Part 10
Allora soltanto vidi l'abisso su cui mi aveva spinto la mia imprudenza; perchè, ahi! non lo sapevo nè bene nè male; me ne ero dimenticato interamente. Mi sentii in balìa di mio figlio, il quale poteva darmi a credere, se glie ne venisse la tentazione, che il re di Persia aveva sposato la sua serva come il nostro vicino dirimpetto, e feci una ginnastica prodigiosa per salvarmi. Per un po' mi riuscì; avevo già strappato ad Augusto la confessione che la moglie di Dario si chiamava Ester, ed era orfana, ed aveva uno zio chiamato Mardocheo; quando venne ad Augusto la curiosità di sapere perchè Mardocheo non si fosse dato a conoscere al re suo parente. Un perchè ci doveva essere, «tanto più — soggiungeva mio figlio — che se Mardocheo non avesse fatto così, Dario non si sarebbe fidato tanto di _quell'altro_, sai, _quell'altro_... aspetta...»
Io sorrisi ed aspettai con una pazienza esemplare, ma (pensi chi ha cuor di padre la mia tortura) _quell'altro_ non sapevo proprio chi fosse. Aspettavo e sorridevo; _quell'altro_ non venne.
— L'ho sulla punta della lingua — diceva Augusto, e sollevava gli occhioni al soffitto, o me li metteva in faccia alla sfuggita sperando l'impossibile, cioè che io gli venissi in aiuto senza offenderlo.
Me ne piangeva il cuore, ma fui inesorabile.
— Non la sai ancora bene — dissi — una ripassatina ci vuole...
— L'ho qui... aspetta...
Questa volta uscì di corsa.
Quando egli tornò trionfante a dirmi che quell'altro si chiamava Amanno, io mi era tirato dinanzi un grosso volume di Pandette, e potei far credere a mio figlio di essere immerso nella scienza, mentre non facevo che ripetere a me stesso: — Dottore mio, sei un asino!
V.
La natura benigna non ha permesso all'uomo, e sia pure l'asino più convinto, d'incrudelire contro sè stesso. Quelle _Pandette_, che avevo dinanzi agli occhi e non vedevo, erano mie buone amiche da un pezzo: approfittando dello stupore che segue ogni gran disastro dell'amor proprio, esse mi parlarono blandamente così:
— _Justiniani Institutionum libri quatuor_... I bei tempi passati dell'Università! Le belle notti vegliate insieme!
Io sospirava e voltava le pagine senza interrompere.
— _Capitis diminutio tria genera sunt_ — insistevano le dotte pagine; ed io proseguiva rialzando gli occhi dal libro con una compiacenza istintiva; — _maxima, media, minima; tria enim sunt quae habemus: libertatem, civitatem, familiam. Igitur quum omnia haec amittimus... Omnia haec_ le so ancora.
Mandavo un sospiro a Mardocheo e voltavo pagina.
— _Proetoris verba dicunt: Infamia notatur_....
Ed io sorridevo e senza avvedermene tiravo innanzi a ripetere a occhi chiusi le parole confortatrici del pretore.
Ad ogni sentenza latina veniva dietro un codazzo di memorie allegre; mi ricordavo in che luogo, in qual'ora e in compagnia di chi avevo imparato a distinguere le _res mancipi_ dalle _nec mancipi_, l'_hereditas_ dalla _bonorum possessio_, mi era persino rimasto in mente che il _vadimonium_ (quel _vadimonium_ che gli studenti di terzo anno mandano inevitabilmente al diavolo per far ridere i matricolini) aveva prima messo di buon umore me, poi mi aveva servito a far lo spiritoso con altri.
Ah! Giustiniano! quello era un gran re! Altro che Dario figlio d'Istaspe!
E mentre una voce nemica mi gridava da lontano: «E che ne sai tu di Dario figlio di Istaspe?» Giustiniano mi metteva sotto gli occhi una sentenza, che diede un altro corso ai miei pensieri.
— _Nasciturus pro jam nato habetur_, — dicevano le _Pandette_; ed io, colpito da un senso nuovo che mi si rivelava in quella massima, esclamavo:
— È vero! mio figlio era vivo prima che nascesse!
Lieto di questa chiosa, che mi pareva più profonda di tutta la dottrina del pretore, me ne andai allegramente ai tempi lontani, in cui non avevo nè un figlio, nè un cliente.
Ritrovando più tardi il re di Persia implacabile, prima mi strinsi nelle spalle, poi lo mandai a farsi benedire.
— Il tuo regno è finito — gli dissi — è finito da... (qui, se lo avessi saputo, avrei messo un numero preciso d'anni, di mesi e di giorni per dar solennità al mio periodo), è finito da secoli, e ad un galantuomo dev'essere lecito vivere senza immischiarsi nei fatti tuoi. Io poi faccio l'avvocato, e lo faccio bene, domandane al tuo collega Giustiniano; ho tante faccende io, e se a suo tempo mi sono rotto la testa per fartici entrare, oggi sono nel mio diritto pretendendo che tu ne esca tutto d'un pezzo.
E per istinto d'arte oratoria agitavo la testa come se vi fosse rimasto.
La mimica che accompagnava il mio monologo durava ancora e il monologo era finito, quando mi avvidi d'avere un testimonio. Augusto, il quale con lo zaino ad armacollo veniva a darmi il bacio, prima di andar a scuola.
Per solito quella scenetta seguiva così: «Si può?» diceva mio figlio. Non altro, ed io intendevo: «Sono qua per il bacio», e subito, da qualunque lontananza di codice, accorrevo col pensiero, aprivo le braccia, egli vi si slanciava facendo un tentativo per respingere lo zaino, che entrava sempre di mezzo, in quell'amplesso, ed i nostri tre corpi si allacciavano stretti. «Mi raccomando», dicevo poi con solennità paterna, sprigionando Augusto, il quale se ne andava seguito dal suo zaino enorme, ed io stentavo a ritrovare _l'alinea_ in cui ero rimasto, perchè mettevo bensì gli occhi sul codice, ma il pensiero accompagnava un tratto mio figlio.
Questa volta, baciando Augusto, sentii che qualche cosa s'era mutato nei rapporti tra me e lui, e che il mio amore paterno, l'unico amore in cui credevo non dovesse entrar mai la civetteria, aveva anch'esso le sua vanità.
Ero stato sempre per mio figlio il migliore degli uomini, e non avevo mai rifiutata nessuna delle perfezioni che egli mi attribuiva. Perchè me lo mettevo a sedere sul braccio teso e lo portavo in giro per la camera, egli mi ammirava dicendo: — Come sei forte! — ed era perfino andato a dire in cucina allo spaccalegna che il babbo era più forte di lui.
Gli era bastato vedermi curvo sopra i grossi volumi, e contare i palchetti della mia libreria per non dubitar più che io fossi un portento di dottrina.
— Tu sai tutto! — mi diceva nel tempo in cui egli non sapeva nulla, e in questa idea trovava un conforto alla sua ignoranza.
— Tu sai più del maestro! — affermava qualche volta, ed io capivo subito che quel giorno il signor maestro aveva abusato della sua scienza per tormentarlo.
Non dico che fossi propriamente in buona fede intascando tutta quell'ammirazione, ma vi trovavo gusto e sapevo di far felice mio figlio.
Ahi! L'opinione magnifica che Augusto s'era fatta del babbo non poteva più durare! Già Dario figlio d'Istaspe aveva dato il primo colpo alla mia grandezza bugiarda; chi sa se prima di sera un altro personaggio famoso non dovesse uscire dalle pagine del _Compendio di Storia per isvergognarmi in faccia a mio figlio!_
Mi sentii ripigliare dai miei dubbi; tutto ciò che mi ero messo dinanzi per farne una barricata in cui la mia ignoranza si avesse a trovare al sicuro, mi sembrò a un tratto inutile e biasimevole; e ragionando precisamente all'opposto di poco prima, mi parve che non mi fosse lecito vivere un'ora di più su questa terra se non mi fossi ficcato bene in capo tutta la storiella dello zio della moglie del re di Persia.
Nessuno mi vedeva; frugai nella libreria, ne estrassi una storia antica e vi cercai avidamente la tranquillità della mia coscienza turbata.
Non lo avessi mai fatto!
In capo a mezz'ora io era il più desolato degli uomini; e dopo aver sfogliato il volume, leggicchiando qua e là e trovando in ogni pagina un capo d'accusa, arrestai l'occhio attonito nell'indice che pareva messo a posta in fine del libro come una requisitoria, a dimostrarmi compendiosamente quello che io era colpevole di sapere male o di non sapere niente affatto.
Era caduta la benda alla mia ignoranza! Poc'anzi mi potevo illudere pensando che, perchè tante cose me l'ero messe in capo _in illo tempore_ e non le avevo mai mandate via come Dario, _potessero_ esservi rimaste. M'accorgevo ora che tutta quella buona gente ebraica, assira, persiana, se n'era andata alla chetichella, lasciando una gran confusione di date e di regni nel mio cervello.
Non era più luogo a dubbiezze; mi trovavo in faccia a un dilemma inesorabile: o rassegnarmi a passare per un asino agli occhi di mio figlio, o rifare coraggiosamente il mio bagaglio storico.
— La storia è la maestra della vita — diceva qualcuno dentro di me — non ti è lecito goderti il tuo presente se non hai sulle dita il passato dell'umanità.
— Baie! — rispondeva dentro di me un altro — te lo sei pur goduto finora il tuo tempo senza l'aiuto di alcuna gente morta; tu continui a far così in avvenire e te la ridi. Che poi la storia sia la maestra della vita, lo vanno dicendo da un pezzo, ma ancora non è provato; se te l'ho a dire in confidenza, questa mi pare una bella frase messa lì come un puntello, per reggere una scienza enorme e vana. La storia non ha mai generato alcuna cosa al mondo, fuorchè compendi di storia e monografie storiche. Le dinastie dei Faraoni si succedono, passano, e che cosa lasciano all'umanità? Poche piramidi che non servono a nulla. Eccoti la storia.
Queste parole dell'anonimo che ragionava dentro di me furono un raggio di luce al mio spirito rabbuiato; io aveva trovata un'uscita al terribile dilemma, e quest'uscita era la _filosofia_.
Si sa che la filosofia serve i dotti e gl'indotti senza guardar in faccia a nessuno: io vado più oltre e dico che per un ignorante non vi ha altra via di scampo che diventar filosofo e farsi _un sistema_.
Il mio sistema filosofico doveva servirmi ad inculcare a mio figlio la necessità di studiare tutte le cose che il babbo aveva studiato _per aver poi_ _il diritto_ di dimenticarle tutte come il babbo.
Era un'idea grande ed ardita; da principio mi piacque, l'ammirai, poi mi parve d'un'arditezza impertinente, d'una grandezza spropositata; nuovo alla ginnastica dei filosofi, ebbi vergogna, lo confesso, e tornai a sentimenti più umili.
Quel giorno, invece di recarmi in tribunale con la baldanza d'un uomo preparato a tutte le sorprese della procedura civile, vi andai col fare dimesso di uno scolaro che non sappia bene la lezione.
E mentre l'avvocato avversario esponeva le sue ragioni e citava non so quale sentenza della Corte Suprema per ottenere addirittura il sequestro della roba del mio cliente, io fissava lo sguardo sul presidente, sui giudici, sull'avvocato, ricercando sotto quelle toghe e quei berrettoni la mia gente persiana. Pensavo: «Se ora sorgessi all'improvviso a domandare uno schiarimento sopra Mardocheo, chi di costoro me lo direbbe? quel giudice che sonnecchia no certo; e nemmeno il presidente con tutto il suo sussiego!»
Quando poi toccò a me rispondere alle enormi pretese della parte avversaria, sorsi baldanzosamente a dire che mi opponevo al sequestro, invocando il codice e la civiltà. — «Abbiamo ancora delle buone ragioni da esporre — esclamai — e vogliamo essere ascoltati!» — E soggiunsi eloquentemente: — «Non siamo più ai tempi dei Faraoni e dei re persiani. Oggi Assuero non farebbe impiccare Amanno senza dargli il tempo di _provvedersi in appello_».
Ditelo voi: che c'entrava Amanno? E pure la frase fece effetto, e al mio cliente non fu sequestrata la roba; segno che la storia può servire a qualche cosa.
VI.
Radunai tutta la mia buona volontà, e rubando ogni sera mezz'ora alle mie cause e il compendio di storia a mio figlio, mi avviai anch'io in mezzo agli Assiri e ai Persiani. Camminavo senza fretta, non ero punto assetato di scienza storica, come potreste credere, e mi bastava precedere d'un passo mio figlio nel suo compendio, tanto da non essere esposto a tavola a certe sorprese, che avrebbero guastato a me la digestione, a mio figlio il rispetto ammirativo che egli doveva all'autore dei suoi giorni.
Le cose andarono bene per un po'; ma venne un disgraziato mattino in cui la scolaresca, che era rimasta meco in Persia, e precisamente al regno di Dario III Codomano, se n'andò, senza avvertirmi, in Assiria, e la sera medesima mio figlio, non immaginando quanto male mi facesse, nominò alla mia presenza Salmanassarre e Sennacheribbo.
Io prima finsi di non intendere, e fatto un vano tentativo per ricondurlo in Persia, dove mi sarei ritrovato come in casa mia, fui costretto a lasciarlo dire.
Poi vennero altre sorprese; la geografia, la storia sacra e perfino l'aritmetica di mio figlio avevano conservato meco dei segreti. Incoraggiati dall'esempio del catechismo, che era con me pieno di misteri, quei tre libriccini di poche pagine mi tormentarono mattina e sera, mi guastarono regolarmente il desinare per parecchie settimane, e turbarono i miei sonni.
Io lasciava un sacramento per seguire il corso di un fiume americano, che a farlo apposta non poteva essere più tortuoso; scendevo un monte dopo aver interrogato l'aspetto di un paese, e trovavo la geometria piana, una geometria che mi facea venir la tentazione di rifar la salita del monte e non scendere più alla pianura.
Cieli misericordiosi! Quanto era grande la mia ignoranza! Non sapevo più nulla, peggio ancora: sapevo degli errori, perchè quel po' che mi era rimasto in mente era confuso ed inesatto.
Ripigliare da bel principio tutti i miei studi, come se dovessi ancora presentarmi agli esami, rifarmi una dottrina nuova, ecco il rimedio eroico; ma io fui vile, mi accontentai di rattoppare la mia scienza dove lasciava vedere i gomiti e le ginocchia.
E non andò molto che Augusto mi colse in fallo una volta, due, dieci, prima con istupore, poi con dolore, da ultimo con malizia. Non mi diceva più, come nei bei tempi della sua innocenza: tu sai tutto: al contrario gli accadeva di spropositare coraggiosamente in faccia mia nelle cose più elementari, perfino nei diritti e nei doveri dei cittadini, che erano il mio pane quotidiano, e di rifiutare senza arroganza, ma con sicurezza, la mia correzione, dicendomi la frase sacramentale, che ha fatto impallidire tanti genitori:
— L'ha detto il maestro!
Evangelina si provava a difendermi, metteva tutte le sue forze centuplicate dall'affetto e dalla buona fede nel sollevare me sopra il signor maestro; ma era inutile. Augusto non diceva già che non fosse vero; se non che alla prima occasione mi lasciava intendere che sulla mia dottrina famosa non si faceva più alcuna illusione, ripetendo quasi sottovoce:
— L'ha detto il maestro!
Ed io studiava in segreto, con un disordine che dipingeva lo stato della mia mente, le montagne, le popolazioni, il quadrato dell'ipotenusa, l'eucarestia.
Invano. Incalzato dal mio destino, venni finalmente in faccia alla prova suprema.
VII.
Avevano dato a mio figlio un difficile problema da risolvere, e il poveretto, che non era forte nelle matematiche, non se ne poteva cavare.
— Augusto non sa fare il còmpito — mi venne a dire Evangelina. Questi maestri non so dove si abbiano la testa. La bella maniera di tormentare un povero ragazzo! È tutta la mattina che lo vedo curvo a tavolino; mi fa proprio pena: dovresti aiutarlo.
— Aiutarlo io! — esclamai — e allora che gli giova l'andare a scuola? Se i problemi glieli dànno, è segno che deve saperli risolvere; e se non sa, è meglio che il maestro se ne avveda e rifaccia la spiegazione; e poi, sono tanto occupato!
Evangelina, meno scrupolosa, andò probabilmente a provarsi lei a fare quel che io non volevo, perchè poco dopo tornò a dirmi:
— È un problema difficilissimo; v'entra la geometria piana. Augusto non può risolverlo, piange...
— Piange?
Andai subito, e nell'attraversar la soglia dello stanzino in cui Augusto si torturava da un'ora, ebbi come il presentimento d'una catastrofe. Ma non ero più in tempo a dare indietro; mi accostai a mio figlio, gli accarezzai prima il visino lagrimoso, poi, con un po' di sussiego:
— Dà qua — dissi... — «Un fabbricante di mattoni deve consegnare tanti mattoni quanti ne occorrono all'ammattonato di una stanza di forma trapezoidale, i cui lati misurano... ecc.» Non è difficile — dissi. — E non sei buono a cavartene?
Mio figlio non rispose; mi guardava con quell'ammirazione ingenua di altri tempi mista a un tantino di stupore. E io soggiunsi:
— Io non ho tempo, e poi tocca a te fare il còmpito; se i tuoi còmpiti dovessi farli io, sarebbe inutile che tu andassi a scuola. Ora però hai lavorato troppo; divàgati: va in cortile e corri; poi torna su e ti sarà più facile.
— È troppo difficile — disse lui.
— È facile — dissi io.
Egli andò in cortile a correre, e io presi il suo posto dinanzi al tavolino.
La misericordia celeste risparmi a ogni padre la tortura che provai quella mattina. Ciò che mi sembrava facile da lontano, mi apparve irto di mille difficoltà appena volli riflettere. Evangelina mi stava a guardare, indovinando anche essa il mio imbarazzo; io sentiva Augusto che faceva il chiasso nel cortile, vedevo col pensiero una comparsa urgente che avevo lasciata sulla mia scrivania, e continuavo a star lì come inchiodato, sfogliando dispettosamente la geometria piana, calcolando, cancellando, rifacendo i calcoli sbagliati.
A poco a poco la testa mi si empì siffattamente di cifre, che non mi raccapezzai più; sbagliavo perfino le somme, e per ritrovare l'errore d'unità (un'unità di mattoni!) perdevo un tempo prezioso. Mi vennero a dire che un cliente mi voleva parlare; gli feci rispondere che ero occupatissimo e non potevo dargli udienza. Ma si fece una luce nel mio cervello; il problema mi si affacciò netto, e io non istentai cinque minuti a risolverlo.
— È fatto — dissi a Evangelina. — Davvero non era facile; io poi non ci ho più pratica...
Era inutile che mendicassi delle scuse, Evangelina mi ammirava, nè più nè meno; e io vidi quella sua ammirazione passare tutta d'un pezzo nello spirito smaliziato d'Augusto, quando egli venne su e trovò il problema risoluto.
E non mi parve davvero di aver perduto il mio tempo; anzi, rientrando nel mio studio, avevo una certa solennità, come se vi portassi la fiaccola della scienza.
A questo punto mi aspettava il mio destino. Invece di tornare da scuola allegro e di far irruzione nella mia camera a dirmi che aveva preso dieci decimi e la lode per il còmpito, Augusto entrò in casa come un cane battuto, e se ne stette in cucina.
E quando io volli sapere che cosa avesse, mi rispose di mala voglia che il problema era sbagliato.
— È impossibile! — esclamai.
— Guarda — mi disse melanconicamente mio figlio; — doveva dare 4526 mattoni, e invece ne dà 3916.
Io guardai, non vidi nulla. Se tutti quei mattoni mi fossero caduti addosso, non mi avrebbero fatto tanto male.
Ma accanto alle sventure il cielo mette le consolazioni, e io ne trovai una dinanzi alla scrivania. Era Laurina, la piccola studiosa; essa si era arrampicata sulla poltrona e leggeva attentamente il codice di procedura.
— Senti, babbo — mi disse appena mi vide entrare — senti; la so tutta: «due più due quattro più due otto più due dieci più due ventidue più due ventiquattro più due trenta.»
INTERMEZZO
_Qui l'avvocato Epaminonda Placidi narra una scenetta che assolutamente non lo riguarda._
Erano alle frutta; aspettavano il caffè.
Dopo aver dato una frasetta a dieci argomenti, tanto per iscoprire, senza averne l'aria, il sentiero in cui si era avviata la mente di suo marito, essa fece una smorfietta e tacque. Ma egli, che aveva risposto a monosillabi quando essa parlava, non si avvide nemmeno che ora incominciava a star zitta di proposito, e tirò innanzi per la sua viottola solitaria.
Non camminò un pezzo.
Essa (cioè la signora Ermenegilda) non tardò a capire che bisognava ricorrere a un rimedio eroico, e ruppe il silenzio un'altra volta.
— Ti ho detto quel che mi è capitato stamane?
— No... che cosa ti è capitato?
— Era sul Corso... usciva dalla bottega della guantaia, no... dalla bottega del... aspetta...
Il marito (cioè il signor Ermenegildo), pregato così di aspettare, non osava muoversi, ma tanto era lontano. Aspettò un pochino; Ermenegilda non diceva parola.
Allora il poveraccio fece uno sforzo eroico, diede un'occhiata melanconica ai propri pensieri, e piantando gli occhi in faccia alla moglie:
— Dunque uscivi dalla bottega della guantaia... — le disse. — E poi?
Ermenegilda fece un atto di trionfo modesto, e rispose con un sorriso:
— Tu eri partito per un paese ignoto; credo volessi scoprire le sorgenti del Nilo...
— Bada che le hanno già scoperte — interruppe Ermenegildo ridendo.
— Davvero? Io non me n'era accorta — disse la moglie con un vezzo infantile... — Dunque eri assente, viaggiavi coi treni celeri, e io non isperava vederti tornare per un gran pezzo... quando mi venne la bella idea d'entrare nella bottega della mia guantaia; uscendo, veggo che sei lì, ritornato col treno celerissimo. Hai fatto buon viaggio?
— Grazie — disse il marito levandosi da sedere e facendo il giro della breve tavola per deporre un bacio su quella bocca scherzosa.
Ermenegilda pigliò il bacio con dignità, ma non restituì nulla; e dopo aver aspettato invano, il signor marito rifece il giro della tavola e si andò a sedere al suo posto.
— Era proprio distratto — disse.
Nessun pericolo che si distraesse ancora; teneva i gomiti appoggiati alla mensa, le mani sulle tempie e gli occhi spalancati come due finestre a guardare in faccia sua moglie.
— Sentiamo, a che pensavi? — domandò Ermenegilda abbandonandosi sull'alto schienale della seggiola.
— Te lo voglio dire; pensavo all'amico Santi. L'ultima volta che fu qui, te ne ricordi? Saranno due settimane...
— Più di venti giorni — corresse la moglie.
— Già, venti! Come corre il tempo!
— Questo poi sì; corre!...
— Dunque — si affrettò a proseguire il marito — dunque l'ultima volta che l'amico Santi fu qui... ma prima di tutto, come lo giudichi tu l'amico Santi? Che indole ti pare che abbia? Sotto la vernice fredda dell'uomo che ha sposato la scienza...
— Scusa, l'amico non ha anche sposato sua moglie?
— Sicuro, gli scienziati hanno i loro momenti di distrazione...
— Bada che ti avvii male — disse Ermenegilda, senza uscire dalla sua indolenza posticcia.
— Sei tu che m'interrompi sempre. Ti domandavo come giudichi l'amico.
— È un amico tuo, un amico di casa... io non lo giudico.
— Sei crudele oggi.
— Mi vendico.
— Ebbene te lo dirò io che cosa vi è sotto la vernice fredda di quello scienziato: vi è un cuore caldo, un'anima poetica, un'immaginazione di cui non gli è facile aver sempre le redini in mano.
— E tutto questo tu l'hai veduto l'ultima volta che l'amico Santi fu qui?...
— Precisamente; ventidue giorni fa, dunque...
— Ventitré — corresse la moglie — era un mercoledì; non potendo uscire di casa a fare la nostra solita passeggiata dopo il desinare, ve ne andaste voi due soli, a braccetto come due scapoli, e il signorino tornò dopo la mezzanotte...
— Ora sbagli tu; mancava un quarto d'ora alla mezzanotte; l'amico Santi aveva preso il treno delle undici e venti; salvo aver le ali del nostro merlo, non era possibile essere a casa prima...
— Sentiamo il resto — disse Ermenegilda con indulgenza.
Allora Ermenegildo provò a farsi serio, e con un tantino di gravità insolita, un tantino appena, senza mai staccare gli occhi dal viso della moglie, spiccicando le parole con lentezza, parlò così:
— Si discorreva della vita matrimoniale... non so perchè si era venuti su questo discorso... ah! perchè pioveva, perchè tu eri rimasta a casa sola... Egli mi diceva che fa press'a poco la stessa mia vita, che se sua moglie sta a casa, egli appena appena si muove a far due passi dopo il desinare, poi torna al suo studiolo a leggicchiare, a scrivere accanto al fuoco, e che per quanto paia monotona un'abitudine tranquilla, la felicità non è mai molto diversa.
Sebbene Ermenegildo avesse continuato a leggere negli occhi della moglie l'effetto d'ogni parola, a questo punto s'interruppe per giudicarne meglio.
Ermenegilda era impassibile.