Mio figlio!

Part 11

Chapter 113,840 wordsPublic domain

— Non è diversa niente affatto — esclamai, e gli dissi come la penso io riguardo alla felicità. — Tu sai come la penso; dinanzi alla felicità...

— Dinanzi alla felicità — proseguì la moglie, come se recitasse una lezione — gli uomini sono tutti eguali: la felicità è nel desiderio; l'uomo che più desidera è più felice...

— Sbagli — Corresse dolcemente il marito filosofo — la felicità è nel desiderio d'una cosa che si possa ottenere, condito d'un tantino d'incertezza.

— Ottenuta una cosa — proseguì Ermenegilda — bisogna saperne desiderare un'altra...

— Ma che non sia troppo improbabile o difficile. Di coloro che, appena hanno formato un desiderio, subito possono soddisfarlo, si deve dire che non conoscono la felicità...

— La quale è un intervallo fra un desiderio e la sua soddisfazione. Ed ecco perchè i ricchi e i poveri, dove cessano i bisogni imperiosi della fame, della sete, del caldo e del freddo, cominciano a essere eguali.

— Bravissima! — diceva Ermenegildo — bravissima! — Ma si vedeva chiaro che aveva perduto il filo e non sapeva come andare innanzi.

Ermenegilda gli venne in aiuto.

— Dicevamo che la vita dell'amico Santi non è _molto_ diversa dalla felicità... E quella di sua moglie è _molto_ diversa?

— Non lo so, non mi sono informato; in simili casi uno non può parlare che per conto proprio. Ti credo felice perchè... perchè sono felice io con te; ma se andassi a dire agli altri che ti faccio felice, che tu mi adori, e che io merito la tua adorazione, mi piglierebbero per uno sciocco. E poi — proseguì con un'aria baldanzosetta — e poi che ne so io veramente se tu sei molto o poco felice con me? Posso forse scendere in fondo al tuo cuore, visitare tutte le più piccole celle del tuo cervello, dove s'annicchia talvolta l'immaginazione scontenta?

Invece di rispondere Ermenegilda sospirò, e il povero Ermenegildo non riuscì a capire se facesse per canzonatura o per impazienza.

Era come se avesse infilato una veste nuova in cui si trovasse a disagio, e non potesse mutarsela perchè già fuori di casa. Veramente la sua disinvoltura gli faceva strane smorfie sulla persona; ma oramai era avviato, e tirò innanzi.

— Ermenegildo — mi diceva l'amico Santi — noi gente di scienze o di lettere o d'arti abbiamo forse un avversario più degli altri; quell'immaginazione medesima, che ci dà tante dolcezze, che ci incoraggia a salire le alture faticose del vero e del bello con la promessa di più ampi orizzonti, può darci e ci dà talvolta aspre battaglie. Mentre noi siamo tranquilli a casa, al focolare, e guardiamo la felicità nella faccia serena della nostra compagna, negli occhioni delle nostre creature, v'è una parte di noi che se ne va... Dove?... Lontano; a sognare cose nuove: affetti, sorrisi, lagrime; a indovinare gli aspetti ignorati della bellezza.

Ermenegildo pigliò fiato; Ermenegilda, che aspettava quel momento, si accontentò di dire con una ironia lieve lieve:

— In sostanza, voialtri uomini di arti o di scienze o di lettere non dovreste prender moglie. È una idea vecchiotta, ma non quanto la verità, che è eterna.

— Chi dice questo? — interruppe il marito con la forza della convinzione. — Lo dicono gli scapoli fino a trent'anni; dopo i trent'anni nessuno più lo pensa; dopo i quaranta nessuno più lo dice...

— Il pittore Vaghi lo dice ancora, ed ha sessantacinque anni sonati — osservò Ermenegilda con malizia.

— Il vecchio pittore Vaghi ha ricominciato a dirlo dieci anni fa, quando si rassegnò a perdere interamente la speranza di trovar una moglie giovane e bella.

— Come lo sai?

— Lo immagino. Egli ha sempre adorato la gioventù e la bellezza delle donne; ora ha i capelli bianchi e non è ricco... Torniamo all'amico Santi.

Ermenegilda mandò un sospiro o uno sbadiglio all'amico Santi, e ripigliò la positura di prima.

— Vi sono due esseri in noi — prosegui Ermenegildo; — uno casalingo, bonaccione, pieno di giudizio e d'ordine; l'altro fantastico, insoddisfatto; uno si appaga delle cose, l'altro vorrebbe le ombre delle cose; forse non è bene, appunto quando l'uno dei due ha tutto, che l'altro non abbia nulla; potendolo fare senza peccato, perchè quella parte di noi che sogna non dovrebbe avere il suo alimento? — Così mi parlava l'amico Santi. — Vi sono sentimenti (dice lui) che a mia moglie non posso esprimere; mi darebbe del matto o si spaventerebbe fuor di misura; bisogni, anzi sfumature di bisogni, aspirazioni indefinite dell'anima, estasi del pensiero (è sempre lui che parla), delle quali io mi compiaccio perchè sono una parte non indegna del mio essere, e che mia moglie non capisce. Un legame di due intelligenze, un interrogarsi ed un rispondersi, magari da lontano, di due anime che si comprendono, non dovrebbe offendere il patto sacro del matrimonio.

— Amore platonico... — mormorò Ermenegilda.

— Io direi _platonico_, se vuoi, ma non direi _amore_...

— Diciamo _affetto_... diciamo...

— Diciamo anche _affetto_...

Non sapeva che dire; ora la docilità pensosa di sua moglie lo imbarazzava peggio della beffa.

— Insomma tu mi hai capito — ripigliò accalorandosi; — l'amico Santi è incapace di fare una cosa che possa gettare la più piccola ombra sopra sua moglie... e pure... non dovrei dirtelo, perchè è una confidenza... e pure...

— Se non devi dirlo, non lo dire, Ermenegildo: è forse meglio.

Balenava una strana luce negli occhi della bella indolente. Era curiosità? era malizia? Ermenegildo ne cercò inutilmente il significato, e riprese smorzando di repente quel po' di fuoco che prima aveva messo nelle sue parole:

— Sbagliavo; anzi te lo devo dire. Chi fa una confidenza a un uomo ammogliato o a una donna maritata, deve sapere di farla a marito e moglie. Non è lecito al primo venuto mettere un segreto fra due coniugi che si vogliono bene.

Voleva soggiungere, ed avrebbe fatto bell'effetto oratorio: «che fra due coniugi che si vogliono bene non deve frapporsi mai nemmeno l'ombra di un segreto;» ma si avvide in tempo che egli era precisamente avviato a provare l'opposto.

— Pur troppo! — soggiunse con una faccia da sant'Ignazio — pur troppo, poichè la natura umana non è perfetta, e vi sono cose che ci affliggono senza ragione, qualche piccolo segreto innocente nasce talvolta inosservato nel letto nuziale.

La tenera sposa esalò un sospiro, che poteva benissimo significare: «Pur troppo!»

— Per farla corta: l'amico Santi ha un affetto purissimo per una donna. Quest'affetto è la sua gioia segreta; e mi ha confessato che spesso, ricevendo una lettera di questa lontana amica, a cui egli svela i suoi pensieri più riposti, gli pare di sentire come una carezza dell'ideale; allora si sente più forte, più generoso, più buono e, lo crederesti?... anche più affettuoso con la moglie.

— È strano! — si contentò di dire Ermenegilda.

— Non è strano niente affatto! Egli sa, cioè teme, di fare un torto a sua moglie... e più si sente felice, e più crescono i suoi scrupoli.

— Ha degli scrupoli?...

— Sì; chiedeva a me se dovesse smettere o no quella corrispondenza...

— E tu?

— Io gli dissi... che cosa gli poteva dire io?... che, giudicando così all'ingrosso, se non vi era pericolo di male, nè di dispiaceri domestici... mi pareva... ch'egli potesse alimentare un sentimento, che in fondo... non aveva nulla d'ingeneroso.

— E lui?

— Egli mi assicura che dispiaceri non ne possono nascere, perchè le lettere gli arrivano con un recapito segreto.

— E quella donna ti ha egli detto chi sia?

— Non mi ha detto altro se non che essa pure ha marito.

— Ti ha detto che fosse giovine e bella?

— Giovine sì; della bellezza non ne so nulla... non se n'è parlato...

— Si vedono qualche volta?

— Raramente; egli la vede quando viaggia, ma viaggia poco: s'incontrano, ed è come se non fosse nulla fra di loro; si riconoscono appena. Tutte queste cose, io dico, non accadrebbero, se la società stupida e le piccinerie dell'anima umana non avessero reso impossibile l'amicizia schietta e palese fra un uomo e una donna; se, fuori del matrimonio, la malignità non vedesse sempre l'adulterio. Io sostengo che se è prezioso avere un amico fidato...

— Tanto più dolce sarebbe avere un'amica, alla quale poter affidare i pesi più delicati dell'anima, perchè ci aiutasse a portarli. Forse non hai torto; ma io penso a lei, a quella donna maritata, che alimenta una fiamma innocente, ma segreta; segreta, ma lontana... Ho degli scrupoli per essa. A te che ne pare?

Ermenegildo confessò candidamente che non vi aveva mai pensato.

— Ma non mi sembra che la cosa cambi... — disse.

— Io temo di sì...

— Lo temo anch'io...

— E pure — si affrettò a dire Ermenegilda — perchè un uomo ammogliato possa avere innocentemente una... come diciamo?... una corrispondenza d'amorosi sensi con la moglie d'un altro, bisogna pure che questa moglie d'un altro acconsenta e corrisponda...

— Sicuramente — disse Ermenegildo agitando il capo con energia — è sempre il vecchio vizio di noi uomini di guardare le cose da un lato solo... Sicuramente, perchè un uomo ammogliato possa... bisogna pure che ci sia la moglie di un altro, che...

— E quella incognita non perde nulla ai tuoi occhi? La stimi tu egualmente come se non nascondesse nulla al marito?

— Sicuro che la stimo; non dico proprio egualmente... cioè sì, la stimo egualmente. La colpa non è sua, se il mondo, se il marito... Certo la stimerei di più se... ma bisognerebbe che il marito non fosse un uomo volgare...

Ermenegilda gli aveva fissato gli occhi bene aperti in faccia, ed è forse questo che gli imbrogliava di nuovo il filo delle idee.

— Volevo dire che la stimerei di più se potesse dir tutto al marito; ma probabilmente se non gli dice nulla è perchè suo marito non saprebbe ricevere bene una confidenza simile.

— Sarebbe pur bello — sospirò Ermenegilda — che si potesse dire tutto, proprio tutto al marito! Che estasi quell'accordo di tre anime!

Ermenegildo, trionfatore modesto, ancora non era arrivato a convincersi della propria vittoria, quando a un tratto vide sua moglie sollevarsi a mezzo e porgergli la mano attraverso la tavola. Ed egli prese quella bella manina, e riconobbe che era bianca, grassoccia e bella, proprio bella, ma come in sogno.

— Amico — gli disse Ermenegilda con un tantino di enfasi teatrale, che lo svegliò del tutto; — amico, io ti ho già troppo offeso tacendo, dissimulando, facendo la commedia finora; tu sei degno di saper tutto: quella donna, quell'amica lontana del signor Santi, sono io! Da un anno egli mi scriveva segretamente e io gli...

Ma era già stretta fra le braccia del marito, e un bacio le chiudeva la bocca, non potè terminare la frase.

Si provò più volte a condurre alla fine la sua confessione, sempre invano. Ermenegildo la baciava e rideva.

— Sì, ho detto la verità — soggiunse Ermenegilda fra i baci — io non credeva di far male... ma non ne ero sicura; il nostro buon amico era turbato anche lui... dal rimorso... l'ultima volta che fu da noi a desinare, ventidue giorni fa... quel mercoledì che pioveva... per poco non ti svelò il suo segreto... il nostro segreto... innocente. Ripetimi — soggiunse sprigionandosi dalle carezze — ripetimi che questa nostra corrispondenza non ti offende, che questa tenerezza di due anime...

A questo punto il contagio dell'ilarità di lui aveva preso anche lei.

— Pietà di me... — mormorò il marito stringendosi le costole — non farmi morire così...

Il riso dell'incredulo Ermenegildo durava ancora, quando Ermenegilda si era di già rifatta seria.

Era entrata nel cervello di quella donnina una idea vendicativa.

— Sì, sono io — ripetè con faccia seria; e il marito rise ancora.

— Sì, sono io — insistè; e il marito non rise più, ma venne a lei gravemente, e pigliandole il mento con due dita, cominciò:

— Ho compreso, so tutto quello che mi vuoi dire: facili sono le teoriche fatte sulle spalle degli altri; l'esempio invece prova...

Sua moglie lo interruppe:

— L'esempio non prova nulla di nulla, l'esempio è l'accidente, è il caso; la teorica è la dottrina. Ma lo vedo bene io, tu non mi credi, non mi vuoi credere. E pure te l'assicuro, Ermenegildo mio, la consolatrice lontana del comune amico Santi sono io; te ne posso dare le prove...

Ermenegilda frugò nelle proprie tasche, poi porgendo un foglio al marito, che non fu pronto a pigliarlo, soggiunse semplicemente:

— Leggi.

Questa volta Ermenegildo si fece pallido; Ermenegilda battè le mani.

— Ti ho fatto paura! — esclamò l'astuta donnina con un impeto di gioia — ora sono vendicata!

— Dammi quel foglio — balbettò Ermenegildo...

Lo prese e lo lesse da cima a fondo con molta gravità.

Era un autografo della modista; vi si parlava di un cappellino di paglia di Firenze, con piume, nastri, blonde, fiori e simili, d'un cappellino non ancora saldato che costava meno di nulla, d'un cappellino assolutamente indegno di coprire una testina così accorta.

— Signora — disse Ermenegildo con una severità burlesca — questo foglio mi appartiene.

Ermenegilda chinò il capo, rassegnata alla propria sorte. Più volte in quella giornata memoranda, la risata nacque sulle labbra dei due coniugi; rinacque repentinamente e rimorì fra gli spasimi d'una lunga agonia.

LA PAGINA NERA

I.

Avevo il cuore turbato, ma la faccia ridente per ingannare Evangelina.

— Che hai? — mi disse vedendomi.

— Nulla; i bambini?

— Giocano.

Sorrisi meglio, e volli darle un bacio, ma a mezza via ella tirò indietro il capo per guardarmi negli occhi. Allora mi vidi scoperto.

— Che hai? — insistette; e la paura, entrando nel suo cuore di sposa e di madre, le faceva abbassare la voce.

— Nulla — ripetei. — I bambini giocano?

— Sì... Augusto! Laurina! — gridò la povera mamma.

Giungono di corsa i due cari monelli. Augusto è il primo, e con un salto mi viene sulle braccia; Laurina, che lo segue da vicino, mi si butta tra le gambe.

È un assalto di baci e di domande: Augusto parla, Laura ripete le sue parole. Ma oggi io non ascolto quella musica, quasi non l'intendo. Le guardo a lungo, poi le bacio a lungo, le mie creature; sento per la prima volta un sapore amaro alla mia grande dolcezza. Uno sguardo pietoso di Evangelina mi va cercando l'anima; comprendo che la poveretta soffre, spiccico dalle mie gambe la tenace Laurina, poi lascio scivolare Augusto.

— Andate a giocare, ma state buoni, non correte troppo, per non sudare... la finestra è chiusa?

I bimbi non rispondono; sono già in cucina.

— Sta zitta — dico a mia moglie; — senti Augusto che fa le due parti di tamburino e di generale; Laurina — mi par di vederla — gli sta alle calcagna per fare l'esercito.

La poveretta stette zitta un momento, poi mi chiese con voce in cui tremavano tutte le corde materne:

— Che è stato?

* * *

— Nulla — diss'io. — Sono uno sciocco a darmi tanto pensiero, come se dovesse subito toccare la stessa disgrazia anche a noi.

— Quale disgrazia? — insistè Evangelina, e pareva meno rinfrancata.

— Quando un tegolo casca sul capo d'una persona di nostra conoscenza...

Io vidi sulla faccia della mia povera compagna qualche cosa che non m'aspettavo dal mio paragone spropositato; allora m'interruppi e dissi cambiando tono di voce:

— Via, non ti spaventare anche tu più del necessario; all'avvocato Marozzi è morto il figlio l'altra notte, ecco tutto... e ti dicevo appunto che non è una buona ragione...

— È morto di angina maligna? — interruppe Evangelina, che si era fatta pallidissima.

— Già, di angina maligna — balbettai; — ma venivo dicendo a me stesso che non è una buona ragione di spaventarsi tanto... che quando una tegola cade sul capo, mettiamo pure di un amico, non perciò esciamo di casa con la tremarella e abbiamo paura di tutte le grondaie.

Evangelina mi fe' cenno di star zitto, e stette in ascolto; dalla cucina e dall'anticamera giungeva fino a noi il chiasso del tamburo di guerra, interrotto con gran frequenza dagli ordini del generale. La disciplina non impediva all'esercito di unire ogni tanto la sua voce a quella del comando.

— Era un bel ragazzo — disse mia moglie fissando gli occhi nella parete — robusto, forte, ed è morto così?

— In pochi giorni...

— E i medici?

— I medici non ne capivano nulla, gli bruciavano la gola, gli davano del chinino; ieri l'altro stava meglio, ieri è morto.

Evangelina si coprì la faccia con le mani, poi si scosse, e le brillava negli occhi un'energia selvaggia quando chiamò una seconda volta:

— Augusto! Laura!

* * *

Si udì nella stanza vicina la voce del generale, che ordinava di rompere le file, e immediatamente fu visto l'esercito approfittare della licenza per venire ad abbracciare la mamma.

Augusto, non essendo potuto arrivare prima della sorella, aspettò d'essere chiamato una seconda volta e si affacciò all'uscio; ma era ancora occupato a cacciare le molle del comando in un fodero ideale.

— Venite qui che vi guardi — disse Evangelina scherzosamente — dritti tutti e due; bene; ora mettete fuori la lingua... benone; ed ora ricacciatela dentro...

Ma ai due piccoli monelli non pareva vero di aver trovato quest'altro giuoco, che si poteva fare con la mamma, e continuarono a star lì, a bocca aperta, con le linguette penzoloni, ridendo d'un riso rauco, giocondo. Bisognò picchiare sulla bocca d'Augusto per farli smettere tutti e due, perchè quando Laurina non si credette nell'obbligo di secondare il fratello maggiore, disse col suo solito sussiego: «che ridere!» e non rise più.

— Vediamo — ripigliò gravemente la mamma: — tu, Augusto, non ti senti un po' male al capo, e nemmeno tu, bimba mia? E alla gola non sentite dolore? Non provate alcuno stento nell'inghiottire?

Augusto aveva una mezza pagnottina in tasca.

— Sta a vedere — disse; e ne addentò un grosso boccone che fece sparire prontamente.

— Sta a vedere... — cominciò a dire Laurina frugando nel suo vestitino senza tasche; la mamma la interruppe con un bacio.

— Bisogna dirlo subito alla mamma appena vi sentite un po' di male al capo o in gola. Ed ora andate pure a giocare; ma non correte troppo per non sudare.

Invece di sfoderare le molle del comando, mio figlio sciolse alla nostra presenza la corda che gli serviva di cinturino, e dichiarò alla sorella che bisognava cambiar giuoco.

— Faremo il giuoco del medico — disse; — tu sarai l'ammalata ed io verrò a guarirti.

— Sì, sì, — disse Laurina — facciamo il giuoco del medico.

II.

Era entrato un nemico in casa nostra, la paura. La nostra felicità medesima gettava una grande ombra intorno a sè; ogni nostra contentezza moriva in un'idea superstiziosa: «siamo stati troppo fortunati finora!».

Con la speranza di leggere che l'angina maligna era scomparsa interamente, o che avevano trovato il rimedio infallibile per combatterla, io apprendeva mattina e sera il numero dei _casi_, e tutte le dicerie strane che si facevano intorno alla nuova malattia.

— Un giorno un medico condotto, che subito pigliò agli occhi miei l'aspetto di un genio sagrificato in un paesello, mandò la prima ricetta contro l'angina maligna, assicurando che con quel sistema di cura tutti i suoi ammalati erano guariti.

Ed io sentii la tentazione di correre in piazza e radunarmi molta gente intorno per leggere la ricetta, e mi domandai sul serio se non vi fosse mezzo di obbligare tutti i medici, fossero anche famosi, a tentare la cura di quel medico condotto.

«Perchè già, pensavo malignamente, a questi signori medici della città non parrà decoroso lasciarsi fare la lezione da un collega della campagna».

A buon conto io tagliai con le forbici quella ricetta preziosa e la serbai nel taccuino.

Ma il giorno dopo, altri due medici di campagna si credettero in dovere di far conoscere al pubblico il loro metodo di cura; ed erano due metodi differentissimi fra di loro; e, cosa bizzarra ma crudele nella sua amenità, non rassomigliavano neppure al metodo del primo medico, sebbene fossero infallibili tutti e due.

Io tagliai con le forbici anche quelle ricette, e serbai anche quelle per iscarico di coscienza, salvo a decidere se meritasse la preferenza il sugo di limone, l'acido fenico, o il ghiaccio puro. Un po' di scetticismo era già entrato nella mia mente turbata, ma credevo ancora che uno di quei tre rimedi fosse il _buono_.

In seguito le ricette si moltiplicarono, e i _casi_ pure.

Continuavo per abitudine la mia raccolta, finchè un giorno Evangelina mi disse con un sorriso amaro:

— Che cosa dovrebbe fare una povera madre? Mettere tutte le ricette in un cappello e farne estrarre una dal suo piccolo ammalato...

— Oppure — dissi — provarle una dopo l'altra.

— Ieri — mi rispose con voce rauca — un bambino di sei anni fu colto dalla malattia mentre giocava ed è morto stamane; l'altro giorno il figlio di un medico se ne andò all'altro mondo in poche ore.

— Come lo sai? — chiesi.

Anche mia moglie da qualche tempo leggeva le gazzette.

III.

Io la udiva da un pezzo la voce arcana che annunzia il dolore, ma cercavo d'ingannare me stesso e di riconfortare Evangelina.

— Le nostre traversie le abbiamo avute — dicevo; — abbiamo penato la nostra parte.

E frugavo nel passato cercando di radunare tutti i dolori dimenticati della nostra vita per farmene uno scongiuro, o per lo meno una speranza.

— Ti ricordi quel giorno che in tutta la casa dell'avvocato Placidi non era rimasto un quattrino?

— E che ti toccò mettere a pegno il tuo _Vacheron_... Se me lo ricordo! — sospirava mia moglie.

— Non fu una volta sola — insistevo frugando ancora; mi sta fisso in mente un certo Natale che ci rimangiammo il povero _Vacheron_, tante volte mangiato e rimangiato. E ti ricordi quando Augusto s'ammalò stando a balia! che sgomento! E quando Laurina ebbe quel grosso furuncolo e bisognò far venire un chirurgo dell'Ospedale Maggiore per tagliarlo — che orrore!... E la costipazione tremenda che ti aveva tolto la voce! E... e...

— E la morte violenta del nostro merlo per avere inghiottito un ago da cucire? — diceva Evangelina mettendo una nota schietta in quella falsa elegia.

— Tu scherzi ora; ma di' non fu anche quello un dolore?

— Non dico di no.

— Sta zitta — concludevo con un gemito da ipocrita — che abbiamo sofferto abbastanza.

Non era vero, e lo sentii ben io quando Evangelina soggiunse in buona fede:

— Sì, ma è passato tanto tempo, ed ora siamo così felici! E quante gioie non abbiamo avuto in compenso!

Stette un po' a pensare, e in un momento potè raccogliere nel passato tante contentezze comuni, e le vide uscire dalla dimenticanza così vive e così fresche ancora, che la sua faccia s'illuminò d'un sorriso.

— Non ci badasti mai? — mi disse poi. — Le nostre gioie ci seguono nella vita; i dolori no, il cuore li seppellisce.

— No, non me ne sono mai accorto.

— Io sì; quando mi provo a rifarmi col pensiero i godimenti vecchi vi riesco, ed è un godimento nuovo; e se volessi addolorarmi sul serio perchè tanti anni fa ti toccò mettere a pegno il tuo _Vacheron_, o perchè l'anno scorso Laurina ebbe un rosso furuncolo...

— E se fosse morta? — interruppi brutalmente.

Essa ammutolì e mi guardò in viso sbigottita.

Povero cuor di madre!

Invano io mi chiudo all'immagine del dolore; il dolore è qua, e mi dice: — «prepàrati a soffrire».

IV.

Eravamo a tavola.

Augusto aveva mangiato la zuppa dichiarando che lo faceva per accontentare la mamma; non gli avevamo badato — era tanto burlone! Ma quando venne in tavola il lesso, egli prese il suo piatto e lo capovolse bruscamente.

— Che maniere sono queste? — domandò mia moglie.

— Non voglio mangiare — rispose Augusto.

— Che hai? Non ti senti bene?

Sostenne che non aveva nulla, ma che non voleva mangiare.

— Fa come il Nini — entrò a dire Laurina. — L'ha visto fare al Nini; il Nini fa sempre così a tavola.

Poteva essere. La vigilia era stato invitato a desinare da un vicino di casa per far compagnia al Nini, una personcina potentissima, che trattava i suoi genitori con molta severità.

— È uno scherzo — dissi allora.

Non era uno scherzo.

— È un capriccio? — chiesi sentendo che mi bisognava far la voce grossa. — Dà qua il piatto.