Part 12
Allora Augusto, invece di ubbidire, mi guardò in viso, scostò la seggiola dalla mensa, e lasciandosi scivolare a terra, fece atto di allontanarsi.
Fummo in piedi a un tempo, Evangelina ed io, tremanti entrambi.
— Augusto! — balbettai.
— Augusto mio — gridò la povera madre — che hai?
— Non ho nulla — disse il piccolo ribelle.
Gli toccai la fronte. Scottava.
Sentendosi finalmente compreso, Augusto non si ribellò più. Io lo presi in braccio e corsi a deporlo, così vestito, nel suo lettuccio.
Evangelina mi era venuta dietro.
Pallidi, muti, ci curvammo sopra di lui.
Egli non aveva voglia di rispondere alle nostre domande, ed era già pentito d'aver fatto il cattivo; per contentarci cercava di sorridere.
— Bisognerà avvertire il medico — mi disse Evangelina affannosamente; — manda la fantesca, io lo spoglio e lo metto a letto.
M'avviai come un condannato; gli occhi di Augusto mi accompagnarono fino sull'uscio.
Passando dinanzi alla stanza da pranzo, vidi Laurina, che era rimasta a sedere sulla sua seggiola alta.
Essa mi chiamò:
— Babbo? perchè Augusto faceva il cattivo?
— È ammalato — risposi senza muovermi.
— Senti, babbo — mi disse — vieni qua.
E quando le fui vicino, volle che mi chinassi per dirmi all'orecchio:
— Non l'hai sgridato, non è vero?
V.
Speriamo! — mi disse il medico avviandosi meco a visitare il piccolo ammalato.
Altri prima di lui me lo aveva detto: «Speriamo!» È il trastullo degli sventurati. Quando un vento maligno ha scoperchiato la casa e si è portato via tutta la gioia, tutta la pace che conteneva, che fa l'uomo? Siede lagrimando in mezzo alle rovine, raccoglie i fuscelli e le bricciole e se ne fa uno strano balocco. Ogni cosa intorno a lui piange, ed egli pure piange, ma intanto porge l'orecchio a una voce che canta.
A me quella voce aveva detto che la malattia di Augusto era una cosa da nulla, una infreddatura, una leggera gastrica; e me lo continuò a dire con un'ostinazione stupida o maligna fino al capezzale del mio caro infermo, quando la faccia del medico si era oscurata, e già l'anima mia aveva letto la propria condanna.
Stavamo entrambi in silenzio; non osavamo interrogare il medico mentre scriveva la ricetta, quando egli si rivolse a me per dirmi che bisognava mettere le pezzuole fredde sulla gola del piccolo ammalato e mutargliele con frequenza, e che si doveva fargli tenere continuamente dei pezzetti di ghiaccio in bocca, e dargli una cucchiaiata di chinino ogni mezz'ora, io dissi di sì col capo a ogni consiglio, ma non osava domandare come si chiamava la mia sciagura, perchè lo sapevo.
In anticamera la povera Evangelina ebbe il coraggio di chiedere:
— V'è pericolo?
— Non si può dire nulla per ora — rispose il medico: — queste malattie sono insidiose; vedremo stasera. Bisognerà pure allontanare la sorellina.
Allora soltanto balbettai:
— Angina maligna, non è vero?
— Già, già — disse il medico — angina maligna.
— Però non è delle più gravi?
Volevo essere ingannato ed egli mi comprese:
— Non pare delle più gravi; vedremo stasera.
Se ne andò; noi ci trovammo soli nelle braccia l'un dell'altro, dimentichi della vita, del dovere, del nostro dolore medesimo, perfino della nostra creatura, per singhiozzare come fanciulli.
— Ah! non piangere così, almeno tu — mi disse Evangelina; — mi fa troppo male.
E io sorrisi, me ne ricordo...
In quel mentre udii parlare nella cameretta di Augusto; accorsi. La piccola Laurina era là, al capezzale del fratellino, e si rizzava in punta di piedi per guardarlo.
— Va via — gridai con collera.
Essa mi guardò, non mi comprese e venne a buttarmisi fra le ginocchia ridendo.
Quella sera medesima Laurina ci abbandonava; quando attraversò il cortile tenuta per mano da un amico, che non aveva avuto paura di portarsi a casa il contagio, e si volse a salutare i genitori che stavano alla finestra; quando ci gridò: «torno subito», mi parve che se ne andasse l'ultima immagine ancora intatta della nostra felicità.
La piccina sparve, e una voce mi disse: «tu non la rivedrai se non quando il tuo destino sarà compiuto». E un'altra voce mi disse: _Coraggio_. Era quella di Evangelina.
Ci stringemmo per mano, e così uniti movemmo incontro al fantasma della morte.
VI.
Cominciarono giorni crudeli, passati nell'aspettazione delle paure notturne.
Ah! quelle notti eterne vegliate al capezzale di una creatura adorata, solo, con la mente ingombra di terrori, in una cameretta, le cui sembianze si trasformavano paurosamente agli occhi miei allucinati dal sonno!
Io lo vedo ancora il mio bimbo malato; veglio e mi par di dormire, dormo e mi par di vegliare, e ancora lo guardo, povera sentinella dell'amore, quando non discerno più nulla.
Poi mi scuoto, interrogo l'orologio, mi avvicino, muto le pezzuole agghiacciate sulla gola del mio bimbo e comincio l'invariabile tortura.
— Augusto!
Non mi risponde: apre un occhio, mi guarda, m'implora.
— Augusto, bisogna prendere la medicina.
Egli geme; il chinino non gli piace, e suo padre è inesorabile.
— È la cosa d'un momento, un sorso solo. Piglialo per farmi piacere.
Egli guarda me, guarda la medicina, vuol farsi forza.
— Sì, sì... ora la piglio, ecco... un momento ancora... aspetta.
Prego e comando, scherzo e minaccio d'andar in collera, poi guardo l'orologio... ah! i minuti volano, e se non piglia il chinino, il mio bimbo morrà!
— Senti — gli dico allegramente — lo piglierai da solo; io vado un momento di là, torno e tu lo hai preso. Vediamo un po' se sei capace di far questo!... Poi lo diremo alla mamma, che sarà contenta di te.
Allora egli ha pietà del mio strazio e trangugia la bevanda amara; ed io respiro perchè ho mezz'ora di pace!
Ecco, ripassano dinanzi agli occhi miei tutti gli spettri melanconici della veglia; i mobili scricchiolano, e a ogni nuovo rumore è una orrenda immagine.
A intervalli guardo nell'anima mia, e mi piglia un'immensa pietà di me stesso. Quale rovina! Nulla più vi rimane, nemmeno l'amore forse. Mi pare che si venga formando nel mio cervello un pensiero egoistico capace di lottare con la sventura e vincerla. Già dico fra me e me: «che bella cosa essere indifferenti a tutto!»
Non è forse il principio dell'indifferenza? Vi penso.
«Che m'importa della casa, della mia poca ricchezza che m'è costata tanto? Che m'importa del mio nome, della mia fama? Sono stato veramente uno sventato. Ero forte e baldanzoso, potevo rimanere solo a sfidare la povertà e la vita!
Non avrei oggi mio figlio morente! E dove sarebbe Augusto? E di chi sarebbe la mia Evangelina che amavo tanto? L'amore! Che cosa è l'amore? Il dolore forse. E il dolore che cos'è?»
Una mano mi regge il capo, che lotta a fatica col sonno.
— Vatti a riposare — mi dice Evangelina — sono qua io.
Apro gli occhi e guardo quel viso bianco e melanconico. Mi sembra d'amare ancora.
— Hai dormito? — domando a mia moglie.
— Sì, e ho fatto un bel sogno; come ho io potuto fare un bel sogno?
— Un bel sogno! — ripeto senza avvedermene.
Essa mi comprende, mi piglia per mano e mi conduce presso al letto della nostra creatura.
— Non ti sembra che stia meglio? — mi dice. — Il suo sonno è tranquillo. Tu sei stanco — soggiunge: — povero Epaminonda!
— Povero Epaminonda! — ripeto con un sorriso amaro.
Allora essa mi stringe forte la mano, si rizza in punta dei piedi e mi porge la guancia.
— Bacia qua — mi ordina con dolcezza; — così; ora bacia tuo figlio in fronte senza svegliarlo, e ora va a riposare.
Sento che un po' di quella forza femminile penetra nel mio cuore.
VII.
Mi vado a buttare vestito sopra un letto, e provo a chiamare il sonno; ma il sonno, cacciato per lunghe ore come un importuno, ora non viene. Chiudendo gli occhi vedo delle figure strane accostarsi al mio letto; mi sembra d'essere caduto in mezzo a una popolazione smorfiosa e occupata unicamente di me. Sono faccette sorridenti o beffarde; e basta ch'io apra gli occhi perchè si rimpiattino negli angoli della stanza.
Porgo orecchio e non odo verun rumore. Potessi almeno dormire! Potessi dimenticare per un'ora sola la mia sventura!
Richiudo gli occhi; ecco ancora i fantasmi; provo a fissare col pensiero altre immagini, e riesco, e spesso la mia mente è lontana; ma essi, tenaci, sempre al mio capezzale.
Ora sono con la mia Laurina, voglio essere con lei sola; il dolore mi ha fatto ingiusto; e in questi giorni l'ho dimenticata. Che fa essa in questo momento? Dorme. E io la vedo in una camera ignota, in un letto non suo, con la manina sotto la guancia e con le labbra socchiuse.
Mentre pensavo alla mia bimba, e coll'intensità del desiderio me la raffiguravo in quell'atto, cento fantasmi mi sono passati dinanzi e mi hanno fatto la loro smorfia; eccone degli altri; un visino di donna che sorride, una testa scapigliata di fanciulla che sorride ancora, una faccia dolente che non sorride più, un volto rugoso che minaccia.
Per un pezzo è questo il mio sonno; poi, non so quando, non so come, la folla si dirada, scompare, e io torno al capezzale d'Augusto. Finalmente dormo.
Dormo, ed ecco il mio sogno.
È notte alta. Evangelina si riposa nella camera vicina, e io veglio co' miei pensieri al capezzale di Augusto. Rifaccio tutta la via percorsa dal giorno che ho conosciuto Evangelina; ritrovo tutte le mie gioie, e m'avvedo ch'erano nient'altro che speranze; perchè quando io avea assaporato una comodità domestica o una soddisfazione d'amor proprio, si sottintendeva sempre che tutto ciò era per i miei figli.
Ritrovo pure i miei vecchi dolori, e misurandoli con l'immenso dolore presente, mi sembrano indegni d'avermi fatto soffrire. Non aveva io perduto l'appetito la prima volta che il cronista di una gazzetta aveva scritto di me che ero troppo grave, e della mia eloquenza che era vecchiotta e sentimentale, portando invece alle stelle l'arguzia e l'efficacia dell'avvocato Righi mio rivale? E sentendomi ripetere dallo stesso cronista le medesime censure, e sentendo dire ancora dell'avvocato Righi che era _arguto_ ed _efficace_, e ciò alla distanza di un mese, con le identiche parole, come se l'industrioso cronista le avesse incise nell'acciaio o nel marmo, anzichè stampate in un'effemeride, non avevo io avuto la dabbenaggine di perdere un'ora del mio tempo a far la critica coscienziosa della mia eloquenza e della mia gravità per vedere d'emendarmi?
Sì, io aveva fatto questo e altro nel buon tempo.
E penso: se quel cronista mi volesse fare la compitezza di stampare domani che io sono un asino, anzi un cretino, che ho scroccato la mia riputazione nel foro, e che invece l'avvocato Righi è un colosso?
Non avrebbe poi torto; io devo essere un asino; l'altro è un colosso, e io non me ne avvedo perchè sono un cretino.
E proseguo a fare io stesso l'opera del cronista; mordo la mia vanità d'avvocato per calmare l'ambascia paterna; così nei dolori cocenti troviamo un sollievo pizzicandoci a sangue le carni.
E se domani quel critico mi venisse innanzi per godersi il mio imbarazzo, ed io dovessi aprirmi il petto con le mie unghie, per dirgli: «Guarda, il mio bimbo è morto».
Io grido nel sonno, e mi pare di svegliarmi a quel grido, e che il mio bimbo mi chiami al suo capezzale per dirmi:
«Babbo, non piangere; non lo dire alla mamma, io muoio».
Allora mi sveglio davvero, e mentre riconosco d'essere nel mio letto e d'aver sognato, spalanco gli occhi nel buio e tremo. Se il mio sogno fosse un avviso, e il mio Augusto dovesse proprio morire! Se agonizzasse ora! Se fosse morto!
Ascolto; per un po' non si ode nessun rumore, poi il canterano scricchiola e l'armadio gli risponde. Ah! È un segnale!...
— Evangelina! — chiamo affacciandomi all'uscio della cameretta.
E mi si offre allo sguardo l'aspetto invariato della mia sventura; il nostro bambino che soffre, la povera madre, che volge verso di me la faccia patita ma serena.
VIII.
Non sono ancora uscito di casa dacchè pende sopra mio figlio la minaccia della morte.
Oggi, coi gomiti appoggiati alla finestra chiusa, spingo l'occhio, a traverso il cortile, fino al portone d'ingresso, e di là sopra un pezzo della via solitaria, in cui ogni tanto passano due gambe, di cui non vedo altro che l'estremità, come un compasso dimezzato. Ed il mio pensiero si stacca istintivamente dalla sua ambascia per fantasticare su quelle monche visioni.
«Quelle gambe sono passate con rapidità e portavano calzoni di tela azzurra, dunque erano sicuramente di un operaio; e queste invece sono di un accattone; si muovono così lente, che ho il tempo di esaminarle, pare che fatichino a trattenere i cenci di cui sono coperte, ed hanno ai piedi certe ciabatte senza tempo e senza nome».
La mia mente ha tanto bisogno di andar vagando, che quasi dimentica la mia sventura.
Perciò quando mi volto, la cameretta dove il mio bimbo soffre mi stringe il cuore come uno sconforto nuovo. Ma Augusto dorme: ha preso il chinino poc'anzi, mi posso trastullare ancora.
Oggi la mia sventura è docile e si tira indietro per lasciarmi riaffacciare alla vita.
Già sono fatto abile in questo giuoco, di cui l'impreveduto soltanto mi pare formare la grande attrattiva; lo voglio insegnare a chi soffre.
«Scommetti, dico a me stesso, che prima a passare sarà una donna?» — «No, sarà un uomo». — Si ode un passo pesante sul marciapiedi — «Ho vinto la scommessa; è un uomo». Sì, ma che uomo? Presto, si avvicina... Non vi può essere dubbio, un damerino; ha stivali canterini.
Gli stivali canterini passano — oh! stupore! — sono portati da due gambe sbilenche che i calzoni non hanno potuto seguire in quella via tortuosa fino all'ultimo, rimanendo sospesi sul collo del piede.
Dunque non l'impreveduto soltanto forma la grande attrattiva del mio giuoco; vi è anche la sorpresa.
E vi è altro.
Uno strano rumore giunge fino a me; non è un passo, non è la ruota d'una carriola a mano, non è una gruccia, non è nemmeno il picchio sordo d'una gamba di legno. Che cosa è mai? È un rumore strascicato come d'un fardello di cenci che venga spinto sul marciapiedi... Eccolo!
O severa natura, quale spettacolo!
Là, in quel breve vano, dove finora non ho veduto il mio prossimo che fino all'altezza del ginocchio, mi appare tutta quanta una figura umana, che giace quasi bocconi, con la parte inferiore del corpo appoggiata sopra una base di legno, e cammina con le mani, trascinando le gambe paralitiche e contorte.
Dinanzi al portone, quell'uomo si arresta; cava una mano dalla grossa ciabatta in cui la nasconde, e rimanendo appoggiato a terra coll'altra, si asciuga il sudore, si guarda intorno e nuovamente s'avvia.
Dove va? Dove andiamo?
Mi tolgo dalla finestra e mi avvicino al letto di mio figlio:
— Augusto, bisogna prendere la medicina.
IX.
Un giorno Evangelina vuole che io esca, che vada a respirare una boccata d'aria buona, ed io ascolto la strana proposta crollando il capo. E mia moglie insiste.
— Non vi è nessun pericolo — dice. — Augusto non istà peggio del solito; va a spasso, ti farà bene.
È vero, Augusto non sta peggio del solito; e io non sto meglio affatto. Una boccata di aria buona mi farà bene: se dovrò vegliare, chi sa quante notti ancora, non mi devo ammalare. Dò retta ad Evangelina, esco.
Giunto sul cortile, mi volto, e sono tentato di risalire le scale; non ho cuore di abbandonare la mia creatura.
Ma Evangelina ha preso le sue precauzioni, è dietro i vetri, mi sorride per incoraggiarmi. Veggo un vicino di casa, che mi guarda curiosamente; mi incammino.
Andrò ai giardini pubblici, dove l'aria di Milano è più buona, farò un giro sui bastioni, uno solo, poi tornerò a casa.
Per via, la gente che mi conosce mi guarda e mi saluta in una maniera insolita, in cui mi pare di scorgere una specie d'ammirazione, e non me ne stupisco; bensì, mi fa meraviglia la strana compiacenza da cui sono dilettato nel mio dolore, e il senso di vanità che provo al pensiero che molti diranno: — Quanto deve soffrire l'avvocato Placidi! — Vi penso e cerco di spiegarmi perchè, mentre io stesso ho di me un più alto concetto, mentre non trovo chi mi superi tra quanti soffrono, e non veggo chi mi eguagli tra la gente felice, pure sono fatto tanto umile, da non sapere nemmanco più che cosa sia la superbia.
«Sarà, dico, perchè il dolore matura per poco in noi certe qualità che si perdono nella contentezza; e forse sarà perchè l'uomo quando soffre è sempre un po' bambino; egli ha conservato un balocco, almeno uno, e lo vuol nascondere.
«Perchè nasconderlo?
«Se mio figlio guarisce, io giocherò con lui alla palla, alla trottola, a rimpiattino. Se mio figlio guarisce!»
Intanto, senz'avvedermene, ho preso la via più lunga per andare ai giardini.
«Ho sbagliato strada!» penso; e mi avvedo allora che l'istinto mi sta portando verso la casa in cui abita la mia Laurina.
L'addormentato desiderio si sveglia e grida dentro di me: «Voglio vederla!»
Ma è impossibile: io porto meco il contagio dell'angina maligna; poc'anzi un amico, vedendomi da lontano, ha scantonato, ed io gli perdono: ha una figlioletta che adora.
Ecco le finestre della casa; a quest'ora la mia bimba giuoca con la bambola, pensa a me forse, forse piange, e una voce segreta non le dice di accostare una sedia alla finestra, per salutare il babbo attraverso i vetri.
L'aspetto un po'; la gente che mi vede guardare in su, alza gli occhi, crolla il capo e sorride, e una donnetta volonterosa, passandomi rasente, mi getta un'occhiata ad uncino.
Io vedo tutto ciò come in sogno, poi mi scuoto e mi stacco da quel posto di osservazione; ma mentre mi volto ancora, con la speranza che la mia bimba sia venuta in questo mentre alla finestra, mi sento stringere le gambe in una maniera conosciuta. Abbasso lo sguardo.... anima mia! è proprio Laurina!
Essa tornava dalla passeggiata con la fantesca, mi ha visto da lontano, e mi è corsa incontro.
— Babbo — mi dice — conducimi con te; voglio tornare a casa, voglio vedere la mamma!
— Laurina! Laurina mia! — balbetto — sei tu? e come stai?
Un terrore mi lega le membra, non oso chinarmi per carezzarla, non oso accostare il suo visino alla mia faccia.
— Babbo, perchè non mi dài un bacio?
La piglio, la sollevo, me la stringo al petto, e la bacio sulla fronte e sui capelli.
Poi la depongo in terra, le raccomando di star buona, le prometto di venire a prenderla per portarla a casa; le parlo di Augusto, della mamma; le riempio la testina di speranze, di idee gentili e allegre; le getto in cuore disordinatamente tutte le dolcezze che trovo, la promessa di una bambola nuova, i baci della mamma, le passeggiate col babbo, i giuochi col fratello guarito; poi l'abbandono un po' sbigottita ancora, e fuggo per non lasciarmi tentare un'altra volta.
Essa mi grida dietro:
— Babbo, tanti baci alla mamma! — e s'avvia tranquillamente come una donnina.
Allora io mi arresto a guardarla, e la seguo con gli occhi finchè scompare: poi guardo in alto cercando qualcuno per dirgli amaramente:
«Puniscimi; non ho saputo trattenermi, ed ho baciato in fronte mia figlia».
Prima di rientrare nella camera del mio dolore, svanisce l'imagine di Laurina, ed io dico per consolarmi:
«Non l'ho baciata in bocca!»
X.
La mia fibra è forte; dopo il primo giorno non ho pianto più; ma da due giorni il mio piccino mi sgomenta; egli non sta peggio, il medico anzi nota un leggero miglioramento, e pure io non oso guardare nel mio cuore, dove è entrata una strana paura.
Una mattina, dopo la visita del medico, rimaniamo soli al capezzale di Augusto, sua madre e io; egli ci guarda per un poco faticando a tener gli occhi aperti, poi si abbandona a quel sopore greve da cui suole uscire ad intervalli, afferrandosi la gola con tutte e due le mani e spasimando.
È acceso in volto, e quel rossore della febbre non ci lascia scorgere quanto sia patito.
Lo fissiamo entrambi senza dir nulla; a un tratto Evangelina si scosta dal letto e va nella camera vicina, io le vengo dietro e la trovo con la testa appoggiata al muro. Piange.
— Ah! non fare così — le dico — perchè piangi?
— Tu pure piangi.
— Non è vero....
— Sì, è vero; guarda. E perchè piangi? Non lo sai nemmeno. Lo so io, perchè non speri più nulla.
Piangiamo tutti e due liberamente; poi Evangelina si asciuga gli occhi e dice:
— Poc'anzi mi è sembrato di vederlo morto; ma il poveretto vive ancora, non dobbiamo abbandonarlo. Vieni.
Mi prende per mano, ed io mi lascio condurre come un fanciullo.
. . . . . . .
Egli visse!
Lasciatemi rompere questa penosa ricostruzione del mio dolore; mi pare d'essere un ingrato se non grido la mia gioia.
Sì, Augusto visse. Augusto vive, per far felice il babbo e la mamma.
Evangelina ha ragione: le nostre gioie ci seguono nella vita; i dolori no, perchè il cuore li seppellisce.
MIO FIGLIO S'INNAMORA
I.
Era stato un tempo, quando mio figlio non studiava ancora la storia antica, che egli pigliava me a confidente dei suoi segreti pensieri, e mi faceva cento domande difficili. Voleva sapere, ed era nel suo diritto, se le stelle fossero veramente lumicini, e perchè il sole si nascondesse ogni sera, e se, camminando sempre diritti per tante ore di seguito, s'incontrasse poi la fine del mondo. Ma quando, non contento di penetrare in compagnia del babbo nei più ardui misteri cosmici, chiedeva che io gli svelassi tutti i segretuzzi paterni, per esempio, chi è che fa i bambini, e come li fa, allora io mi raccomandava alla più savia delle figure rettoriche, e con una serie di reticenze ben combinate riuscivo in breve a mettergli una castissima confusione d'idee nel cervello.
— Ho capito — diceva quando disperava assolutamente di capire, e se n'andava a giocare, dandomi però di nascosto una certa occhiata nella quale a me pareva di leggere: «Bada bene, fra noi due c'è un segreto, e non ce l'ho messo io».
Ne ero sconfortato e dispettoso, e pure che farci? Evangelina, mio suocero, i parenti, gli amici, le amiche, i moralisti, i pedagoghi, quelli del vecchio e quelli del nuovo sistema, tutti, dalla cattedra, dal pulpito, dal confessionale, dai libri, tutti quanti erano e sono d'accordo nel sentenziare che «certe cose i fanciulli non le devono sapere.»
— Sciocchezze! — diceva io, quando mi pungeva l'estro della ribellione — anzi asinerie! Questa massima si riduce nella pratica ad una commedia ridevole, e pazienza se fosse soltanto ridevole, ma è anche pericolosa. Augusto fingerà di non saper nulla, e noi faremo sembiante di credere alla sua innocenza fin che egli abbia baffi e mosca! Allora ci degneremo di confessargli che non lo abbiamo comprato alla fiera, nè trovato sotto un cavolo dell'orto; ma egli probabilmente non ci verrà più a domandare, come oggi, perchè per trovare dei figli sotto i cavoli dell'orto bisogna mettersi in due, e se è proprio necessario che prima siano sposati.
Evangelina non trovava nulla da opporre, quando io sentenziava che non bisognava confondere l'ignoranza con l'innocenza. Era pronta essa pure a ribellarsi teoricamente; ma quanto a mettere la mia ribellione in pratica, cioè svelare e spiegare ad Augusto, alla prima occasione, che lei ed io, che lui, eccetera, non sentiva proprio il cuore. Non me lo sentiva nemmeno io.
La conseguenza fu che Augusto continuò a dichiararci d'aver capito, quando altro non aveva inteso se non che gli si voleva nascondere la verità, finchè si fu avviato alla scuola pubblica per intraprendere più gravi e nobili studi.
Per far uscire dal capo dei fanciulli certe curiosità malsane, ancora non si è trovato di meglio che l'antico testamento; e la virtù del testo sacro deve essere miracolosa.
Infatti appena messo il piede nel paradiso terrestre, veduto un po' da vicino il pericoloso albero del bene e del male, intesa all'ingrosso la storia del pomo e della foglia del fico, mio figlio non mi fece più alcuna domanda.