche lui, poverino, non sapeva più resistere senza vedere Augusto.
Dicendo queste cose, la povera Marianna rideva ancora; ma in quale maniera!
La sua visita ci dava noia, e a me faceva dispetto; pareva che ce lo leggesse in cuore, ce ne domandava scusa cogli occhi.
Evangelina era impietosita; io no; pensando agli strilli notturni di Augusto, durati quasi fino alla vigilia, non trovavo dentro di me neppure tanta forza di carità cristiana da nascondere il malumore.
— Non sono che otto giorni! — dissi — la vostra visita ci fa sempre piacere; che vogliate bene ad Augusto lo comprendiamo, ma se Augusto vi vede, si torna da capo...
La mia vanità paterna era mortificata nel fare questa confessione; nondimeno la feci intera.
— Se Augusto vi vede, vorrà tornare con voi; ancora non è avvezzo bene alla separazione; ha pianto anche ieri... (non era vero, da due notti non piangeva) domani non avrà più pace...
Marianna, che aveva chinata la testa, la sollevò sorridendo fra le lagrime.
— Ha pianto perchè voleva me, non è così? Voleva proprio me?...
— Già... probabilmente... sicuro, voleva voi; è avvezzo a voi; se vi vede è capace di piangere una settimana di seguito... potrebbe anche ammalarsi...
Non avendo potuto difendere il mio amor proprio di padre, esageravo il pericolo.
Evangelina non diceva nulla, perchè probabilmente non sapeva che risolvere, quando si udì il gemito di Augusto, che si era svegliato e ci chiamava.
— Anima cara! — esclamò Marianna.
Non udii altro, perchè mi avviai di corsa, non volendo far aspettare mio figlio.
Poco dopo Evangelina mi raggiunse per aiutarmi a vestirlo, ma Augusto ed io ci eravamo affrettati a fare una bella sorpresa alla mamma, e quando essa entrava, noi terminavamo appunto d'infilare il vestitino azzurro.
Volevo assaporare il nostro trionfo, ma mia moglie non me ne diede tempo.
— L'ho persuasa — disse melanconicamente.
— Chi?
— La balia. L'ho persuasa, si rassegna ad andarsene.
— Se n'è andata?
— Se ne andrà subito; è di là anche Giuseppe...
— Possono ben fare colazione prima... — mi suggerì il rimorso.
— La stanno facendo.
— Sia lodato il cielo! — esclamai un po' scrollato — tornino fra un mese, magari fra quindici giorni, quando questo piccolo mariuolo abbia imparato tutta la differenza che corre fra i suoi genitori e la balia... allora potranno vederlo quanto vogliono.
— Ho promesso che lo vedranno lo stesso — disse Evangelina tranquillamente.
— Vederlo?
La mia cattiveria non ebbe tempo di tornare a galla, perchè subito mia moglie mi spiegò in che modo innocente intendeva di lasciar vedere nostro figlio alla balia.
— Essa starà in cucina dietro l'uscio, noi in salotto; lo vedrà dal buco della serratura.
Era una magnifica idea, e non trovai a ridire, se non che mi offersi di stare anch'io in cucina dietro all'uscio.
— Perchè?
— Non si sa mai.
Mia moglie andò in salotto con Augusto, io corsi in cucina. Trovai Marianna pronta; Giuseppe, che aveva un grosso boccone in bocca, lo mandò giù a rischio di soffocarsi per darmi il buon giorno.
— È pronto — dissi — se volete vederlo...
La balia, senza rispondere, accostò l'occhio alla toppa: «Eccolo! — balbettò, e proseguì a mormorare delle parole incoerenti che erano carezze... — Dio! com'è bello! — disse poi — guardalo anche tu, Giuseppe...».
Ma non si scostava dall'uscio, e il suo uomo dovette farle intendere i propri diritti con uno spintone.
Allora Giuseppe disse: «Con permesso» e si pose anche lui in osservazione.
La balia era impaziente, guardava me, guardava il marito, e ripeteva a tutti e due: «Com'è bello!» — finchè, parendole d'aver concesso troppo al suo uomo, lo avvertì col medesimo linguaggio da lui adoperato poc'anzi, e il povero balio si rizzò e mi fece vedere una faccia trasfigurata, dicendomi con una filosofia di cui non vidi il fondo, che «era un destino fatto così».
Intanto Marianna mormorava:
— Caro! la signora gli dice di guardare di qua, e lui, povero innocente, lui guarda; non lo sa che sono qua io... non lo sai... anima bella! Ah! se potessi baciarmelo tutto!
E si voltava a buttarmi un'occhiata per vedere se vi fosse ancora una speranza di ottenere questa grazia, poi senza aspettare la risposta, rimetteva l'occhio alla toppa.
— Fra un mese — rispondevo io — fra quindici giorni forse... ora sarebbe volergli male.
E chiedevo con gli occhi l'approvazione di Giuseppe, che me la dava docilmente, a malincuore.
* * *
— To' — esclamò ad un tratto Marianna — pare che voglia camminare..... la signora l'ha messo accanto alla sedia ed egli si stacca... si stacca...
Non seppi più resistere.
— Voglio vederlo anch'io!
Marianna mi lasciò il posto: guardai.
Augusto si era veramente staccato dalla seggiola, stava in bilico alla meglio, ma non osava muoversi, benchè Evangelina, china a due passi dinanzi a lui e protendendo le mani per essere pronta a sostenerlo, lo tentasse con le parole e con le moine.
Si vedeva chiaro, Augusto aveva una gran voglia di correre a buttarsi nelle braccia di sua madre, e la distanza che lo separava gli faceva paura.
Pensai: «Andrò io a fargli coraggio» e dissi forte: — Mi raccomando, non facciamo imprudenze.
Spinsi l'uscio il tanto appena da lasciarmi passare, ed entrai dicendo a mio figlio: — C'è qua anche il babbo.
Intese benissimo che quando c'è il babbo non si deve aver paura di nulla, e appena mi fui curvato anch'io facendogli delle mie braccia un baluardo, egli prima si mosse imperterrito, poi, atterrito dalla sua audacia, venne a buttarsi disperatamente nelle braccia... della mamma.
Attraverso l'uscio della cucina giunse fino a me un piccolo grido d'entusiasmo; Augusto non l'udì, ed io scoccandogli un bacio sulla bocca:
— Bravo! — gli dissi solennemente — il primo passo l'hai fatto; ed ora, figlio mio, coraggio e avanti!
MIO FIGLIO STUDIA
I.
Quell'anno nostro figlio ci aveva promesso solennemente di studiare, di essere uno dei primi della scuola.
Evangelina ed io gli avevamo detto:
— Bravissimo! — soggiungendo però con un tacito accordo d'indiscrezione che non doveva bastargli d'essere fra i primi, ma che bisognava mettersi primo addirittura. E allora Augusto aveva spalancato gli occhioni e ci aveva detto con una specie di terrore che il Panseri era troppo forte.
Subito quel signor Panseri cominciò a farmi stizza: solo al pensare che mio figlio aveva tanta paura di lui, mi venivano in mente certe idee prive di senso comune, certi propositi indeterminati, certe baldanze inesplicabili, come se io dovessi cacciarmi non visto nell'ultima panca della scuola, poi, dal posto dell'asino, rizzarmi in piedi e con una vocetta tremenda pronunziare queste parole solenni: — Signor maestro, sfido l'imperatore romano! — E al cospetto di tutta la scolaresca sbigottita, farmi innanzi a lui, all'imperatore Panseri, e chiamarlo sul terreno dell'analisi grammaticale e logica, e tentarlo nei soggetti, nei verbi e negli attributi, poi avvolgerlo in un sillogismo traditore, spingerlo in un dilemma senza uscita e fargli perdere scettro e corona.
Questa singolare idea di prestare la mia scienza a mio figlio perchè ne facesse un uso tanto fatale al signor Panseri, continuò a trottarmi per la testa anche quando seppi che nelle scuole comunali di Milano non usavano più i tornei meravigliosi d'una volta, e che da un pezzo, fin da quando non si studiava più il _qui quae quod_ in versi, e non vi era bisogno di nascondere la _ferula_ del signor maestro se non si sapeva la lezione, fin d'allora nessuno aveva più inteso parlare dell'imperatore romano e dell'imperatore cartaginese suo rivale.
In altri momenti, disperando di poter compiere alcuna di quelle mie prodezze, guardavo le cose con occhio diverso; vedevo mio figlio che era piccino e gracile, più gracile e piccino; pensavo quanto il suo corpicciuolo irrequieto dovesse trovarsi a disagio fra le panche della scuola, sotto gli occhi del signor maestro, o me lo immaginavo curvo per lunghe ore sopra una lezione ribelle; allora la vantata forza del signor Panseri non mi tirava a cimento, mi rassegnavo a permettere che quell'imperatore minuscolo si avvolgesse nella sua porpora, senza provare la tentazione di strappargliela di dosso e di far palesi a tutta la scolaresca le sue vergogne grammaticali.
E dicevo ad Augusto pargole riboccanti di senno:
— Tu studia la lezione per aprire la mente alla verità, fa il còmpito giornaliero per esercitarti in ciò che avrai imparato; al Panseri non badare neppure, come se non esistesse, e chissà che un giorno o l'altro non ti trovi d'essergli passato innanzi senza aver patito le ansie del cimento. La scienza, figlio mio, ha questo di divino...
Mio figlio non istava ad ascoltare che cosa avesse di divino la scienza; l'idea di passare innanzi al signor Panseri non gli poteva entrare per nessun verso; bastava accennargliela di passata perchè egli vi si fermasse, sbigottito del mio coraggio, e facesse di no col capo. Assolutamente il signor Panseri era troppo forte, ed io non lo poteva soffrire.
II.
Intanto Augusto mi veniva svelando il segreto del suo nuovo e straordinario amore allo studio; quell'anno doveva avere dei libri nuovi, non so quali e quanti, un'infinità, ed uno più grosso dell'altro, ma tutti grossi abbastanza!
— Costeranno un occhio del capo — diceva Evangelina, non ancora guarita del tutto dai piccoli terrori economici che l'avevano tormentata nei primi anni del nostro matrimonio, quando il mio primo cliente non si voleva decidere a chiamare in tribunale la parte avversaria.
— La scienza non costa mai troppo — rispondevo con un sorriso da milionario; così rasserenavo mia moglie e mettevo in capo a mio figlio una massima; ed era bella e buona economia anche questa. Ma sì, Augusto non dava retta a me, non badava a sua madre, lasciava dissipare l'interruzione e ripigliava a fare sulle dita il conto dei suoi libri.
— Il _Compendio di Storia_, uno, l'_Aritmetica_, due, i _Diritti e i doveri del cittadino_, tre, la _Storia Sacra_, e la _Grammatica_.
— Non l'hai già la _Grammatica_? — chiedeva sua madre.
— Quella _era_ la _Grammatichetta_ — rispondeva Augusto.
E bisognava vedere a che cosa si riduceva in bocca di mio figlio quella che un tempo _era_ la _Grammatichetta_, per comprendere che in avvenire non poteva essere più nulla.
Veramente non era più gran cosa. Quando io volli vederla, sebbene piccola ed indegna, per non so quale recondito istinto di misericordia verso la specie grammaticale, prima Augusto si schermì dicendo che l'aveva nel cassetto, e che nel cassetto non ce l'aveva più, e che non sapeva dov'era, poi portò a sua madre un arnese irriconoscibile. Aveva uno o più occhi disegnati e non finiti in ogni pagina un numero d'orecchi incalcolabili, senza l'aiuto della piccola _Aritmetica_ sua compagna, che non istava meglio, come accertammo subito dopo. Con tanti occhi e tanti orecchi, sarebbe stata una crudeltà abbandonare i due libriccini in questo mondo di calcoli sbagliati e di sgrammaticature, ed io vidi senza stupore che la mia Evangelina se n'andava a riporre quegli invalidi in un cassetto.
— Farai lo stesso trattamento ai libri di quest'anno? — domandai a mio figlio senza rancore, ma con un biasimo sottinteso.
Augusto mi rispose assolutamente di no; perchè i libri di quell'anno erano tanti, ed erano grossi, ed erano belli, perciò li avrebbe tenuti con mille riguardi. Ed era proprio come se li avesse davanti; li contemplava con amore e faceva atto di lisciarne la coperta.
— Quando me li compri, babbo?
— Domani.
— Oggi no? — insistè con quella sua civetteria a cui non potevo resistere.
— E perchè no? — chiesi maliziosamente.
Allora lo sfacciatello spiccò un salto, e corse a portare alla mamma la buona novella che il babbo andrebbe subito subito a comprare i libri nuovi.
Non andai solo; venne anche lui, e quando ebbe tutti i suoi libri in un fascio, non li volle più abbandonare; se li prese a braccetto come buoni amici, e con ansia mista di sussiego mi consigliò di far presto per farli vedere subito alla mamma.
Per via non diceva nulla; la sua testina ricciuta aveva pensieri gravi. A quell'età i pensieri gravi rendono il passo leggiero, e io stentava a tener dietro a mio figlio.
Quando fu alla porta di casa, Augusto spiccò un salto così audace, che la nuova Grammatica, novissima agli esercizi della scolaresca, non potè reggere, gli scivolò dal braccio e cadde.
Cadde, e non si fece male, perchè il pianerottolo era pulito: e io ne resi grazia agli Eterni e alla fantesca, pensando all'afflizione che mio figlio avrebbe provato se avesse visto solo un'ombra nell'azzurro della copertina immacolata.
In questa come in molte altre cose, Evangelina non aveva le opinioni di suo figlio; essa diceva, per esempio, che si mettono troppi libri nelle mani della gioventù, per avere il pretesto di chiamarla studiosa, e si permetteva di dubitare che Augusto avesse poi a leggere tutte quelle pagine.
Il piccolo studioso era sicuro del contrario e lo affermava a viso aperto, senza placare la mamma. La quale insisteva:
— Io invece temo che non le leggerai nemmeno mezze; e sono poi sicura d'una cosa... di una cosa...
— Di che cosa?
— Sono sicura che fra una settimana tutti questi bei libri avranno perduta la coperta...
— Come devono fare a perderla? — domandava Augusto fingendo di non capire.
— Se non lo sai tu...
Allora il piccolo furbo faceva un atto dispettosetto e minacciava di andarsi a chiudere in camera e di leggere tutti i libri nuovi d'un fiato, per farla vedere alla mamma. Quanto alle coperte... quanto alle coperte.... Le lisciava con delicatezza, le guardava con amore; aveva ragione lui intanto.
E io dissi senza ridere:
— Serbala sempre questa tenerezza per le coperte dei tuoi libri, non lasciarti vincere mai dalla tentazione di strapparle per fartene un cappello da carabiniere, nè una barca, nè un'oca; bada a non versarvi sopra il contenuto del tuo calamaio; accontentati di scrivervi il tuo nome, senza illustrarlo col ritratto dei tuoi compagni di scuola e tanto meno del signor maestro. Serbala, sì, serbala sempre questa tenerezza che ora dimostri, perchè l'amore delle coperte dei libri è il fondamento...
Avevo un'idea vaga che l'amore delle coperte dei libri fosse il fondamento di qualche cosa; ma non sapevo bene di che, e per non dirla grossa volli tacere, sperando, un po' tardi, che mio figlio non mi avesse dato retta. Invece era là, tutt'occhi e tutt'orecchi, e mi toccò spingere innanzi la frase a ogni costo.
E fu così che quel giorno affermai solennemente in faccia a mio figlio, il quale non ne capì una sillaba, essere l'amore delle coperte e dei frontispizi il fondamento d'ogni dottrina vera... o falsa.
Se riuscimmo a star serii, Evangelina ed io, dopo esserci scambiati un'occhiata, bisogna dire che la coscienza dei nostri doveri seppe fare un miracolo. Augusto ad ogni modo lesse qualche cosa nella nostra faccia, capì che ne avevo detto una grossa, probabilmente veniva ripetendo fra sè e sè la mia frase sconclusionata, ingegnandosi di vederne il fondo; ed io, per fargli perdere il filo delle sue idee e correggere alla meglio lo sproposito paterno, mi affrettai a commetterne un altro.
— Fra tutti quei libri — domandai a mio figlio — quale preferisci?
Non mi capiva.
— Quale ti è più caro? A quale vuoi più bene?
Li guardò alla sfuggita, con poca speranza di scorgere in qualcuno delle qualità straordinarie che meritassero un affetto speciale; erano tutti nuovi, non sapeva che rispondere, voleva bene a tutti.
— E pure — insistei con malizia — ve n'è uno che non ti seccherà mai, che non ti darà mai un dispiacere, nè un affanno, nè uno sgomento, che ti sarà amico discreto tutto l'anno... ed è quello lì... quello, sì, proprio quello...
— Il vocabolario! — balbettò Augusto; e soggiunse pigliandolo in mano:
— Ah! sì, perchè è legato, e poi è più grosso.
— Già, è più grosso ed è legato... per questo... Del resto bisogna amarli tutti i libri di scuola, che ci aprono l'intelletto e ci spezzano il primo pane della scienza...
In fondo era l'idea di mio figlio; anzi egli andava più in là: li amava tutti senza secondo fine, e non entrava ombra di metafora nel suo istinto amoroso.
III.
Augusto non era il solo ad amare i propri libri; vi era in casa chi li amava più di lui, e d'un amore più cieco: Laura, sua sorella, una personcina alta due spanne, che si reggeva benissimo sulle gambuccie e non barcollava più camminando, ma ancora non sapeva leggere.
Quello era un amore sviscerato! Se vedeva da lontano un libro d'Augusto dimenticato sulla tavola, accorreva festosa, immaginandosi di poterlo pigliare, ma giunta presso la tavola non vedeva neanche più il libro, e allora mandava in giro certe occhiate smarrite, che facevano ridere il fratello maggiore.
Non rise un pezzo: nella testina di Laura germinò un'ideuzza baldanzosa (quell'idea, coltivata con amore, crebbe rapidamente, diventò sublime) ed un giorno la personcina alta due spanne, visto il _Compendio di Storia_ sul tavolino, accorse a gran passi, afferrò il tappeto e tirò con tutte le forze centuplicate dalla passione. Non pensava al pericolo di farsi venire addosso una valanga, o per dire meglio vi pensava, ma era preparata a tutto, perchè seguitò a tirare; solo all'ultimo momento chiuse gli occhi, non altro. Il _Compendio di Storia_ cadde travolto nelle pieghe dell'ampio tappeto; Laurina, rimasta incolume, rialzò il caro caduto, se lo strinse al seno palpitante ancora della prodezza compita, e venne a posarlo sulle ginocchia del babbo, il quale aveva visto ogni cosa e rideva.
— Non ridere — mi disse Laurina.
Ammutolii. Essa mi scrutò prima attentamente in faccia per vedere se dovesse fidarsi della mia gravità, poi aprì alla rovescia il _Compendio di Storia_ di suo fratello, e, con un seriume bizzarro, cominciò a leggere sopprimendo le virgole:
— «Due più due quattro più due sei più due otto più due ventidue più due ventiquattro più due dodici più due quaranta...».
Chiuse il libro e soggiunse gravemente:
— Ecco, l'ho letto tutto! — poi se n'andò contenta perchè il babbo era stato serio.
IV.
Ancora la scienza dei miei figli non mi aveva fatto male ed io poteva crederla assolutamente innocua; delle ariuzze d'omino saputo che pigliava Augusto al ritorno dalla scuola non avevo diffidenza nè sospetto, anzi me ne compiacevo e lo incoraggiavo con tutta la rettorica paterna.
— Studia — gli dicevo solennemente — figliuolo mio, studia con coraggio se vuoi farti uomo.
La frase non aveva bisogno di commento, perchè, almeno per mio figlio, io era un _uomo fatto_ da un pezzo; ma la mia Evangelina credeva necessario soggiungere:
— Piglia esempio dal babbo, studia e diventerai come lui.
— Diventerò anch'io avvocato?
— Senza dubbio — entravo a dire — ed avrai una magnifica clientela, e sarai famoso.
— Tu sei famoso!
— Altro che!
Questa bugia enorme è di mia moglie.
— Quanti libri bisogna studiare per diventare avvocato famoso?
— Tanti.
— Anche il _Compendio di Storia_?
— Anche quello.
— E bisogna saperlo tutto?
— Sicuramente.
Senza avvedermene, io avevo commesso il più grosso sproposito della mia carriera di genitore.
Augusto mi lasciò in gran pensiero e poco dopo l'udii cantare nella camera attigua la sua lezione; rileggeva con una specie di puntiglio insolito lo stesso periodo, si provava poi a ripeterlo a memoria, e sbagliava, e si correggeva, e tornava da capo, cantando sempre:
— _Il re di Persia, Dario; figlio d'Istaspe, detto anche Assuero, volle scegliere una moglie tra le più oneste...
— Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche... detto anche..._ (pausa).
— _Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche Assuero, volle scegliere una moglie fra le più oneste ed avvenenti_...
Ed io, ignaro della mia sorte miseranda, mi fregavo le mani e non pensavo nemmeno a domandarmi qual donna onesta ed avvenente avesse poi menato in moglie quel Dario figliuolo d'Istaspe, detto anche _Assuero_, che non voleva entrare in capo a mio figlio.
— Gli entrerà — pensavo. — Augusto è ostinato come suo padre: vedrai che Dario finirà col darsi vinto, ed entrerà prigioniero con tutto il suo seguito.
Nel seguito di Dario, per mia disgrazia, vi era della gente di cui non udivo più parlare da un pezzo, e a me allora non poteva nemmeno passare per il capo che fosse prudente rinfrescarmene la memoria.
Il dì dipoi, Augusto mi venne incontro con un'aria soddisfatta.
— La so tutta! — mi disse da lontano.
— Che cosa?
Incominciò addirittura:
— Il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche _Assuero_...
Ma io aveva alle calcagna un cliente melanconico che bisognava mandare in appello, e con tutta la buona volontà di far felice Augusto, non gli potei dar retta.
La faccia scura del mio cliente era appena scomparsa dietro l'uscio, quando si affacciò più sotto, nel vano, la faccetta maliziosa di mio figlio.
— Dunque — dissi aprendogli le braccia perchè vi si slanciasse con un salto, come usava fare — dunque il re di Persia, Dario, figlio d'Istaspe, detto anche _Assuero_?...
Augusto non si moveva; era pieno di scienza.
— Dunque — insistei spinto dal mio destino — dunque voleva scegliere una moglie tra le più oneste e le più avvenenti?... E l'ha poi trovata?
— _Lo sai bene_ che l'ha trovata?