Part 13
Quel silenzio sgomentava il mio cuore di padre; avevo paura d'una dottrina segreta che si veniva formando tutta a scuola, e avrei pagato qualche cosa per sapere almeno a che punto si trovasse. Speravo che i colleghi di mio figlio non ne sapessero molto più di lui, e pure in ogni monello che passava per la via, trascinando lo zaino sul lastrico del marciapiedi, vedevo un maestro dotto e pericoloso. A tavola mi provavo talvolta a tentare Augusto; gli dicevo per esempio:
— Non mangiare troppo in fretta, potresti fare un'indigestione, e noi non vogliamo perderti; ci sei costato caro.
E la piccola Laurina interrompeva:
— Anch'io sono costata tanti soldi?
Allora l'enigmatico fratello le rispondeva con un po' di canzonatura:
— Tu sei costata un po' meno, perchè sei una donna; le donne — soggiungeva, dando un'occhiata maliziosa alla mamma, per farle intendere che scherzava — le donne costano meno degli uomini.
Laurina era d'opinione contraria.
— Non è vero — asseriva senza scomporsi — costano più.
— Costano meno — insisteva Augusto.
— E allora — diceva Laurina che in fondo era indifferente — quando avrò dei soldi, io comprerò bambine soltanto, per averne di più.
— E che cosa ne faresti delle bambine? — chiedeva io.
— Le vestirei.
— E il latte? — interrompeva mio figlio bruscamente — glielo daresti tu il latte?
Laura era pronta a tutto, anche a dare il latte alle sue bambine, e Augusto si lasciava sfuggire:
— Per dare il latte ci vogliono... ci vuole una cosa che tu non hai.
Si faceva rosso in viso, e io non riusciva a capire se quella parte della sua dottrina mi dovesse far paura.
— Per dare il latte ai bambini — diceva Evangelina — prima bisogna diventar grandi.
— E per diventar grandi bisogna essere sempre buoni — sentenziava Laurina col suo sussieguzzo di donnina minuscola.
II.
— Quando sarò grande, sposerò te, babbo — mi disse un giorno mia figlia.
Col medesimo accento, con le identiche parole, tale e quale aveva parlato in altri tempi Augusto. Ora non più.
Senza nemmeno sollevare gli occhi dal piatto, crollò il capo sdegnosamente e continuò a mangiare la sua porzione di lesso.
— Sì, che lo sposerò — insistè Laura; — non è vero che ti sposerò?
— Sì, mi sposerai.
— Lo vedi!
Mio figlio non seppe resistere e disse alla sorellina:
— Fa per celia, non capisci? Quando tu sarai grande, il babbo sarà vecchio vecchio.... avrà i capelli bianchi — (mi guardava per anticipare con la immaginazione i guasti che il tempo avrebbe fatto nella mia persona) — avrà la faccia tutta così — (e me la tagliava intenzionalmente a fette con la mano); non avrà più denti...
Io lo interruppi in quella disgraziata rappresentazione, dicendogli che denti ne avrei in ogni tempo, perchè me li farei rimettere.
— Ah! — disse Augusto senza scomporsi; — e allora ti metterai anche la parrucca...
— No, perchè avrò i capelli bianchi, l'hai detto tu stesso...
— Sì... ma pochi, pochi, pochi; appena un po' qui e qui — (si toccava dietro le orecchie) — come il nostro direttore...
Laurina aveva inteso benissimo che quel deterioramento di suo padre sarebbe stato un ostacolo grave alle nozze, e rinunziò subito al suo fidanzato, per sceglierne un altro.
— Ebbene — disse — io sposerò te, mamma!
Ma allora Augusto rise così forte, che sua sorella ebbe paura d'aver detto una corbelleria, e guardò prima la mamma, poi me, interrogandoci alla muta.
Stavamo serii entrambi per far intendere a nostro figlio che il suo buonumore passava il segno, ma non glielo volevamo dire apertamente per non metterlo in sospetto del nostro intimo sgomento.
— Sposare la mamma! — esclamò finalmente Augusto — non lo sai che per sposarsi bisogna essere un uomo e una donna...
— E poi — entrò a dire Evangelina — quando tu sarai in età di sposarti, sarò vecchia anch'io come il babbo; avrò anch'io la faccia tutta così e i capelli bianchi.... sarò brutta, non piacerò più a nessuno.
— A me piacerai sempre — disse Laurina.
— Anche a me — disse Augusto; e di passata, con la frettolosità di chi ha un'idea fissa che vuol esprimere, si lasciò scappare una sentenza che io raccolsi e pagai con un bacio.
— Le mamme non diventano mai brutte — disse egli; prese il mio bacio con rassegnazione e proseguì: — ma non è questo; per sposarsi bisogna essere un uomo e una donna.
Laurina trovò un'uscita alla legge inesorabile:
— L'uomo sarò io — disse — mi metterò i calzoni!
Pensate l'ilarità impertinente di quello scolaro di quarta elementare!
Avevamo voglia di ridere anche noi, e stavamo sempre serii, fin troppo.
— Bella figura che faresti tu _facendo l'amore_ coi calzoni.
_Facendo l'amore!_ pensai annuvolandomi.
— _Facendo l'amore!_ — dissi forte — che significa ciò? Che parole son queste? Le hai imparate a scuola?
— No — mi rispose Augusto candidamente — hai detto tu stesso un giorno che prima di sposarsi _si fa l'amore._
Ah! Era vero, e io me n'ero dimenticato; prima di sposarsi si fa l'amore!
E diedi a mio figlio un altro bacio che egli mi restituì con una certa diffidenza.
A troncare quella scenetta pericolosa venne in tavola il pesce.
— Ragazzi — esclamai solennemente — bisogna smettere le ciancie e badare bene alle spine; tu, Augusto, non hai bisogno di raccomandazioni, e tu, pallina mia, sta bene attenta, perchè se ti va una spina in corpo, muori.
Laurina non mi rispose, aveva gli occhi fissi nel proprio piatto, dove Evangelina, non si fidando interamente alla mia raccomandazione, veniva levando essa stessa le spine dalla porzioncella di pesce.
— Mamma, come fanno i pesci che hanno le spine in corpo a non morire?
III.
Con tutta quella dottrina in capo, non era sperabile che mio figlio si accontentasse lungamente della teorica, e io mi aspettava che da un giorno all'altro si provasse a farne l'applicazione, innamorandosi. Ma quando immaginavo di veder prorompere l'incendio amoroso, la prima fiamma di mio figlio era già spenta; nata e alimentata in segreto, egli l'aveva soffocata senza ricercare la perduta confidenza di babbo e mamma, i quali non ne avrebbero nemmeno veduto la traccia, se il caso non li avesse fatti padroni di un piccolo documento, che diceva così:
«_Cara_ Giovanna,
Ieri sera ridevi troppo, tu ridi sempre troppo, e poi sei troppo magra, non mi piaci più. Ti scrivo per farti sapere che ti tradisco...
AUGUSTO».
Povera Giovanna! Io non sapevo chi fosse, ma l'idea di quel coricino così precocemente ulcerato dall'abbandono, mi faceva ripetere tra il serio ed il faceto:
— Povera Giovanna! Povera bimba tradita!
Evangelina mi aveva preso il foglio di mano, lo rileggeva senza poter frenare l'ilarità.
— È crudele, ma schietto — osservai — il piccolo traditore...
Mia moglie mi interrompeva per raccomandarsi...
— Taci: non ne posso più...
— Il piccolo traditore — proseguivo — conserva ancora delle abitudini generose che perderà più tardi; tradisce le innamorate magre, ma annunzia il tradimento. Ahi! Povera Giovanna, povera bimba abbandonata!
E mi veniva un altro pensiero.
— Il tradimento amoroso è un fatto complesso — dicevo a Evangelina, che continuava inutilmente a farmi cenno di star zitto: — suppone un altro amore neonato. Augusto, ci scommetto, pianta la sua cara Giovanna... la chiama _cara_, non è vero?... ultima ipocrisia involontaria...
— _Cara_, sì, _cara_, ed è sottolineato — mi rispose mia moglie.
— È sottolineato? Dunque è un'ironia? E nostro figlio è solo in quarta elementare! Pensa che uso disgraziato farà della rettorica in ginnasio e in liceo! Ma dicevamo... Che cosa dicevamo?
— Dicevi che Augusto pianta la sua cara Giovanna per un'altra _donna_...
— _Donna_... già, donna. E bisogna sapere chi è la fortunata rivale... Ma prima di tutto, chi è Giovanna? Lo sai tu?
— Sì che lo so — mi rispose Evangelina ridendo sempre — è la bambinaia del padrone di casa.
— Una bambina di vent'anni almeno!
— Ne confessa ventidue.
La conoscevo anch'io quella bimba lunga e magra come il digiuno, capelli rossi, sul musetto biricchino una gran contentezza di tutta la sua persona.
Si erano veduti e amati in cortile, alla luce del crepuscolo, quando, dopo il desinare, tutti gli inquilini mandavano i bimbi a scorrazzare e le bambinaie a far stragi in quei teneri cuori; ma senza far torto a Giovanna, mi pareva che mio figlio si fosse comportato come qualche volta a tavola, quando, docile ai consigli della ghiottoneria più che a quelli del buon gusto, sceglieva la porzione più grossa o il confetto più lungo.
Fra le bimbe dell'età sua che si rincorrevano in giardino, ve n'erano parecchie assai carine, e una fra le altre che si chiamava Angela, e aveva la singolare abilità di svegliare la _musa_ (dico la _musa_) dell'avvocato Placidi. In fatti, io che da tempo immemorabile non aveva più chiamato gli occhi, la bocca e i capelli altrimenti che col loro nome di vocabolario, dicevo volentieri che gli occhi di Angela erano due spiragli di cielo, i suoi capelli uno strano tessuto di seta e d'oro, e che quando era aperta al sorriso la sua bella boccuccia — Dio ne scampi e liberi ogni bella donnina! — pareva una ciliegia matura beccata da un passero intelligente.
E poichè nella classica terra di Dante è destino di ogni umana creatura di sesso maschio che a nove anni perda la testa per una Beatrice, io avrei visto di buon occhio che la Beatrice di mio figlio si chiamasse Angela. E sapendo per pratica che degli amori di uno scolaro non si vantaggiano se non la calligrafia e la letteratura nelle sue forme epistolare e poetica, mi pareva che mi sarei rassegnato più facilmente a vederlo maltrattare la storia antica e l'aritmetica per farne omaggio ai due spiragli di cielo della sua innamorata.
Ma Angela aveva un grave difetto agli occhi di mio figlio; era una bambina, non toccava ancora i nove anni! Augusto giocava a nascondersi con lei come con le altre, nè la cercava di preferenza, nè la trovava con gioia maggiore, nè, trovatala, se la stringeva al petto col pretesto di non lasciarla scappare. Lo vedeva bene io stando alla finestra; non voleva saperne di fare l'amore con lei!
E la tradita Giovanna intanto? La tradita Giovanna portava la sua croce con bastante rassegnazione, a volte esalando dei sospiri esagerati, smaniando a volte per gelosia, ma per lo più ridendo. Spesso, in un trasporto d'amorosa follia, si pigliava in braccio il ricalcitrante innamorato, e lo baciava a forza, al cospetto di tutta la gente minuscola del cortile, per punirlo della sua perfidia; subito dopo si calmava, e una volta accettò perfino di farsi la mediatrice dei novelli amori di Augusto recapitando un suo bigliettino calligrafico... a chi? Alla bella Giulia, alla sorella maggiore di Angela.
Questa giovinetta non scendeva mai in cortile, aveva diciott'anni compiti ed era alla vigilia di farsi sposa ad un ufficiale di cavalleria. Tanti ostacoli insieme non avevano sgomentato l'eroica audacia di mio figlio, il quale appena ebbe visto Giulia alla finestra, subito le scrisse che la voleva sposare, e che la sciabola dell'ufficiale di cavalleria non gli faceva paura.
Giovanna aveva portato la lettera e la risposta in forma d'un cartoccio di confetti, e il piccolo Don Giovanni, sempre più ardito, una domenica, all'ora in cui Giulia soleva uscire per andare alla messa, l'aveva aspettata sulle scale per darle un bacio; ma vedendola, si era sentito mancare il coraggio ed era fuggito ignominiosamente.
Il tiro a ogni modo era fatto, perchè, saputo del cartoccio di confetti, dopo aver sgridato suo figlio, soffocando a stento una gran voglia di ridere, Evangelina si sentì in dovere di far visita alla famiglia della bella Giulia, e una settimana dopo Augusto con le sue maniere strambe aveva sedotto padroni e servi in quella casa, non escluso l'ufficiale di cavalleria suo rivale, a cui dichiarava in faccia d'avergli rubato la sposa.
Che farci? Ridevano tutti e ridevamo anche noi. Per un po' Augusto servì di legame fra i due fidanzati senza saperlo, e non tardò forse a notare che quando egli aveva colto un bacio sulla bocca di Giulia, subito l'uffizialetto lo chiamava a sè per pigliarselo caldo caldo. Una volta manifestò innanzi a tutti il suo sospetto.
— Perchè non la baci anche tu? — conchiuse — te lo permetto.
La cavalleria fu proprio sgominata; per la prima volta in vita mia quel giorno vidi un uffiziale dell'esercito farsi rosso.
Poi Augusto spiccò un salto sulle ginocchia della bella fanciulla e la baciucchiò sulle guancie, sugli occhi, sui capelli, perfino sulle orecchie; per pigliarne possesso, diceva lui.
— Ora sei mia — asserì — ti ho baciata tutta.
L'uffizialetto cercava di fare il disinvolto, sorrideva, rideva, e non riusciva a nascondere una gran voglia di fare altrettanto, e in fondo faceva una grama figura.
— Tu sei _invidioso_? — gli chiese poi mio figlio, e come se gli leggesse nell'anima, soggiunse per consolarlo: — Non te l'ho guastata... e poi è mia.
— Non sono _geloso_ — ripetè l'uffizialetto, e lo ripetè inutilmente: — non sono _geloso_.
Augusto, senza perdere il filo della sua idea, sentenziò con un sussiego corbellatorio:
— L'invidia è un peccato mortale; andrai a bruciare all'inferno.
L'uffizialetto prima fece come gli altri, rise; poi sospirò come un mantice, guardando negli occhi la sua Giulia, poi disse che, senza fare un viaggio così lungo, gli pareva già di bruciare benino.
Anche Giulia sospirò leggermente, appena il tanto da tenersi accesa, dopo di che continuarono a bruciare in silenzio tutti e due.
IV.
L'inferno dell'uffizialetto durò ancora parecchie settimane; una mattina la bella Giulia lo pigliò per mano e lo introdusse solennemente nel paradiso del palazzo municipale, e subito dopo in chiesa, come chi dicesse in un nuovo purgatorio. Poi gli sposi, più pallidi del solito, si avviarono a casa per fare una refezione leggera prima di partire.
Qui gli aspettava di piè fermo mio figlio; aveva la faccia un po' stravolta, gli occhi lucenti, e quando cominciò a parlare gli tremava la voce. Non smanie, nè rimproveri, nè collere di gelosia, ma qualche cosa di peggio: versi!
_In questo giorno sospirato e bello_
egli aveva chiesto un prestito alla Musa, che non doveva ispirarlo se non più tardi, in seconda ginnasiale; e la Musa gli aveva concesso nientemeno che quattordici versi, di quei lunghi, endecasillabi e anche più, tutti facilmente riconoscibili alle rime chiare e lampanti, salvo una.
Fin d'allora le Muse corsero rischio di pentirsi della loro arrendevolezza, perchè Augusto, anticipando i novissimi tempi, voleva leggersi stampato, e toccò a me suo padre, in quel giorno nefasto (egli diceva_ sospirato e bello_; ma si sa... i poeti!) in cui un ufficiale di cavalleria gli rapiva legalmente l'innamorata, toccò a me, suo padre, negargli un'innocente consolazione, col pretesto specioso che _velo_ della seconda quartina non rimava perfettamente con _bello_ nè con _anello_ della prima.
Gli sposi partirono, e mio figlio, dopo aver detto addio tranquillamente alla bella fuggitiva, se ne tornò a casa a piangere in versi. Pianse l'abbandono e maledisse l'esistenza, ma con la maledizione ancora calda calda sul labbro mi confessò che faceva _per celia_, e che in fondo non era mai stato così contento di vivere come ora, che aveva trovato quel giochetto nuovo.
— Non bisogna dire le bugie — consigliò sua madre.
— Non sono bugie — spiegò Augusto — è poesia... la poesia è così; non è vero, babbo?.
Per alcune settimane fu come un'orgia di endecasillabi mal contati in quel cervellino di poeta. Augusto aveva trovato, in un vecchio scaffale, un arcade antico e polveroso, e se ne era fatto il suo compagno, il suo maestro. Facendo come vedeva fare in quel codice amoroso, egli battezzava la sua nuova fiamma anonima ora Filli, ora Clori; vittima volontaria del suo estro, si infliggeva la tortura lenta di intarsiare le rime del suo autore nei propri versi; così non gli accadde più di far rimare _velo_ con _anello_, senza averne la poetica licenza. Ne venivano fuori ogni giorno sonetti con tanto di coda, e pure senza capo nè coda, come vi potete immaginare, in cui il rancidume arcadico era temperato molto opportunamente da un po' di _realismo_ anticipato, nei punti in cui gli era cascato l'asino.
E nondimeno chi avesse guardato allora in fondo al mio cuore di padre vi avrebbe visto un'indulgenza strana, anzi una specie di contentezza stupida di sapere mio figlio, a dieci anni, _autore_ recidivo di birbonate simili.
Le scappatelle amorose e poetiche di Augusto ancora non mi avevano dato ombra di afflizione; il piccolo poeta, quando aveva preso commiato dalla sua Musa, come quando scendeva dalle ginocchia della sua Giulia, se n'andava tranquillamente a studiare la lezione e fare il còmpito; a scuola era attento, e negli esami finali di quell'anno, con prodezze verbali e scritte, fece onore a babbo e mamma, a Filli, a Clori e alla Musa. Ma ahi! un giorno, un disgraziato giorno, dopo essere andato al ginnasio con la febbre d'un conquistatore, Augusto tornò a casa come un vinto. Là, sulle panche della scuola, egli aveva ritrovato la Musa, ma non già la sua ispiratrice, la sua cara e italica Musa, bensì un'altra, priva di rime, piena di dittonghi e di desinenze strane; _Musa, Musae_, la musa della prima declinazione latina!
Egli mi confessò che da principio era stato tentato di farle festa, come a una vecchia amica, la quale gli fosse venuta incontro per introdurlo nel tempio della grammatica latina; ma da quel poco che avevano potuto vedere, a lui e ai suoi colleghi rimaneva poca speranza di stare allegri in seguito, nelle declinazioni in us e in es, nei verbi e nei pronomi.
Già nel numero plurale della prima declinazione, quando la musa diventava _musarum_, cominciava ad essere irriconoscibile... «E che necessità, diceva lui, che necessità di studiare il latino, dal momento che è una lingua morta?». Io gli spiegava che la lingua latina è la lingua madre, cioè la lingua di Cicerone, che è il babbo dei grandi avvocati, cioè la lingua di Virgilio, che è il babbo di Dante, cioè la lingua di Orazio, che è il babbo della buona satira, cioè la lingua di Giustiniano, eccettera, eccettera.
E soggiungevo con sussiego:
— Quando tu sarai avvocato, dovrai sapere il latino per intendere gli antichi codici; anche se sarai medico, questa lingua morta ed immortale non ti sarà inutile; pensa che fino a poco tempo fa le ricette si facevano in latino; la scienza antica è scritta in latino: quasi tutte le citazioni con cui si dà una certa grandezza agli argomenti piccini, quasi tutte le citazioni con cui si puntellano gli argomenti zoppi sono latine.
Mio figlio mi ascoltava a bocca aperta, senza intendere gran che, ma con uno sgomento crescente.
— Allora deve essere molto difficile! — sospirava.
— No — dicevo — è facilissimo; in principio sembra così, ma poi è cosa da nulla.
— Tu l'hai studiato?
— Altro che!
— L'hai studiato tutto?
— Tutto.
— Anche i verbi? Anche _hic, haec e hoc_? Anche _dies, diei_?
L'insistenza di mio figlio aveva un significato occulto. Più d'una volta con la sua geometria fresca fresca, o con la sua storia antica della vigilia, egli aveva colto in fallo la mia scienza; ora mi pigliavo la rivincita.
— L'ho studiato otto anni — rispondevo con sicurezza — e non me ne pento; quando l'avrai studiato otto anni anche tu...
Augusto m'interruppe:
— Allora, se ti dànno qualunque scritto in latino, tu lo capisci tutto?
Il tranello era perfido.
— Quando l'avrai studiato otto anni anche tu — proseguii senza batter ciglio — ne saprai quanto ne so io! ma non devi scoraggiarti da principio, nè stancarti in seguito: bisogna studiare molto le declinazioni, le coniugazioni, e più tardi il reggimento dei verbi...
— Il reggimento dei verbi? — balbettò Augusto.
E gli si dipinse in volto un'immensa paura di non poter mai resistere all'urto d'un avversario simile.
— Il reggimento dei verbi — soggiunsi ridendo — non è un reggimento come l'intendi tu.
Gli spiegai all'ingrosso come lo intendeva io, senza rassicurarlo interamente.
V.
Contro ogni mia aspettazione, la cosa andò peggiorando in seguito; dopo aver dato del tu alle nove muse, non era più possibile che mio figlio si rassegnasse a studiare il latino con un po' di metodo.
— Le regole! — diceva lui con una ribellione da monello: — non so che farne io delle regole! A che servono le regole? Chi le ha fatte le regole della grammatica latina?
— Le hanno fatte i grammatici — rispondevo con molta serenità — studiando gli autori classici, lo spirito della lingua...
— E perchè non le hanno fatte anche per il milanese?
— Perchè il milanese non è una lingua, ma un dialetto...
Egli stette un po' in pensiero, e parve trovare dentro di sè un argomento convincente.
— Già il milanese è più facile; la Laurina, senza declinazioni e senza coniugazioni, a due anni e mezzo parlava il milanese benissimo... invece per il latino ci vogliono otto anni.
Mi scappò detto:
— E non bastano — e mi pentii subito e soggiunsi serio serio: — bisogna poi esercitarsi tutta la vita.
— Tu ti sei esercitato sempre? — mi domandò a bruciapelo Augusto. — Non ne fai più degli errori?
Non vi era scampo; per mettere in salvo la dignità paterna senza dire una bugia, bisognava rispondere in latino.
— _Errare humanum est; homo sum et nihil humani a me alienum puto_.
Augusto prima mi guardò in bocca curiosamente, poi si strinse nelle spalle e se ne andò mugolando fra i denti: _nominativo domus la casa, genitivo domi della casa, dativo domo alla casa, accusativo_...
Laurina, che da un'ora udiva suo fratello parlare dentro di sè quello strano linguaggio, a un certo punto credette di aver capito, e mi venne a dire trionfando:
— Babbo, io lo so quello che dice Augusto.
— Davvero, e che cosa dice?
— Dice che il duomo è più grande di una casa.
— E non ha forse torto...
Tutt'altro! Laurina gli dava ragione, ma non credeva che fosse necessario ripeterlo tante volte. Era andata anche lei in duomo, e aveva ben visto che era grande; e ciò che l'aveva colpita più di tutto era stato un quadro, dove si vedeva una Madonna con le mani giunte, in mezzo a tanti angeli rotti.
Rimasi un po' sbigottito anch'io, ma finii coll'intendere che gli _angeli rotti_ di mia figlia erano testine alate.
Augusto, sentendomi ridere, ripigliava ferocemente la sua declinazione: _singolare nominativo, domus la casa..._
La sua voce passava per varie gradazioni, si faceva tenera, poi beffarda, per diventar dispettosa al primo intoppo, e tornar da capo con ferocia.
Presa per quel verso, anche la seconda declinazione s'impuntava a non volergli entrare in capo.
— Smetti — gli dissi — va a giocare, divàgati; ora studieresti inutilmente, perchè pensi ad altro.
Ammutolì, segno che avevo indovinato.
— A che pensavi studiando?
— Pensavo che Laurina non sa il milanese soltanto, ma sa anche l'italiano, senza essere mai andata a scuola; pensavo che a scuola...
— Ebbene a scuola?... — chiesi raccogliendo in un'interrogazione tutta la severità paterna.
Non volle finire il suo pensiero, ed io intesi benissimo che egli cominciava a pensare quello che ai miei tempi avevo pensato io, senza confessarlo in casa.
VI.
Fu per opera della disperazione.
Non sapendo come consolarsi altrimenti della grama figura che faceva a scuola col latino, mio figlio decise in cuor suo d'innamorarsi un'altra volta. Quando uno studente ha preso una deliberazione così fatale alla sua pace, per solito si guarda attorno, e se la fortuna lo aiuta, non tarda a ritrovare il _caro oggetto_. Così fece mio figlio, e io ne fui testimonio.
Una sera, verso il tramonto, le mammine e i babbi stavano alle finestre del cortile a godersi le risate dei bimbi e la frescura.